Maiali
Dalla primavera all'autunno menavano vita grama:
svegliarsi presto la mattina, correre attraverso le vie del paese per
raggiungere puntualmente alla periferia il centro di raccolta e di lì
recarsi al pascolo sotto una tempesta di bestemmie e di bastonate.Il
mangiare non era granchè: sempre la stessa erba insipida, qua e là aspra e
amara, nutriente appena per tirare avanti. Rare le ghiande, per lo più
acerbe e allappanti. Quando si sconfinava per arraffare un piede di insalata
e qualche pomodoro nei campi padronali, il porcaio, nel timore di denunzie
per danni, diventava un ossesso e giù parolacce d'inferno e vergate da
negriero.
Si doveva.. .rimpatriare immediatamente, con la schiena
rotta e i fianchi segnati a sangue. Calava la sera e via di corsa a casa.
Guai a rallentare un po' il passo per prendere fiato nelle vie del paese:
erano calci sotto la pancia bacchettate sugli orecchi.
Ascoltate che cosa capitò una sera a uno di questi tapini,
nell'epoca in cui i ciabattini, tempo permettendo, anzichè starsene tappati
nelle loro strette e scure bottegucce a pianterreno, solevano spostare il
loro deschetto fuori, sulla strada, presso la soglia, per lavorare di lesina
e di sugghia all'aria aperta, chiacchierando tranquillamente con i vicini,
fino al morir del giorno.
Non glien'era andata bene una durante il giorno e non
vedeva l'ora di rientrare nella stalla, al sicuro. Rotto dai triboli e
accecato dal sospetto, correndo all'impazzata per sfuggire a chi sa quali
pericoli imminenti, non seguì, come al solito, il centro della via e si fece
di lato.
Si trovò col grifo infilato sotto il deschetto, che finì
per sistemarsi a cavalcioni su di esso, con le quattro gambe ben strette
alla pancia gonfia di erba e di patimenti. Il porco esasperato grugniva
forte contro il destino e ancora più correva e sgroppava, scuotendo la
testa, nell'intento di buttare giù quell'incomodo cavaliere. Ma, niente da
fare: il deschetto, liberatosi della zavorra degli attrezzi, si manteneva
leggero leggero in equlibrio, come un provetto...porcherizzo.
Nel frattempo, dopo qualche istante di smarrimento, il
ciabattino era scattato in piedi e, stringendo istintivamente a mo' di
pugnale la sugghia che aveva in mano, si era messo a rincorrere il maiale,
gridando e imprecando.
A tale spettacolo inconsueto la gente rideva a tutta gola
e incitava e schiamazzava. Cresceva il frastuono di risa, di grida e di
bestemmie e le massaie incuriosite si affacciavano alle finestre e ai
balconi con un nervoso sbatacchiare d'imposte.
Ma, il maiale aveva intanto scantonato ed esse non si
rendevano conto della situazione, non potevano spiegarsi come le risa
smodate dei passanti si conciliassero col viso stravolto del ciabattino che
correva a perdifiato, sacramentando, con la sugghia in pugno.
E le domande rimbalzavano da una casa all'altra: «Mastumichè,
che t'è successo?» «Mastumichè, che t'hanno fatto?» «Mastumichè, perchè
corri?»
E Mastro Michele senza smettere di correre e ansimando
rumorosamente: «Voglio vedè dove vuo mettere bottega 'sto porco.»
Vita da cani quella del povero maiale d'anteguerra!
Perseguitato, percosso, avvilito...La schiavitù in cui era caduto lo aveva
abbrutito e ingaglioffato e, certo, nessuno avrebbe potuto riconoscere in
lui l'epigono della libera e fiera schiatta dei cinghiali dai corpi
scattanti, rastremati come fusi, armati di zanne rivolte all'insù, superbi
di setole che si facevano criniera lungo la schiena, collare attorno al
collo, adorni d'una coda a tortiglione come un baffo spavaldo, da fare
invidia a un moschettiere di stampo antico.
Ma, all'inizio dell'autunno, quell'inferno da lager
nazista cessava e il tenore di vita del maiale mutava radicalmente. Non più
corse mattina e sera, non più improperi e vergate, non più erba da quattro
soldi, non più letti puzzolenti, non più notti da incubo.
Se ne stava notte e giorno nella stalla accogliente,
sdraiato su una soffice lettiera di paglia fresca e profumata, che veniva
mutata, come le lenzuola, due volte la settimana. Mangiare e dormire,
dormire e mangiare. Il sonno era dolce e riposante, senza porcari ne
mostri. Il cibo non vi dico: broda dall'odore struggente, granturco
rilucente. dei pantani, ghiande turgide e mature di pianura, castagne di
montagna con il pizzo, mele annurca.
Non l'urlo che niente aveva di umano di un porcaro
arrogante, ma la voce dolce e suadente, semplice e comprensiva, senza
complicazioni, di una tranquilla massaia: «ze-ze», «ze- ze», «ze-ze».
Era un invito a mangiare o a dormire, un invito quieto,
accompagnato da carezze trepide lungo la schiena, pacche materne sulle
cosce.
...Ottobre...Novembre...mangiare e dormire e il maiale
s’impinguava sempre più, le guance si inturgidivano, i fianchi si
dilatavano, il dorso si ammorbidiva, le cosce aumentavano. ' «Ze-ze» e il
maiale continuava a mangiare e a dormire, a infagottarsi di carne e di
lardo.
