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Dal sangue alla polvere

Non una goccia di solitudine si perde, nessuna d’esse evapora.  Tutte restano dentro i versi di Manfredo di Biasio.

Allora provvedo a sistemarmi per questo notturno viaggio ordinando per bene gli elementi di un canto intorno all’assenza, alla malinconia, al metamorfico retaggio del tempo, al vero che passa sempre e un minuto dopo è già ricordo.  Compianto pianoforte d’acque fuori del controllo delle nostre mani, eppure c’è un suono che alla nostra attenzione è grazia:

“Forse da un silenzio uguale inizia per l’essere stanco quel viaggio privo di strade, d’ombre incerte e confini: un silenzio in cui si eleva remoto un furore di porta sbattuta, rinchiusa sopra il tutto che è stato.”

Dalla prefazione al testo di Ferruccio Ulivi leggiamo: Le poesie di Manfredo di Biasio raccolte in “Dal sangue alla polvere” nascono e si avvicendano sotto un segno di inappartenenza labile, incisivo e coerente, come una memoria onnipresente che evita di farsi bloccare. (…) Gli eventi appartengono, anche quando sono contemporanei alla scrittura, alla memoria; e la memoria non attinge alle profferte colorate di una realtà seducente in movimento; non c’è movimento, in questa poesia, altro che in forma di contemplazione, di osservazione.  E` il volto di Narciso che si specchia evitando di adularne l’effigie (…).  In questa umanissima trascrizione di limiti – così ne definirei l’accento dominante – che è il dono pregiato e semi-impalpabile di questa poesia, non manca insomma, a guardar bene, una varietà di toni dove ne cogliamo l’umanità.

L’incontro più completo con la bella pagina poetica di Manfredo di Biasio l’ebbi una prima volta nel 1993, leggendo “L’ala fuggiasca del tempo”, testo di cui serbo un caro ricordo.  Ora ne approfondisco lo studio adagiandomi in questa antologia dei quarant’anni che parte dal 1960, con “Eternita` breve”, versi tenuti a battesimo da Libero de Libero ch’ebbe ad appassionarsi a quello schivo, meditativo, promettente giovane autore: “Quando un piumato vento di profumi venne a girarmi intorno al viso a ogni schiudersi di ciglia ebbero gli occhi pagine di luce.” 

 

L’integrità morale del poeta lo fa acclamato pedagogo delle emozioni vitali.  Controllando esse, ci insegna di Biasio, si resta accanto alla vita, al dolore, alla speranza, per un tempo maggiore, senza dover ostentare una ingannata eroicità:  “Perche` sia udita la mia voce rinchiusa così come è state irrequieta di vita nella terra senza tempo, resti al sommo del cuore un usignolo e inviti all’ascolto modulando le cime di un canto.”

Luciano Luisi conclude scrivendo:  (…) Dunque, un pessimismo caratteriale, leopardiano possiamo dire visto che abbiamo ricordato quel sommo di Recanati?  E` innegabile che gli anni che fanno cumulo sul corpo e sullo spirito ne portino l’ombra con sé, quanto più la giovinezza sfuma nella memoria.(…).  Ma anche se nel cuore di questa poesia vi è - come dire? – quasi un senso di addio, una vigile consapevolezza della nostra precarietà, e forse anche l’ombra della delusione nei confronti della parola, così amata e cercata, e che non sa vincere, come si vorrebbe, l’angoscia del tempo, della ineluttabile fine, anche se questo prevale, vi è salvifico e costante – immutabile, eterno – il sentimento del paesaggio, questo dono della natura e dell’uomo insieme, e sul quale di Biasio concentra le sue facoltà di contemplazione, ricreando quelle immagini che gli sono familiari e che sono la più congeniale matrice della sua poesia.

Antonio Vanni

 

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