Lettera a Lisetta Cibelli
(di Anna Maria Scarpati)
Entrata bambina in casa mia, con le
"ciocie" ai piedi e un tenerissimo naso gocciolante raffreddore. Donna
Candida Dinia, mia nonna, la chiamava donna di servizio, mia madre più
mondana "Femme de Chambre", ma anche se il nome può sembrare umiliante, tale
non era in
quel tempo, poiché i famigli anche se prestavano servizi, facevano parte
della casa dei padroni, tanto da prenderne il cognome, e Lisetta Cibelli era
Lisetta degli Scarpati.
Era proverbiale la sua onestà, la governante Roma Antonutti lasciava in
posti impensati 50 centesimi per prenderla in flagrante e riferire alla
Signora. Mai ci riusci, perché Lisetta con aria innocente, riportava tutto e
la moneta era piena di lanugine bianca di polvere, e a me bambina quella
lanugine ricordava la barba di un nanetto regalatomi da mio fratello Matteo.
Non aveva genitori e chiamava mia madre con un possessivo pieno di affetto e
venerazione "la signora mia". Mio padre invece era don Luigi -il padrone
-.Non era alto mio padre, ma la sua persona sempre cosi elegantemente
vestita da Onoratino Velletri, incuteva soggezione.
Quando lui arrivava il pranzo doveva essere a tavola e Lisetta ordinava a
Maddalena Capatosta "o cotto o crudo il Signore ha fame!".
A rendere più chiara la personalità di mio padre possono più le parole di
Libero de Libero che cosi scriveva alla notizia della sua morte "... crolla
anche per me un altro pezzo tra gli ultimi, poiché della Fondi che mi porto
nel cuore, di quella Fondi, egli era una presenza delle più amabili, un
signore dei più rari ...La sua sensibilità così acuta nei rapporti umani da
provocare intorno a sé non altro che simpatia... mi resta il rammarico più
forte di non aver potuto godere la sua compagnia in questi anni"..
Anche io ho avuto poco tempo. Sono nata ultima con fratelli ormai grandi e
felici di avermi. Solo Franco si vergognava di dire ai suoi compagni di
liceo che i suoi genitori ancora procreavano!
Non ricordo che Lisetta facesse vacanze, veniva con noi a villeggiare,
felice di poterci sempre servire, ed io oggi ripenso con un rimorso nascosto
nel cuore, la sua faccia sudata ed i suoi capelli laccati dal caldo, farmi
"una montagna" di patatine fritte, di zucchine fritte e di melanzane alla
scapece.
Mi vestiva, e nel vestirmi mi baciava forte in viso per arrossare un poco le
mie guance di bionda; alla sera per farmi addormentare mi raccontava storie
straordinarie; una ancora la ricordo: la storia di amore e Morte di due
giovani fondani fatalmente attratti l'uno dall'altra, malgrado gli antichi
livori delle famiglie.
Io rimanevo sconcertata di fronte a tale amore e a tale violenza, ma mi
cullava la voce di Lisetta e il buio non mi faceva paura.
Partecipava Lisetta Cibelli alla vita di famiglia e la dedizione cominciava
dalla nascita. Allora si partoriva nel gran letto matrimoniale, per me era
una doppia gioia: giocare con mia cugina Giovanna Mosillo, dai magnifici
capelli setosi, e trovare al ritorno in casa, un nipotino quasi coetaneo a
me!
Era dunque compito di Lisetta partecipare la nascita a parenti e amici; se
era maschio tornava con due piccioni, se femmina con uno solo. Forse per
questa ingiustificata ingiustizia io ho sempre desiderato una bambina. Ho
avuto solo maschi!
Spettava anche a lei portare "l'ambasciata dolorosa". Ricordo la morte di
mia nonna e il pranzo del "riconsolo". Aveva la nonna un volto riposato,
antico, distesa sul letto vestita di un abito scuro. Ricordo donne tutte
velate e con un curioso scapolare sul petto.
Lisetta era orgogliosa che la casa si riempisse di gente e poi mi diceva:
"Tutto il paese ha seguito la bara, tutto il paese!". Sento ancora e mi
sembra strano l'odore dell'etere, dei fiori odorosi di forte, dei bomboloni,
delle leccornie, dei pasticcini che Lisetta distribuiva.
Sfollati a Roma e alle prese con le tessere annonarie, Lisetta ci lasciò suo
malgrado e trovò servizio presso un gerarca fascista. Abitava verso San
Giovanni, qualche volta mi portava nella loro casa quando i "padroni" erano
fuori. A me, che abitavo nel severo palazzo Giorgi Rossi, impressionavano
tutti quegli specchi, quelle statuette Lenci, quei lampadari con tanti
piatelli e gocce di cristallo.
Per gioco riportandomi a casa aveva per la "sua signora", mia madre,
provviste provvidenziali, persino caffè e pane bianchissimo!
Il passato oggi mi torna alla mente vivissimo e non è vecchiezza, e solo il
ricordo di come la vita, allora, era scandita dalle stagioni.
Nel periodo delle castagne Lisetta mi ungeva i capelli con olio di ricino,
d'inverno con i solari aranci della mia terra consolava i miei raffreddori e
nel periodo dei fichi Lisetta puniva la mia ingordigia con bibite orribili
fatte di acqua e due bustine, avevano ordine di precedenza: prima la verde,
poi la bianca.
Lisetta Cibelli ora avrà settant'anni, vorrei vederla, vorrei sentire da lei
le canzoni che cantava lavando i panni nel freddo fiume del mio paese:
"Faccia de mulagnana cautata,
si pègge de 'na jèna arrabbejata.
Le sòle de le scarpe haje cunzumate,
ma la bellèzza mila ne l 'haje accattàte ".
P.S. Ho ritrovato Lisetta Cibelli nel 1998, aveva più di settant'anni,
abitava a S. Sebastiano al Vesuvio (Napoli)
Nella foto: Anna Maria Scarpati (1937)