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"La Storia" di Elsa Morante

Concepito e scritto in tre anni, dal 1971 al 1973, La Storia, il più celebre e discusso tra i romanzi di Elsa Morante, viene pubblicato nel giugno del 1974, suscitando, fin dal suo primo apparire, calorosi consensi, ma anche vivaci reazioni polemiche.

Quest’opera letteraria non si presenta come i comuni romanzi storici dell’Ottocento, ma contiene dei fogli in carattere tipografico minuto, in cui è narrata – con grande scrupolo documentario – la vera storia anno per anno, dal 1900 al 1967.

Romanzo strettamente legato alle vicende della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra (dal 1900 al 1947), La Storia narra le tragiche vicende di Useppe, nato dalla violenza che la madre, Ida Ramundo, maestra elementare vedova ed ebrea, ha subito da un giovane militare tedesco, un ragazzaccio incosciente – e al tempo stesso spaventato e melanconico – alla ricerca di una donna che lo consoli della sua triste condizione di soldato. Cresciuto gracile e minuto tra gli stenti e la fame di una Roma occupata, Useppe muore, stroncato da una grave forma di epilessia (“Il Grande Male”) e Ida, piccola donna mite e indifesa, impazzisce dal dolore, non riuscendo ad impedire la morte prematura del figlioletto.

Dal suo precedente matrimonio con il siciliano Alfio, Ida ha avuto un figlio unico, Nino, che, esuberante e ribelle, abbandonati gli studi liceali, dapprima militante nelle squadriglie fasciste, poi partigiano e in seguito borsaro nero, morirà in un incidente con il suo camion carico di merci di contrabbando, mentre è inseguito dalla polizia.

Ugualmente drammatiche sono le vicende di un altro personaggio (portavoce delle idee politiche della Morante): il sedicente Carlo Vivaldi – il cui vero nome è Davide Segre – giovane studente ebreo di Mantova, anarchico nonviolento, il quale, scampato miracolosamente alla deportazione e costretto dagli eventi a partecipare attivamente alla lotta partigiana, morirà infine vittima della droga.

L’ideologia di questo libro è palesata esplicitamente dal titolo e dalla copertina[1]: la Storia, infatti, è concepita come “uno scandalo che dura da diecimila anni”. La Morante non l’ignora più come nei romanzi precedenti, ma l’affronta direttamente per denunciare a gran voce i suoi misfatti, manifestando – in pari tempo – il proprio atteggiamento di rifiuto verso di essa. È una Storia cieca e immutabile, che non si svolge secondo una legge superiore di progresso né tanto meno secondo un piano provvidenziale, ma si sostanzia di gravi ingiustizie, odiose prevaricazioni e follie omicide, destinate a travolgere i più deboli e gli indifesi.[2]

Poiché la Storia è il male, il bene si potrà attingere soltanto andando in direzione contraria, cioè riscoprendo e assecondando quegli istinti naturali e primordiali sepolti e repressi dentro di noi per obbedire al governo sempre più dispotico dei potenti. La riscoperta – in questa prospettiva- dell’elemento “barbarico” e “primitivo” è uno dei temi più fecondi e ricorrenti nella narrativa morantiana.

I protagonisti del romanzo sono attorniati da alcuni personaggi minori, tratteggiati per lo più bozzettisticamente: gli sfollati (“i Mille”), folla popolare eterogenea rappresentata nelle traversie della guerra – tra cui spiccano Carulì, ragazza-madre delle gemelline Rosa e Celeste e il comunista Giuseppe Cucchiarelli – gli ebrei del ghetto (la levatrice Ezechiele, la famiglia Di Segni), Pietro Scimò, corrigendo evaso dal riformatorio, la famiglia Marrocco, per tutti i quali la scrittrice dimostra una simpatia viscerale, anche quando essi non sono immuni da vizi e bassezze.[3]

