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Gita

"Rinnovato", l'amica mi guardò quasi prendendomi in giro, aveva sempre quell'espressione, come sempre vedesse qualcosa di ridicolo, "rinnovato... non dicevo a te", avevo parlato senza guardarla, guidavo in una campagna chiusa in lontananza da colline azzurre, l'ondulazione della strada impediva di prevedere gli spettacoli che apparivano ad un tratto, "è un paesaggio antico ma oggi mi appare rinnovato, la pioggia ha purificato tutto".
"Perché non parlavi a me? come non ci fossi... ", la presa in giro si mutava in irrisione, non riusciva a darmi fastidio, avrebbe dovuto, ma "irraggiungibile", dissi, dovevo spiegare, se volevo mantenere quella ottenuta irraggiungibilità, "mi sembra che la nostra meta sia sempre nascosta dietro un ultimo saliscendi, irraggiungibile appunto".
"Speriamo di no, ho fame".
Guardai l'orologio sul cruscotto, quasi mezzogiorno, poi frenai bruscamente. Un saliscendi, una curva e un cane bianco, macchiato di fango, mi era comparso davanti, ora correva lungo il fosso che bordava la strada, verso il gregge.
"Sbrigati a passare o restiamo qui", quasi angoscia nella sua voce, quella sosta le avrebbe tolto qualcosa, un'ansia di perdere qualcosa di irraggiungibile, "mai raggiunto, mai conosciuto", mi guardò ancora, infastidita, "sei matto, parli da solo".
"Come quel cane, pensavo... sta per raggiungere il gregge, vi sono cani che non conoscono il loro gregge, mai raggiunto, mai conosciuto", la spiegazione non la convinceva, scosse la testa, "non sei matto, sei scemo, non sai nemmeno di cosa parli".
Mi ero avvicinato piano al gregge che invadeva la strada. Pecore bianche, macchiate di fango come il cane, si accalcavano, sfioravano il cofano della macchina senza guardarci. Il cane le aveva sorpassate e correva avanti, svoltò in un invisibile passaggio sul fossato, "chiedo al pastore... "
"Che sciocchezza, a che serve, io non chiedo mai e trovo sempre la strada", cercava quasi di fermarmi con le mani, materialmente, m'impediva di parlare portandomi via.
Abbassai il vetro, sorridendo al pastore che seguiva le pecore, "Buongiorno. Dov'è il Castello?"
Mi guardò, pensai non capisse, "quale Castello", non c'era interrogazione nelle sue parole, mi guardava senza interesse, il cane, ricomparso, correva verso il gregge che riempiva la strada, poi senza comprensione, "non c'è niente, ci sono le mucchie".
"Mucche? ci tengono gli animali...?"
"Non si passa, le mucchie... "
"Mucchie, sono mucchie di sassi!?", non fece un gesto affermativo, fischiò e il cane, che aveva raggiunto il gregge, aveva un'espressione concentrata, consapevole di un lavoro da svolgere nel quale riponeva ogni interesse, le guidava lungo la strada, "troppo intelligente", mi guardarono, l'amica e il pastore, con la stessa espressione, pensai che l'amica mi avrebbe abbandonato per quella comunione di giudizio, ma compresi che la troppo diversa condizione sociale impediva quell'evento, "barriere", aveva rinunciato a capire.
Il cane guidava le pecore verso il passaggio sul fosso, ad un tratto svanivano nel viottolo laterale, il pastore le seguiva, dietro le ultime. Mentre passavamo, guidavo piano, si volse verso di noi, indicò la strada con il braccio teso, "sopra il paese", pensai le avesse sorriso, ma non vidi se l'amica avesse risposto, dissi "superiore", accelerai, aggiunsi "troppo", l'amica fece finta di non sentire, ma quale paese e dove?
Stava seduta con il busto eretto, guardava la strada che svaniva sotto l'invisibile cofano. Non mi ero mai abituato a quel parabrezza inclinato, alla scomparsa del cofano. Mi sentivo indifeso, "lì, a destra", disse. Guardai.
Un torrione spuntava dietro un boschetto. Ci avvicinammo e il torrione si duplicava al termine di un viottolo fangoso. Voltai sulla destra, m'inoltrai prudente fra le pozzanghere, "Adesso restiamo impantanati", il rimprovero era talmente evidente da farmi sentire subito in colpa, ma non quel giorno. Continuai ad avanzare, fermai la macchina sulla sinistra, davanti al portale spalancato fra i due torrioni, dove il suolo era ricoperto da un selciato sconnesso. Scendemmo.
