Ora che sei distesa sul letto con
l’influenza addosso, a riposare sotto il piumone, guardo a lungo il tuo
volto addormentato, un po’ stanco.
Ti sono accanto, seduto sopra la sedia a dondolo che ti piace tanto. L’avevi
avuta dalla nonna paterna e da bambina ti divertivi da matti a sballottarti
fino a sfiancare le tue forze.
Mi pare di vedere dei piccoli crespi agli angoli dei tuoi occhi chiusi e
leggermente aggrottati, stretti nella leggera morsa delle sopracciglia.
Forse li hai già notati da sola qualche volta, distrattamente, ma di certo
non avrai pensato alle rughe che iniziano, appena accennate, a sbucare fuori
alla nostra età anche se quest’espressione non la sopporti, la trovi stupida
e priva di senso.
Piuttosto sono sicuro che nella tua mente ti sarai limitata a commentare che
sono i segni dei tempi. Una metafora naturale per te, vero ?
Già, hai sempre detto che lo scorrere degli anni è qualcosa d’indefinibile,
un caos di momenti che giocano tra loro in un miscuglio destinato ad
esplodere nel caleidoscopio della vita, nel suo mistero e fascino.
Si, la vita è il tuo unico e costante orizzonte del quale non puoi fare a
meno.
Lo so, lo so cosa mi dici ogni volta che ne parliamo : la vita è una specie
di strada maestra che s’apre camminando oltre il confine delle cose, della
stessa sventura e persino della felicità.
Addirittura ti intestardisci a convincermi che pure la sconfitta non è una
nemica e che, anzi, se l’affronti come una sorella o una compagna puoi
trarne benefici. Insomma, secondo te, ci vogliono pure i momenti in cui devi
sbattere la testa contro qualcosa per capire meglio il resto.
Avevi la stessa tensione o, come preferisci dire tu, una voglia di ottimismo
fin da quando ti ho conosciuta. E non eri tanto diversa neppure fisicamente
nonostante allora avessi appena diciassette anni.
Magra lo sei stata fino dalla nascita, mi racconti, e abituata dall’infanzia
a spilucchiare il cibo non c’è mai stato verso di vedere il tuo corpo
diventare morbido.Così ti sei sentita sempre un filo di donna ma tonica e
tirata di energia nei tuoi nervi e muscoli.
Non mi dispiace, lo sai.Tutt’altro.
E’ vero che spesso ti prendono i più strani acciacchi e sembri cadere a
pezzi, come accade questi giorni, ma poi rinasci all’improvviso e torni più
energica di prima. A volte mi sembri la reincarnazione dell’Araba Fenicia o,
meglio, lo spirito del nostro gatto quando è indisposto e si abbandona mogio
mogio per ore sul divano senza un lamento salvo riprendere vigore d’un
tratto e morderti le caviglie oppure farti le fusa come un ruffiano perché
da te vuole subito la ciotola colma di croccantini.
Ricordi il nostro primo incontro? Studiavamo allo stesso liceo e il caso ha
voluto pure che accadesse nella stessa aula : io il mattino, tu il
pomeriggio e ci incrociavamo di sfuggita al passaggio dei turni.
Era l’anno della maturità per me mentre tu frequentavi il corso precedente.
Avevi i capelli lunghi e rossicci come adesso e una faccetta un po’
spigolosa ma con degli occhi straordinari, talmente vivaci che sprizzavano
curiosità ad ogni sguardo.
Mi intrigava la tua figura, quel modo sfrontato di porti in relazione con
gli altri, specie se sconosciuti come me.
Con un po’ di furbizia sono riuscito a capire il posto del tuo banco e un
giorno non ho resistito a lasciarti un bigliettino con delle brevi frasi
conficcato in una fessura dello scranno sperando che tu te ne accorgessi.
Non accadde nulla per diverso tempo. Riprovai e riprovai sostituendo ogni
giorno i messaggi fino a farmi prendere dallo sconforto. Forse non riuscivi
a leggerli o forse, mi capitava di immaginare, ti infastidivano.
Una mattina, invece, mi sono sorpreso nel trovare la tua risposta. Parole
stringate e molto vaghe ma andavano benissimo. Era il segnale che attendevo
da tanto e per un attimo mi è mancato il respiro.
