L'isola del sole e la
nuvola della nonna
Ricordo il volto di luna
di mia nonna.
Mia nonna era una donna
eccezionale, la ricordo sempre elegante e sorridente nel suo bel viso
rotondo come la luna siciliana e la vedo spesso in cielo nella sua nuvola
candida.
Era nata a Francofonte
(SR) Sicilia, nel 1896, era sempre scrivendo e leggendo. Sua mamma era
insegnante non diplomata, tre mesi prima degli esami di maturità, i
professori dissero alle loro alunne, che dovevano sottoporsi ad una visita
medica nude prima degli esami. Nessuno si presentò alla visita medica prima
degli esami e di conseguensa nessuno potè fare gli esami. La mamma di mia
nonna insegnava quando mancava qualche insegnante, la chiamavano da
supplente. Morì molto giovane a scuola, con un attacco cardiaco mentre
insegnava, lasciando cinque bambini; la più grande era mia nonna che aveva
tredici anni, il più piccolo ne aveva sei. Il fratellino di due anni morì
subito dopo la mamma.
Il marito era un
costruttore, non volle più stare a Francofonte, le ricordava troppo l’amata
moglie.
Andò a costruire case a
Vizzini (CT) e dintorni, si costruì una grande e bellissima casa vicino la
villa e si trasferì a Vizzini. Mia nonna fece da mamma ai fratellini, il
mattino andavano tutti a scuola, prima accompagnava i piccoli e poi andava
alla sua scuola, alla fine li prendeva e tornavano a casa tutti insieme, lei
badava a tutto come una mamma.
Si chiamava Giovanna
come me, io ho cercato sempre di imitarla.
Il papà si chiamava
Giovanni Verga, ma non era uno scrittore, era amico del nostro grande
scrittore Vizzinese, avevano su per giù la stessa età.

Mia nonna, quando ero
piccolina, mi raccontava le favole: Cenerentola, Cappuccetto rosso,
Biancaneve e i sette nani, Giufà, ecc. poi da grande invece i romanzi
classici di cui aveva un grande scaffale pieno zeppo nella sala da pranzo.
Io restavo incantata per ore ed ore ad ascoltarla, mi raccontò: Il conte di
Montecristo, I miserabili, Delitto e castigo, Anna Karenina, Orgoglio e
pregiudizio, L’Idiota, Santa Genoveffa, La sepolta viva, Il fu Mattia Pascal
ecc. ecc. mi leggeva perfino dei passi della Divina Commedia.
Aveva lasciato la scuola
un anno prima degli esami d’insegnante, non voleva assolutamente sentirsi
dire che doveva essere sottoposta ad una visita medica nuda.
La sua casa era sempre
piena di gente che voleva scritte le lettere per i figli soldati, o per i
parenti partiti per l’Argentina, l’America e altrove. Scriveva anche domande
e altro. Aveva un atteggiamento da gran dama. Parlava sempre in italiano,
quando parlavamo nel nostro bel dialetto siciliano, diceva: parlare
siciliano è bello in casa, in famiglia, ma fuori bisogna parlare la nostra
meravigliosa lingua italiana, la più bella lingua del mondo, quando senti
parlare l’italiano, un’orchestra sinfonica ti accarezza il cuore. La lingua
italiana è musica di mille violini, è un concerto di arpe e pianoforte. Ogni
parola è musica divina. Parlare solo in dialetto non ti capirebbero, in
Italia ci sono migliaia di dialetti tutti diversi, alcuni difficili da
capire, però non bisogna mai dimenticarlo e parlarlo sempre in casa e con
gli amici, non si deve mai far morire la nostra cultura, le nostre origini,
il siciliano che è l’inizio della nostra lingua italiana, come afferma Dante
nel “DE VULGARI ELOQUENTIA” (I..XI..2-3), definì di Scuola Siciliana
quanto venne espresso poeticamente in un aepoca letteraria che precede
quella Toscana. “Il dialetto Siciliano “lingua d’arte in volgare italiano),
era già al di sopra degli altri”, scrive il Sommo Poeta. Anche petrarca nel
TRIONFO D’AMORE (VI,36) afferma: “Che fur già primi, e quivi eran da sezzo.”
