Alla cultura fondana sono indissolubilmente legati due
importanti autori del Novecento italiano, dei quali, proprio quest’anno,
ricorre rispettivamente il decennale e il quindicennale della scomparsa: Alberto
Moravia ed Elsa Morante.
Moravia fu particolarmente legato a Fondi per un
significativo evento della sua vita: mentre lo scrittore si accingeva a
raggiungere a Napoli l’amico Curzio Malaparte insieme con Elsa Morante durante
il secondo conflitto mondiale, il treno che avrebbe dovuto portarli a
destinazione si fermò proprio vicino a Fondi, poiché le rotaie erano
interrotte e non era possibile proseguire oltre, inducendo Moravia e la moglie a
cercarsi un rifugio dalle nostre parti. Ed egli, allora trentaseienne, e la
Morante trascorsero nove lunghi mesi del ’43, successivi alla stipulazione
dell’Armistizio, in una capanna a Sant’Agata, una località arroccata
intorno alle montagne di Fondi, precisamente tra monte Arcano e valle Vigna, e
lì si nascosero per sfuggire alle persecuzioni razziali. Ospitati
premurosamente dal contadino Davide Marrocco e da sua moglie, vissero un periodo
difficile, tra stenti e privazioni, paventando le retate dei Tedeschi; ma
destinato a produrre due opere letterarie di grande importanza nel panorama
letterario italiano del secondo Novecento: Moravia scrisse La ciociara (1957) ed
Elsa Morante il suo romanzo più celebre e discusso, La Storia (1974).
Moravia stesso ha rievocato quegli anni, comunicandoci che
cosa provò nel rivedere il posto dopo quasi mezzo secolo, in questi termini:
"In occasione del premio di poesia Libero De Libero, a
Fondi, sono tornato, dopo quarantacinque anni, al luogo preciso in cui, nel
1943, ho passato nove mesi insieme con mia moglie Elsa Morante. Ero nella lista
degli antifascisti da arrestare e deportare in Germania; mi ero rifugiato a
Fondi, in una gola selvaggia e disabitata, a mezza costa, presso un contadino
che si chiamava Davide e che aveva una piccolissima casetta monocamera, alla
quale era addossato un ripostiglio. In questo ripostiglio Elsa Morante ed io
abbiamo abitato dal settembre del ’43 al maggio del ’44, cioè fino all’arrivo
delle truppe alleate.
Non voglio soffermarmi più che tanto sul mio forzato
soggiorno in casa di Davide. Elsa Morante ed io ne abbiamo parlato abbastanza
nei nostri due romanzi La Storia e La ciociara. Vorrei invece dire qualche cosa
su una singolare impressione che mi ha fatto la mia minima abitazione allorché
l’ho riveduta dopo quasi mezzo secolo. Si penserà che fossi commosso,
turbato: dopo tutto avevo qualche ragione di esserlo: in quella specie di
porcile si era consumata una delle esperienze fondamentali della mia vita. Ma
non era così. Di fronte a quel muro di grossi massi stratificati a secco, a
quel tettino di lamiera, a quella porticina di tre assi inchiodate insieme, il
sentimento è stato quello di chi, guardando ad un cane, ad un gatto, ad un
animale qualsiasi che ha creduto morto, si accorge invece che palpita, respira
ancora. In altre parole, quelle poche, miserabili, quasi informi pietre rimaste
così identiche dopo mezzo secolo, adesso avevano qualcosa in più che al mio
arrivo lassù; una specie di irradiazione, di magnetismo, o, se si vuole, di
spiritualità che non si capiva da dove gli venisse, e che tuttavia
indubbiamente c’era. Come ho detto, non ero commosso: provavo soltanto un
sentimento di curiosità. Da dove veniva, insomma, alla embrionale abitazione
questa sua aura di immaterialità? […] Avrei voluto vedere all’interno la
baracchetta. Davide, che mi accompagnava nella visita, ha detto che la chiave
doveva stare nascosta tra una delle tante pietre che formavano il muro a secco.
Dopo lunga ricerca la chiave è stata trovata e la porta è stata aperta.
Allora, affacciandomi in quella stanzetta buia, dalle pareti pietrose e dal
pavimento terroso, alla fine ho capito. La spiritualità della baracca veniva da
me. Ma non già dal mio ricordo, dal mio sentimento, dalla mia esperienza,
bensì dall’uso che ne avevo fatto. Ci avevo abitato, ecco tutto. […] La
casupola, insomma, aveva un’anima; e quest’anima gliel’avevo data io.
