La casa del gelso
L’infanzia è la stagione della vita
che rimane per sempre nei luoghi mentali.
Le voci dell’infanzia, le atmosfere,
i luoghi, i volti, restano sempre dentro di noi e occupano un posto
importante negli spazi del cuore. E basta talvolta un oggetto, un
cenno, un dettaglio per riattivare emozioni sopite.
La nostra infanzia, una famiglia
numerosa, un nido caldo di nove figli tra fratelli e sorelle – dove
vivemmo insieme ritualità festose, talvolta chiassose. Si
aggiungevano spesso presenze parentali e la famiglia diventava veramente
grande.
La cugina Filomena, una nubile sveglia
di mente, con una attenzione un po’ eccessiva alla vita degli altri, che
aveva arguzia e capacità di giudizio. E voleva bene a noi, bambini
di varie età.
Era lei che durante l’anno, per
decomprimere le tensioni di certe vivacità, ci prometteva una occasione
allettante…”la raccolta dei gelsi” e otteneva, in cambio, la nostra
bontà.
La promessa veniva ripetuta infinite
volte nell’anno e sempre riportava in noi effetti sedativi.
E, finalmente, il grande avvenimento.
Una mattina d’estate, l’allegra brigata dei bambini della famiglia
partiva verso la… terra promessa.
Alcuni su una carretta e altri in
bicicletta, si dirigevano verso le campagne di Monte S. Biagio dove
Filomena aveva parenti che accoglievano – lei e tutti – con gentile
ospitalità.
Un casolare rustico, sobrio, senza
concessioni estetiche – lo scalone esterno e la facciata di pietre
scurite dagli anni – che esprimeva laboriosità e dignità come nella
società Contadina di quei tempi.
Accanto alla casa torreggiava una
pianta gigantesca, un albero di gelsi. Noi bambini, appena arrivati,
a saltellare vocianti sulla vasta aia ed a sbirciare, famelici, l’albero
e I gelsi.
Filomena, autorevole, vigilava su noi
per contenere probabili intemperanze. I padroni della casa, mai
contrariati dalla rumorosa irruzione, armeggiavano e si organizzavano in
fretta per… la raccolta dei gelsi, un rito divertente, vissuto tra
attese e chiasso.
Attentamente tiravano fuori – da un
fienile – un largo telo, forse un vecchio lenzuolo dal colore ormai
impreciso. E a ciascuno dei piccoli veniva imposto un ruolo, ovvero
collaborare al mantenimento dei lembi del telo, perchè questo si
disponesse ben teso sotto l’albero.
Un vecchietto della casa aveva il
compito del… battitore, quasi un eroe per noi, quando si arrampicava –
con gesti felini – fin sulla cima del grande albero, accrescendo
aspettative ed allegria. E il momento più atteso… la battitura.
Il vecchio mite, dopo attenta osservazione, poneva il piede su un
ramo, e noi a guardare in alto con stupore, in attesa della manna.
Gli adulti intanto, tutti intorno, a dare ordini su strategiche posizioni
del telone, volenterosamente disteso dalle mani dei bambini. Per
questo, quando il vecchio dall’alto tuonava… <Ve`rs..gliu…pu`zz..!>
noi a strattonare scompostamente il telo nella direzione del pozzo.
Infine, dopo un urlo da foresta, il
piede del battitore pigiava con violenza sul ramo prescelto: ed ecco un
pioggia di gelsi abbattersi sulle nostre teste, inondando il telo, i visi,
i capelli, i vestiti.
Allegria enorme si sprigionava
sull’aia, tra voci felici, piccoli strilli, grandi risate. E i
bambini, resi ancora più elettrici dalla pioggia inconsueta e dimentichi
del ruolo assunto, tutti a dimenarsi – con pericolo della stabilità del
telo – per afferrare, spiluccare, divorare… gelsi.
Filomena interveniva sveltamente per
censurare gli eccessi di euforia ed intanto collaborava con gli adulti per
racchiudere nell’ampio telo la cascata di gelsi, stipata infine in cesti
o panieri.
Ed era festa grande.
Qualche anno dopo: la Guerra… lo
sfollamento.
E quei bambini, ormai adolescenti,
senza gaiezza si avviavano un giorno, al tramonto, verso un località per
loro lontana e sconosciuta, nelle campagne di Monte S. Biagio.
Un mesto corteo familiare: avanti
andava un carretto che dava priorità a preziose riserve alimentari e
carabattole varie, materassi, biancheria, utensili. Seguivano a
piedi, i due genitori con il piccolo esercito di figli di ogni età…
tutti con una “mappata” in mano, in cui ciascuno aveva racchiuso le
sue piccole cose più importanti. Faceva la scorta lo Zio
Giambattista – fratello di mamma e padre di Filomena – conoscitore
della località e amico della casa dello sfollamento, nella contrada “La
Vecchia”.
Ci accompagnava in bicicletta e si
attardava pedalando lentamente accanto a noi, senza parole, fischiettando
in sordina, ininterrottamente, con monotonia. Il gruppo andava,
senza allegria, verso l’ignoto.
Una strada stretta e polverosa che
girava sotto il monte – ai piedi del Santuario della Rocca – fino ad
un punto in cui bisognava deviare per addentrarsi in una valle.
Ma prima di girare – sull’incrocio
Quattro Strade – a distanza ci apparve inaspettatamente… la casa del
gelso.
Era in lontananza, solitaria, le
finestre serrate, probabilmente deserta.
Fu come incontrare insperatamente un
amico in un momento difficile… rallentammo… sostammo… osservammo…
più volte con lo sguardo tornammo indietro,… ancora a guardare o forse
a cercare voci allegre scomparse.
Ad un tratto, il vecchio gelso prese
ad agitar le foglie, quasi in segno di riconoscimento o di
incoraggiamento.
E noi, verso la valle… con meno
paure.
Fulvia di Sarra