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Anna Maria Scarpati

Caffè Greco
U.D. 1760
Roma, via Condotti 86

il Caffè Greco nel 1852
quadro di Ludvig Bassini al Runst-halle di Amburgo

De Libero ed il Caffè Greco

Leggendo il diario di Libero sulle sue serate al Caffè Greco, sono stata presa da una indicibile curiosità di sapere qualche cosa di più di questo particolare luogo di ritrovo romano.
Debbo alla gentilezza della Signora Visentini le notizie gustosissime del Caffè.
Il primo documento conservato nella Chiesa di S. Lorenzo in Lucina, consiste in una nota del censimento del 1760 dov'è annotato il nome del proprietario, Nicola della Maddalena, greco.
Ma certamente il Caffè Greco esisteva già da alcuni anni, perché Giacomo Casanova nelle sue Memorie racconta il primo ingresso che fece nel "Caffè di strada Condotta" quando, nel 1742, vi entrò al seguito di amici romani.
La prima menzione accertata nelle varie corrispondenze dei suoi frequentatori, è quella del pittore francese Pierre-Paul Prud'hon in una lettera al suo amico Fauconnier verso il 1760, nella quale descrive il Caffè Greco come luogo d'incontro e di riunione.
Già da allora era il ritrovo favorito degli artisti germanici, tanto che il poeta Johann Heinse propose di chiamarlo Caffè Tedesco.
Ma l'epoca veramente gloriosa per il Caffè Greco fu tutto il secolo XIX, quando vide radunati intorno ai suoi tavoli i più insigni pittori, scultori, musicisti e letterati d'Europa.
Il già vecchio caffè era dunque divenuto noto soprattutto nel mondo cosmopolita di Roma. Lo frequentarono sovrani come Luigi I di Baviera e futuri Pontefici come Giacomo Pecci (che divenne Papa Leone XIII), scrittori e letterati come Nicolaj Gogol, come Henry Stendhal, George Byron, Percy B. Shelley, Hans C. Andersen, Carlo Goldoni, Giacomo Leopardi, Arthur Shopenauer, Mark Twain, Gabriele d'Annunzio, Charles B. Baudelaire, pittori e scultori come Orazio e Carlo Vernet, Jean Baptiste Corot, Jean A. Ingres, musicisti come Gioacchino Rossini, Hector Herlioz, Jacob Mendelssohn, Georges Bizet, Charles Gounod, Franz Liszt.
Nel 1953 il Ministero della Pubblica Istruzione con il Decreto n. 189249 in data 14 agosto 1953 dichiarava il Caffè Greco "locale d'interesse storico e nazionale".
Scrive Enzo Siciliano a proposito del Caffè Greco: "camerieri con la coda di rondine in cima a scarpe scalcagnate come in un'illustrazione di Rubino vassoii di alpaca argentata portati con mirabolanti equilibrismi, salette tappezzate da specchi e velluti cremisi, divani odorosi di polvere, profumo di sigarette e di sigari toscani [...]. E il silenzio: un gran silenzio nonostante un discreto affollamento, fin dalla mattina di quelle medesime persone che poi la sera si sarebbero ritrovare ai medesimi tavoli a conversare anche animatamente; la mattina, invece "si creava". Dicevamo, silenzi che ispessivano l'atmosfera del luogo interrotti cupamente da un novenario di Montale: "Gatto, Muscetta, Bilenchi e Bo / BoBoBo / BoBoBo..." e delle stilettate verbali che Cardarelli lamentava sottovoce contro Barilli, poiché faceva sempre tutto prima di lui: "Io finirò all'ospizio, e troverò Barilli nel letto destinato a me" ma che dire del calembour di Mazzacurati "Ventimila seghe sotto i marmi?" trovata maliziosa che restituisce il sapore di un'epoca. Ma al Caffè Greco si facevano riviste, nascevano giornali, e gli autori erano giovani dal cervello ardente consapevoli di essere depositari di un grande rinnovamento.
Il fascismo tollerava che in quelle salette intellettuali si parlasse male del regime ma per ogni buon conto inviava al Caffè Greco delle spie "le quali con un libro di Croce in mano fingendo un'attenta lettura attentamente ascoltavano". Pare che una volta uno di questi signori abbia tentato un risvolto letterario: "Leopardi in quanto a sesso denunziava alcune insufficienze" ne nacque un finimondo. Volarono tazzine e vassoi quando qualcuno volle fare il conto di quanti fossero gli uomini insufficientemente virili, questo tipo di "gossip" tutto da caffè non c'è più. L'ultima battuta che circolò qualche anno fa è di De Chirico.
Una signora elettrizzata dal venir presentata al famoso pittore disse: "Maestro, come posso chiamarla?". E De Chirico sornione "Chiamami Peroni, sarò la tua birra"".
E Libero annota:
"Sere passate al caffè Greco. Pittori e scrittori in un concerto stonato che mi fa teatro ogni sentimento. Se guardo questi miei amici seduti intorno al tavolo, io mi domando che faccia avrà la fama che li accompagnerà poi all'avvenire. Questo o quello compiranno opera insigni! Chi di loro porta nella mente un libro, un quadro, una statua che andranno famosi nei secoli!
Dai loro discorsi io apprendo soltanto che sono giovani e sgraziati spesso malinconici e bizzarri; talvolta non hanno cuore mentre io sento il mio che grida a perdifiato. Anch'essi mi giudicano, certo; anch'essi mi vedono, e se io li invitassi a una sentenza, saprei che ai lori occhi passo quale un nevrastenico signore. Ma in ogni tempo i poeti e gli artisti si presentavano così l'uno all'altro! A casa geni al caffè imbecilli!
Guardate quello lì: basso, grasso, la faccia rosea di benessere, quasi di ostinato ragazzo, il petto pieno e la pancia larga, tutto chiuso nell'abito di buona stoffa, fuma un sigaro da professore che ha ben mangiato autori classici e classiche pietanze. Quando parla assapora le parole come intingoli, e pure ha il coraggio di lamentarsi che le sue condizioni sono tristi.
Ma l'anima sua è fatta a immagine del suo corpo; vestita in doppio petto, quell'anima riposa, dentro di lui, sopra un divano di salotto e fuma beata anch'essa il suo profumato sigaro.
Che può pretendere di più un'anima che ha le rendite, un appartamento di proprietà e sceltissimi libri da leggere in più lingue?
No, quell'anima si dice infelice, incompresa, defraudata da tutti gli altri; poiché essa scrive in prosa e in versi egregiamente, anzi in prosa ha scritto pagine insigni fra le più belle del nostro tempo. Pure quelle sue pagine sono menomate da un benessere, lo stesso benessere che misura tutta la vita di lui. Sarà meglio distruggere ogni immagine di lui, quando sarà morto; e raccontarlo invece dentro una cornice più sottile, diafana e vaporosa, con un po' di veleno nello sguardo e molto fiele nelle guancie; almeno i futuri lettori lo penseranno un uomo snaturato che estorse alla cattiva sorte un pegno per il futuro, il suo futuro di scrittore perfetto.
Vogliamo dire che, vivendo egli come esempio da non imitare, sarà bene proporlo come un perfido modello a coloro che non ritengono necessario il combattimento coi mostri per disinfettarsi; quando uno scrittore, rigettando le comuni leggi degli uomini accusa l'universo di costante tirannia e agguerrisce i suoi pensieri come soldati da mandare all'assalto contro le abitudini del proprio tempo, egli ascrive a suo merito le sofferenze patite e le prepotenze subite e gli indicibili errori commessi. Fatene un peccatore, di questo poeta, fatelo bruciare nell'olio bollente dei suoi scritti, svergognatelo per lla sua goffa statura di benpensante, e allora la zolla di terra, che lo coprirà, sarà larga e duratura quanto una orma protozoica. Così com'egli mi è dinanzi, mi viene voglia di raccomandarlo al cameriere, perché se lo porti tra le tazze e i bicchieri in cucina; non è diverso lui da qualunque incontrato per via che ha da morire per far largo agli altri.
Gli altri sono come i genitori li fecero, e Dio non entrò nella loro fabbricazione se non per le vie indirette del battesimo, gli altri mansueti, protervi, malinconici, egoisti con tanti eccetera nel capo che nessuno riuscirà a decifrare. Forse si riveleranno in un quadro ben dipinto, in una poesia retta o in un libro disteso, non so né m'importa d'indagare: ma è certo in loro una tracotanza grossolana, e spesso un'ingenuità maldestra, che li conforta di speranze e di vaghe ispirazioni. sono lì aperti, anzi squartati come capretti ..., viscere e vene, e un bosco così noto senza un'ombra né un trabocchetto di spine. Gesti e parole vengono da loro come una promessa di rivelazione e di denunce; sentimenti, aspirazioni mettono dentro parole sfilacciate e appariscenti. Dio mio i miei veri compagni dove li hai messi? Nacquero, vissero alcuni prima di me, altri se ne andarono per strade diverse ed io talvolta penso alla loro esistenza come per giustificare la mia, e non mi rinnego per non maltrattare essi che unici danno valore a questa vita da vivere. Io dico di voi, A E I O U io non stimo che voi: cinque povere vocali, senza le quali tuttavia non un quadro, né una statua né un libro potrebbero essere sillabati. Come le vocali i miei compagni dispersi, e come le vocali essi danno valore ai miei discorsi. Nostalgia".

