Libero de Libero
Un poeta del ventesimo secolo, solitario e scontroso,
che aveva reciso le proprie radici, oggi contese tra i comuni della natia
Fondi e quello di Patrica in cui è stato seppellito per volontà estrema.
(di Luigi Muccitelli)
Un centenario sfociato in un un'assurda
lite tra Fondi e Patrica
La Città di Fondi, lo ha ricordato nel centenario dalla
nascita. Un atto d’amore per il “Figliuol Errante” le cui ossa sepolte da
circa venti anni nel cimitero di Patrica, un paesino collinare nel frusinate,
oggi si vorrebbero trasferire sotto la terra natia per cui, in vita, egli
non seppe esprimere il suo profondo amore e né placare il suo tormento. Un
tormento durato oltre mezzo secolo per cause che non molti riescono a
comprendere, salvo i pochi amici che lo seguivano da vicino, dovuti a
motivi di antica incomprensione e ostinata indifferenza verso uno dei rari
intellettuali concittadini additato al volgare disprezzo, per uno scritto
giovanile non capito nella sua essenza.
Se Libero de Libero avesse per un solo istante
intuito che le sue ossa sarebbero state oggetto di sí tanta aspra contesa
tra Fondi e Patrica, fra le incomprensioni e le dicerie di sempre, forse
avrebbe modificato il suo ostinato comportamento di distacco dalla terra
natale o avrebbe chiesto che le sue ceneri venissero sparse al vento di
tramontana sugli Appennini Ciociari. In questo modo, forse, “Ascoltando la
Ciociaria” qualcuno avrebbe percepito il suo pianto disperato.
Nel corso della sua tormentata vita di poeta,
letterato ed operatore artistico ha tentato, inutilmente, di recidere le sue
radici, covando per lunghi anni un forte risentimento per le ingiurie subite
da parte di alcuni notabili concittadini che negli anni 1930, quando si
affacciava alla ribalta letteraria, a causa di un suo racconto pubblicato
in un giornale nazionale dal titolo “Il Ritratto del mio Paese”. Il
contenuto non piacque ai bempensanti, in quanto l’autore aveva denudato
i personaggi e gli aspetti piú deleteri della società locale.
L’irritazione fu tale che ne fecero un’arma di denigrazione popolare che
Libero de Libero si è portata appresso come un macigno sull’anima per
tutta la vita.
In realtà si trattava di una sua prima esperienza
giornalistica che richiamava alla mente un analogo scritto di Charles
Dickens chi, qualche secolo prima, aveva descritto le miserie di Fondi nel
suo “Diario Italiano”, sostando con la diligenza presso la scalinata della
Cattedrale di S. Maria a Piazza; cosa che pure ha fatto nella sua Inghiterra
e immortalato nei suoi celebri romanzi. Ma a Libero de Libero, che allora
già capeggiava un gruppetto di aspiranti letterati, artisti, cineasti e
politici, che poi trovarono collocazione a Roma intorno alla rivista
“Cinema” fondata da Vittorio Mussolini, non venne mai perdonato di aver
messo in luce solo gli aspetti degradanti del paese. Avrebbe dovuto, a parer
loro, esaltare le bellezze e i profumi degli aranceti, come aveva fatto
Wolfgang J. Goethe annotandolo nel suo “Diario Italiano”, e adulare le
astruse figure dei soliti personaggi che da sempre si ripropongono nella
storiografia locale, quelli, per intenderci, che hanno sempre occupato il
potere sfruttando le risorse economiche e la dabbenaggine della massa
popolana concittadina, mantenendo a scacco nei secoli un piú adeguato
sviluppo economico e socio-culturale.
