Non ti scordar
Una volta stavo cenando con i miei amici
italiani in un piccolo ed accogliente ristorante romano. Ci avevano servito
un piatto molto appetitoso e assai profumato. Una mia nuova conoscenza,
indicando l'erba che guarniva pittorescamente il piatto, chiese:" Nel vostro
paese conoscete quest'erba? Da noi si chiama..." - "Prezzemolo", -dissi io.
-Sì, anche noi lo usiamo molto."
"È curioso che ha sentito pronunciare
questa parola italiana per la prima volta nella "Bohème" di Puccini, -
non mancarono di aggiungere i miei
amici, che si divertivano sempre a ricordare la mia "storia d'amore" con.
L’italiano. I miei nuovi amici mi rivolsero uno sguardo mterrogativo e
naturalmente vollero che io raccontassi questa storia.
-Sì, Giacomo Puccini, "La Bohème",
quadro primo. "Gli pro-pi-nai prez-ze-mo-lo citai. -Lo-ri-to al-lar- gò
l'a-li, Lo-ri-to il bec-co a-prì, Un po-co di prez-ze-mo-lo, da So-cra-te
mo-rì!"
Questa storia risale a tempi lontani.
Mio padre studiava alla Facoltà vocale dell'Istituto Musicale di Mosca. Il
suo professore era stato allievo del maestro Masetti e naturalmente era un
fervido fautore del sistema vocale italiano. La nostra famiglia abitava nel
centro della città, in una piccola stanza di 12 metri quadri che serviva da
sala da pranzo, da soggiorno, da camera da letto, da stanza dei bambini e
soprattutto da studio e sala di prove per papà. Erano gli anni di carestia
del dopoguerra. Di notte la mamma cuciva i vestiti per le cantanti che
sognavano di diventar famose, e noi, in questo modo, grazie a Dio,
riuscivamo a sbarcare il lunario. Papà era tenore. Studiava molto anche a
casa, faceva i vocalizzi, imparava le parti. E ogni giorno ascoltava le voci
dei grandi maestri del bel canto italiano. Metteva sul vecchio giradischi i
dischi di Beniamino Gigli, di Tito Schipa, di Enrico Caruso... Questi erano
i momenti più felici nella nostra vita... Così a cinque anni anch'io avevo
imparato a memoria il repertorio di papà. La nostra casa era sempre aperta
per gli amici, e assai spesso, soprattutto alle feste familiari,
s'improvvisavano dei concerti. Dopo i maestri del mestiere, "il pubblico"
esigeva che cantasse "la piccina". Allora, imitando gli adulti, mi
atteggiavo ai corrispondenti personaggi operistici e cantavo volentieri la
Cavatina di Nemorino "Una furtiva lagrima" dall' "Elisir d'amore" di
Donizetti, la canzone del Duca di Mantova "La donna è mobile" dal
"Rigoletto" di Verdi, l'aria di Rodolfo "Che gelida manina" dalla "Bohème"
di Puccini, "Vesti la giubba" dai "Pagliacci" di Leoncavallo.

Una volta al teatro mi trovai seduta
accanto ad un signore con una cravatta a farfalla che seguiva lo spettacolo
con lo spartito aperto sulle ginocchia. Scuoteva la testa in segno di
disappunto, agitava le mani quasi dirigesse l'orchestra e i cantanti,
"affrettandoli" o rallentando il ritmo. Poteva permettersi anche di
esclamare con aria sofferente: "Largo sostenuto!" oppure il compositore
annota: "tempo di valzer lento con molta grazia e eleganza!" Molta grazia ed
eleganza!!! Oppure diceva: "Allegro giocoso!" Il pubblico con indignazione
lo zittiva. "Lei disturba, c'impedisce di ascoltare la musica! Se è venuto
per dirigere
l'orchestra, vada nell'orchestra!" Ma il
posto del direttore d'orchestra era già occupato. Alla distanza di tanto"
tempo mi è difficile esprimere un giudizio su quello spettacolo e sulla sua
esecuzione musicale, ma non posso escludere che il mio vicino di poltrona,
il volontario direttore d'orchestra, fosse l'unico nella sala a difendere i
diritti del compositore classico, il quale, anche se supporre che
contemplasse dal Cielo quel duello impari, non poteva mettere tutto e tutti
a posto. I diritti degli autori vengono spietatamente calpestati.
Ma osservando questo spettatore
"professionale", ero attratta non tanto dalla sua personalità, quanto dal
librone che teneva in mano e in cui era
racchiuso tutta la miracolosa azione che si svolgeva sul palcoscenico.
Quanto avrei voluto anch'io tenere in
mano un simile tesoro qual era ai miei occhi quello spartito!

