Libero De Libero e la fede
In occasione del centenario della
nascita di Libero de Libero mi è caro presentare un aspetto sconosciuto del
poeta.
Il suo spirito religioso era contrario
ad ogni liturgia, egli era religiosamente cristiano e cristianamente laico.
Era un mistico senza aspirazioni celesti, e talvolta vanitoso dinanzi al
pensiero di Dio. Umile come un frate cercatore e superbo come un
predicatore. Egli aveva facile l'ironia, facile la bontà, facile il
dispetto. Per Libero la religione era un "sentimento" e non un "credo". Egli
stabilisce un rapporto con Dio, quel Dio che come si legge nel suo diario
«è dentro di me ed è me stesso, spesso dico a Dio scendi e combatti con me».
E la sua preghiera disperata: «Mio Dio, fammi
uomo concluso mio Dio, fa che io scriva finalmente il mio libro».
In "Camera Oscura" Libero de Libero
scrive: «Allora la religione era per me una vaghezza sentimentale, e con
la sua dolce mitologia essa veniva a mitigare
gli urti troppo bruschi che noi tutti in famiglia avevamo spesso con una
realtà assai dura».
E chiarisce il suo rapporto con Dio
«Non il coraggio mi manca, ma la grazia; non la
fede, ma la serenità. Sarebbe facile se io non fossi quello che sono:
irrequieto, spaventato e dirotto come una pioggia d' inverno dentro la mente
mia. Ove i miei colloqui con Dio sono pieni di domande e poveri di speranze.
Sono io che domando a Lui, perché
alle domande rispondo alla maniera dei bambini angustiati: non so».
Traduttore dei "Diari" di Julian Green
che lo hanno influenzato, de Libero stabilisce un rapporto con Dio, quel Dio
«che è dentro di me ed è me stesso» e Lo prega di far sempre più
difficile il suo parlare, più difficile il suo cuore in cambio di una fede
più semplice «Senza parole, quelle che possono nascondere le nequizie
sotto un nobile apparato». Parla davvero, de Libero, come fosse un
penitente, ma non cerca l'assoluzione.
E il suo Dio, egli lo vede nel cielo in
un'ora qualunque, nel profilo d'un fiore, nella luce in un colore,
nell'albero stinto dalla pioggia. Ogni sua pena è sofferta da Lui, e
soffrendo insieme il dolore finisce d'essere dolore ed egli trova il
coraggio di non odiare, di perdonare e al capezzale del fratello morente
annota: «Iddio taglia alla radice il male, quando è
utile tagliare il male,' Iddio riallaccia i fili d'una vita lì lì per
spezzarsi al fine di ricondurre il bene alla sua necessità [...]Iddio non
vuole il male e la gente non capisce che Dio annulla il male per portare il
bene in ogni cosa».
E andando nel 1968 a S. Giovanni
Rotondo, de Libero è colpito dal volto trasformato «da una fede palesata
di un fervore intimo». Santo o non santo che sia il Cappuccino è un
esempio di santità, un' idea di Dio e de Libero prega in cuor suo di
venirgli in spirito al suo capezzale di morente «e
aiutarlo di accettare dolcemente la morte».
Ha bisogno di compagnia de Libero
nell'ora suprema e chiede, e questo ce lo rende vulnerabile e caro a Don
Paolo Mancinetti di accorrere al suo capezzale e prepararlo all'Incontro con
il Signore «metto la salvezza della mia anima nelle
tue mani».
Il 25 settembre 1977 Monsignor Virgilio
Levi chiede a de Libero una poesia per onorare gli 80 anni di Paolo VI. Al
piacere dell'invito segue un'ansia da non dire; de Libero, anche se ha
libertà totale nel contenuto, è spaventato dell'incapacità di trovare il
tema e poi «la ruggine che fa crosta nella mente» gli fa rimandare
l'approccio con le sue carte, a cominciare dal primo verso
«e chi me l'offrirà è soltanto Dio che di questi tempi è
occupato in ben altre imprese».
È tentato di rinunciare, ma il pensiero
che vi figureranno personalità internazionali di ogni campo lo lusinga. Poi
l'illuminazione che gli viene dalla lettura di "Ragionamento tra Giusto e
l'Anima sua" e la sua affermazione "Presto sarò fuori d'un gran forse".
A poco a poco tira fuori le sue carte;
ha il desiderio di mettersi alla scrivania domani, ma è un domani che dura
da parecchi giorni e monsignor Vitali non può aspettare e de Libero scrive
"Il gran forse" in onore del papa, ma è più un segnale della mente,
piuttosto che del cuore.
La fede è Dio, mi spiegava Libero de
Libero, una presenza totale nell'universo più intimo che Egli ha creato in
noi, a ciascuno il proprio.
E il 20 maggio 1946 sul suo diario
annotava:
Rendimi
[Dio] degno della bellezza del giorno,
aiutami a comprendere e a celebrare la gloria delle Tue stagioni sulla
terra.
Perdonami se talvolta manco di carità e di giustizia.
Proteggimi dall 'ira, dalla servitù del rancore, dal meschino desiderio.
A.M .Scarpati