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C'era una volta il mio paese

Riesco a dissipare alquanto le brume del tempo e distinguo in lontananza il mio paese, quando, durante la controra, esso dormiva fiacco e sudaticcio nell’afa estiva, immerso in un’ onda uguale di rumori....Da questa, ma solo, di tanto in tanto, sgorgava il pianto improvviso di un bimbo. Non, però, nota discorda, che esso s’intonava alla sonnacchiosa nenia materna e s’acquietava al tam-tam lento ma imperioso della robusta culla di legno.

Alla nenia faceva eco, allungandola ed inserendosi ad essa come ad un ritornello, il verso che...si stirava, impastato di sonno, ovattato dalla distanza ”Iambarey frisc’cooo!”. Era una nota dolente che sapeva d’inedia e di stenti- sempre la stessa per generazioni intere- un invocazione, un invito a comprare i gamberetti freschi, pullulanti nei corsi d’acqua della periferia.

A tale nota se ne aggiungeva una uguale della venditrice di formaggio in fiscelle, “Cas’frisc’cooo!”, frammista alla voce chioccia, ma perentoria “Merletti, merletti fini...” del merciaio ambulante.

Ed ecco improvviso il suono sgangherato della tromba, che precedeva la voce stridula del banditore, il quale, al servizio del Comune o del privato cittadino, “gettava” il bando per il paese. “Si avverte a tutti che...” “Chi avesse trovato...venisse da me, ca iu` padron’ c’ fa iu` regalo!”

Al suono della tromba i paesani facevano immediatamente silenzio, interrompendo ogni attività e mettendosi in ascolto.

Il bando, oggi impossibile col mare tempestoso delle macchine, in cui la voce naufragherebbe prima di arrivare a destinazione, sostituiva spesso il manifesto, di cui era più sbrigativo e immediato, più adatto e accessibile al popolo, che allora aveva più orecchio per sentire che occhio per leggere.

Il ciangottio delle fontane, quasi tutte al di sotto del livello stradale, mutando tonalità e volume secondo la cassa di risonanza del recipiente messo a riempire sotto il rubinetto, commentava il fitto spettegolare delle donne, scese ad attingere acqua. Esse aspettavano disciplinatamente ciascuno il suo turno e poi risalivano per avviarsi verso casa. Ma, a volte, lo scambio delle confidenze era troppo allettante per rimandarlo al domani e così le comari s’intrattenevano a lungo presso la ringhiera protettiva, con le mani sui fianchi, come le ”cannate” che reggevano in equilibrio sulla testa.

Mi ritornano alla memoria queste voci e suoni e mormorii, tutte espressioni di un mondo scomparso, e mi risuonano all’orecchio i battibecchi di Peppe il “Cocciuso”, lo zufolare di “Nufaro” di Campodimele e le cantilene di Luciano il “Cecato” e i lamenti interminabili ”Oh Diato`...di Ciccillo bambino e le folate di chiasso dei ragazzi. E dei ragazzi mi vengono in mente, ad uno ad uno, i cento semplici giochi, per la maggior parte dei quali essi stessi si costruivano, all’occorrenza, gli strumenti. Ancora ho nello sguardo le bianche visioni degli aquiloni frementi nel cielo primaverile.

Durante il primo  pomeriggio il Corso era quasi deserto. Le donne vi facevano la loro apparizione soltanto quando erano aperti i negozi, per lo più la mattina, di rado verso sera, allorché era prossimo il ritorno degli uomini dalla campagna. D’altra parte, per attingere acqua, preferivano le fontane delle vie interne, per evitare il rischio d’incappare nel fuoco concentrico degli sguardi delle sparute schiere di giovanotti squattrinati, che facevano su e  giù cento volte dal Castello a Porta Roma, quasi sempre muti, in preda a chissà quali gravi meditazioni.

