Ricordando la genesi de Gli indifferenti, il suo primo
romanzo, pubblicato nel 1929, Moravia ha più volte affermato che alla
base del suo progetto c’era la volontà di recuperare in sede narrativa
la compattezza della tragedia, ponendo al centro dell’opera un nodo
drammatico che ne occupasse l’orizzonte nella sua totalità (Cfr. A.
Moravia, Gli italiani non sono cambiati, «L’Espresso», 2 agosto 1959:
«Volevo scrivere un lungo racconto che avesse una struttura teatrale con
unità di tempo, di luogo e con pochissimi personaggi. La mia ambizione
era di scrivere una tragedia, invece ne venne fuori un romanzo»; Cfr. E.
Siciliano, Milano 1971, p. 39: «Se avevo un’idea di cui andavo in cerca
al tempo de Gli indifferenti era un’idea o una fissazione stilistica:
fare uso della tecnica teatrale nel romanzo»). In effetti, soluzioni e
scansioni tipicamente drammaturgiche sono evidenti fin dalle parole
d’esordio del primo capitolo («Entrò Carla», come se si fosse appena
alzato il sipario), influenzando gli elementi basilari della struttura
romanzesca. La vicenda, infatti, si svolge in un arco di tempo quanto mai
unitario- quarantotto ore disaminate quasi senza soluzione di continuità-
dipanandosi pressoché interamente nell’ambito di tre distinti «interni»
borghesi, che di capitolo in capitolo si succedono e ritornano esattamente
come le scene di un dramma. La struttura de Gli Indifferenti è
interamente basata sulle interrelazioni di cinque soli caratteri
drammatici, dei quali fin dal terzo capitolo il lettore è in grado di
individuare le psicologie, nonché di ricostruire correttamente i
reciproci rapporti.
La prima prova di Moravia, che conserva intatti alcuni
schemi narrativi del romanzo tradizionale, non è esente da limiti, quali
l’esposizione cronologica dei fatti, la consistenza degli sfondi che
fanno da cornice alle vicende, o l’intreccio degli avvenimenti,
realisticamente concepiti come sottofondo consequenziale all’analisi
psicologica dei personaggi.
Tuttavia ne Gli indifferenti c’è un motivo nuovo che
in altri romanzi del tempo o appena precedenti (come Il podere di Tozzi, Rubè
di Borgese
e la Velia di Cicognani) non era stato delineato con altrettanta
efficacia: l’analisi e la rappresentazione acre dell’ambiente
borghese, visto nella sua crisi di trapasso da un’epoca all’altra,
seguito da Moravia con dovizia di esemplificazioni, fino a trarne una
visione esistenzialistica, contraddistinta dalla sua «indifferenza».
Tale indifferenza si traduce in inerzia morale, incapacità a vivere la
vita, superficialità con cui la società borghese si pone di fronte ai
problemi dell’esistenza, ai valori più profondi e genuini dell’uomo.
I personaggi del primo romanzo moraviano sono dunque colpiti da questa
malattia morale, da una sorta di «debolezza della volontà» e versano in
una condizione di annientamento, di perdizione, di disfatta, atta a far
ritrovare nella distruzione di ogni valore, o nel male – toccato nelle
sue pieghe più riposte – il senso acuto dell’esistenza.
Carla, la giovane figlia di Mariagrazia Ardengo, è
insidiata dal libertino Leo Merumeci, amante della madre, il quale mira ad
impadronirsi del patrimonio di famiglia. Merumeci è facilitato nel suo
proposito dalla particolare situazione in cui si trova la ragazza,
desiderosa di uscire da un’esistenza mediocre, contrassegnata da una
decadenza e una corruzione insostenibili: tenta l’approccio una prima
volta nel salotto della villa, ma ne è impedito dal sopraggiungere della
madre di lei, gelosa di ogni gesto ed atteggiamento dell’amante,
assolutamente ignara della nascente tresca con la propria figlia. Leo,
dopo tanti tentativi, invita Carla a casa sua. Lo stupro avviene e, nel
suo attuarsi così meccanico e impartecipe, lascia la ragazza in una
depressione ancor più tragica e dolente.
Il tradimento di Leo è scoperto da Lisa, amica di
famiglia degli Ardengo, innamorata respinta di Michele, fratello di Carla
e vecchio amore di Leo, contro la quale si rivolge ogni gelosia di
Mariagrazia. Lisa rivela a Michele il nuovo imbroglio amoroso di Leo: il
giovane, soggiogato dall’apatia morale, incline ad una vita fondata più
sui sogni e le fantasticherie, che su un’effettiva partecipazione al
corso degli eventi concreti dell’esistenza, tenta di ribellarsi a questa
assurda novità, affrontando ripetutamente Leo Merumeci fino a tentare di
ucciderlo.