Come ha ben visto Carlo Sgorlon, l’esaltazione degli umili, tutti istinto e naturalezza, trova il suo archetipo più efficace in Ida Ramundo: questa mater dolorosa dall’aspetto dimesso e invecchiata prima del tempo, “pare una vittima predestinata per la sua totale mansuetudine, la rassegnazione, l’insignificanza sociale, la rinunzia a chiedere alla vita qualsiasi cosa per sé. Ida soffre tutti i dolori senza averne alcun compenso. Non ha mete da raggiungere che non siano la sopravvivenza e la difesa dei suoi figli”. Sentimento predominante in lei è la paura – caratteristica tipica dell’ebreo perseguitato – ma è anche e soprattutto la paura dell’essere indifeso, di chi sta sempre in allarme e teme i colpi sinistri del destino; dell’animale braccato nel timore di un pericolo improvviso.[4] Per quest’umile maestrina il potere è un insieme assurdo e incomprensibile di enti, da cui non ci si può aspettare altro che essere avversati. Ella non si sente a suo agio se non nelle istituzioni più elementari della società: la famiglia perché fondata su istituti naturali, e la scuola perché si presenta soprattutto come un insieme di “bambinelli straccioni e mocciosi da amare come figli”. (C. SGORLON). Non comprende appieno il mondo dei grandi, perché è rimasta nel fondo una bambina come quei “Felici Pochi”, celebrati dalla Morante nel Mondo salvato dai ragazzini. Il ruolo in cui Ida si riconosce maggiormente è quello di madre ed ogni suo gesto ha i figli come meta finale. Dopo la morte di Nino, la donna vive solo spinta dalla necessità di provvedere ad Useppe, ma quando anche costui sarà morto, la sua personalità viene meno destinata a soccombere di fronte al male della Storia.

Agli orrori della guerra, simbolo di devastazione e di morte, si contrappone la voglia di vivere che anima i due personaggi più riusciti del romanzo: Nino e Useppe.

Come ha magistralmente notato Carlo Sgorlon, “la sapienza di tocco psicologico della Morante” fa di Nino “un campione vivacissimo e stracarico di simpatia, della gioia di vivere. Tutte le caratteristiche negative del ragazzo (la tendenza al ricatto e alla tirannia, la mutevolezza, l’incoscienza arrischiata e precipitosa, la tentazione irresistibile di vantarsi) vengono trasfigurate dalla simpatia travolgente che promana da lui. La sua adolescenza pare assistita da una grazia prepotente e quasi misteriosa. La vitalità in lui ribollisce e straripa. Né la casa né la scuola riescono a contenerlo. È fatto per la novità e per l’avventura e si butta a capofitto in ogni cosa, nella conquista di Roma come nell’amore, nell’avventura partigiana come nel contrabbando. Tra lui e Useppe c’è un amore incontenibile, pur essendo tanto diversi: ciò che li accomuna è l’amore per la vita. Nino è saturo di sogni spavaldi […] La guerra è per lui un gioco rumoroso e teatrale al quale non vede l’ora di partecipare, convinto che sia scritto nelle stelle che nulla di male gli potrà accadere”. […] [5]

Useppe, invece, assomiglia molto da vicino agli “idioti” di Dostoevskij, poiché assomma in sé un misto di intuizione, simpatia e bontà. Manifesta il proprio desiderio di vivere prima ancora di venire alla luce, mentre si rigira discretamente nel grembo materno. Nasce con gli occhi ben aperti sul mondo. Tutto lo interessa, tutto lo appassiona. Ogni aspetto del reale suscita in lui uno straordinario fervore e un’entusiastica partecipazione. Ama la realtà e la vita nella loro totalità indifferenziata. Dovunque si trovi gli pare di essere in un paradiso terrestre. Vive in una mistica simbiosi con la natura e gli animali. Qualsiasi parola o frase che il bimbo pronuncia possiede una poeticità elementare che nasce da un’intuizione magica dell’esistenza. Useppe è un mistico inconsapevole, un minuscolo profeta rivelatore della divinità occulta della natura e della bellezza enigmatica dell’esistenza.