...Dicembre...«ze-ze» e le carezze della massaia sempre
più dolci e insistenti si venavano di riconoscenza.
La buona donna ringraziava Sant' Antonio.
Alle carezze il maiale sempre più pesante e voluminoso,
sempre più pigro, rispondeva con un grugnito di soddisfazione e non mancava
di gustare il cibo nel trogolo di pietra, alzandosi dal letto con grande
sforzo, amorevolmente aiutato dalla sua governante. Le zampe indebolite dal
lungo ozio non ce la facevano più, ormai, a sostenere la gravezza del corpo
e tremavano come le braccia al limite delle forze dei sollevatori di peso.
...«Ze-ze»...
Verso la fine di dicembre, il maiale non più atto a reggersi
in piedi, rimaneva sdraiato sulla lettiera e, con la testa poggiata sul
cuscino della guancia, come un satollo Trimalcione sul suo triclinio, giusto
per non dire di no, spostava un tantino in sù il grugno e lò apriva e lo
chiudeva di traverso sul cibo che gli veniva presentato direttamente alla
bocca.
Com'era bello dormire, com'era bello starsene al calduccio
della stalla, mentre fuori fischiava il vento e pioveva e faceva freddo!
Com'era bella la vita!
Ma, verso il due tre di gennaio, di mattina presto, ad ora
insolita, passi e voci insoliti. Due o tre vagabondi si avvicinavano al
maiale e, per cominciare, gli davano un calcione nel sedere.
«Che c'è? che c'è?» Lo sguardo dell'animale esprimeva
sorpresa e sgomento.
Scorgeva sulla soglia la massaia .che gli aveva profuso
per mesi cibo e carezze e il cuore si apriva alla speranza. Invocava aiuto.
Lei sì che avrebbe saputo cacciare via quei malandrini.
Ma, la donna, fredda, non muoveva un dito, anzi un ghigno
lieve le imbruttiva il viso. E quegli ossessi, chi tirando per la coda, chi
per gli orecchi, lo costringevano ad alzarsi, a camminare barcollando, a
furia di pedate tremende.
L'animale, pazzo di paura, si vedeva ingannato e tradito e
fiutava la morte.
I suoi lamenti si facevano sempre più alti. Si trovava ora
fuori della stalla, nell'androne livido. Da una trave pendeva la corda.
Ormai era certo di morire e cercava di fuggire, ma il suo sforzo aveva solo
l'effetto di aumentare il tremore in tutto il corpo e i ceffi erano
aumentati: Erano cinque o sei energumeni, tutti nerboruti come carnefici.
Veniva trascinato a viva forza e sospinto su un tavolaccio tragico e
essenziale come un patibolo. L'accaprettavano con una fune robusta, gli
stringevano il muso in un panno. La punta del coltello si affondava nel
collo ed era la morte.
Proprio ai primi giorni di gennaio iniziava l'eccidio dei
maiali, la strage di questi innocenti che ignorano quanto cru- dele ed
egoista sia il genere umano, il quale, come il diavolo del proverbio,
accarezza solo per impossessarsi dell'anima.
Per una settimana intera, nelle ore mattutine, l'aria si
riempiva di urla sconsolate da un capo all'altro del paese, dal castello a
Porta Roma, a Porta Napoli, a Porta Vescovo, alla Portella. Erano grida di
dolore che si univano a lamenti quasi di bimbi, singhiozzi sempre più
rauchi, che, qui e là, diventavano strida disperate, sibili, razzi sonori
che salivano al cielo per poi cadere in rantoli di agonia. Erano invocazioni
strazianti, corali proteste senza speranza contro l'ingiustizia, la
prepotenza e il tradimento.
Abbassavamo la testa e ci tappavamo con le mani gli
orecchi per non sentire quelle grida di dolore disperate, quello strazio
della morte inflitta a creature incolpevoli, ma non potevamo sfuggire a una
diffusa sensazione di pietà profonda, ad un indefinito senso di
corresponsabilità e di colpa e un misto di tristezza e di angoscia pesava
sui nostri cuori.
Ben presto, però, sospeso al soffitto, capovolto e in
croce, con i piedi legati alle due estremità di un grosso bastone di legno,
spaccato da cima a fondo e tenuto aperto da una canna che, all'altezza
dell'ombelico, si inforcava orizzontalmente ai due lati e sulla quale si
intravedevano poggiati due voluminosi panni coli di grasso, scendenti
dall'alto, sotto la rete dell'omento, simile a un bianco velo trapunto di
sposa, con il fegato appeso dietro, in alto, accanto al palloncino della
vescica, come una rilucente bisaccia rossiccia dall'aria vagamente
civettuola e sbarazzina, con il corpo spellato, glabro e lucido, ben lavato
e roseo, il maiale perdeva la sua fisionomia, la sua identità di vittima, si
mutava in un'immagine di vita, dava un'impressione di conforto, suggeriva
pensieri di festa.
La mente correva alla polenta color marrone che spandeva
aroma di cannella nella caldaia fumante, al budellone di sanguinaccio al
cioccolato, screziato di pinoli, al fumo denso ed inebriante della pasta di
salsiccia gradevolmente fortissima di peperosso, alle padellate sapide e
odorose di lauro dei fegatelli che si squagliavano in bocca.
Dell'infinita tristezza di poco prima neppure il
ricordo... "'; ...Era pur grande!... Era pur buono!...
Rocco
Raso