L’attuazione di ogni disegno di Michele viene a
naufragare in quella sua impotenza, che si risolve solo in un sogno di
autenticità e in un desiderio di purezza, privi di qualsiasi valore sul
piano concreto, indicativi – semmai – di un velleitario rifiuto della
finzione e della corruzione in cui, al contrario, gli altri personaggi
sembrano passivamente affondare. Il romanzo si chiude con l’integrazione
di Carla nella vita borghese, culminante nel matrimonio con Leo, con il
rifiuto rassegnato di Michele ed il pieno successo di Merumeci.
L’esile vicenda, schematicamente tracciata, non è
determinante per comprendere appieno gli intenti del primo romanzo
moraviano, impostato quasi esclusivamente sul tratteggio psicologico dei
cinque personaggi e delle loro reazioni in un mondo che sta scivolando
interamente sulla china della più profonda dissoluzione. Proprio seguendo
tali reazioni si potrà giungere al centro della crisi, assunta da Moravia
come segno di decadenza, come prova di un trapasso da un secolo
all’altro, colmo di malessere e di tragica impotenza.
Carla avverte che il vecchio mondo puro e intatto
dell’infanzia è ormai sepolto nella sua anima come una cosa lontana e
intoccabile. Un nuovo atteggiamento occorre per affrontare l’incerta
dimensione del vivere quotidiano, sorretto da valori fittizi, improntato
al più abietto conformismo: in questo intermedio e transitorio momento un
atto di violenza è necessario a rompere le abitudini meschine di una vita
piena di noia e tuttavia le sembra «di recitare una parte falsa e
ridicola». La ragazza resiste a Leo e alle sue profferte interessate per
un senso di vergogna, combattuta tra il desiderio di «rovinare tutto»
– e mettere così fine alla provvisorietà del suo stato di apatia – e
un senso di paura per le conseguenze di quella violenza sconosciuta.
Nonostante ciò, le sembra che questa «avventura familiare»sia il solo
epilogo degno di inaugurare la sua nuova esistenza, una frattura che rompa
e laceri per sempre il vecchio mondo, fatto di immobilità, dominato da
una meschina fatalità, pieno di atti e di gesti ripetuti fino alla
nausea, in cui le stesse parole, i discorsi e le scene di gelosia tra la
madre e Leo appaiono consunti e angosciosi, perché già in anticipo
previsti, già esperimentati nella loro falsità in mille modi e occasioni
diverse.
Nell’identica situazione psicologica – forse con più
netta coscienza e volontà di riscattarsi della sorella – si trova
Michele, anche lui oscillante tra una vanità subdola e falsa e
l’indifferenza, «meschina voragine» in cui sembra al contrario
lasciarsi andare, senza combattere, per un gusto fatalistico di
soccombere.
Michele reagisce, a volte. Sembra che voglia rompere la
crosta della finzione, strappare le maschere a quei volti della sua vita
duri, patetici, inespressivi, denudare i propri istinti. La ribellione,
però, quando avviene, è tiepida e mite, minata nelle sue più intime
intenzioni: la noia, l’indifferenza svuotano ogni azione, anche quella
più vera come l’attentato alla vita di Leo, che Michele sente quanto
mai necessario per ridare un senso alla propria esistenza. Nell’epilogo
della drammatica vicenda, prima di uscire di scena, egli rivela la sua
totale abnegazione: la pistola scarica – un atto mancato – mentre Leo,
impaurito, sovrasta per l’ultima volta la sua debole volontà.
Michele è vero ai nostri occhi nella misura in cui
combatte con una realtà disfatta, quella di Leo, di Mariagrazia e di
Lisa, ossia di un mondo che non fa nulla per riscattarsi dalla propria
corruzione.
Se Lisa, l’amante respinta, che sogna con Michele un
amore puro e romantico, rappresenta un aspetto della decadenza borghese,
Mariagrazia ne incarna il risvolto più triste e patetico. La sua è
veramente la «commedia» di una società che sta perdendo
progressivamente ogni legame con la realtà autentica della vita e si
appunta ai gesti, alle parole, agli atteggiamenti più esteriori ed
insulsi, per salvarsi dal naufragio. Il suo ruolo è quello di chi si
accorge di andare alla deriva, di affondare ogni giorno di più, ma non
accenna ad alcuna reazione per impedire il fallimento. Ella sogna, invece,
soluzioni impossibili, ricchezze e agi come le sole che permettano di
sopravvivere. La paura di Mariagrazia per la povertà è un ribrezzo
atavico, la miseria una condizione marginale del mondo, una colpa per chi
ci vive in mezzo, un indice di mediocrità che ispira timore. Eccitata da
false e ridicole ambizioni, non si accorge del mondo che frana intorno a
lei, dell’ira e del disgusto che provoca nei figli con le sue scenate di
gelosia, delle intenzioni ambigue di Leo, del suo tradimento con la
figlia, delle cadute morali di Michele.
