"L'arte rivela ai cuori ciò che nessuna scienza può mai rivelare alle menti" - Virgilio

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Il racconto dell'ex cantante

"Professoressa Elena Volkova. Suonare 2 volte".

Stetti un poco davanti all'antica e alta porta dalla rivestitura alquanto sciupata prima di farmi animo e di suonare. Sentii dei passi strascicanti, ma nessuno aprirmi. Evidentemente venivo studiato attraverso lo spioncino. Fino a quel momento ero stato sempre convinto della mia presentabilità. Ora, invece, cominciavo a dubitarne. Cambiai posizione offrendo il mio profilo, presentando a chi mi osservava le diverse varianti della configurazione della mia testa, quasi come per gl'incartamenti dei rappresentanti del mondo criminale. Finalmente si sentì il rumore della serratura che veniva aperta, della catenella che veniva tolta, e la porta si schiuse. In quello stesso istante qualcosa di soffice ma scattante saltò fuori dalla porta e poco mancò che mi facesse cadere.

-Clepa, Cleopatra! Ma la prenda, è proprio grullo!

Le ultime parole erano rivolte sicuramente a me. La voce era imperiosa ed io non ebbi il coraggio di disobbedire. Raggiunsi la bestiola in un angolino buio del sottoscala. Le sue unghiette taglienti solcarono la pelle della mia mano, ma io ero felice della riuscita dell' impresa e la tenevo stretta.

-Buon giorno, signora! -dissi salendo la scala. Ella mi tirò dentro insieme a Cleopatra e cominciò subito a sgridare la gattina. "Sei una donna da marciapiede!"- ripeteva stizzita tirando l'orecchio della gatta dal pelo rosso. Alla fin fine fu conclusa una commovente pace e io fui sospinto a sinistra verso una pesante tenda che ricordava molto un sipario.

Quasi tutta la stanza era occupata da un pianoforte grigio, che evidentemente a suo tempo era stato nero, sul quale su un tovagliolo ricamato color crema erano allineati, come ad una mostra canina, statuette di porcellana di fox-terrier, bassotti, barboni, bulldog, setter ed altri. Le pareti erano piene di ritratti e fotografie, soprattutto di una donna. Un volto altero con grandi narici. Rivolsi il mio sguardo sulla padrona di casa. Davanti a me stava l'originale di quei ritratti però già lavorato a dovere dalle mani spietate del tempo.

-Ebbene? -mi disse.- Ha portato gli spartiti?

-Ma certo, signora, ecco li, -mi affrettai a risponderle. -Prego, al pianoforte!

Suonai l'introduzione. Non feci in tempo a cantare nemmeno la metà dell'aria, m'interruppe esclamando in modo assolutamente teatrale: "Mostruoso! Da chi ha studiato?"

Dissi il nome del professore. Fece una smorfia.

-Chiaro. In Lei, carissimo, tutto dovrà essere distrutto e ricostruito da capo. Nessun maestro al mondo si assumerebbe una simile fatica. Ma io lo farò. Però ad una condizione: si deve fidare di me come un malato grave, direi incurabile, si fida del suo medico. Gl'insegnanti di oggi sono ignoranti, non hanno la più pallida idea di cosa siano la fisiologia e la psicologia del canto. La Sua voce tenorile...

-Mi scusi, signora, ma sono un baritono.

-Chi gliel'ha detto? Il Suo professore? Puah! Lei è un baritono come io sono quel barboncino, -e additò la statuetta di porcellana. -Il tenore è il re del teatro lirico! Le parti liriche migliori sono state create per il tenore. Otello, Radames, Cavaradossi, Josè, Herman. Quando un mio amico, un famoso tenore, cantava "E lucevan le stelle..."le donne nelle poltrone in platea singhiozzavano talmente forte da coprire il suono dell'orchestra. Se vuole sapere, lo stesso Leonardo Da Vinci cantava come un tenore.

-Ma madre natura... -cercai di ribattere.