Nella nostra città c'era un negozio
musicale molto noto dell'editore Jilrgenson, frequentato da musicisti di
ogni genere, dai ragazzini che facevano i loro primi passi nella musica e
anche da celeberrimi cantanti, direttori d'orchestra, pianisti. Qui si
potevano fare delle scoperte eccezionali, trovare qualche rarissima
edizione, raccolte di arie operistiche, di concerti per pianoforte, per
violino, arpa e via di seguito. In mezzo al salone c'era un grande
pianoforte a coda, imponente, sempre ben accordato, e ogni cliente poteva
suonarlo, controllare ciò che aveva acquistato. Coloro che servivano nel
negozio erano pure delle grandi curiosità del mondo musicale. Il signor
Niccolo, per esempio, era "un'enciclopedia ambulante". Qualche volta
capitava la fortuna di imbattersi in uno spartito particolarmente prezioso
con l'autografo di un famoso musicista.
Si potevano trovare anche delle Edizioni
Ricordi. La sezione di antiquariato, di vecchi spartiti, era fornitissima.
Uno di quei tesori, un' Edizione Ricordi del 1868 della "Bohème" con il
ritratto del maestro Puccini, finì a casa nostra. L'aprii con il cuore che
palpitava. Lessi la dedica:" Al Marchese Carlo Ginori- Lisci. Giacomo
Puccini..." Ora si poteva mettere un disco e, seguendo lo spartito, scoprire
il grandioso universo della musica italiana. E anche della lingua italiana.
Quando più tardi conobbi anche i
libretti delle opere liriche, capii che già la musica di Puccini, Verdi
conteneva in sè una grandissima drammaturgia e quello che sentivo attraverso
la musica, era confermato, nei minimi particolari, dal testo.

Nel 1991 accogliemmo una delegazione
italiana. Era il mio primo contatto diretto con gli italiani. Parlammo di
tutto, del Teatro alla Scala, del libro di memorie di Paolo Grassi, di
Amedeo Modigliani, dell' Accademia della Crusca...
-Lei va spesso in Italia? -mi
chiedevano.
-No, purtroppo, -risposi, -non ci sono mai stata. Ma quest'incontro mi ha
dato l'impressione che ci sia già stata.
L'anno dopo potevo già rispondere a
quella domanda in modo affermativo.
-Sì, ho fatto un bel viaggio di sette
giorni in Italia, -dissi e dai miei occhi sprizzava la felicità.
-E ha visitato tutta l'Italia?
-Sono stata in Sardegna, -rispondevo.
-E dove ancora?- chiedevano i miei interlocutori italiani. -Cosa ha visto
ancora?
-La Sardegna, -ripetevo io.
-Non può dire che è stata in Italia, se ha visto solo la Sardegna,
-ridevano.
-Certo, lo capisco, -acconsentivo
Poi vidi le bellezze di Roma, ma gli
amici fiorentini mi dicevano: "Per conoscere l'Italia, devi vedere Firenze.
"
E certamente tutto si ricollegava alle opere liriche e alle canzoni italiane
che mi erano note.
-Questo è Castel Sant' Angelo, -mi
spiegavano gli amici romani. -Sì, e dagli spalti di questa fortezza si gettò
Tosca quando fu ucciso Cavaradossi. E prima al posto della statua dell'
Angelo c'era quella dell'Imperatore.
-Sai, Firenze è bella soprattutto di notte.
"Fi-ren-ze, sta-notte sei bel-la in un man-to di stelle..."
-Come ti è parso il pollo?
-Que-sto pol-lo è un po-e-ma!
Mi recai un'altra volta in Sardegna, e
lì in un paesino sardo feci conoscenza con la signora Delfina. Abitava in
via Dante, in una casetta bassa. Tutta sola, buona come... riflettei per
trovare un paragone adeguato. Mi rivolsi al dizionario della lingua italiana
e fui stupita dalla straordinaria, direi assoluta, coincidenza: "buona come
il pane". Ebbi quasi l'impressione che un paragone del genere fosse nato
grazie alla mia Delfina. Già molto anziana, con le gambe malate, all'ora
fissata, quando dovevo venire, si affrettava sempre a mettersi sull'uscio
per accogliermi. Ci salutavamo con un affettuoso abbraccio, il suo volto si
illuminava. Mi faceva accomodare e mi metteva davanti la sua specialità: il
"Tiramisù di Delfina". Poi andava a prendere il suo tesoro, il grosso album
di fotografie in cui era racchiuso tutto il suo mondo, tutto l'universo
della sua vita. Era stata cuoca in un giardino d'infanzia. Li ricordava
tutti i suoi bambinetti, e anche se non vedeva più tanto bene, sapeva
distinguere ognuno di essi su quelle foto ingiallite dal tempo. Non
accendeva la luce anche se era già abbastanza buio e in quella semioscurità
compiva il viaggio dei ricordi nella sua gioventù, facendo rivivere chi era
caro al suo generoso cuore traboccante di affetto.
Ci siamo viste solo tre volte. E ogni
volta abbiamo cantato tanto.
L'ultimo giorno, al momento della mia
partenza, mentre stavamo abbracciate e piangevamo, Delfina mi diceva: "Ma
come farò a vivere adesso? Con chi canterò? Per chi preparerò il mio
"Tiramisù?!
So che non potrei dire: "ho visto
l'Italia", se non avessi conosciuto la dolce Delfina, "buona come il pane".
Quale parole trovare per un addio?
"Non ti scordar di me..." -cantai.
"La vita mia è legata a te," -proseguì Delfina.
La fine per variante ridotta dopo: "Fi-ren-ze, sta-notte sei bel-la in un
man-to di stelle..."
Ogni volta che lasciavo l'Italia, non riuscivo a trovare le parole per
salutarla. E allora cantavo:
"Non ti scor-dar di me! La vi-ta mi-a è le-ga-ta a te!"