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Ciociaria, no e sì 

La vicenda è complessa, ingarbugliata, controversa, come si usa dire, e i miei concittadini, i cittadini di Fondi, sono schierati in tre partiti. Non di partiti politici si tratta stavolta, ma di tendenze che vogliono le nostre radici, vale a dire le radici della nostra razza, rivolta a succhiar la linfa della vecchia Terra di Lavoro, o del Lazio vero e proprio, cioè del vecchio Stato Pontificio, ovvero dell’incantata Ciociaria. I letterati (e per letterati al mio paese intendono poeti, pittori, cinematografari, ecc.) sentono il fascino di quest’ultima attribuzione. Ciociari amano chiamarsi, e si sentono col cuore sulle montagne brulle del frusinate, nelle piazze di Agnani e di Ceccano, sospesi in cima al Santuario di Collepardo, in sospiri appresso alle bionde donne di Vallecorsa, che ogni domenica portano a Fondi il sorriso della più cordiale e carnale Ciociaria. Ma il popolo ”incivilito” disdegna tale filiazione, per via della vergogna o del falso pudore che ha di mostrare quelle “ciocie”, che i loro padri portarono con orgoglio e fierezza, come si trattasse di coturni.

La spiegazione etimologica del nome che porta la regione montuosa attigua all’Abbruzzo li impressiona: Ciociaria parla ad essi proprio di ciocie, e non vale spiegare con dotti argomenti che da una deformazione fonetica del nome Circe, viene molto presubilmente quel nome e quella terra.

Pertanto, gli “inciviliti” tengono in scacco i “letterati” Benchè tra quei primi il partito dei “papalini” si distingua nettamente da quello dei “borbonici” e si sfoghi nel tifo egualmente spartito per le squadre di calcio della Roma e del Napoli, mentre a sostenere il Frosinone siamo in pochissimi.

Certo che una singolare sorte è quella del nostro paese di confine, che guarda a tre e non ad una sola madrepatria. E può scegliersi quella che crede e che più gli aggrada: una la più ortodossa, quella , in altri termini, in pace con la Santa Madre Chiesa; l’altra, sorniona, sottile, traffichina, con un pizzico di umorismo e a volte scalcagnata e accomodante, arruffona; infine, l’ultima, forte sana, caparbia, incorrotta e tutta piena di poesia.

E se è vero che il destino lo segnano i poeti, gli artisti, i pittori, i “letterati”,  ecc. Fondi per essi è decisamente Ciociaria e tale si rivelerà a chiunque porrà ascolto alle voci profonde, ai richiami ancestrali, agli echi lontani e suggestivi che si portano dentro, e non sai da quanto e non sai per che motivo.

Fondi è Ciociaria nei costumi squillanti di colori, nell’ estro vivo ed antico delle sue genti, nell’implacabile grido del sole, che trafigge le lucertole e fa impazzire le cicale

Per tutto questo Fondi è Ciociaria, e non soltanto perchè così è scritto a chiare note negli annali della Famiglia Ciociaria; per tutto ciò che ritrovi detto e sottinteso nella spiegata ampiezza e felicità dei suoi canti, nelle modulazioni delle sue frasi musicali, nei temi stessi delle sue nenie fatte per correre da costa a costa, tra l’uno e l’altro monte, come una mongolfiera, sui silenzi delle vallate.

“Brunetta de montagna
il core me dice
che lo mio amore me
tradisce a valle:

così cantano i ciociari della montagna con diffidente allusione a noi del piano. E noi della valle, noi della linea costiera, dove la ciociaria si affaccia timidamente al mare, sullo stesso motivo musicale facciamo eco cantando:

“Brunetta de montagna
ju core me dice
ch’a fa j’amore co’ voi’
tanto me piace.

La notte accanto a voi
me date la luce
e allora ju core mie trova la pace”.

Così nel canto popolare antico, rivolto verso gli altipiani è detto chiaramente come il cuore del fondano trovi la sua pace sulle montagne della vecchia e cara Ciociaria.

 Domenico Purificato

 
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