Quello della madre è un personaggio che ritorna con una
certa insistenza nella narrativa moraviana ed è esemplare come modello di
una figura borghese che ha chiusure vaste e intoccabili relativamente ai
pregiudizi di casta. Il carattere di Mariagrazia è indice di una
decadenza disfatta e decrepita, quasi volgare nella sua supponenza di
prestigio, di superiorità legata a doppio filo con l’idea del possesso
materiale e della ricchezza. Per Mariagrazia Leo è il mondo borghese del
decoro sociale, della supremazia dei sentimenti superficiali sulle verità
più genuine: è Leo che conta sopra ogni cosa.
In questa prospettiva Leo ci si presenta come la figura
più negativa del romanzo moraviano, ma che tuttavia ha un suo fascino
interno, una sua funzione narrativa ben precisa nell’economia de Gli
Indifferenti. Leo Merumeci è il punto focale di un quadro immobile, un
personaggio fatalmente soggiogato dalla sensualità, dal gusto sottile
della predominanza, che tiene avvinti a sé – nella vicenda familiare
– i destini dei «suoi» pupazzi, li fa muovere ed agire secondo uno
schema preordinato, pronto ad adattarsi ad ogni situazione con la
furbizia, felice di colpire la propria vittima quando questa gli si
inginocchia ai piedi, conquistata dal suo fascino o vinta dalla sua
perversità.
Egli insidia Carla nello stesso modo subdolo in cui
tenta di impossessarsi della villa Ardengo, con la stessa fatalistica
pervicacia con cui mira al nuovo approccio con Lisa, con la stessa sottile
perfidia con cui abbandona Mariagrazia per una ben più giovane donna.
Quando cerca di sedurre Carla, Leo è cosciente del
dramma intimo della giovane. Ha già subodorato che la ragazza è ormai
preda della sua cupidigia: egli la domina come un perfetto stratega, la
stupra con sagacia libertina che non lascia respiro. Carla è già nella
sua rete. La praticità, l’esperta velocità di esecuzione con cui
agisce inquadrano perfettamente la sua sostanza morale.
Leo ha un solo istinto, un solo impulso per volta, e
quello segue fino in fondo, pienamente convinto della sua scelta,
integrato mirabilmente alla sua vita borghese e ai suoi istituti; sa
discriminare razionalmente tra i sentimenti che gli si presentano alla
coscienza e asseconda ora l’uno ora l’altro in modo impeccabile, senza
interferenze o inibizioni. In Leo si sublimano, quindi, l’ipocrisia, la
falsa coscienza e la convenzionalità, aspetto saliente che Carla e
Michele tentano appunto di rovesciare, anche se con debole convinzione, ma
del quale alla fine restano vittime.
Carla e Michele invidiano Leo, pur disprezzandolo, ma
odio e disprezzo si compenetrano in una forma di amore edipico, che ha
lontane origini in un padre mancante, sconosciuto: Carla lo desidera
inconsciamente, ma solo come illusoria possibilità di riscatto; Michele
lo odia e su di lui tenta un’esercitazione ed una prova della sua debole
volontà. In Leo, infine, il ragazzo cerca un modello comportamentale che
lo scuota e lo tiri fuori dalla sua indifferenza.
L’odio di Michele per Leo è tutto fantasticato,
trasportato dal piano reale a quello dell’immaginazione: gli atti
violenti e il mancato assassinio attestano tutti l’incapacità del
giovane ad odiarlo realmente. Ed insieme all’avversione, Michele prova
per Leo una segreta ammirazione che si traduce, sul piano dell’azione e
della realtà – e rispetto la suo desiderio di un mondo puro e autentico
– in un risibile fallimento.
Le conclusioni del romanzo moraviano stanno ad indicare
proprio la pienezza di questa sconfitta ed il trionfo degli individui come
Leo, di una società in crisi, ma ancora saldamente legata ai suoi
pregiudizi:
«Carla avrebbe sposato Leo… vita in comune, dormire
insieme, mangiare insieme, uscire insieme, viaggi, sofferenze, gioie…
avrebbero avuto una bella casa, un bell’appartamento in un quartiere
elegante della città… qualcheduno entra nel salotto arredato con lusso
e buon gusto, è una signora sua amica, ella le viene incontro… prendono
il tè insieme, poi escono; la sua macchina le aspetta alla porta;
salgono; partono… Ella si sarebbe chiamata signora, signora Merumeci!»…
Michele è avvolto nel suo dubbio, si dibatte
inutilmente tra il desiderio di ribellione e i duri aspetti della vita, le
sue più consistenti ragioni pratiche, infime manifestazioni di una realtà
che egli non può cambiare e che infine accetterà con disgusto, vinto per
sempre. Gli rimane un rimpianto: «… un po’ più di fede-dirà- e
avrei ucciso Leo… ma ora sarei limpido come una goccia d’acqua».
Mariagrazia, infine, «si era travestita da spagnola»
per il ballo in maschera, l’atto finale della «commedia», che vedrà
la madre e la figlia – questa nel suo costume da Pierrot bianco –
recitare le ultime battute, unite entrambe nella finzione e destinate a
riprendere il gioco delle parti, senza fine.