La Morante s’intenerisce e si rivela vera donna quando affronta il tema della maternità, che ella considera come uno dei momenti più arcani e divini della natura. Grande spazio è dedicato alla fisiologia della gravidanza e del parto di Ida, nonché alle implicazioni psicologiche che questi due momenti comportano. Segue poi con affetto e grande sensibilità le tappe dello sviluppo e della crescita del bambino, accompagnandolo, con la premura ed il calore di una madre, nella straordinaria scoperta del mondo e storpiandone infantilmente il linguaggio. La pagina scritta inevitabilmente ne guadagna e s’innalza verso la poesia più sublime quando la scrittrice intona le ninne nanne e le filastrocche più suggestive.

Assai effcacemente è tratteggiato anche il rapporto madre-figlio. La mitezza di Ida si trasforma in istinto di difesa quando è in pericolo l’esistenza di Useppe. Non appena questi nasce, subito si avverte il profondo legame di sangue che lega l’uno all’altra: “Nulla potrà mai separarci”. Per amore del suo pargoletto, Ida affronta con intrepido coraggio la lotta quotidiana contro la fame e la miseria, divenendo persino una ladra, pur di garantirgli la sopravvivenza. Solo dopo la morte del piccolo e quando la furia assassina della Storia ha dissolto nella donna ogni speranza, rendendole vana la vita, la sua personalità si sgretola ed ella precipita in una palude di quieta follia. I nove lunghissimi anni in cui Ida Ramundo sopravvive alla scomparsa del figlioletto durano per lei “l’attimo di una pulsazione”. E la promessa di sangue che ella ha stabilito all’inizio con lui trova il suo compimento.[6]

La vicenda narrata è ambientata a Roma – nei quartieri popolari e piccolo-borghesi– ed in periferia, nel sobborgo di Pietralata, dove la popolazione sinistrata trova rifugio per sottrarsi ai bombardamenti. Due epigrafi, tratte dagli scritti di un sopravvissuto di Hiroshima e dal Vangelo di Luca, precedono il romanzo, prefigurando sia lo spirito di protesta che anima il libro, sia l’esaltazione degli umili, ai quali è dato di vedere più che ai potenti. La dedica Por el analfabeto a quien escribo[7] è indicativa della volontà dell’autrice di rivolgersi ad un pubblico vasto, in rapporto al fine didattico e dimostrativo propostosi. Ne deriva la scelta di un linguaggio semplice, che attinge largamente all’uso parlato – spesso con colorite espressioni dialettali - [8] accessibile anche ai meno colti.

Nel quadro letterario italiano la pubblicazione di questo libro segna una ripresa del romanzo storico del Novecento, dopo l’esempio lontano di Riccardo Bacchelli[9] e quello più recente di Giuseppe Tomasi di Lampedusa[10], ma nella linea di una narrativa popolare.

Non appena pubblicato, il grosso volume, proposto per volontà della scrittrice in edizione economica, riscosse un grande successo popolare, ma in pari tempo determinò un’accesa polemica nella critica, divisa tra gli entusiasti (Natalia Ginzburg[11]), i polemici (Italo Calvino) e gli ostili (Enzo Siciliano). Questi denigravano il romanzo, spinti da ragioni ideologiche oltre che da riserve sull’esuberanza narrativa, sulla disuguaglianza degli esiti artistici, sulla pervasiva vena populista.[12] Tuttavia non si possono negare, quali meriti straordinari,  quell’impeto di vita, quel rispetto per l’uomo e quella pietas cristiana verso gli umili, gli sconfitti, gli ultimi, che costituiscono terreno assai fertile alla “poesia” di Elsa Morante.

                       BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Elsa Morante, La Storia, Torino 1986 (ristampa).

Elsa Morante, Opere, II, Milano 1990

A. A. V. V., Per Elsa Morante, Milano 1993.

Graziella Bernabò, Come leggere La Storia di Elsa Morante, Milano 1991.

Camillo Bria, Elsa Morante, Roma 1977.

Cesare Garboli, Il gioco segreto. Nove immagini di Elsa Morante, Milano 1995.

Natalia Ginzburg, I personaggi di Elsa, ne “Il Corriere della Sera” del 27/7/1974.

Francesca Sanvitale, La lingua nuda nella Storia di Elsa Morante, ne “L’Unità” del 25/11/1995

Carlo Sgorlon, Invito alla lettura di Elsa Morante, Milano 1988 (seconda edizione).