La canzone di Giullo (Cielo, Vincenzo d’Alcamo, il poeta giullare) viene
comunemente indicata come il più antico documento della lingua italiana.
A due passi da casa sua,
c’era e c’è, una chiesa bellissima, con all’altare una statua della Madonna
del Gagini, Santa Maria di Gesù, con un grande convento di frati bravissimi
e allegri. Organizzavano sempre gite turistiche per tutta la Sicilia e lei
mi portava ovunque con sé, ero l’unica nipote e ci volevamo un bene
dell’anima, mia mamma era felice che stavo sempre con sua mamma.
Andammo a visitare le
catacombe di Siracusa, vicino la tomba di Santa Lucia, sul pavimento,
c’erano ancora le macchie del suo sangue quando le strapparono gli occhi.
Poi andammo all’Orecchio di Dionisio, io non volevo entrare, troppo buio e
pauroso, ma lei, col suo modo gentile, mi abbracciava e mi diceva: “Altro
che paura, quando bisbigli qualche parola, la sentirai così forte da
divertirti.” Girammo tutta la stupenda città di Siracusa e l’isoletta di
Ortigia e ci divertimmo tanto.
Quando andammo
sull’Etna, volle che andassi con lei a oltre 3000 m. di altezza con la
teleferica, che paura… ma che panorama mozza fiato da lassù. Giù, Catania e
tutt’intorno sembravano delle formiche. Quando ritornammo, andammo tutti al
rifugio, a 2000 metri, lì ci offrirono “Il fuoco dell’Etna”, un brandy di 70
gradi, io, non vista, di nascosto, svelta svelta lo bevvi un sorso tutto
d’un fiato, stavo soffocando e stetti malissimo, dormii per qualche ora,
dovettero prendermi in braccio, quella fu l’unica volta che mia nonna si
arrabbiò di brutto.
Un giorno andammo alla
Valle dei Templi ad Agrigento, nel viale ci sono tutt’ora alberi infiniti di
mandorle, io raccolsi tante di quelle mandorle verdi che mi riempii la
borsetta e mentre visitavamo i Templi, non finivo mai di mangiare quelle
mandorle verdi di cui andavo matta, finché mi prese un tremendo mal di
stomaco che dovettero portarmi ad una farmacia vicino, il farmacista mi
diede da bere una medicina schifosa. Ma continuai a mangiare tutte le mie
mandorle.
A Taormiva mi persi al
Teatro Greco, visitare tutte quelle grotte e tombe in giro in quel luogo
magico era bellissimo, in una mi c’infilai dentro e quando uscii non trovai
più loro nei dintorni, incominciavano a tremarmi le gambe, ma poco dopo li
vidi in lontananza sul belvedere che ammiravano l’Isola Bella.
Mi portò con sé per
tutta la nostra meravigliosa Sicilia, la visitammo palmo per palmo ed io ad
ogni posto che mi piaceva di più, scrivevo il mio nome e la data.
Dalla chiesa di Santa
Maria di Gesù, partiva sempre un autobus pieno di gente allegra, si cantava
si scherzava, erano bellissime gite ogni volta e non si vedeva l’ora di
partire di nuovo per un altro luogo d’incanto, che sa offrire all’infinito
soltanto la nostra bella e indimendicata Sicilia.
La nostra Sicilia, terra
di sogno, unica e splendida, chi la visita non vuol più ripartire! La Sicila
è tutto un giardino archeologico. I Greci la chiamarono Trinacria.
Disse Goethe quando
visitò la Sicilia nel 1787: “Senza vedere la Sicilia non ci si può fare
un’idea dell’Italia. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto.”
Di Vizzini mi fece
girare tutti i luoghi del Verga, spiegandomi dove abitava Lola, Santuzza, La
taverna di Turiddu, la Cunziria. La chiesa di Santa Teresa, tutto della
Cavalleria Rusticana, ma anche di Mastro Don Gesualdo, La Lupa, Jeli il
pastore, aveva tutti i libri, era una vera e propria biblioteca la sua casa.
