Vestivamo all’americana
Allora tornammo nelle case e non le
riconoscemmo… ci erano ormai estranee. E facemmo fatica a
ritrovarci nelle stanze senza pareti e senza luci, dai soffitti
frantumati, spesso con finestre o porte divelte. Senza acqua, senza
elettricità, senza mobili, senza niente. Dappertutto macerie e
disperazione…
Ma ognuno fece ricorso a volontà e
creatività per cui si ebbe un generale fermento di idée e di iniziative,
una gran voglia di sacrifici, per poter sopravvivere o riprendere a
vivere.
Grandi e piccoli tutti insieme decisi
alla ripresa. Tutti a rimuovere le proprie macerie, a fare ordine e
progetti, a frugare tra pietre e ricordi.
Nella nostra casa…ci mettemmo a
scherzare con cartoni i vuoti delle porte e delle finestre per assicurare
un minimo di riservatezza o tentare una inutile difesa dal freddo.
Eravamo allora giovani e cercavamo poi
tra le macerie, tra detriti e polvere, i libri di scuola inghiottiti dalla
guerra. Nella casa senza porte, tra i cartoni, la sera arrivava
minacciosa mentre un buio fitto invadeva cupamente il paese.
Ma si doveva pur studiare per cui in
famiglia fu costruito un lume ingegnoso…un barattolo di vetro sulla cui
imboccatura stava un disco di sughero, perforato centralmente da un
tubicino di metallo. Nel barattolo si metteva il petrolio e nel
tubicino si introduceva un piccolo cordone di cotone o di spago che
pescava nel liquido e lentamente bruciava.
Una fiammella incerta, tra volute di
fuliggine, si levava dal barattolo continuamente spostato intorno ai libri
per fugare l’oscurità.
L'indomani, alla luce del giorno, si
potevano facilmente rilevare le tracce di un piccolo scempio notturno…il
naso tutto nero dalla fuliggine del petrolio, le narici incatramate e
tatuaggi sul volto per i gesti involontari durante lo studio.
Mancavano allora anche i vestiti, con
difficoltà serie per tutti. E giunse, come manna celeste, la
pubblica distribuzione di indumenti – talvolta anche usati – donati
dall’America per le necessità della popolazione appena uscita dalla
Guerra.
Presso gli uffici comunali avveniva
l’assegnazione del vestiario, provvidenziale allora per i cittadini,
tutti in un bisogno estremo.
E indossammo, con pudica vanità,
ingenui esemplari di eleganza…smisurate casacche dai colori sgargianti,
pellicce finte o vere, vecchie e nuove, giacche e cappotti di lana,
vestiti dai lustrini holliwoodiani, camicie e cravatte d’oltre Oceano…
Spesso invidiati per la fortuna o piuttosto per la grazia ricevuta da un
conoscente addetto all’assegnazione.
Tutti vestivamo all’americana e, con
vestiti talvolta patetici, sognammo l’America.
Non esistevano neppure le scarpe…dopo
che avevamo consumato l’unico paio che la sobrietà dell’epoca
concedeva.
E nel periodo cruciale, nei vari punti
dello sfollamento, la fantasia di molti si impegnò nel costruire
calzature di fortuna, “ciocie” approssimative, arrangiate con vecchie
suole s spezzoni di gomma. E si costrinse il piede a difficili
convivenze tra i ciottoli di campagne e montagne sconosciute.
In seguito, a causa della penosa
disgregazione delle Forze Armate italiane e successivamente all’arrivo
degli Americani, fu possibile trovare “a borsa nera” qualche paio di
scarpe militari che non si esito` ad adottare – maschi e femmine – per
poter finalmente andare, anche se…a passo marziale.
Mancava completamente il denaro e
qualsiasi velleità estetica; ma le donne dettero mano a ferri ed
uncinetti – tra disfare e rifare – per comporre vivacemente maglie,
sciarpe, calzerotti e perfino sandali dalla tomaia di stoffa o di filato e
dalla suola di sughero.
La creatività femminile sosteneva
solidamente l’economia domestica.
I vestiti un tempo si facevano in
casa, sempre pochi e piuttosto eterni poichè si usava anche rivoltarli
per rinnovarne l’aspetto e aumentarne la durata.
E la gerarchia familiare richiedeva
pure che gli indumenti si trasmettessero dall’uno all’altro, tra
fratelli e tra sorelle, fino a quando le misure diventavano impossibili a
causa dell’età. I figli ultimi di una lunga serie – allora
esisteva la famiglia numerosa – finivano quindi sempre per ereditare e
riciclare passati indumenti familiari senza quasi mai… il diritto al
nuovo.
La Guerra venne poi ad azzerare
desideri e speranze e rese la vita molto dura a tutti.
Ma forse la felicità passa attraverso
la sofferenza e allora imparammo ad apprezzare le piccole cose, ad
accontentarci di poco, ad accettare sacrifici e difficoltà, ad impegnarci
per superare ostacoli.
E noi, ragazzi di quella generazione,
con una buffa gabbana Americana, vistosi calzettoni casalinghi di lana
e…scarpe militari – in un giorno del dopoguerra – varcammo il
cancello dell’Università.
Piccoli guerrieri, alla conquista
difficile del domani o della vita.
Fulvia di Sarra