Un enorme stemma pendeva in alto, quasi stesse per cadere, sopra il portale dai due battenti di legno, i cardini spezzati, appoggiati ai muri laterali. I torrioni avevano una rivestitura di pietre tagliate a diamante, più chiara delle mura che si univano ad essi. Entrammo in un androne oscuro, poi cominciammo a vedere qualche luce, fessure sul fondo. Gli occhi si abituavano e potevamo intravedere il pavimento, ora di terra battuta, mentre le fessure sul fondo ci guidavano verso destra, verso un'apertura luminosa che dava in uno spiazzo aperto, circondato dalle mura, da costruzioni diroccate.
"Una fortezza, più che un castello", si guardava intorno, soddisfatta della propria sapienza, anticipando quello che avrebbe raccontato, di aver visto un posto come quello, non lo conosce nessuno, bisogna saperli trovare invece di andare sempre negli stessi posti, dissi "solitudine", alzò le spalle senza guardarmi, "chissà che ti è preso, è la vecchiaia", si chinò a raccogliere un sasso che sembrava lavorato, avanzò con il sasso in mano.
'Le mucchie' erano là, ostruivano l'entrata d'ogni edificio, ne riempivano le stanze intravedute, impedivano di camminare nel piazzale. Fango. Girammo intorno al mucchio centrale, sul fondo un basso muretto e, ancora oltre, il cielo grigio. Ci avvicinammo.
Il muretto dava su un dirupo, interrotto da gradini, ripiani con altre rovine fino ai tetti delle case, il paese era in basso, nascosto lì sotto. In fondo, a distanze indicibili, uno slargo dava su un'altra balconata che, a sua volta, si apriva su una forra, e quel verde pulito, purificato, colmava tutta la stretta valle, si arrampicava sulle pareti di tufo, riempiva la vista.
Ci sporgemmo e sulla seconda terrazza le rovine sembravano abitate, vi erano panni ad asciugare su fili tesi, il fumo usciva da un camino, ma non si vedevano strade possibili per raggiungere quelle abitazioni. Tornammo a guardare verso il piazzale, ci arrampicammo, rischiammo su qualche scala ancora solida, forse. Non c'era nessuno. Un'impalcatura di ferro arrugginita, il nome del direttore dei lavori, leggibile su un cartello, indicava un restauro interrotto, "è sempre così, naturale", sembrava sicura di sapere come fosse, tornammo in macchina, "se fosse in un altro paese vi sarebbero pullman di turisti", aveva ancora in mano il sasso lavorato.
"Naturale", commentai, misi in moto.
Ci fermammo sullo slargo visto dall'alto. La balconata era sospesa anch'essa su indicibili altezze, ma guardando in alto non avevamo la sensazione di distanza già provata lassù. Cercammo una trattoria, era l'una.
Seduti in un piccolo locale, pochi tavolini ma c'eravamo noi soli, mi sentivo soddisfatto per i cibi semplici, il vino che non mi dava mal di testa, l'amica che parlava di qualcosa. Chiese, alla padrona che ci serviva, se vi fosse un albergo. Avevano stanze al piano di sopra, decise di fermarsi per la notte. Aveva comprato, all'edicola vicino alla balconata, una guida del luogo e voleva vedere gli affreschi della cappella, ancora in buono stato, su nel castello. Bisognava trovare il parroco di San Biagio, lì vicino, convincerlo a guidarci, aveva detto la padrona, "ci penso io", aveva risposto l'amica, senza ironia.
Lo convinse. Era giovane, stanco, annoiato, i calzoni troppo larghi sembravano imitare una tonaca, le scarpe impolverate erano nere, grosse, come quelle dei contadini, una volta. Per una strada invisibile ci arrampicammo fino al piazzale del castello. Ogni ripiano, nella salita, era abitato, le donne si affacciavano agli usci per guardarci e salutare il parroco. Rispondeva con gesti faticosi della mano che ricadeva, pesava troppo.
