Dentro vaghi arcipelaghi di nubi,
fra tenere caligini intravedi
la nuova strada. Ma alla tua stanchezza
stranamente non pesa la salita.
Ancora indugia sul tuo palmo un
fiato,
ombra e tepore della nostra vita,
ancora tinge la tua fronte un pallido
riverbero dell’albero di casa.
Perché dire che spenta è la tua
sera?
I nostri fiori fanno in te radice,
siamo l’eco sfiocata di parole
che già furono tue.
Né ci resta soltanto la tua sera.
la folgore non brucia, non consuma
quel tralcio giovinetto che inarcava
un ritmo di milonga e d’habanera…
II
Ora che le tue membra nutre la
neve degli anni,
i fiocchi di neve, parole
di amore e di Dio nel buio che alto s’annuncia
ora che le tue orme cancella il vento dei giorni inutili
e un tiglio nero eternamente offusca
e ti stringe le ali lunghissime
III
Io sono morta per te da quando hai
spento
quei tuoi lampi di cielo turchino,
non canto più per te da quando hai reso
i tuoi flauti ai canneti dell’Ade.
Oggi le mie parole sono pani
raffermi e franti gridi anche per te
che leggera nel tempo t’inazzurri
per strade impervie all’uomo.