Autobiografia in prosa di Libero de Libero
Sono nato a Fondi, in Ciociaria, nel 1903. Cresciuto in
provincia, dentro una famiglia numerosa, sono stato il solito ragazzo,
nutrito con schiaffi, fette di pane e libri di ogni specie, che un giorno
scrive una poesia e se ne vergogna più che di un grosso peccato, poi da
giovane ci riprova e se ne vergogna di meno, ma da uomo continua senza tanti
scrupoli. Dopo essere stato per un anno in collegio di frati missionari,
frequentai gli studi classici tra Ferentino e Alatri, dove trovai professori
d'ottima qualità e a uno di loro debbo il mio vero incontro con la poesia di
Dante, Petrarca, Leopardi, Boudelaire: furono quegli gli anni del mio
migliore noviziato, tra letture sistematiche e la scoperta dei poeti moderni
che mi ubriacarono. Alla vita provinciale, traboccante di pollini e di
visione e di segreti allarmi, debbo le prime e scottanti vicende dei miei
sentimenti e pensieri.
Venuto a Roma nel 1927, con la scusa di laurearmi in
legge, badai a tutt'altro, lottando con la miseria e le crescenti necessità.
Nel cortile della Sapienza conobbi Luigi Diemoz e insieme, nei primi mesi
del '28 si dette vita a un quindicinale "L'Interplanetario"; ne uscirono
otto numeri, vi collaborarono anche Alvaro e Bontempelli, Moravia vi
pubblicò un capitolo, poi soppresso, degli Indifferenti ancora inedito,
Gallian il suo Dramma nella latteria, Sinisgalli le sue prime prose. In
pochi mesi conobbi scrittori e pittori già famosi, nello stesso annoA.G.
Bragaglia rappresentò un mio lavoro teatrale Frangiallo, che fece scandalo e
fu per me un'esperienza assai importante. Cominciai allora a pubblicare
racconti in giornali e riviste, a scrivere articoli di critica d'arte, e fu
allora l'incontro con la pittura di Scipione e Mafai, la nostra bella
amicizia. Il primo consenso critico lo ebbi da G. Angioletti che nel 1931 mi
pubblicò due poesie nella sua "Italia Letteraria". Poi, quando nel '34
Ungaretti e Raffaele Cintu crearono i "Quaderni di Novissima" con l'editore
De Fonseca per pubblicare opere di Alvaro, Bontempelli, Baldini, Cardarelli,
Comisso, Loria, Rosai, Savarese, Savinio e Vigolo e Falqui (la collana si
inaugurò col Sentimento del tempo): Ungaretti volle pubblicare la mia prima
raccolta di poesie Solstizio che mi fece conoscere a un pubblico più
numeroso.
Il poeta Betocchi in "Frontespizio", Lorenzo Gigli nella
"Gazzetta del Popolo" e Alberto Savinio nella "Stampa" furono i primi a
darmi il migliore e ambito segno di solidarietà, che più tardi mi venne da
Cecchi, Flora, Solmi, Contini, Bellonci, Bocelli, Piccone-Stella, Camerino,
Navarro, Chiara, ecc.
Da allora continuai a pubblicare di tanto in tanto altre
raccolte (Proverbi, Testa, Eclisse, Epigrammi, Il libro del forestiero,
Banchetto, Ascolta la Ciociaria), e molte di queste poesie erano già apparse
nelle riviste letterarie. Prossimamente usciranno in volume le ultime poesie
(1949-1959) col titolo I giorni dell'ira, dell'omonimo poemetto ispirato ai
recenti fatti d'Ungheria.
Accanto alla poesia, che è l'argomento fondamentale della
mia vita ho scritto sempre racconti per quotidiani: il primo volume Malumore
uscì nel 1945 e il secondo Il guanto nero in quest'anno.
Nel 1929 scrissi un romanzo Uomo di notte che si svolge
dalle otto di sera alle otto del mattino poi è rimasto nel cassetto, non
l'ho nemmeno più riletto. La storia di Amore e morte me la portavo dentro da
anni, così è stato per Camera oscura, l'uno e l'altro furono scritti d'un
fiato, a breve distanza; e sto scrivendone un altro e spero di scriverne
ancora.
Delle mie cronache d'arte ho preparato due volumi che
contengono anche saggi su alcuni pittori a me particolarmente cari.
Sull'affresco siciliano di anonimo quattrocentista "Il trionfo della Morte"
ho pubblicato un lungo studio, intanto raccolgo appunti e notizie per una
interpretazione del barocco siciliano.
Non ho messo insieme che notizie di cronaca, elencando
date e titoli di libri, eppure quelle date e quei libri riassumono la mia
intera esistenza, anche se espressa sempre di scorcio in una fuga costante
di visioni, sentimenti, emozioni e pensieri, ma fanno ugualmente il
resoconto di una vita recuperata di giorno in giorno, attraverso la scoperta
inesauribile di verità meschine e sublimi.
Ma in tanti anni di lavoro assiduo più di quanto non
sembri, non è stato mai facile districarmi dagli equivoci creati dal mio
paziente riserbo né vincere Ja mia incapacità ad accettare compromessi e
opportunismi: e uno scrittore che oggi non appartenga né all'uno né
all'altro dei partiti in lotta per una congenita idiosincrasia non trova che
nella ragione e nelle ragioni del suo vivere da uomo libero tra uomini
liberi, in un'epoca tanto meravigliosa quanto empia, nella quale più che mai
la poesia deve esprimere un supremo resistente atto d'amore.
Non ai critici, ma a un amico debbo il miglior giudizio
sul mio lavoro. Durante una discussione tra lui e me, si arrivò allo scoppio
di parole dure e severe: alla fine egli sentenziò con ira che io ero un
libro che sta lì e nessuno legge.
Voleva essere crudele, invece fu delicato quanto io ero
stato perfido: senza volerlo, a suo modo mi rassicurava almeno sulla
probabilità che qualcuno in futuro legga il libro che sta lì, e non sarà mai
tardi.
Da “ Libero de Libero e la Scuola Romana” di A.M.
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