Bisognava lasciare il piazzale, entrare in una stanza oltre le mucchie, passare un corridoio basso, arrivare a un piazzale più piccolo che dava verso la campagna dalla quale eravamo venuti. La cappella era rivestita d'intonaco, le cornici della porta e della piccola apertura rotonda, in alto, avevano volute complesse, "sedicesimo secolo", disse l'amica e il parroco la guardò, senza commenti. Vicino alla cappella una baracca di legno, una panca, una tinozza piena d'acqua, "Ci vive qualcuno", dissi senza risposte. Tolse di tasca una grossa chiave e aprì la porta di legno, rinforzata da travi di ferro. L'interno era troppo buio.
Girò un interruttore, una chiavetta di ceramica come non ne vedevo dalla mia fanciullezza, e la luce mostrò l'interno. Le pareti erano ricoperte di affreschi, anche il soffitto, "manieristi", disse l'amica, il parroco la guardò ancora. In un angolo c'era un pagliericcio, vicino una bottiglia di vetro, "ci dorme qualcuno", dissi, ma da fuori una voce chiamava. Entrò correndo un bambino, volevano il parroco giù in paese, non capimmo per cosa.
Mi porse la grande chiave, "quando venite giù, spegnete la luce e chiudete. Se non ci sono, lasciate la chiave alla trattoria", se ne andò, come faticasse troppo a seguire il bambino. Restammo soli.
Mi accorsi dal silenzio improvviso che l'amica aveva parlato fino a quel momento. Non con me, ora taceva e girava per la cappella, come fosse curiosa e cercasse qualcosa. Nell'abside angeli dalle ali spiegate guardavano verso i fedeli con grandi occhi prominenti, rotondi sopra le gote rosse. La Santa dai capelli sciolti porgeva qualcosa al bambino che si sporgeva pericolosamente dalle ginocchia della Madre. In cielo, distratti, cantavano cherubini. Sulle pareti processioni di Santi avanzavano verso l'abside, ognuno portando in mano qualcosa, illuminati da una luce fredda riflessa da vesti che celavano ogni forma. Alla parete d'ingresso, intorno alla porta, dal medioevo diavoli attorcevano le loro code a forconi puntati contro dannati urlanti, e Satana, sopra la porta, seduto con le gambe allargate guardava in basso, in attesa di visitatori. "Manierista?" sussurrai: fece finta di non sentire, continuando a guardare, ignorava l'Inferno. Poi uscimmo e chiudemmo. In terra, intorno alla baracca di legno, vi erano impronte nel fango, resti di verdure, di frutta. Tornammo per la strada invisibile, il bambino di prima ci aspettava. Sorrise con pochi denti, fece un cenno che non compresi e ci accompagnò.
Davanti alla chiesa aperta una donna anziana, in attesa. Ci guardava, "il parroco non c'è, è uscito", disse quando fummo vicino, ma sembrava chiedere qualcosa e mi prese una mano, "è morta l'altra settimana", cominciava a piangere, spiegava qualcosa che non afferravo, "... è stato quello", indicava qualcosa d'impreciso, in alto, "dicono, ma chi lo sa? lo sa Dio... dice, non giudicare", indicava l'interno della chiesa in penombra, "ma noi che facciamo? sono successe troppe cose, troppe cose brutte... mica è solo questo, sai.... ?"
Le strinsi le mani, sembrava più calma, si asciugò gli occhi prendendo il fazzoletto dalla manica. La lasciai dopo averle sfiorato una spalla, l'amica si era già allontanata, imbarazzata. Entrammo ugualmente in chiesa, la sagrestia era chiusa, "vuoto", dissi e non mi guardò, guardava i quadri, "diciannovesimo secolo": li guardai senza commentare.
Lasciammo le chiavi alla trattoria. Erano già le cinque, "è passato il tempo... ", l'amica alzò le spalle, "siamo stati troppo seduti, a mangiare", suonava come un rimprovero. Prendemmo le valige dalla macchina, le portammo nella stanza. La padrona ci accompagnò, "il bagno è di fronte, solo per voi, non c'è nessuno in tutto il piano", ci lasciò soli.
Si sdraiò sul letto, chiuse gli occhi, mentre mi affacciavo alla finestra. Dava sulla valle, e il sole al tramonto la rendeva una profonda ferita scura. Solo quello splendore laggiù. Guardai nella stanza, ma avevo gli occhi abbacinati. L'amica era già seduta sul letto, "dove andiamo?"
Avrei dovuto sentirmi in colpa, non lo sapevo: "inutile".