Senza rendermene conto".
Mi è stato detto che al loro arrivo alle porte di Fondi, con
in mano una valigia di fibra, Alberto Moravia ed Elsa Morante bussarono a casa
di Carlo di Sarra, chiedendo dei figli Alcide o Dan Danino - insigne slavista-
che già aveva avuto una bella storia sentimentale con Elena Pincherle, sorella
di Moravia.
"Accà n’c stà nisciùn", rispose Carlo, il
capofamiglia, timoroso delle rappresaglie tedesche.
"Ci hanno detto che Alcide è qui", replicò
Moravia; "Io conosco anche vostro figlio Dan Danino".
"N’c stànn!", ribadì con tono fermo il padrone
di casa.
E l’altro, sottovoce: "Ma io sono Alberto Moravia e
lei è mia moglie, Elsa Morante. Siamo venuti qui in cerca di qualcuno dei
vostri figli".
"…Ah…Scusate!" fece Carlo, un po’ rinfrancato
– ma sempre diffidente – e spalancò la porta, pur senza invitarli.
Raccontò loro che la famiglia era sfollata in campagna, il
figlio Dante si trovava all’estero – a Bratislava, l’altro figlio Alcide:
"C’ stà, ma sta… nascòst’".
Non mancò di indicare, infine, la casa dei Mosillo –
fraterni amici di Libero De Libero, a lui richiesta dallo stesso Moravia.
Il nascondiglio di Alcide: un gruppo di uomini, per sfuggire
alle retate tedesche, si era rifugiato sul Santuario della Madonna della Rocca.
Tra loro c’era Alcide, i fratelli Mosillo, Don Innocenzo, due giovani studenti
ebrei, di cui uno si chiamava Carlo, ed altri.
Ai piedi del monte Arcano – sede del Santuario – si
trovavano sfollate le famiglie Di Sarra e Mosillo, i cui giovani, talvolta,
discendevano a casa nella sera.
Alcide fu quindi informato dal padre della visita nella casa
di Fondi, per cui prese contatto con Moravia e raccontò in famiglia che i
Moravia mancavano di tutto…:
"Bisogna mandare qualcosa".
Furono incaricate per la missione due figlie di Carlo, Fulvia
e Gilberta – i ragazzi della famiglia potevano correre il rischio delle
presenze tedesche – e riferisco quanto risulta dalla testimonianza di Fulvia:
"Il giorno successivo al racconto di Alcide, mamma
preparò un paniere di vimini con una pagnotta di pane casalingo, qualche posata
e qualche piatto, peperoni e melanzane…E c’incamminammo verso Sant’Agata,
lungo la strada per San Magno, assolata e polverosa.
Arrivate alla capanna trovammo Moravia sul muricciolo della
macera, camuffato da contadino fondano: camicia a quadri, pantaloni coperti da
un vardamacchij, una specie di zinale di pelle di capra, un cappellaccio
malconcio.
Appena vide noi due bambine, fu preso da terrore al pensiero
che qualcuno potesse aver scoperto il suo rifugio. Ci accolse, infatti,
ansiosamente e, con voce concitata, ci apostrofò:
‘A chi avete detto che noi stiamo qui? A chi avete
domandato di noi? Con chi avete parlato? Cosa avete raccontato?…".
Intimidite da siffatta accoglienza:
"…Noi siamo le sorelle di Dante e Alcide Di Sarra.
Siamo venute per portare qualcosa".
E aggiungemmo – per sedare la sua ansia – che non avevamo
parlato con alcuno, perché, da sfollati, conoscevamo bene la zona e Alcide ci
aveva ben indicato il luogo. Moravia, rassicurato si calmò.
Nel frattempo, allarmata dalla voce del marito, uscì dalla
capanna Elsa Morante: bel viso tirato e senza sorriso, capelli cortissimi e
ricci, occhi viola molto miopi… Ci fissava socchiudendoli e strizzandoli, con
espressione trasognata e diffidente. Entrambi c’invitarono, allora, a sedere
sulla macera e cominciarono a farci domande"…
Anche questa una prova della buona amicizia tra i due grandi
e Fondi, amicizia ampiamente testimoniata in seguito nei seguenti riferimenti
letterari:
A. Moravia, La ciociara; E. Morante, La Storia (sia pure in
maniera indiretta ma Cfr. le pagine in cui compaiono le famiglie Marrocco e
Mosillo); A. Moravia- A. Elkann, Vita di Moravia, L. De Libero, Borrador, E.
Siciliano, Moravia, A. Debenedetti, Giacomino.