Mi fece girare anche l’imponente palazzo Verga, che troneggia in piazza,
prima attrazione turistica di Vizzini.
Mi coricavo spesso in
casa della nonna, mi piaceva da morire, mi accontentava in tutto, la sera
andavamo a letto insieme con un libro ciascuno in mano e ci addormentavamo
leggendo. La mattina mi pettinava così bene che sembrava fossi uscita dalla
parrucchiera, mi faceva bere il zabaglione con un uovo fresco fresco. Sì!
teneva anche 5 galline e un gallo che cantava sempre, una volta una gallina,
si lamentava e non si poteva alzare, lei mi disse: “ Forza aiutami, bisogna
operarla o muore!”.
Preparò un temperino
affilatissimo, una pinzetta per depilazione, un ago con cotone bianco, una
bottiglia con lo spirito per disinfettare e del cotone a zollette, una
forbicetta. Io tenevo stretta la gallina che gridava come un’ossessa, la
nonna tagliò un po’ allo stomaco e fece uscire del materiale nero e verde,
cucì, disinfettò e coricò la gallina in un cesto e la coprì con un
tovagliolo. Accanto mise acqua e frumento. La mattina dopo la gallina
saltellava insieme alle altre, guarita.
Dopo aver fatto una
bella colazione con biscotti, fatti da lei e latte, mi accompagnava a
scuola, poi, quando ero più grande, alla scuola media che era di fronte casa
sua. Io spesso guardavo dalla finestra della classe, di fronte, mia nonna
stava affacciata al balcone ed io le mandavo baci, ma una mattina se ne
accorse il professore che mi sgridò, pensando chissà a chi mandassi baci,
però quando le dissi che c’era mia nonna al balcone di fronte, lui la salutò
con tanta gentilezza, poi anche lui andava alla finestra con me e la
salutava sorridendo, a volte si scambiavano anche delle parole e
discorrevano affiatati.
Un giorno, in terza
media, un mio racconto vinse un concorso indetto per le scuole medie di
tutta la Sicilia, il professore di lettere, mi disse che dovevo rimanere in
classe dopo le lezioni, per scrivere in bella copia e in carta speciale il
racconto che doveva essere inviato a Palermo, al Rettore dell’Università,
che dopo mi assegnò una borsa di studio.
Il professore, quando
tutti gli alunni maschi e femmine andarono via, chiuse la porta a chiave per
non essere disturbati da nessuno, e mi portò alla sua scrivania dove aveva
aggiunto una sedia accanto alla sua. Lui dettava, e io scrivevo in bella
calligrafia in quella fine e bella carta speciale, però tremavo come una
foglia e la calligrafia era tremolante, avevo la mente fissa, che lui da un
momento all’altro mi dicesse di spogliarmi e la paura mi rodeva l’anima.
Lui, molto gentile e sorridente, battendomi una mano sulla spalla per darmi
coraggio, mi disse: “Cara, ma cos’hai? hai forse paura di me? mica sono il
lupo che ti mangia? Calmati dobbiamo scrivere questo bel racconto e fare
bella figura, è importante la calligrafia e tu hai una bellissima
calligrafia!” (Infatti lui mi chiamava sempre per scrivere tutti i programmi
e testi alla lavagna, le facevo da segretaria.) Chiamò la bidella e mi fece
portare una tazza di camomilla fumante con una fetta di limone, per lui un
caffè.
Finalmente riuscii a
scrivere il racconto con una calligrafia passabile, ma quando arrivai a casa
ero tutta bagnata. Era sangue, un’altra grande paura mi assalì, andai a
letto dicendo a mia mamma che stavo male, per la grande tensione che avevo
avuto quel giorno a scuola. Dopo una mezz’oretta, mamma, si presentò con una
bella tazza di brodo caldo e mi disse di alzarmi che mi portava dal medico,
io tremando le dissi che stavo male seriamente, ma mi vergognavo ad andare
dal medico. Quando seppe cosa avevo scoppiò a ridere e mi convinse ad
alzarmi, mi spiegò allegramente che ormai ero diventata una bella ragazza e
dovevamo brindare a questo bell’evento.