"Credo proprio sia inutile", commentò mentre lasciavamo la stanza.
L'amica sfogliava la guida, "c'è un borgo, qui vicino... ha la struttura a spina di pesce, e le cornici delle porte sono piene di simboli astrologici. Un luogo magico, dice... ", chiesi alla padrona la strada e ci avviammo.
Il borgo era a spina di pesce. Sulla via principale si aprivano i vicoli, che finivano in una breve scarpata. Era sorto su una lingua di tufo, all'inizio della quale, su una piazzetta a mezzaluna, sorgeva un castello, miniatura di quello già visto. Era in buono stato e sembrava abitato. Le pietre a punta di diamante, che rivestivano i due piccoli torrioni, risplendevano nella luce serale. Ci fermammo sotto i due lampioni accesi all'inizio del ponticello che passava il fossato, poi ci avvicinammo al portale. Un moderno citofono mi parve incongruo. L'amica suonò. Aveva l'espressione di una bambina che commetta qualche prepotenza, arrogante nella sua impunità. Non riuscivo a sentirmi imbarazzato, neppure infastidito, "irraggiungibile", avevo già detto quella mattina.
"Sta tranquillo, io lo raggiungo", suonò ancora, con cattiveria, pensai. Nessuno rispose. Era rimasta ferma, con l'espressione ironica che si mutava in stupore, o dispiacere. Rise, "hanno paura di noi". Camminammo lungo la via principale, affacciandoci nei vicoli laterali, guardando le cornici delle porte scolpite nella pietra locale. Simboli astrali, appena accennati, le ricoprivano. Spesso avevano conservato le antiche porte di legno, anch'esse scolpite rozzamente, con animali. L'amica aveva già visto qualcosa di simile, non ricordava dove, ma ne era sicura, "queste parti sono piene di luoghi magici, ancora oggi...", una vecchietta ci guardò passare senza salutarci, strinse gli occhi seguendoci con lo sguardo.
Giungemmo al termine del paese, uno slargo dava sui boschi sottostanti. Ancora quel verde che ci aveva accolto e cercai di dirlo, m'interruppe, "la struttura è medievale, ma tutto il resto non è antico... forse del secolo scorso", dissi solo "rinnovato", come all'arrivo. Tornammo sui nostri passi, entrando in ogni vicolo, era sicura, le avevano raccontato qualcosa, c'era qualcosa in questo posto, "qualche setta, qualche santone, o guaritore, lo ha scelto... ", l'amica aveva visto una donna che dava da mangiare a un gatto nero, sulla porta di casa, e si dirigeva verso di lei.
"Decisa", avrei aggiunto 'troppo', ma era già vicino all'altra che si ritraeva. Il gatto restava indeciso se mangiare o scappare, prese in bocca qualcosa e si allontanò, si acquattò dietro un vaso di fiori guardando con occhi tondi, non venne considerato, l'amica chiese, "mi hanno detto che c'è una comunità, qui, guidata da un tipo strano, dicono un santo...", fu l'unica indecisione, "un santone... ".
La donna la guardava, restava con il mangiare del gatto, una scodella in una mano, un cucchiaio di legno nell'altra, in terra un foglio di giornale con il cibo già dato, "forse non è proprio una comunità, solo una persona, con poteri speciali, e molti vengono da lui. Ci hanno detto di venire qui, ma abbiamo perso l'indirizzo".
"Patetico", mi ero avvicinato, la donna mi guardò, la salutai gentilmente. Non capii se mi avesse risposto, aveva mosso la bocca, poi, "non lo so", fece un gesto vago con il cucchiaio di legno, "vengono tanti dalla città... ", il gatto tornava vicino, la conversazione sembrava giunta alla fine, "il castello", mi sentii costretto a dire, "è uguale a quell'altro, più grande", indicavo la direzione dalla quale eravamo venuti.
"Più piccolo ma uguale, meno la gente... "
"Quale gente?", chiesi, "banalità", disse piano l'amica, "la gente che ci abita", disse la donna. Il gatto mangiava tranquillo dalla carta.
"Prova a chiedere", adesso mi tirava la manica, parlando sottovoce, guardando davanti a sé, sorridendo, come non venisse intesa, 'patetico', pensai, dissi piano, "cosa?" poi a voce alta, "chi abita nell'altro?"