Con pazienza ti ho convinto a saltare le lezioni. Abbiamo camminato un
pomeriggio intero per la città. Era aprile, iniziavano i primi tepori e ti
sentivi trasgressiva nell’andare a spasso mentre i tuoi compagni erano in
classe. Avevi solo un po’di preoccupazione per la paura di falsificare male
la firma dei tuoi genitori da presentare all’indomani a scuola per
l’assenza.
Discorsi ne abbiamo fatti tanti ma senza riferimenti a noi due. Ci siamo
persi nel più e nel meno di diversi argomenti. Mi mordevo la lingua quando
ero tentato di dirti che mi sarebbe piaciuto rivederti con più calma per
fare una gita fuori in un’altra occasione.
Mi sono deciso giorni dopo con il solito bigliettino e mi hai scritto
semplicemente “SI” con un grosso punto esclamativo.
E allora, stavolta una domenica, siamo andati sulla spiaggia dove ci sono le
dune. Ci siamo arrivati con la cinquecento usata che mio padre mi aveva
regalato per il diciottesimo compleanno.
In realtà ti avevo raccontato una frottola. Ti ho detto di avere appena
compiuto venti anni e che ero stato bocciato due volte. Preferivo passare
per uno studente negligente piuttosto che essere considerato un ragazzino
imbranato alle prime esperienze.
Naturalmente mi hai perdonato e ancora risento la tua risata schioppettante
come castagne sul fuoco e la tua voce spezzata dirmi “ Sei ridicolo a
inventarti certe cose!”.
L’estate dopo siamo stati con amici comuni in campeggio al Sud su certe
isole che ti incantavano in modo particolare la mattina quando uscivi dalla
tenda all’alba, ti accucciavi appena fuori per prepararti con la piastra a
gas una tazza di caffè che bevevi lentamente mentre osservavi il mare fra
gli scogli ed il volo dei gabbiani.
Finita la colazione fumavi una sigaretta dietro l’altra. Ti rimproveravo e
tu facevi l’indifferente fino a quando mi stancavo e allora mi guardavi con
un’aria soddisfatta e sorridente.
Da quel tempo i miei ricordi insieme a te sono davvero tanti e proprio
adesso si mescolano tra loro, sembrano colori sparsi in una tavolozza.
Vivere con te è sempre stato un imprevisto davvero intenso. Non sei per
nulla facile e a volte mi fai arrabbiare sul serio ma devo ammettere che
sono stato capace di amare solo te.
Te lo dico raramente e sai il motivo. Sì, sei contenta a sentirtelo dire ma
non devo andare oltre con i complimenti perché con il tuo carattere li
sopporti a fatica.
Di te si possono pensare tante cose e la tua cruda schiettezza si scontra
con la diplomazia imperante per cui molta gente storce il naso quando si
trova a che fare con la radicalità con la quale ti butti in mezzo a loro.
Però sei veramente te stessa, lontana dai soliti compromessi. Sei rimasta
com’eri, non c’è dubbio. Particolare, ecco, particolare mi sembra giusto.
Me ne accorgo in tante occasioni quotidiane ma di più quando ti fermi e sei
altrove con la testa e ti posso osservare esattamente come ora che sei
assopita e raggomitolata sul nostro letto. Per questo mi ha preso la
bizzarra voglia di immaginare che ti sto scrivendo. Mi torna alla memoria, e
mi piace, il tempo di quando ti corteggiavo attraverso i bigliettini a
scuola.
Ti sei girata di lato con una smorfia. Si vede che la febbre non si è ancora
abbassata completamente. Quando ti capita mi ripeti sempre che hai le difese
immunitarie deboli, come se ti dovessi scusare.
Sono i momenti in cui diventi una contraddizione vivente. Da una parte fai
la razionale sottolineando la causa senza dare peso alle conseguenze per
mostrare la tua scorza dura. Dall’altra sembra quasi, sotto sotto, che
implori un coinvolgimento degli altri con quel tuo lasciarti andare in certe
circostanze.
Me ne sono accorto del tutto quando una volta, vivevamo da poco insieme, mi
hai fatto gli auguri di buon anno sussurrandomi di viaggiare sulla scia dei
sogni ma rimanendo aggrappato alle certezze.
C’è in te, insomma, la perenne esigenza di tenere insieme i poli opposti
senza rinunciare a mettere in primo piano la tua natura indipendente e
testarda.
Del resto sei un capricorno perfetto e per questo, in fondo, non hai mai
voluto che ci sposassimo.
