1534 a. D.: Giulia, Barbarossa e gli Ottomani
Dopo i Saraceni, gli Arabo-Berberi, a scontrarsi con la
Cristianità furono i Turchi che, guidati dalla dinastia ottomana, dovevano
conquistare Costantinopoli, facendone la capitale del secondo impero
islamico dopo quello di Baghdad. Un mondo estremamente complesso, quello
ottomano, perché, unificato dalla versione turca della comune cultura
islamica, era composto da genti di tutto il Mediterraneo, al servizio del
sultano d'Istanbul. Malgrado fossero la maggiore potenza islamica, gli
Ottomani non avevano risposto all'appello dei musulmani di Spagna, che la
Riconquista dei sovrani cattolici stava eliminando. Ma un risultato vi fu,
perché la guerra sul mare si spostò nel Mediterraneo occidentale e a lungo
l'Impero asburgico e quello ottomano lottarono per la conquista delle
coste africane.
E' in questa situazione che si svilupparono pirateria e guerra corsara.
Pirati sono i briganti del mare, fuorilegge che agiscono solo per il
proprio tornaconto, mentre i corsari, pur agendo anch'essi al fine di
arricchirsi, vengono autorizzati da uno Stato, il quale svolge attività
guerresca anche con questo mezzo. E all'inizio del XVI secolo vi furono i
primi, inattesi attacchi lungo le coste laziali, e subito troviamo la più
grande figura della marineria ottomana: Khayr ed-Din detto Barbarossa
(1466 circa-1546).
Khizir, il futuro Barbarossa, nacque a Metellino da Yaqub, un cavaliere
dell'esercito ottomano originario di Vardar Yenigesi, e dalla greca
Catalina. Il suo primo nome, Khizir, è la pronuncia turca dell'arabo
al-Khidr, nome attribuito al misterioso compagno di Mosè del quale ci
parla il Corano (XVIII, 60-82).
Il giovane Khizir raggiunse il fratello maggiore Arug e, dal Maghreb, il
nord Africa, esercitò l'attività corsara anche dopo la morte del fratello
nel 1518. Si trovò inoltre, con alterne vicende, a combattere contro
governanti islamici maghrebini, contro gli Spagnoli, e a reprimere rivolte
di prigionieri-schiavi cristiani.
Ormai Khizir era conosciuto con il nome onorifico che aveva assunto, Khayr
ed-Din (la Prosperità della Religione), deformato in Ariadeno dai
cristiani, i quali gli avevano anche dato il sopannome di Barbarossa,
derivante, come dicevano gli storici contemporanei, proprio dal colore
della sua barba, oppure dalla deformazione di Baba Arug (baba vuol dire
"padre"), soprannome con il quale era noto il fratello.
Esteso il suo potere da Algeri fino a Tlemcen, nel 1533 agì da
intermediario per le trattative tra il re di Francia Francesco I e il
sultano ottomano Solimano il Magnifico, ossia Sulayman I Qanuni (il
Legislatore), e venne inoltre nominato beylerbeyi del mare, ossia
ammiraglio della flotta ottomana.
E' nel 1534 che doveva giungere a Fondi, in realtà incaricato di
impadronirsi di Tunisi, risolvendo i contrasti in seno alla famiglia
regnante. Così secondo gli storici ottomani con 61 navi appena varate, 18
di sua proprietà e 5 di altri corsari, secondo Paolo Giovio (1483-1552)
con 80 triremi e alquante biremi, salpò dalla capitale imperiale
Costantinopoli/Istanbul, per un grande raid che doveva portarlo
dall'Italia all'Africa.
Paolo Giovio afferma che la flotta di Barbarossa saccheggiò San Lucido,
prendendo molti prigionieri, poi saccheggiò anche Cetraro, abbandonata
dagli abitanti in fuga, bruciando le galee in costruzione per rafforzare
la flotta papale. Napoli fu solo minacciata, terrorizzando tanto gli
abitanti che, se attaccati, non avrebbero saputo difendersi. Venne
conquisata anche la fortezza di Procida, dove i pochi difensori, che si
erano subito arresi, fidando nella parola di Barbarossa, vennero lasciati
liberi. Rinunciò anche a prendere Gaeta, che sarebbe stata una facile
preda, perché vi erano pochissimi difensori, ma occupò Sperlonga facendo
1200 prigionieri, in gran parte donne, vecchi e bambini. A Pellegrino, fra
i cittadini più ricchi, che si era rifugiato nella rocca, intimò la resa,
promettendo di risparmiarlo, e infatti lo lasciò libero, permettendogli
inoltre di portare con se moglie, figli e nipoti. Questi atti di clemenza
sono previsti dalla legge islamica, perché ogni musulmano può concedere l'amàn,
la protezione, a un nemico che si arrende chiedendo di essere salvato.