Ma ritornando al Poeta Libero de Libero, quale figura
emergente nella Roma degli anni 1930, occorre avere un’adeguata conoscenza,
una cristiana carica di coscienza e imparzialità di pensiero, per parlarne
obiettivamente. E non tutti, anche quelli apparentemente piú vicini a lui,
sono stati sinceri, capaci di capire e giustificare il suo tormento, la sua
negatività verso il paese natale, che pure “non aveva colpa alcuna” se una
minima parte dei suoi concittadini o falsi amici che nutrivano invidia dei
suoi successi letterari. E prendendo a pretesto quel suo racconto, in cui
aveva “denunciato” le miserie cittadine, incitarono il popolo al disprezzo,
perfino all’odio; mentalità gretta e meschina che ancora persiste e che,
anziché avvalersi del talento dei propri concittadini per un miglioramento
della comune vita civile, soprattutto da parte di chi è preposto
all’amministrazione pubblica, ancora oggi si continua a “ignorare i vivi e
festeggiare i morti”.
Lo scontro-reincontro con Libero de Libero nel
lontano 1965, Luigi Muccitelli lo ebbe quando per sopravvivere, ancora era
costretto a lavorare in Germania, dopo essere tornato dal Venezuela dove
aveva conosciuto la xenofobia durante la rivoluzione civico-militare del
1958, assistendo da vicino alla guerriglia rivoluzionaria di “Che” Ernesto
Guevara e Fidel Castro che defenestrarono il regime dittatoriale venezuelano
di Marcos Perez Jiménez e quello cubano di Fulgencio Batista.
Un amico comune che si affacciava sulle scena
poetica gli aveva mandato un libro di versi con prefazione di Libero de
Libero, da lui quasi adorato e al quale post mortem ha dedicato un premio di
poesia. E nel leggere tale presentazione, provò subito una profonda
irritazione, come se fosse stato punto da un insetto maligno. Libero de
Libero cosí esordiva:
“…Una presentazione e una sigaretta non si nega mai a
nessuno…bla-bla-bla…alla fine concludendo: “Se non fosse di quel paese di
cui pure io sono ma di cui ravviso si e no tre o quattro persone, seppure…”
E Luigi Muccitelli che soffriva una profonda
tristezza per essere costretto a stare tanto lontano dal paese natio,
d’impeto gli scrisse a mano una lettera di quattro fogli esortandolo a
mettere da parte i rancori, ritornare a Fondi, andare fra i giovani e far
sentire la sua voce, andare nelle scuole per promuovere la conoscenza,
stimolare la lettura, allora piú scadente di adesso. E lui gli rispose
subito, alla sua maniera, con una cartolina scritta a monosillabi, quasi per
scusarsi, rimandando ad altra data un loro possibile incontro per una
discussione esauriente. Diventarono, però, amici telepaticamente,
dimostrandosi una reciproca e sincera stima, al di là di qualsiasi remora o
pregiudizio, e lui si espresse altrettanto positivamente nei suoi confronti
in qualche salotto romano, dopo il suo ritorno a Fondi, dove si era dedicato
in pieno all’animazione artistica, letteraria e musicale, organizzando varie
iniziative culturali cittadine e anche nella scuola pubblica. Libero de
Libero lo seguiva compiaciuto, anche se continuava a negare la sua presenza.
Scambiò con lui alcune lettere, anche se non si sono mai incontrati
fisicamente.
Ma già molti anni prima Luigi Muccitelli lo aveva
incontrato molte volte, quando era solo un ragazzo. Egli tornava a Fondi
ogni estate presso una famiglia dirimpettaia e lo vedeva spesso in
pantaloncini corti di stile coloniale, quando andava e tornava a passo
marziale con gli occhi fissi nella lettura del giornale che reggeva a due
mani. Anzi, ebbe da lui indirettamente il primo giudizio sulla sua capacità
letteraria. A quell’epoca, 1947-48, frequentava malvolentieri l’Avviamento
Professionale a Tipo Agrario; glielo avevano portato quasi di peso. Sua
madre agonizzava nel letto di morte ed egli non voleva intristirla
maggiormente. Fu la molla interiore che gli fece scrivere un tema in classe
che il professore d’italiano volle far leggere a Libero de Libero che ne
diede un giudizio assai positivo. Disse che si trattava di un vero e
proprio racconto che commuoveva profondamente. Il suo primo racconto che
si è perso lungo la sua via crucis. Allora, non pensava lontamente all’arte
e alla letteratura, e né il paese offriva altre prospettive a chi non
possedesse un’ara di terra da zappare.