Al Caffè Greco
con Irving Penn

Ma così belli ritratti dall'omega a zeta
vestiti a nuovo dalla morte
esclamativa e il brindisi delle mani
solleva fumo in sordina di facce e capricci
d'occhi fissi alla parabola del passato
e messi in prova da sarti a veglia
lunare tutti un libro di ombre scontente
traduce una donna sola in lingua spenta
nel cerchio smascherato non morti
ma esistiti ora non altro che volti e gambe
ai tavoli in scarpini gaudenti in un quadrato
di mosse in un vagone di poeti
con Palazzeschi deputato al Caffè Greco
scattato da Irving Penn in coro laudato.
Libero De Libero
 

La testimonianza fotografica che gentilmente ci è stata data è del 1948. Nell'ultima saletta quella sovrastata dal lucernario allineati sui divani contro le pareti siedono: Brancati, Flaiano, Mafai, Orson Welles, Lea Padovani, De Libero, Vespignani, Afro, Carlo levi, Mirko Petrassi, Palazzeschi; al centro Tamburri. Ai due angoli in fondo Penna e Fazzini. Abiti UNRA da dopoguerra, un'aria giovane e seria nei volti, freschi ricordi di AMLIRE. Questa foto ricordo, segna un'epoca, la nostra epoca.

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Ultimo aggiornamento: 09-ott-2008

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