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La raccolta delle arance

È l'alba. Nel cielo sereno ancora qualche stella. La giornata, pur rigida, si annunzia propizia.
In piazza S. Maria si fronteggiano, disposti in due righe segnate dalle lunghe scale di legno poggiate a terra, oltre cento operai agricoli: sono "stoccatori" (1) che offrono e attendono lavoro. Il freddo e la speranza di essere richiesti da qualche ditta li rendono tristi e nervosi. Essi cercano di sfuggire all'impressione di appartenere a una truppa schierata in piazza d'armi, in attesa del sergente di giornata e chi riguarda fisso fisso, con la testa troppo china, le ciocie consunte, chi si accoscia per ripulirle soverchiamente con la "sterra" (2), chi, senza che ce ne sia bisogno, si raccomoda sulla spalla le magre "verte" (3), simili a due bianche bisacce d'Esopo, contenenti indistintamente avanti e indietro pregi e difetti di tozzi di pane e di mezze cipolle. Alcuni parlano distratti, di sbieco, a mezza bocca.
Ed ecco spuntare sul corso Appio Claudio da una strada trasversale, grosso come si addice a una persona di comando, il caposquadra Civettone, che si fa subito al centro della carreggiata, per essere ben visibile a tutti. Avanza ciondolando come un cow-boy, vanitoso come un primo attore, calzato di scarponi con gambali che si era portati a casa il giorno dell'armistizio e che usa solo in queste occasioni. Evita il più possibile gli interstizi dei basoli, perchè più sonoro sia il rumore dei suoi passi, più completo e intatto.
Gli stoccatori si impongono silenzio, si irrigidiscono istintivamente quasi sull'attenti e a un loro muto autocomando si volgono di scatto a guardare il nero cappello a punta, di foggia brigantesca, che avanza verso di loro.
A due metri di distanza dalle due righe, Civettone si arresta. Si aggiusta il cappello a mo' di saluto, s'impettisce ancora di più e passa fra le due ali di uomini, dando con la coda dell' occhio un fugacissimo sguardo a diritta e a manca. Arriva fino in fondo e, quando fa dietro-front, ha già mentalmente operato la sua scelta. Assume un fare brusco, per nascondere il suo imbarazzo, e, senza guardare in faccia gli uomini trepidanti, dice, procedendo a zig-zag e indicando ora con l'indice destro ora col sinistro, "Tu...tu...tu...". Ne ha scelto quindici fra tutti, destinati a rinforzare la squadra fissa di stoccatori presso la ditta.
I fortunati cercano di dissimulare la loro felicità. Gli altri restano a guardare delusi, con un mezzo sorriso nervoso, tirato a forza all'angolo della bocca. Serrano le righe e restano in attesa di altri capisquadra e di miglior fortuna.
I prescelti si affrettano a liberare e a sollevare ciascuno la sua scala che si caricano destramente sopra la spalla, infilando il braccio nel vano di due pioli, e si avviano lietamente, beccheggiando, verso il magazzino, guidati da Civettone, che ora ha perduto la grinta e riacquistato la sua cordialità cameratesca.

Il magazzino è il centro motore di tutte le operazioni, un cuore che, specie al mattino, pulsa freneticamente in un ambiente scarsamente illuminato da una lampadina che impallidisce alle prime luci interferenti del giorno.
Il vasto locale è in parte occupato ai due lati da un paio di masse gialle di arance, che, chiuse da paratie di legno, dalla parete avanzano a scarpata verso il centro, dove si agitano donne e uomini, le prime impegnate a preparare corbe e "morsette" (4), gli altri a trasportare balle di paglia verso i carretti fermi sulla strada. Sono tutti pieni di vigore, scattanti, vogliosi di muoversi e di riscaldarsi il sangue.
Tutto è pronto ormai. Civettone esce dalle "segrete cose" del piccolo ufficio, lo "sgabuzzino", confinato in un angolo, dove ha ricevuto da Donnantonio le ultime e definitive istruzioni sul lavoro della giornata, e solennemente muove verso il portone d'ingresso. Gli operai si affollano intorno a lui e s'impongono silenzio. Ritto sulla soglia il buon Civettone sostiene bene il peso della sua autorità e con voce ferma e gesti misurati, distribuisce uomini e donne in squadre, formandone tante quante ne occorrono nelle varie zone operative, assegnando a ciascuna di esse un numero più o meno grande di persone, secondo l'estensione e la consistenza delle partite di arance da cogliere. Egli dà ragguagli precisi e cicostanziati sull'ubicazione degli agrumeti. "Alla Fossella, dirimpetto a zi' Vicienzo iù Nasone" "A Gegni, da Gaetano iù Fanatico, che confina con iù Sciancato".
L'adunata si scioglie e le donne, già con le corbe in testa, sciamano sulla strada e si avviano a gruppi per direzioni diverse. Seguono gli uomini con le scale addosso, cui fanno da bilanciere le fescine.
I carrettieri saltano agili sui carretti, e i cavalli, che un momento prima sonnecchiavano in attesa fra le stanghe, si scuotono e, a un lieve battere delle redini sulla groppa, partono sotto la guida dei conducenti.
Ci sarebbe posto sui carri, ma si preferisce andare a piedi in campagna, per riscaldarsi. Le strade sono asciutte e le ciocie leggiere. Non pesano neppure le scale così snelle e le fescine così eleganti e sottili. D'altra parte, sono o non sono stoccatori, operai agricoli specializzati? Che ci farebbero sulla strada senza gli attrezzi del mestiere? Si sentirebbero dei vagabondi a spasso. E vanno avanti con passo agile e sciolto sulla strada bianca questi poveri Cristi verso il gioioso Calvario del lavoro. E le donne non saprebbero come atteggiarsi senza la corba in testa. E camminano, nella maggior parte, con estrema grazia, il petto pieno, la testa e il busto eretti, la gonna ondeggiante, creature di fantasia, fascinose Canefore di Pallade.