Il poeta affermato e il giovane emergente si
ritrovarono trent’anni dopo a percorrere gli stessi sentieri terreni per
raggiungere i traguardi dell’arte e della letteratura. Sembrava un
appuntamento stabilito dal destino. Bastarono le prime prove a Libero de
Libero che rinforzò il suo apprezzamento per l’azione culturale promossa
che rompeva un secolare letargo della vita intellettuale di Fondi.
E fu l’unico, del gruppetto degli intellettuali
concittadini, che rispose civilmente incoraggiando Luigi Muccitelli. E ne
parlava con una certa soddisfazione anche nei salotti di Roma dove si
discuteva delle carenze provinciali. Disse: “A Fondi, la mia città, è nata
una Galleria d’Arte, un Premio Letterario, un Premio di Pittura e Grafica
che Luigi Muccitelli organizza con provata capacità…”
Tanto da spingere il Comm. Russo, titolare della Galleria la Barcaccia di
Roma in Piazza di Spagna, a venire a Fondi per dare una mano.
Infatti, voleva affidare a Luigi Muccitelli una trentina di opere d’arte di
noti autori in voga e altamente quotati, fra i quali: Giorgio de Chirico,
Maccari, Mafai, Guttuso,Gentilini, Vespignani, e altri, ma egli non volle
assumersi l’impegno, prima perché sapeva che non era facile venderli e per
la responsabilità in caso di furti delle opere. Tornando a Libero de Libero
che oggi riceve tanta attenzione, strumentale, ma non un sincero
apprezzamento, poiché tutti ne parlano ma ben pochi conoscono la sua
storia letteraria, o hanno mai letto una sua poesia. Mentre qualcun altro si
sforza di trovare parole benevoli, e scuse, anche da parte di certi relatori
invitati spesso a Fondi, i quali continuano a dire che, si, era un valido
poeta, ma era scontroso, iracondo, scostante, solitario e polemico nella
critica alle opere pubblicate ad altri amici letterati. Omettendo di
aggiungere, però, che quelli erano schierati nei vari partiti di governo.
Mentre Libero de Libero, coerente con il suo nome, non accettava
strumentalizzazione politica, tanto è vero che rifiutò la nomina a Direttore
Artistico del Teatro dell’Opera di Roma.
Nell sua indole era profondamente fondano, ma non
come coloro che per le piazze vanno quotidianamente parlando a vanvera, per
sentito dire, non per conoscenza reale, e avversano ogni cosa fatta dagli
altri, specie nel campo intellettuale che stimola vanità, per cui non
accettano di riconoscere il merito altrui. Un comportamento, oggi,
incrementato piú marcatamente dalla politica dominante, per calcolo
elettorale, vulnerabilità al sorriso ammiccante e alle false promesse di
voto prerenziale.
Una poesia premiata al premio Lerici-Pea
1967
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Per una ragazza virtuosa di giorno
La notte dei tuoi passi, la tua notte
su tacchi acuti gira il ritornello
dei ciechi incontri e vellutati scontri,
di abbracci scuciti con fretta galante
e denti stretti a bacio che non lega.
Della tua mano è trucco prudente
che senza stringere carezza ogni fiamma,
per strade furtive il tuo letto volante
mai sprofonda in abisso, uno spasimo
virtú non guasta nè ti sciupa la veste.
Non ha stilla che brucia né seme che scoppia,
acerba non è la rosa che difendi
col graffio d’una livida bugia:
non è fango che inghiotte né fumo che sporca,
amore fuggitivo non ti smaglia
i fianchi con un brivido d’anguilla.
O avara di te che sperperi innocenza,
all’inferno d’un armadio ritorna ogni alba
complice la tua larva, tu indolente
rientri nel marmo che al giorno figuri.
LIBERO de LIBERO (Fondi 1903 – Roma
1981)
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(La Giuria del Premio di Poesia Lerici-Pea 1967 era
composta da Rafael Alberti, Libero Bigiaretti, Ferdinando Giannessi, Walter
Mauro e Luigi Silori)