Cfr. inoltre De Caprio-Giovanardi, I testi della letteratura italiana. Il Novecento, Torino 1994.

[1] Cfr. Elsa Morante, La Storia, Einaudi-Gli Struzzi, Torino 1986 (ristampa).
[2] A proposito dello scandalo della Storia e del rifiuto opposto ad essa cfr. quanto afferma C. Sgorlon in Invito alla lettura di Elsa Morante, Milano 1988 (seconda edizione), p. 97: “La Morante, più che mai arroccata su posizioni anarchiche, la rifiuta [naturalmente la Storia] nella sua totalità, ossia da quando l’uomo ha cominciato a vivere in maniera organizzata ed ha creato strutture di potere. Tutta la storia, infatti, secondo la scrittrice si risolve in una continua, odiosa prevaricazione dei potenti a danno dei poveri, i deboli e gli indifesi. Secondo Davide Segre[alter ego della Morante] la storia è tutta fascista, perché si risolve in una serie interminabile di oppressioni. Perciò per lui l’unica vera rivoluzione sarà solo quella anarchica, che eliminerà l’infezione millenaria del potere e creerà l’uguaglianza definitiva tra gli uomini. Neppure la rivoluzione socialista, infatti, ha cambiato veramente le cose, perché non ha fatto [altro] che trasferire il potere dai privati allo stato, che è divenuto a sua volta uno strumento di ingiustizie e di prepotenze”.  
[3] Cfr. il personaggio di Santina, la prostituta uccisa dal suo sfruttatore.
[4] Cfr. a questo proposito la tendenza della Morante ad applicare ai suoi personaggi paragoni tratti dal mondo animale. Ciò accade non perché la scrittrice voglia animalizzare gli uomini, ma al contrario nell’intento di umanizzare gli animali, dei quali tra l’altro interpreta anche i sogni, i “pensieri” e gli atteggiamenti. Elsa Morante in questo romanzo dimostra di amare la vita più che mai in tutte le sue manifestazioni, seguendo con calore materno la crescita delle sue creature fino alla loro morte, animali inclusi. 
[5] Cfr. C. Sgorlon, Invito alla lettura di Elsa Morante cit.
[6] Sul personaggio di Useppe e sul rapporto madre-figlio cfr. l’interessantissimo intervento di F. Ramondino, Useppe e sua madre, contenuto in A. A. V. V., Per Elsa Morante, Milano 1993, pp. 185- 198.
[7] Questa citazione è tratta dagli scritti di Cesare Vallejo.
[8] Cfr. in proposito le interessanti osservazioni di Francesca Sanvitale, La lingua nuda nella Storia di Elsa Morante, “L’Unità” 25 novembre 1995.
[9] R. Bacchelli, Il mulino del Po
[10] G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo

[11] Cfr. N. Ginzburg, I personaggi di Elsa, “Il Corriere della Sera”, 27 luglio 1974.

[12] Francesca Sanvitale in La lingua nuda nella Storia di Elsa Morante cit. dice che la Morante credeva nella “grandiosità fatale della parola e del narrare”. “La parola portava alla luce la Storia, i sentimenti, gli orrori, le devastazioni, le illuminazioni, gli individui con i loro caratteri di cuori diversi in una lotta senza fine tra il male e il bene, che rifuggiva da una giansenistica distribuzione della grazia. […] Si è detto che La Storia è un romanzo volutamente popolare, populista anzi, tradimento di ogni premessa letteraria per la ricerca di una bassa comunicazione. Trovava un pubblico, ma tradiva l’espressività. Il rifiuto della “letteratura”, che appariva un tradimento, conteneva qualche cosa di molto nuovo, di eversivo, l’indicazione di un pensiero maturo con cui fare questo. La lingua nuda cercò questo, lasciandosi alle spalle il ben confezionato “stile” dei romanzi precedenti. La lingua nuda, che non doveva tradire mai occhi, precisione e cuore. Una specie di iperrealismo, ma con qualcosa di ottocentesco che blocca, eleva la pagina, che corre nel suo ritmo da corale verso il dopo, come corre la parola più umile in una narrazione a viva voce”.
 

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