È importante oggi trascrivere queste
righe di Libero de Libero sulle elezioni del 1946. Bisognerebbe, credo,
ripristinare una corretta grammatica civica, basata sul rispetto
dell’individuo. E la speranza non è il minore dei sentimenti, ed io spero
che le elezioni del 2008 ci porteranno una possibilità di futuro.
Anna Maria Scarpati
1 giugno 1946
La campagna elettorale nei giornali sui
muri e sul piancito delle strade, nei discorsi è indescrivibile. Talvolta
penso a una probabilità di vittoria monarchica, e mi viene naturale
pensare che mi ribellerò al verdetto popolare. Poi mi dico che sarebbe
incivile la mia ribellione, mi rassegno come avessi da attendere un
terribile verdetto di tribunale. Votare per la repubblica è soltanto un
atto di fede. Superare la monarchia vuol dire giungere a una forma di vita
sociale più alta, più intelligente, meno clamorosa, quindi più schietta.
Una nazione senza stemmi potrebbe definirsi la repubblica, con più doveri
che diritti, e io dico i doveri continui dell’assistenza, del lavoro,
della fratellanza; quanto ai diritti, basta il diritto alla libertà.
3 giugno
Sono andato a votare anch’io. In cabina,
quand’ho allargato l’una e l’altra scheda, m’ha invaso il cuore non so
quale commozione. Il gesto nel segnare la croce nella casella della
repubblica obbediva non all’impulso delle passioni che nelle faccende
politiche sono calorose, bensì alla volontà di decidere una sorte migliore
per il mio paese; ho guardato a lungo il segno di croce per assicurarmi
che fosse regolare prima d’incollare l’ultimo lembo. Ho fatto il mio segno
di consenso alla lista socialista con sveltezza, e mi piaceva che quel
consenso non mi fosse strappato da nessun obbligo, da nessuna tessera di
partito, non era un giuramento obbligatorio; fu semplicemente
l’affermazione della mente, del mio rigore morale di fronte all’umanità di
cui faccio parte, donde mi viene il generoso calore che mi fa uomo vivo e
socievole.