Da Sperlonga, a piedi, 2000 ottomani, guidati da gente del posto catturata
in precedenti spedizioni e convertita all'Islam, andarono, nella stessa
notte, a Fondi conquistandola, e "l'imbelle pretore", che Giovio nella sua
prosa latina chiama Stecatius, speventato e dietro la promessa di essere
lasciato libero insieme a due persone di sua scelta, consegnò la rocca
dove si era rifugiato con molte donne. Fondi venne saccheggiata e perfino
i sepolcri di famiglia dei Colonna vennero distrutti.
La contessa Giulia Gonzaga, seminuda, fu posta su un cavallo, riuscendo a
mettersi in salvo verso i monti. Poi gli Ottomani andarono a saccheggiare
Terracina, anch'essa abbandonata dagli abitanti fuggiti, giungendo infine
alla foce del Tevere, dove si rifornirono d'acqua.
I Romani erano tanto terrorizzati che sarebbero scappati tutti,
abbandonando la città, se Ostia fosse stata assalita, come era avvenuto
nel IX secolo. Intanto Barbarossa si era finalmente diretto verso la sua
meta principale, ossia Tunisi, che venne conquistata e posta sotto la
protezione ottomana.
Vi è però un testo, scoperto e publicato da Luigi Muccitelli, nel quale il
vicerè di Napoli il 30 settembre 1534, nella sua relazione degli
avvenimenti per Carlo V, tenta di minimizzare l'accaduto, anche se la
verità risalta ugualmente. Il vicerè afferma che era stato previsto
l'attacco della flotta ottomana e, malgrado il territorio da controllare
fosse molto esteso, i punti fortificati erano ben difesi dalle fanterie,
mentre le donne i bambini erano stati portati nell'entroterra, in luoghi
sicuri. Santo Nocito era stato conquistato perché la popolazione
spaventata non si difese, ugualmente Cetraro dove tutti erano fuggiti. A
Sperlonga e a Fondi sarebbero bastati cento uomini per fermar gli invaspro,
come era stato fatto in altri luoghi dove gli Ottomani avevano rinunciato
a sbarcare. Ma Fondi venne conquistata perché il sindaco, spaventato, la
consegnò agli Ottomani.
Perciò possiamo dire che differenze sostanziali fra Giovio e il vicerè non
vi sono, a parte la menzione di Santo Nocito o San Lucido. Ma il vicerè
minimizza l'accaduto, sorvola sulla conquista di Sperlonga, anche se dalle
sue parole si capisce che, per la mancata difesa, in quella zona, gli
attaccanti non sono stati fermati, e getta tutte le colpe sulla paura di
chi doveva difendersi e non lo ha fatto. Certo è vero che, se gli
attaccanti avessero trovato una formazione di fanteria in buon ordine di
battaglia, difficilmente sarebbero riusciti a completare le operazioni di
sbarco.
Anche Giovio aveva fatto notare gli stessi effetti terrorizzanti, per gli
abitanti, di quella spedizione, e a questo terrore contribuiva la "guerra
psicologica" svolta dalle "quinte colonne", gli abitanti dei luoghi
attaccati, convertiti all'Islam, inviati per convincere la gente che solo
nella fuga potevano trovare scampo.
Un altro documento, scoperto e riassunto da Benedetto Nicolini, ripreso
poi da don Mario Forte, contiene la relazione dei cittadini di Fondi e
Sperlonga, del 18 dicembre 1534, in base alla quale il vicerè doveva
esonerarli dal pagare le tasse.
Interessi contrastanti, dunque, nei due documenti: in quello del vicerè
l'interesse a dimostrare che tutte le difese necessarie erano state
approntate, e le eventuali colpe erano di altri. Dall'altra l'interesse
dei cittadini depredati, che vogliono dimostrare di aver avuto tanti danni
da non dover pagare le tasse. I due interessi portavano a minimizzare e ad
ampliare, tenendo anche conto che il vicerè compì la sua relazione in
settembre, promettendo una successiva, ampia relazione, e quella prima
nota era stata, certamente, realizzata sulla base di altre relazioni,
fatte dai diretti responsabili della difesa. Invece il documento dei
cittadini delle due città interessate venne preparato solo a dicembre.
Nella relazione dei cittadini di Fondi e Sperlonga, del quale il riassunto
di don Mario Forte si può leggere su questo sito, si può notare che non vi
fu nessun tentativo di opporsi nel momento, critico per gli Ottomani,
dello sbarco, effettuato all'alba dell'8 agosto 1534. Tutti si rifugiarono
nel castello di Sperlonga, giurando di voler morire piuttosto che cadere
in mano a quei "cani", ma dovettero arrendersi e la città fu sacheggiata.
Due esploratori, da Fondi, vennero inviatì per raccogliere notizie, mentre
due giovanii, accompagnati da una spia turca, giungevano da Gaeta per
avvertire la contessa Giulia Gonzaga di porsi in salvo. Giulia subito
partì con loro così com'era, scalza e con i capelli sciolti,
I due esploratori, tornati, riferirono che 6000 turchi avanzavano verso la
città, allora tutti, con le loro ricchezze e gli arredi sacri, si
rifugiarono, come a Sperlonga, nel castello. Il 9 agosto verso le 11 di
mattina giunsero a Fondi gli ottomani, che entrarono in città e
assediarono il castello, penetrando nelle sale in basso e depredandole dei
beni lì ammassati.