Cosicchè, i quattro mascheroni della fontana in Piazza S. Maria, i quali ornavano, attorno, il pilone di pietra che racchiudeva un liquido specchio verde di muschio, sbuffavano giù ad iratissimi, inutile acqua con rumore espanso e spacciato, come inutile era il fiotto di zampillii ricadenti, al centro, sul bronzo di una giovinetta che si dibatteva, i piedi in aria, tra le viscide spire di un mostro marino.

Erano già aperti i saloni dei parrucchieri, dove, in attesa dei clienti, le corde di una chitarra o di un mandolino singhiozzavano sul  mancato ritorno del “ minatore dal volto bruno” o si illanguidivano su “settembre che lentamente se ne muore” o si lamentavano di un “sassolino nella scarpa, ahi!” o  impazzivano sulle consonanti e le vocali di “Stramiliano”.

Rigurgitavano i bar di giocatori di tressette e di scopone, assediati a quattro a quattro da una folta schiera di angeli custodi, i quali, interferendo spesso direttamente nel gioco dei loro assistiti, provocavano una reazione a catena di proteste e di imprecazioni, di turpiloqui e di bestemmie, che si confondevano nel nuvolone d’inferno alimentato dai forti sigari toscani e da ogni genere di sigarette, tra cui le tremende “dum-dum”

Ma la comparsa delle bariste, chiamate, oltre che a servire dietro il banco, a sollecitare con la loro stessa presenza i clienti a giocare di meno e a spendere di più, valse a rendere meno pesante l’atmosfera.

Provenienti in gran parte dalla provincia romana, abbastanza spigliate e bellocce, graziose, nei loro camici bianchi, si erano conquistata la simpatia dei clienti, i quali, tutti,chi più chi meno, le corteggiavano, migliorando ciascuno, nello sforzo della conquista, modo di vestirsi e di presentarsi, oltrechè di comportarsi e di esprimersi.

Tutti erano soddisfatti: i padroni dei bar che vedevano più che raddoppiare le loro entrate;  le bariste, che, oltre che a sentirsi al centro delle attenzioni maschili, riuscivano a raggranellare durante la giornata un discreto gruzzolo di mance; i clienti stessi, che si sentivano rinnovati, più importanti e valorizzati, a tu per tu con ragazze cittadine imbellettate e bistrate, con i capelli corti, del tutto diverse da mogli e fidanzate nostrane. Tutto, però, tornò come prima, o quasi, quando le povere bariste, anche le più innocue, furono costrette ad abbandonare il paese, licenziate in tronco, se pure a malincuore, dai proprietari dei bar, per ordine tassativo del podesta`, al quale era ricorsa una strillante ambasceria di donne, infuriate di vedersi trascurate dai  loro uomini

Se i giocatori di tressette e di scopone frequentavano i bar, i giocatori di zecchinetta avevano scelto come loro bisca il porticato di S. Francesco e ...in onore del Santo poverello giocavano seduti a terra in ampio cerchio, puntando sulle varie carte poste su un coperchio di botte un mucchietto di monete di rame e di nichel, che, secondo una prassi improntata a scarsa fiducia, il banchiere doveva raddoppiare, prima di tirare dal mazzo un’altra carta.

Bisognava recarsi nella parte opposta del paese, fuori Porta Roma, per trovare un’altra bisca del genere, protetta sotto il suo breve porticato da S. Bartolomeo, consacrato.

Il Corso esprimeva tutta la sua importanza, oltre che nelle prime ore del mattino, la sera tardi, quando si riempiva di gente, esclusivamente di sesso maschile. La si discorreva, si discuteva, si contrattava come in un immenso ritrovo aperto a tutti, ma frequentato in gran parte da piccoli commercianti, carrettieri e braccianti, i quali sostavano a lungo soprattutto nei pressi del cinema Cantarano, l’unico allora esistente.

Ma, il Corso si affollava in maniera inverosimile da cima a fondo durante i giorni festivi, quando, oltre ai paesani, si riversavano in esso, a far magra spesa per tutta la settimana, i “forestieri”, cioè gli abitanti delle zone periferiche dei “Greci” e delle “Querce”, di ” S. Magno” e della “Madonna degli Angeli” che sembravano lontanissime.

