Giuseppe Incalicchio: il poeta del mese
Giuseppe
Incalicchio nasce a Fondi il 25 febbraio 1889 da Vincenzo Incalicchio e
Filomena Mattei. Una infanzia difficile quella del poeta, segnata subito
dalla prematura morte del padre, una morte che da inizio ad un periodo
difficile per tutta la famiglia, rimasta senza guida, e che ritorna spesso
nelle sue liriche: “senza di te, sperduti nella via / come vaganti
fringuelletti andammo; /di qui, di là d’intorno ci portammo, senza una meta,
per la sorte ria.”. Il poeta si da forza e appena dodicenne prende in mano
le redini della famiglia aiutando la madre nella direzione degli affari.
Purtroppo le difficoltà lo costrinsero ad abbandonare la scuola ma non certo
il desiderio di conoscere che poté appagare grazie alle letture personali di
Pellico, Manzoni, Leopardi, Carducci e, grazie agli incontri con giovani
istruiti. Quindi la sua adolescenza è segnata e divisa dal duro lavoro nei
campi e dal desiderio di accrescere la sua voglia di sapere, la sua cultura.
Per questo cerca di perfezionarsi recandosi nella vecchia pretura per
ascoltare le arringhe degli avvocati, nella chiesa di Santa Maria che spesso
accoglieva missionari conoscitori del mondo o in piazza durante il periodo
elettorale per udire i discorsi dei candidati al parlamento in modo da
migliorare la sua preparazione personale. E’ il poeta stesso a ricordarlo
nei suoi versi: “per cui sì dolce e assai gradito m’era / udir nel tempio e
di seguire in piazza / dei padri l’omelie e le concioni”. Incallicchio,
lontano dalla scuola, arriverà quindi a compiere uno studio completo grazie
alla sua fermezza, alla sistematicità delle sue letture, arriverà ad una
autoformazione che riassume in sè tutte le vicende umane. A vent’anni,
Incalicchio, decide di emigrare in America e di quel viaggio così lontano ce
ne ha lasciato ancora una volta testimonianza: “le delusioni e le diversità
di tutte le cose non conosciute, come la lingua, i costumi, il modo di
pensare e d’agire tutto mi fece considerare la possibilità di tornarmene
indietro, non meno di Dante quando, nella selva oscura in cui s’era smarrito
dice: ond’io fui per ritornar più volte volto. Ma poi pian piano dovetti
assuefarmi, come tanti altri prima di me, sia al clima diverso dal nostro,
sia alla freddezza e alla prepotenza della gente di altra nazionalità
emigrata in America prima di noi e di noi gelosi senza una plausibile
ragione. “Sono questi gli anni in cui matura una personale riflessione sulla
poesia legata ai dettami del classicismo in un tempo in cui ormai il rigido
schematismo e la rima erano stati accantonati, Il primo poemetto edito fu
“Monte Arcano” pubblicato da Rodolfo Pucelli e dal Prof. di storia romana
Pietro Fedele. Dopo tanti problemi, arrivano quindi i primi riconoscimenti
ed arriva anche il momento in cui il giovane poeta, divenuto uomo, prende
moglie. Ma il futuro sarà costellato da altri drammi: la seconda guerra
mondiale e la perdita nel tempo di due dei suoi figli: “come la punta aguzza
d’un pugnale / che la carne ti strazia e ti tormenta". Per la sua poesia,
quindi, Incalicchio, fa riferimento agli autori dell’800, è impegnato in
modo estenuante nella ricerca dello schematismo, della metrica, della rima
anche se ormai in Italia, la rima ed il verso classico, erano stati
abbandonati per dar spazio alla libertà della forma. Una poesia altamente
umana quella di Incallicchio, una poesia che spesso fa riferimento alla sua
lontana patria che troppo presto aveva dovuto lasciare in cerca di fortuna,
in cerca di una affermazione personale. I suoi versi sono colmi di
aggettivi, di parole ridondanti. Incallicchio sembra essere l’ultimo dei
poeti classici, il custode di quei versi. E nella sua poesia non possono
mancare accenni alla morte, nelle sue varie sfumature, che in modo tragico
gli aveva strappato i suoi affetti più cari. Necessariamente occorre far
riferimento a due silloge “Liriche fondane” e “Alla Patria Lontana” dove il
poeta affronta un’altro dei suoi temi più cari, la lontananza dal luogo
natìo, il distacco: “io non potrò scordar le amene valli / che posano
d’accanto agli alti monti, / mai le colline apriche e gli orizzonti /
nitidi, e che sembrano cristalli”. I grattacieli non potranno mai
sostituirsi agli “Uliveti folti e verdeggianti / dove amoreggia e canta il
cardellino, / ed il gran manto tenero e divino degli
aranceti....lussureggianti”. E ritorna nei suoi versi la nostalgia “Oh
potessi anch’io vedere / l’azzurro cielo della patria mia, / fonte perenne
d’alta poesia... / potessi il dolce clima rigodere / ”.
Proprio per questa nostalgia, per il “nostos”,
il poeta potrebbe essere paragonato al grande scrittore greco Meleagro.
Incalicchio ricorre alla poesia come per stemperare le sue angosce, per
rievocare il suo mondo, per fissare nel tempo l’eternità.
Altre pubblicazioni accompagnano la vita
di Incalicchio: “Poesie”, “Sussurri d’Oltremare” ”All’ombra dei Grattacieli”
e “Ghirlande”. Proprio in Ghirlande prevale forse l’aspetto che più ha
toccato la sua vita: la morte dei suoi cari figli.
In queste liriche non c’è spazio per la
felicità, nè per la gioia ma solo il dolore, un dolore immenso che sola la
morte di un figlio può provocare:
Eri la nostra gioia, / l’orgoglio di tua
madre e mio… / Darti vorrei la vita. / Come Cristo, risorgere vorrei /
vederti, nuovamente al sole… / ed ancora ”Più non udrò la tua voce cantare /
con l’armonioso tono di fanciullo, / la rondine è tornata a cinguettare, /
il sole s’è oscurato. Han rapito / il fiore profumato del giardino… /
E così con la morte nel cuore nel 1971,
quando ormai aveva 82 anni, Giuseppe Incalicchio forse ha compiuto il
viaggio più desiderato ricongiungendosi con i suoi amatissimi figli.
Stefano Di Pietro