Non ci si attarda per la strada e si giunge per tempo a destinazione, quando la brina si è sciolta e le arance sono quasi asciutte e pronte. Guai a coglierle bagnate di brina o di rugiada: marcirebbero presto.
Il proprietario, Giovannino il Buono, coltivatore diretto, è già sul posto nella sua "casetta". Ha dormito poco e male durante la notte. È seduto su un ciocco, accanto a un vecchio braciere, di cui la cenere di carbonella gli dà l'ultimo calore.
Guarda fisso davanti a sè, con la giacca di velluto sulle spalle e le mani in croce sui ginocchi.
La squadra di stoccatori e di donne spalanca la porta e irrompe dentro, profanando il suo santuario e mettendo vieppiù scompiglio nel suo animo già in preda alla tristezza. Essi spoglieranno gli alberi delle loro arance, di cui egli è inutile custode, come lo furono le mitiche Esperidi che non seppero difendere da Ercole i pomi d'oro del loro giardino. Gli invasori toglieranno alle piante la funzione di dar l'ultimo alimento ai frutti per renderli più dolci e conservarli succosi fin oltre aprile. Renderanno pressocchè vana la sua presenza. Ma egli continuerà a non privarsi della compagnia di questi verdi amici, di ciascuno dei quali conosce a memoria la conformazione del tronco, dei rami e della chioma, veglierà su di essi durante il sonno del restante inverno.
La primavera verrà, verrà la stagione bella che darà inizio alla mirabile vicenda. Le tenere gemme spunteranno ancora e ammiccheranno tra i rami fronzuti; i fiori delicati si apriranno in ali di farfalle e si abbandoneranno in volo nelle braccia della madre bruna, per ricoprirla di candide carezze profumate. E i fiori lasceranno in retaggio all'albero gli ovari, le arancine neonate, che faranno capolino sui gambi nel verde nido delle foglie. E come ogni anno egli accarezzerà e cullerà con lo sguardo e col cuore queste tenere creature e, le nutrirà e le curerà, seguendone passo passo lo sviluppo, finchè diventeranno grandi e belle, come sempre, come lo sono oggi, con la pelle liscia e rilucente d'oro.
Bando dunque alla malinconia! È vero che porteranno via le sue arance, ma egli avrà i mezzi per rendere più bello e rigoglioso il suo giardino.
Gli stoccatori alzano le scale,- e, dopo averle sistemate e assicurate a un ramo robusto e adatto, salgono su di esse.
"Attenzione,. non le fate cadere, non le graffiate, non le trafiggete.. ."
Fanno presto a riempire le fescine, perchè essi colgono le arance alla vecchia maniera, non ad una ad una con la "morsetta", ma, per lo più, a "chiome" (5), spezzando facilmente il frondoso rametto portatore con la tenaglia delle dita, armate di unghie potenti.
"Vot'ca!" (6). A questo laconico invito la donna avanza sotto l'albero, afferra con una mano il piolo terminale della fascina, che lo stoccatore le cala dall'alto come un omaggio, e, attirando ne a sè con l'altra, in un breve abbraccio, il corpo conico e snello, versa il contenuto nella corba capace.