A diciotto anni lasciai
la scuola, avevo paura che per gli esami d’insegnante mi dicessero di dover
fare una visita medica nuda.
Quando mi sposai, volli
andare in viaggio di nozze per tutta la Sicilia, volevo rivedere i luoghi
unici della nostra ineguagliabile Sicilia che avevo visitato con mia nonna,
in tanti posti c’era ancora il mio nome e la data, che mostrai felice a mio
marito. Poi partimmo per il secondo viaggio di nozze per l’Australia, quando
mia nonna vide che non tornai, mi mandò un grandissimo pacco dei suoi
preziosi libri, che ancora tengo esposti nella mia libreria come cimelio
prezioso. Sono libri ingialliti dal tempo, dono prezioso della mia
meravigliosa nonna.
Mia nonna mi scriveva
sempre con la sua calligrafia elegantissima da dottore, (conservo ancora
qualche sua lettera) mi diceva che sarebbe venuta per scorazzare insieme con
una barca su e giù per il fiume Yarra e la baia di Sydney. Aveva questo
grande desiderio di voler navigare nel bellissimo fiume Yarra che separa in
due la stupenda città di Melbourne, poi andare a Sydney e ammirare la
splendida baia, l’Opera House e passare col traghetto sotto il ponte del
favoloso Harbour Bridge.
Dopo otto anni tornai in
Italia con i miei due bambini, portai alla nonna per regalo due grandi tele
dipinte da un bravissimo pittore siciliano, una con la città di Melbourne e
il fiume, una con Sydney e la baia.
Era felicissima, era
sempre con i miei bambini di sette e sei anni, ma quando s’accorse che
parlavano in italiano, cominciò a dire che dovevano parlare anche in
siciliano, infatti iniziò subito ad istruirli, quando sei mesi dopo,
ritornammo in Australia sapevano benissimo parlare e scrivere un po’ in
siciliano.
Mi portai a Melbourne,
un altro grandissimo pacco di 50 Kg. dei suoi preziosi libri.
Una mattina di aprile,
andai in giardino, il cielo era azzurrissimo, ma una nuvola candida e
rotonda stava lì a fissarmi, aveva gli occhi e la bocca turchese, ogni
tanto un piccolo cirro passava da un occhio all’altro dando l’impressione
che mi facesse l’occhiolino. Quella nuvola somigliava ad un viso che
sorrideva.
Intanto squillò il
telefono, era mio fratello, mi disse che la nonna era volata in cielo.
Io risposi: “Sì!, è qui
nel cielo di Melbourne che mi sorride e mi fa l’occhiolino, è una nuvola
bianchissima e rotonda con il viso della nonna.”
Ogni tanto la nuvola
appare nel cielo sopra casa mia, anche se il cielo è plumbeo, la nuvola
della nonna è candida ed ha gli occhi blu, uguale la fettina della bocca che
sorride sempre.
Se è di sera, la nuvola
della nonna ha per occhi due stelle e la bocca una fettina di cielo scuro.
La vedo spesso, anche se
sono passati oltre 35 anni, anche i miei nipoti, a volte mi chiamano:
“Nonna, nonna vieni
fuori, c’è nel cielo la nuvola della nonna!”
Io corro e ammiro
estasiata quel dolce sorriso in quella nuvola che mi ricorda lei quando mi
diceva:
“Non dimenticarti mai “L’ISOLA
DEL SOLE”, ricordati che così la definiva Omero nel poema Odissea, torna
ogni tanto ad ammirarla, a gustarla in tutto il suo splendore, questo sole
così splendente esiste solo nella nostra radiosa Sicilia!”
Sì, nonna torno spesso,
non posso stare senza dare un saluto alla mia SICILIA, l’Isola colma di
tutti i più preziosi e inestimabili tesori del mondo!
“L’ISOLA MAGICA!”
10 – 1 – 2007
Giovanna Li Volti
Guzzardi
Giovanna Li Volti Guzzardi
Accademia Letteraria Italo-Australiana Scrittori
(A.L.I.A.S.)
29 Ridley Avenue
AVONDALE HEIGHTS VIC 3034
MELBOURNE - AUSTRALIA
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