-Madre natura, madre natura, lo ripeté come un pappagallo. La natura, carissimo, va perfezionata. Farò in modo da sviluppare in te il registro superiore e l'apparato respiratorio. -Era passata decisamente al "tu". -Devi ottenere una respirazione diaframmatica, appoggiata ai muscoli del ventre. Cos'ì?!" -E mi ficcò un dito nella pancia. " Flaccida come una medusa! Farò di te un "belcanto". Naturalmente la tua voce non sarà come quella di Tamagno e non riuscirai a frantumare in mille pezzi il lampadario del teatro, ma ugualmente il tuo nome sarà sulla bocca di tutti. Per ora mettitelo bene in testa: sei una nullità. Non ci sei. C'è solo un pugno d'argilla e io sono il tuo scultore. Comincerò a lavorarti partendo da zero. Se non sei d'accordo, puoi andartene.

Non ero d'accordo. Ma non me ne andai.

Ogni giovedì e ogni sabato, dopo la lezione, mi sedevo sulla panchina nel giardinetto di fronte alla sua casa per riprendere fiato. Giuravo che non sarei mai più andato da lei. E ci andavo di nuovo. Durante l'ora di lezione cantavo le gamme, girando la testa, come lei esigeva, ora a destra, ora a sinistra. "Bisogna sciogliere i muscoli del collo, sono troppo tesi, carissimo, non risparmiar le forze, -mi diceva tirandomi il collo come se fossi una gallina da mettere a cuocere nella casseruola." Devi saper cantare in qualsiasi posizione. Sono passati i tempi quando i cantanti se ne stavano sul palcoscenico come mummie, senza muoversi, badando solo alla voce, solo a produrre il suono. La scenografia operistica moderna esige che il cantante sappia cantare duellando, cadendo dal balcone della casa dell'amata e anche morendo trafitto da una spada... Appoggia, appoggia il suono sul diaframma! Quando aspiri controlla i muscoli! Il più a lungo possibile. Ma perché sei diventato così pallido. Sorridi, sorridi! Il pubblico deve gioire guardandoti e non sussultare di paura. Ricordatelo sempre, "L'arte è celare l'arte". In latino è "Ars est...", come è poi, la memoria mi tradisce..." -"Celare artem, -aggiunsi io.

Mi faceva cantare fino al "la", poi fino al "si", poi al "do".

-Non ho simili capacità canore! -protestavo io. -Le mie corde vocali non reggono!

-Mio carissimo, l'uomo non nasce con un grande diapason. L'estensione della voce di un neonato è  di sole una-due note. Verso i dodici anni la voce umana raggiunge già un'ottava e mezzo. E il canto! Il canto

 fa fare dei miracoli!'

 -Quello che faccio io, non è cantare! È urlare. E chi grida si rovina la voce. Così diceva il maestro Masetti e io mi permetto di essere d'accordo con lui.

-Bimbetto! Nullità! -sembrava un vulcano in eruzione. -Che sia maledetto il giorno in cui mi sono decisa di fare di te un cantante! Ti ho accolto distrutto dai tuoi professori del Conservatorio! Cuore ingrato! Tienitelo bene in mente: chi si risparmia, non otterrà niente nell'arte. Al lavoro!

Le mie obiezioni e dubbi non facevano altro che eccitarla ancor di più. A volte si alzava di scatto dal pianoforte e agitando le braccia teneva lunghe e concitate lezioni. E io mi accorgevo che mi stava conquistando con i suoi monologhi sull'imperfezione dei sistemi d'insegnamento, sulle particolarità dell'arte vocale dei patriarchi del bel canto. Precisava che i segreti del bel canto, Dio li rivelava solo agli eletti e a volte li trasmetteva in padronanza inconscia senza che fosse possibile passarli ad altri. Lo confermavano gli episodi quando i grandi cantanti, con doti vocali favolose, fallivano come insegnanti arrecando a volte danni irreparabili alle persone di talento. Concludeva di solito dicendo che lo scultore non può portare a compimento il suo lavoro se l'argilla gli resiste. Per quanto mi riguardava, secondo il suo parere, ero già pronto per un terzo, e solo con l'immaturità del mio intelletto e l'oziosa testardaggine si poteva spiegare il mio ostinato rigetto degli evidenti e già raggiunti successi.

