Libero de Libero, uomo, poeta
De Libero fu un'immagine che mi sorprese da ragazza,
subito, quando me lo presentò mio fratello Franco. Ricordo l'incontro, un
pomeriggio di maltempo, con lampi e tuoni quasi una messinscena che gli ci
voleva, per farsi riconoscere da me.
Poi ogni volta che lo vedevo, per me si ripeteva un avvenimento. Dovessi
raccontare tutte le volte che l'ho visto e ascoltato, potrei raccontare i
suoi detti: parlava come scriveva, non c'era differenza tra il suo parlare e
lo scrivere.
Con l'eterna sigaretta in bocca, salutandomi, si toglieva il cappello; ne
ero lusingata, avevo sedici anni.
Basso e magro, nella sua persona nemmeno l'età poteva avere un senso, le
rughe gli graffiavano' il volto, ma senza togliervi quella specie di ardore
che era una qualità perenne di giovinezza, e giovane era il suo dire: "lo
appanengo al secolo decimonano-. La sua fronte era alta tanto da essere
soprannominato "il frontone di casa Pecci"; e Libero sorrideva quando
Accrocca anagrammando il suo nome diceva: Libero de Libero = Ode, brio,
ribelle.
Non ricordo in quale occasione mi regalò "Camera Oscura" con una bella
dedica e mi confidò con freddezza, il volto naturalmente cupo nella sua
abituale espressione, che il libro sarebbe andato al macero: "Ancora oggi
che buona parte della mia vita è sprofondata dietro alle mie spalle. E
continuo a scrivere, e continua il macero di ciò che scrivo. Ma se non
scrivessi finirei di pensare, di credere, di amare e soprattutto non sarei
capace di vivere. E lo scrivere è amore di vita più forte e più struggente
di ogni altro amore.. Credo che sia da quel giorno lontano che io mi proposi
(ahi! la vanagloria dei giovani) di lottare contro le peggiori difficoltà,
non per vincerne l'ostacolo, ma per nutrirmene in energia e sentimento. Né
sarebbe poca la consolazione di poter rileggere i suoi libri ormai
introvabili.
Con me aveva le premure di un amico e l'asprezza d'un giudice, si chinava
umano sulla mia spalla e si allontanava altezzoso come un re stufo di dare
udienza.
A lui confidavo il piacere sempre nuovo ed esaltante della voce del prof.
Averini "Scarpati, legga il tema" ed egli calmo mi ripeteva le parole di
Faulkner "Per riuscire a essere letti ci vogliono il 99% di impegno, il 99%
di disciplina, il 99% di lavoro. Non stancarsi di sognare, mirare in alto e
cercare di essere migliore di se stessi".
Era per me una fortuna incontrarlo, parlargli, farlo parlare. Mi pareva di
leggere nei suoi occhi azzurrissimi una leggenda disperata quanto la sua
stessa vita. Egli era tra quei pochi che fanno credere al miracolo della
poesia. Odio e amore facevano in lui lo stesso grido, una sola parola contro
tutti e contro nessuno, e quando sparlava, il suo giudizio era pungentissimo,
improrogabile.
Della sua intimità familiare non si sa molto proprio come voleva lui che non
si sapesse, spargendo le sue ceneri già durante il suo stesso vivere. Libero
de Libero era uno spirito sottile e segreto di idee vissute e non ricevute.
E proprio per essere più vicina al suo sentire ho scritto questo libro che
attraverso la mia testimonianza, se il mondo non brucerà, innamorerà sempre
qualcuno con quel furore scottante di immagini che c'è nelle sue opere.
Letterato fino in fondo con l'animosità, l'egolatria e il vittimismo dei
poeti; rifiutava compianti, definizioni e vezzi critici, tutte le postille
che io sono andata raccogliendo in tutti questi anni, sapendo che a lui non
interessavano, ma erano necessarie a me per capire l'universo delibero.
I suoi scritti sono per lo più sconosciuti o inediti ed io vorrei richiamare
l'attenzione sulla necessità di una edizione completa di tutte le sue opere.
Eppure nel 1958 una bella antologia edita a Zagabria, a cura di Joje Ricov,
cantava i poeti italiani: Saba, Ungaretti, Quasimodo, Montale, de Libero e
quello che particolarmente colpiva, oltre la profonda conoscenza e l'amore
dello scrittore croato per l'Italia era la scelta delle poesie dei nostri
poeti.
lo non voglio essere la sola a conoscere Libero de Libero. Può sembrare
presunzione ma non mi assiste la modestia per ammetterlo.
Tutti dovrebbero godere del privilegio e l'emozione di possedere le carte di
Libero de Libero e la lettura dei suoi scritti che sono un veicolo
prodigioso per arrivare a quell'io così nascosto e sbarrato. La sua
personalità è così fuggevole e dispersa in tanti sottili argomenti che
leggerlo è una emozione indicibile. E questa emozione io l'ho avuta da
Franca de Libero, erede di tutte le carte deliberiane.
Ci siamo incontrate un giorno. Poco importa il fatto che la nostra amicizia
sia stata nel buio di una lunga assenza. Ma devo a lei la magnifica
occasione di scrivere su de Libero.
Dirle grazie per la fiducia che ha riposto in me è poca cosa, il nostro
rapporto è pieno di provocazioni, di reazioni godute e sofferte, ma io ho la
certezza che Libero in quel lontano 1982 abbia voluto farci incontrare
guidando dal remoto suo mondo di ombre una sua realtà finalmente scoperta.
A me sembra di entrare nell'ordine di una vocazione da lui stabilita; la
ricevo senza chiedere perché. È quasi la sua mano che guida la mia mano nel
cercare gli argomenti che trascrivo.
E la risposta di Franca de Libero è sempre la stessa. "lo so che zio Libero
vuole questo da te". Anna Maria
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