In realtà una mezza idea sull’opportunità del matrimonio ad un certo punto
l’ho avuta ma tu ci hai messo poco a convincermi che non era il caso.
Pure allora il tuo ragionamento non ha fatto una grinza. L’amore vive solo
nei sentimenti, non ha bisogno della stampella di riti e regole, mi hai
detto con una determinazione che non ammetteva replica seppure, mi ricordo,
nella tua espressione c’era soprattutto tenerezza.
A distanza di tanti anni sono convinto più che mai della scelta di allora.
Abbiamo vinto la nostra scommessa, siamo una unione che funziona. Non
abbiamo i crismi della famiglia benpensante, come dici tu, ma andiamo avanti
con tolleranza. Siamo cresciuti tutti e due e con noi i figli forse proprio
per avere lasciato fuori dalla porta di casa i doveri inventati dalle
istituzioni.
Sono sereno, molto sereno vicino a te e adesso aspetto il tuo risveglio con
la stessa voglia degli appuntamenti che avevamo da ragazzi.
Cosa c’è ? Forse non ti sei accorta di avere sbuffato. Sono sospiri
d’ammalata ma è roba di stagione e domani al massimo sarai di nuovo in
forma, tu stessa diresti che certi inconvenienti servono per prendere una
piccola pausa nella frenesia della quotidianità.
Sai, approfitto per dirti che mi ripaghi sempre di più di quello che mi
aspetto.
Non immagini quanto ti sono grato dell’istinto che vuoi sempre mantenere
vivo dentro di te come se fosse un amico fidato, dei tuoi sorrisi regalati
in abbondanza e pure dei bronci che ogni tanto ti assalgono per svanire in
un batter d’occhio, di quella fragile inquietudine che però non diventa mai
disperazione, delle emozioni che continui a considerare l’unico patrimonio
su cui dobbiamo contare, del rispetto che provi per il rischio che comunque
invade il nostro destino, della tua fede in Dio che vacilla più della mia e
tuttavia non si spegne mai.
Sembra strano ma la sera mi corico con il pensiero che è valsa la pena di
stare con te anche le volte in cui mi fai saltare i nervi, magari per quelle
sfuriate che ogni tanto ti pigliano per un nonnulla. Alla fine della
giornata il tuo sguardo pieno di coraggio finisce per avvolgere tutto e
cancellare le tracce delle cose storte.
Il fatto è che mi piaci. Ti desidero tanto e non vedo l’ora di vederti
abbozzare un’occhiata di complicità. Mi chino verso te e mi pare che respiri
con meno affanno. Su, tra poco ci siamo. Appena sveglia ti misuro di nuovo
la temperatura e vedrai che il peggio è passato.
Sia chiara una cosa. Tra poco partiamo. Facciamo un bel viaggio, così come
viene, senza preparativi di troppo.
Pensavo di ritornare alla nostra rocca. Ti ricordi quella sera d’autunno che
salivamo gli scalini di pietra sferzati dal fortissimo vento di tramontana ?
Arrivati al culmine di una torretta eravamo gelati dal freddo ma contenti di
ammirare dall’alto una piana silenziosa disseminata di luci nei piccoli
paesi e nelle auto in movimento. Davanti a noi c’era un panorama
spettacolare. Sotto si distendeva una piana silenziosa disseminata di luci
nei piccoli paesi e nelle auto in movimento.
Sembravamo catapultati in una atmosfera irreale alla vista dell’acciottolato
dei sentieri, delle postazioni militari sistemate in cunicoli e orlati,
degli stendardi sventolanti e delle insegne di ferro. Tutto pareva
sprigionare quasi l’odore di un millennio indietro come se di colpo ci
fossimo trovati nel medioevo o in set cinematografico.
Dopo abbiamo fatto a lungo l’amore in un letto a baldacchino nell’albergo
d’epoca lì vicino. Non era quello il nostro standard e un pò ci sentivamo a
disagio nel sontuoso arredo ma ogni tanto una pazzia si può fare , abbiamo
detto, magari per riderci sopra. Si stava meravigliosamente bene per cui
vale la pena tornarci e molto presto, il tempo di rimetterti in sesto e via.
Per questo adesso aspetto il tuo sbadiglio annunciarmi finalmente che va
davvero meglio e che non vedi l’ora di metterci in macchina per andarcene
insieme, come la prima volta.