Mi profetizzava il giorno in cui il mio nome sarebbe divenuto famoso, figurando su tutti i cartelloni, e avrei conosciuto la dolce ebbrezza delle ovazioni. E allora sarei stato fischiato da una sola persona, e sarebbe stata lei, sarebbe stata una sua piccola vendetta per tutte le pene che le avevo fatto patire. Per quanto riguardava le mie sensazioni, nel dato momento valevano tanto quanto i giudizi dell'argilla su quanto ancora di essa non era stato fatto. Si può dare un apprezzamento quando l'opera artistica è già pronta, e di nuovo non sarà compito mio perché tantissimi cantanti sono convinti di cantare bene, mentre invece "urlano come pazzi".

-Oggi è festa, -mi disse un giorno. Raramente era soddisfatta di me, ma in quel momento disse proprio così: "Oggi per noi è festa". Lo disse quando raggiunsi il do diesis.

Dalla strada proveniva un rumore di voci ed io mi avvicinai alla finestra. Scostando la tenda vidi giù sul marciapiede una folla di gente.

La mia insegnante abitava al terzo piano. Ricordai allora momenti della vita del grande Battistini quando dalla sua finestra al quarto piano, reggendo un lume a petrolio, rischiarava la notte romana e salutava

i suoi ammiratori che gridavano:" Evviva Battistini!"

 Non tenevo. in mano un lume a petrolio, ma dovevo essere emozionato non meno del famoso baritono.

 Tendevo l'orecchio.

 Un grassone indicando col dito la nostra finestra stava dicendo:" In quella casa sta succedendo  qualcosa! Qualcosa di molto strano! Sospetto che si stia consumando una violenza contro un essere umano!" -Sì, proprio così, un'esecuzione! -fu d'accordo una signora di piccola statura con uno strano

cappellino verde in testa. -E avviene di solito il giovedì e il sabato.

-Mi è parso di sentir suonare il pianoforte, -intervenne un altro.

-E con questo?! -disse la signora col cappello verde.- La musica serve appunto per coprire le grida o forse i gemiti.

-Nella nostra casa c'era lo studio di un dentista, -il grassone attirò di nuovo l'attenzione di tutti. - Quando cavava i denti ai suoi pazienti, i suoi vicini sussultavano e accendevano radio e televisione pur di non sentire niente.

-Bisogna chiarire la situazione, -disse decisamente la signora col cappellino, -l'importante è di non arrivare troppo tardi. Andiamo tutti insieme.

.La folla si diradò sull' istante.

-Mammalucchi! -gridò loro dalla finestra la mia insegnante.- E un do diesis! -e chiuse la finestra. Per l'occasione sturammo una bottiglia di buon vino georgiano, brindammo al mio successo e condannammo l'ignoranza della folla.

Perché quella casa mi attirava così tanto? Anche se le divagazioni della mia insegnante mi affascinavano, mi rendevo conto che il suo sistema in pratica non solo contrastava con la sua teoria esposta con così grande passione, ma era in piena contraddizione, era il suo opposto. Mi rendevo anche conto del fatto che né la mia mente, né la mia voce l'avevano accettato. Ma perché ero tanto attratto da quella casa? Lo capii più tardi. Ella credeva in me. Ero diventato parte della sua vita, il suo "ultimo capitolo". Dovevo diventare ciò che ella avrebbe lasciato dopo di sé. Nessuno, mai ha più creduto in me così tanto come lei.

Da allora sono passati molti anni. Ogni giorno torno stanco dal lavoro e sprofondo nella mia poltrona. Cleopatra si raggomitola comodamente sulle mie ginocchia. Accarezzo il suo pelo rosso ormai leggermente sbiadito e la vecchia Cleopatra sonnecchia felice. Ed io mi abbandono ai ricordi.

Sulla mia scrivania c'è la fotografia della mia professoressa. Lo sguardo è perentorio, insistente, non ammette obiezioni. Ma non posso farci niente, da tanto tempo ormai ho perso la voce. Ma i suoi occhi, come prima, mi esortano imperiosamente:" A lavorare, al pianoforte!" E allora metto un disco del grande Beniamino Gigli che esegue la canzone napoletana "Canta pe'mme". E solo quando sento quella voce divina mi pare che il suo sguardo diventi più dolce ed ella mi perdoni. E forse in quel momento ella pensa a ciò che non voleva confessare ne a me, ne a sé stessa. 

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