"Quell'uomo... ", era come parlasse di conoscenze comuni, rimasta con il cucchiaio sollevato, il gatto in attesa, fui io a proseguire, "quello della baracca di legno, che dorme nella cappella se fa troppo freddo... ", alle mie parole d'aiuto annuiva.
L'amica, bambina dispiaciuta per non essere stata lei a ideare il gioco, invidiosa del compagno, sembrava, in quel momento in piedi nel freddo, stringersi a me con più intimità delle ultime sere, da soli al caldo, come per qualche nuovo desiderio.
"Tante cose nell'ultimo anno, nelle campagne e nel borgo vicino", con il cucchiaio indicava la strada dalla quale eravamo giunti, "ma lui c'è da tanto, e non erano mai successe... allora perché? bisogna lasciar vivere... ", il gatto si era avvicinato, si stirava, strofinava contro le nostre gambe, guardava in su, cercò anche di miagolare, più simile a un lamento, poi si acquietò, quando il cucchiaio di legno riprese a donare.
"E' pericoloso? ci siamo stati... ", la bambina rabbrividiva e si sentiva esclusa, tacque subito quando la guardammo, la donna, io, il gatto come stupito da quell'intromissione, aveva perfino smesso di mangiare, guardava in alto. La donna ormai taceva, non c'era altro e la salutai, la bambina, timida, fece un segno con la mano. Tornammo alla macchina, conservava ancora il tepore di prima, "bene", dissi mentre mettevo in moto, silenzio, guidai fino all'altro castello, dove eravamo giunti all'inizio.
Mi correva dietro, quasi inciampava sulla strada sterrata, "non è meglio un'altra volta? che dici... ", non dicevo niente, giungemmo alla cappella. Tutto come prima, non c'era nessuno, poi sentimmo ridere e due ragazze giunsero dal fondo e scesero parlando, ridendo, una scala invisibile, le voci si persero come svanissero in un imbuto, verso il paese in basso, "... solo donne? così vecchio... se lo sa mamma...", furono le ultime parole che udimmo, poi solo risa.
All'albergo la proprietaria ci attendeva. Dovevano aprire un nuovo negozio, un antiquario e, se volevamo, potevano mostrarci il magazzino, la merce da esporre. Vi andammo e l'amica comprò piccoli oggetti, piatti, poi l'antiquario ci mostrò la sua casa al piano di sopra, appena restaurata, e quella vicina, ne aveva le chiavi, già pronta, arredata "tutta con mobili d'epoca" qualunque fosse, e affascinò l'amica.
Ci fermammo ancora due giorni, e conoscemmo altra gente, fummo invitati a cena, visitammo altre case. L'amica si sarebbe fermata, lo diceva a tutti, "anche a vivere qui", perché tanti si trasferivano fuori città, "una migliore qualità della vita". Si sentiva bene, ci amavamo di più, "dimenticare", dissi mentre guardavamo il butto trasformato in cantina.
Tornai alla cappella da solo, una volta, mentre l'amica riposava. Non vidi nessuno, e al ritorno domandai ancora. Erano seduti in piazza, davanti al belvedere ma senza guardare la vegetazione, parlavano rivolti verso le pietre del paese, "tutto quel verdume", aveva detto il più vecchio senza girarsi, poi, "in un anno quattro volte, ma ormai da mesi... basta", non capivo e lo videro, "ammazzate, nella campagna, lui sta lì da solo, da tanto tempo, guarda sempre giù... "
"Che ne sappiamo, prima non dava fastidio a nessuno, anche adesso che ne sappiamo...", era lo scettico del gruppo, alzavano le spalle, fumavano, sembravano distratti. Tornai all'albergo, "Oltre la nostra vita", mormorai quando la vidi, ma non credo mi sentisse o ascoltasse.
Con l'amica tornai in città, appena a casa ci lasciammo. Lei non rivide più quel paese. Vi comprai una casa dove andavo a riposare, per qualche giorno, poi mi trasferii lì, entrai stabilmente in quella vita. Non vidi mai il dormiente della cappella, se n'era andato e infine si perse l'interesse per le uccisioni che rimasero così, 'né fine soddisfacente, né risposte' avrebbe detto l'amica, rimproverandomi come portassi in me anche quella colpa. Fosse stata presente, ma non l'ho più incontrata, avrei detto 'irraggiungibile?'.

 
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Ultimo aggiornamento: 24-giu-2008

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