A mano a mano che le corbe si riempiono, le operaie più umili della squadra se le caricano con l'aiuto di una compagna sul capo munito di un cercine di stoffa e le portano alla "casetta". Ragazze dai tredici ai venti anni, sono tutte scalze per essere più leggiere e spedite nel trasporto: la terra non si attacca alla pelle dei piedi. Alcune delle più giovani sono pallide e sparute, meschinelle con le gambe scheletriche di bimbe, il volto stirato dalla fatica e dagli stenti. La corba che poggia sul capo, pesante una trentina di chili, è più grande di loro. La testa trema sotto il peso, specie quando sono costrette a chinarsi per evitare i rami degli alberi, il collo scompare tra le spalle. Il volto teso spesso si riga di pianto. Quando è piovuto di fresco, i piedi affondano nel terreno viscido e spesso le poverette non ce la fanno a resistere e si abbandonano a terra. Su di esse cadono insieme la corba e le arance.
"Vot'ca! Su, bella, su! Assunti, tieni 'na fiacca!" "E cala Francì, io qua sto".
"Vot'ca!".
"Catari, scign'accà basc'".(7)
"Eccotela Catarina, piena piena".
"Vot'ca! Neh, zoccoletta, non ti sbrighi?". "Eh, Gialà, zoccola è tua moglie".
"Ah,ah! T'aggio chiamata zoccoletta perchè sei piccola e magra. "
"Allora tua moglie che è grossa e grassa è 'na zoccolona." Tra un frizzo e una battuta, di cui nessuno si offende seriamente, il lavoro procede con alacrità.
Le portatrici fanno la spola tra gli stoccatari e la casetta. Qui giunte' scaricano le arance sulla gonna distesa tra le gambe delle operaie più anziane, le più. ..elevate in grado, le "morsettatrici", sedute a terra in fila. Con la morsetta esse tagliano il picciuolo alla base e pongono le arance in un coperchio di cesta, basso, perchè sia a portata di mano e comodo. Verranno poi, di volta in volta, versate in uno scomparto della casetta.
Verso mezzogiorno, come a una tacita intesa, gli stoccatori e le portatrici lasciano il punto di raccolta, per far colazione, ciascuno attingendo per sè alle proprie "verte" o alla propria "mappatella" (8). Seggono per quanto possibile a distanza ravvicinata l'uno dall' altro o a terra o su un sedile improvvisato.
Hanno a disposizione una trentina di minuti, di cui essi solo' una minima parte dedicano al magro pasto.
Mangiano con appetito degno di miglior causa il loro pane di granturco rosso, a volte duro di una settimana, inattaccabile senza la provvida acqua del "cannatello" (9).
Caso strano, uno stoccatore aggredisce un'intera "fresella" (l0) di pane di grano, fresco di giornata.
"Compà Michè, stai a pane bianco (11) oggi, che devi morire?
"Oh, compare mio, mangio 'sta fresella che mi costa un occhio della testa, proprio per non morire. La mola ieri si è rotta e il mio sacco di granturco non è stato macinato. Tutte a me capitano".
"Compà Francì, e tu piangi?"
"È 'sta cipolla che mi commuove, compà".
Il più anziano degli stoccatori, zi' Mauruccio, gli occhi piccoli, vivacissimi, ride alla battuta, mostrando i suoi super- stiti quattro denti in corrispondenza tra loro: due di sopra, sporgenti, due di sotto. Sembra un topo e torna dopo un breve riso a rodere il suo pane, svelto svelto, tenendolo con ambedue le mani e torcendo capo e bocca, ora a destra ora a sinistra.
"'Sto pane muffito è bianco, modestia a parte, come la fresella di Michele".

"Pane muffito e vino inacidito arricchiscono la casata". "Sì, sì, mi fanno ridere i proverbi. Sono quarant'anni che mangio pane muffito e mi tocca bere acqua invece del vino, eppure non posso "scrivere per il freddo" (12).
"Compà Bià, che ti mangi oggi?" "Pane e sputato, (13) compà"
Le donne in disparte hanno poco da essere invidiate, quanto al pranzo. Ma, la miseria di tutti s'ispira a criteri di uguaglianza e, mal comune mezzo gaudio, esplode qua e là, con risate piene e soddisfatte, la gioia di vivere.
Oggi, in special modo, c'è frutta abbondante. Giovannino il Buono non ci fa caso e c'è perfino il vino rosso fornito da lui. "Alla salute di Giovannino!"
E bevono a turno, direttamente dalla damigiana, con la bocca incollata alla larga e scomoda imboccatura, senza far cadere una goccia. "Il vino è sangue di Cristo!". Ce n'è anche per le donne. Si schermiscono prima, ma poi finiscono per prenderci gusto. La damigiana è vuota, ormai, e c'è euforia nell'aria. Gli uomini sono più cordiali e aperti, più spinti; le donne, rosse in viso, più espansive, più disposte ad accettare la corte maschile di sottintesi e di complimenti. Zi' Mauruccio sghignazza denti e naso in aria, battendosi rumorosamente le cosce con le mani ossute.
Giovannino sorride, ora, compiaciuto. Comincia la conta delle arance, che, s'intende, è un'operazione importantissima, il "clou" della giornata. Viene eseguita da due uomini di fiducia, particolarmente esperti, sotto lo sguardo vigile del proprietario. Essi s'inginocchiano davanti alla massa delle arance e, prendendo ne con le due mani cinque per volta, le pongono in una corba posta in mezzo a loro, contando alternativamente fino a cento. Ricominciano da uno a centocinque. Hanno contato, così, mille arance. Le venticinque in più non vengono valutate: rappresentano la buona mano, che toccà per cosuetudine all'acquirente.