Vi furono trattative tra gli ottomani e il "viceconte" (probabilmente lo
Stecatius di Giovio), che si arrese in cambio della libertà per lui e due
persone di sua scelta. I pochi che continuarono la resistenza nel mastio
del castello, furono quasi tutti uccisi o catturati. Il manoscritto ci
fornisce un elenco dettagliato dei danni subiti e dei tesori tolti alle
chiese.
Vennero rubati anche i beni della contessa Giulia Gonzaga e nacque su di
lei, fin dall'inizio, la storia di Barbarossa che avrebbe voluto rapirla
per donarla al harem di Solimano il Magnifico. Paolo Giovio, uno storico
che appare sempre molto informato sugli Ottomani, dice che Barbarosssa,
quando in seguito veniva interrogato su questa vicenda, non negò mai il
tentato rapimento: evidentemente neppure lo ammise. Ci sembra di vedere il
vecchio Barbarossa ridere sotto la sua folta barba (rossa o di altri
colori), divertendosi a prendere in giro chi lo interrogava, sapendo che
anche noi, i posteri, saremmo rimasti incuriositi e delusi.
Nicolini, nel presentare la relazione dei cittadini di Sperlonga e Fondi,
nega decisamente la possibilità del tentato ratto, perché nello stesso
documento non si accenna a questo. Ma non sembra sufficiente, perché i
rapporti di Barbarossa con l'Italia erano costanti, l'Aretino gli aveva
scritto due delle sue famose lettere, e il corsaro-ammiraglio gli aveva
risposto: "Certo tu hai più presto cera di capitano che di scrittore".
Così non si può escludere che vi fosse l'intenzione di fare questo bel
regalo al sultano d'Istanbul, anche se non vi sono prove decisive. D'altra
parte già nel 1516 il pontefice Leone X, durante una battuta di caccia
lungo la costa laziale, aveva corso il pericolo di essere rapito dal
corsaro Kurtoghlu, probabilmente per un complotto nato nella sua stessa
Corte di Roma.
Molte furono le mogli e concubine dei sultani d'origine europea
occidentale, e si favoleggiava anche di appartenenti alla famiglia dei
Savoia o dei re di Francia, proprio in quegli anni in cui l'alleanza
franco-ottomana era più forte. La famosa Nur Banu (Signora Luce), moglie
del sultano Selim II (1566-1574) e madre di Murad III (1574-1595), era la
veneziana Cecilia Venier-Baffo, figlia del signore di Paros, rapita
proprio da Barbarossa e donata al harem imperiale d'Istanbul. La Signora
Luce influenzò anche i rapporti fra Ottomani e Veneziani, e nel 1588 un
messo del sultano giunse a Venezia per conoscere l'esatta parentela della
moglie.
Ma torniamo al Barbarossa che, dopo la spedizione di Fondi, nel 1535,
trattò con i Francesi allo scopo di compiere un'azione congiunta per la
conquista di Sicilia e Sardegna. E' per reagire a questo pericolo che
l'imperatore Carlo V compì la spedizione di Tunisi, strappandola al
controlo di Barbarossa. Il cardinale Ippolito de' Medici, quando morì
assistito da Giulia Gonzaga, andava ad unirsi ai combattenti in partenza
per questa conquista.
La reazione di Barbarossa vi fu nel combattimento navale della Prevesa, da
lui vinto dopo accordi con Andrea Doria che guidava le navi veneziane.
Andrea Doria abbandonò gli alleati, l'imperatore e il pontefice, e da
questo momento, fino alla rivincita cristiana di Lepanto nel 1571, la
flotta ottomana dominò il Mediterraneo. Ancora nel 1543-1544 vi fu la
spedizione congiunta delle flotte ottomana e francese, e gli Ottomani
fermandosi a fare rifornimento d'acqua alla foce del Tevere,
terrorizzarono i Romani. Poi saccheggiarono Villafranca, abbandonata dagli
abitanti, e assediarono Nizza, aiutati anche dai Cavalieri di Malta, senza
riuscire a conquistarne la rocca, infine la flotta Ottomana svernò a
Tolone, che per questo era stata svuotata dai suoi abitanti. Dopo le città
islamiche in Italia e Francia dell'alto medioevo, era di nuovo una città
islamica nel cuore dell'Europa. Ma il re di Francia si accordava con
l'imperatore e Barbarossa, sentendosi tradito, al ritorno saccheggiò rive
e isole italiane, ma ancora una volta limitandosi a terrorizzare Roma. A
Reggio, saccheggiata nel 1543, Barbarossa che aveva 77 anni si era sposato
per la seconda volta con Flavia (o Maria) Gaetani, una ragazza di 18 anni,
figlia del governatore.
Bibliografia
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Haggi Khalifa, "Tukhfat al-Kibar fi Asfahar al-Bihar", Istanbul, 1329
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Benedetto Nicolini, " Giulia Gonzaga e la crisi del valdesianesimo ", in
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