Non c’è dubbio che l’autentico volto umano del paese stava nell’interno, di qua e di là del Corso, al “Cardinale”,  alle “Monache”,  alla “Giudea”, a “S. Domenico”.

Era lì soprattutto che pulsava il cuore dei cittadini, contadini, per lo più, piccoli coltivatori diretti, piccoli artigiani, piccoli uomini e piccole donne, tutti accomunati da un tenore di vita fatto di stenti e di umiliazioni, di speranze senza domani, di sacrifici senza compenso, di pregiudizi e di superstizioni, chiusi in orizzonti limitati, senza possibilità di aperture spirituali.

Dalle case e dalle strade si sprigionavano i diversi odori caratteristici di un paese agricolo, dal cavolo cappuccio, al cavolfiore, dai ceci ai fagioli, dall’aglio alla cipolla, dall’asino al cavallo, dal bue al maiale. Se Mitrade si era abituato ai veleni e immunizzato contro di essi, il naso si era abituato ai cattivi odori e non li avvertiva più. Era tramortito e sembrava avesse perduto la sua sensibilità olfattiva. Ma, come una persona svenuta rinviene se è schiaffeggiata o investita da un getto d’acqua fredda, così il naso si destava, purtroppo, se aggredito a tradimento da una zaffata proveniente dalla una stalla o da un pozzo nero rimossi.

In compenso, poteva, di tanto in tanto, annusare deliziosamente la fragranza dei pani di granturco appena usciti dal forno e ben disposti nella “maniella”, che la massaia portava con sussiego in testa, diretta svelta svelta verso casa.

E l’occhio smarrito non faceva più caso alle immondizie delle strade, dove ai lati spesso si snodavano pigri due rigagnoli di liquame, che, dopo un lungo limaccioso percorso, si perdevano, a malincuore, tra gli interstizi della grata di una bocchetta. Lo sguardo passava indifferente sui rifiuti verde chiaro dei broccoletti, sui ciuffi verde cupo dei finocchi, sulle foglie verde viola dei cavoli, sulle bucce giallastre delle arance, disseminate dovunque in gran copia, a sottolineare la principale risorsa del paese. Solo era attratto dalle oasi vaganti di stracci di carta biancastra, piacevole a vedersi, come ai fiori in una macchia di biancospini.

Nei tratti di strada più aperti al traffico agricolo si fermavano al centro, impedendo che gli zoccoli ferrati dei quadrupedi scivolassero sui basali, una guida verde marrone, che rendeva sempre più spessa e compatta il passaggio degli asini e dei cavalli col basto o attaccati ai carretti carichi, a sera, di erba e di paglia. Nei punti meno frequentati e più controllabili razzolavano le galline sotto la sorveglianza della padrona, seduta a sferruzzare sulla soglia di casa.

Apriva e chiudeva la giornata la tempestosa corsa dei maiali che, usciti all’alba dai numerosi ricoveri cittadini per recarsi a pascolare fuori porta, spontaneamente vi ritornavano tra lusco e brusco per passarvi la notte.

L’ambiente era più che mai propizio alle mosche che vi regnavano incontrastate dalla primavera all’autunno. Esse gareggiavano a migliaia, a centinaia di migliaia in vorticosi valzer d’amore, per poi posarsi stanche, annerendo di sè e punteggiandolo, sul ... mondo sottostante. Poche, troppo poche ne morivano tra le mani sventaglianti dei ragazzi a scuola, nell’inferno dei calamai, nella trappola dei cibi e delle bevande, nella trama delle ragnatele.

Bisogna riconoscerlo, non era uno specchio di pulizia il mio paese.

Ne dù la misura un emblematico scherzetto in rima che allora era in voga e che i paesani declamavano con spirito e senso d’humor, facendo autocritica:

Napoli per bellezza, Gaeta per fortezza, Roma per santità, Funn’ per “c’sc’ch’ta`”

Rocco Raso

 
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