A questo punto il venditore e il compratore cavano di tasca ciascuno un'arancia e praticano sulla buccia un foro, portandone via un pezzettino con l'unghia del pollice. Ogni foro, dunque, mille arance.
È davvero stupefacente l'abilità dei due uomini intenti alla conta. Non le mani, sembra, vanno alle arance, ma le arance alle mani, in un miracolo che -mutatis mutandis -non riuscì nemmeno a Maometto.
Durante la conta le morsettatrici sono tenute al silenzio e questo è per loro il più duro dei castighi. Non si sente altro che la pronuncia cantilenante dei numeri in progressione, più o meno ritardata o accellerata, secondo la quantità delle sillabe di ciascuno di essi, in maniera che da un numero all'altro corra lo spazio di tempo, sempre identico, che impiegano le mani nel passare dal mucchio alla corba.
Non disturba affatto il monotono aritmico "tic tic" delle morsette, che, se, al principio, si fa sentire, finisce, in seguito, per essere irrilevante per l'orecchio. Arriva di tanto in tanto smorzato un "vot'ca", a cui fa eco una frase indistinta o un invocazione sfocata o una risata ovattata.
Le corbe ripiene delle arance contate vengono vuotate direttamente nel carretto chiuso ai quattro lati da sportelli e foderato di un'unica ampia incerata, le cui parti estreme sono destinate a coprire il prodotto durante il viaggio. Non appena fatto il carico, il carretto, subito dopo sostituito da un altro vuoto, parte verso il vagone ferroviario o verso il magazzino.
È quasi buio, ormai: cessa il ticchettio delle morsette, la conta si ferma al "taglia", quando il carico dell'ultimo carretto è completato. Inizia il gran vociare delle donne che si rifanno ad usura del lungo silenzio patito. Per le portatrici finisce la faticosa spola, gli stoccatori in fila lungo il viottolo tornano con le scale e le fescine, che depositano nella cassetta invasa da foglie e ramagli e emenanti un forte odore di agrumi.
Ancora qui domani. Nessuno mostra stanchezza. E meno che mai le piu` piccine che sgambettano liete sulla strada.


(l) "Stoccatori", invece che "staccatori": operai agricoli, addetti a "staccare", cioé a cogliere le arance dagli alberi.
(2) "Sterra", Piccolo arnese di ferro, atto a togliere le terra che si attacca alle ciocie e alla zappa.
(3) "Verte", un duplice tascapane di canapa, consistente in una specie di federa stretta e lunga, chiusa alle due estremità e aperta al centro lungo la cucitura, per infilarvi la colazione che veniva distribuita nelle due sacche. Il contadino le portava a cavallo della spalla.
(4) "Morsette": piccole pinze atte a tagliare il peduncolo dell'arancia.
(5) "A chiome", a grappoli.
(6) "Vot'ca", vuota.
(7) "Catarl, scign'accà basc'", parole di una nota canzone napoletana: Caterina, scendi
quaggiù.
(8) "Mappatella", diminutivo di "mappata", dal lat. "mappa", tovagliolo. La "mappata" è, dunque, la colazione che si racchiude in un tovagliolo.
(9) "Cannatello": Piu` piccolo della "Cannata" (brocca di terracotta a due maniche).
(lO) "Fresella", pane di forma ovale, fatto con la farina di grano, del peso di 750 grammi circa.
(11) "Stai a pane bianco"; si dava il pane fatto con la farina di grano, anziché quello fatto con la farina di granturco, solo ai malati gravi.
(12) "Non poter scrivere per il freddo": essere molto povero.
(13) "Sputato": parto passo sostantivato di "sputare", saliva.

 

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