Arriva nella
grande piazza della città con passo lento, un po’ claudicante. Si
ferma ad un lato della fontana barocca e poggia sul selciato le sue
cose. Seduto sullo sgabello, mette gli spartiti sopra un leggìo,
accorda la chitarra e inizia a suonare.
E’ un uomo di oltre cinquantanni, piccolo di statura, magro, vestito
modestamente con un foulard al collo che sembra un vezzo d’artista.
Da oltre un anno viene lì, nella piazza dove solitamente si radunano
pittori e ritrattisti, mimi e clown, musicisti e cantanti, personaggi
d’ogni sorta che si offrono ad un pubblico occasionale per sbarcare il
lunario o cercare la fortuna. E’ schivo, taciturno e si presenta
regolarmente il pomeriggio, in qualsiasi stagione. Raramente non si
vede all’opera: succede quando piove ma allora si sofferma nei
paraggi, al riparo in qualche androne, nella speranza che smetta.
In quelle due, tre ore suona di continuo brani classici con dita
esperte che magistralmente si muovono sulla tastiera della chitarra e
pizzicano le corde con colpi secchi, lievi. Ogni tanto si concede una
breve sosta e beve qualche sorso d’acqua poi riprende l’esibizione con
il viso inchiodato sul vecchio strumento.
Qualche passante incuriosito si ferma, l’ascolta un po’ e a volte
lascia cadere dei soldi nel cestino davanti a lui che abbassa
leggermente la testa per ringraziare.
Non guarda mai i suoi spettatori, intento com’è nell’offrire la musica
con il piglio del maestro sul palco di una sala da concerto. Il volto
concentrato si scioglie in un leggero sorriso ad occhi chiusi soltanto
quando la melodia è particolarmente struggente.
Si mostra talmente ispirato che sembra indifferente pure al vociare
dei venditori ambulanti che tentano gli avventori come in un bazar ed
è attento ad ogni dettaglio nello spargere le note con cura e
destrezza per soddisfare il suo orgoglio e la sua volontà di fare al
meglio il proprio mestiere.
Sembra rifugiato in una dimensione rarefatta e lontana, a tal punto da
avvertire con minore forza lo stesso fervore che mette nelle sue
esecuzioni quasi a testimoniare un groviglio tra la seduzione
dell’arte e la realtà della vita. Oppure si tratta di un controverso
distacco ? si domanda ogni tanto tornando la sera verso casa in una
zona periferica della città fatta di palazzi malandati, strade
disperate e gente che all’ora di cena si ritira fino all’indomani
dentro appartamenti anonimi.
L’abitazione del suonatore di chitarra è diversa dalle altre, la sua
modestia un po’ ravvivata dal disordine dei ricordi. All’interno
quadri, locandine, manifesti e fotografie tappezzano ovunque le pareti
intonacate di arancione, decine e decine di partiture ingiallite sono
sparpagliate sui divani e una gran quantità di vecchi dischi in vinile
si trovano ammucchiati alla rinfusa sopra scaffali di legno.
Si chiude la porta alle spalle, accende la luce e indugia nel piccolo
corridoio come se entrasse per la prima volta.
Nella confusione delle stanze avanza fino al tavolo nel soggiorno dove
c’è il ritratto di una ragazza che ride. L’accarezza con riguardo,
brevi istanti, il tempo di sentire la nostalgia che lo prende tutti i
giorni a quest’ora vicina alla notte, un’ora che rende i pensieri più
liberi di andare e venire. Immerso nella solitudine che gli sale
lentamente nell’animo, prova stanchezza e allora si lascia sprofondare
in una poltrona.
Non ha voglia di cenare stasera e neppure di fare altro. Ritorna ad
osservare il ritratto della ragazza dal sorriso smagliante e si
domanda se davvero quegli occhi sono proprio simili ai suoi come aveva
sempre sostenuto con caparbietà.
“Mi somiglia davvero”, dice sottovoce e ricorda quando era una bambina
dispettosa ma divertente con le canzonature che gli faceva ogni
qualvolta tornava a casa dopo le tournées.
La vedeva raramente e lei si legava al dito le sue assenze. Al ritorno
invece di corrergli incontro per abbracciarlo, si nascondeva e,
all’improvviso, l’assaliva facendo strani versi poi gli saltellava
intorno gridando con cantilena infantile “ E’ tornato nessuno, è
tornato nessuno…”
Per sua figlia aveva sempre avuto un debole e le perdonava tutto, fino
a viziarla. Era l’unico cruccio del lavoro che lo costringeva a lunghi
periodi di lontananza.
Dopo il conservatorio aveva capito che la musica era un fiume in piena
che avrebbe travolto qualsiasi argine si fosse frapposto alla sua
passione e la chitarra sarebbe stato il simbolo della sua dedizione.
Dapprima aveva accarezzato l’idea di dedicarsi alla carriera da
solista, ma il tempo lo aveva persuaso che entrare a far parte di una
grande orchestra sinfonica, maestosa e solenne, era davvero
l’aspirazione a cui ambiva . Gli spettacoli nei teatri di molte città,
le dure prove quotidiane, le pause fugaci negli alberghi e i continui
viaggi lo trasformarono in un nomade posseduto fino allo spasimo dalla
voglia di offrire prestazioni all’altezza delle attese e del suo
stesso vanto.
Il vortice del lavoro gli assorbiva completamente le energie e
tuttavia era tanto inebriante da scacciare ogni altra prospettiva,
fosse pure la più seducente a venirgli in mente. Questo convincimento
era talmente forte che gli apparve sorprendente, ad un certo punto ,
la repentina decisione di andare a vivere con una tenace ammiratrice,
illusi entrambi che fosse piuttosto facile conciliare una storia
d’amore con i doveri del musicista ormai affermato.
Forse i sentimenti non avevano preso il sopravvento sul resto o forse
erano più labili del previsto, di fatto nel tempo i loro rapporti
divennero un’altalena di alti e bassi, di litigi e di
riappacificazioni che presto si erano tramutati in una sorta di
copione in cui ciascuno recitava la propria parte convinto che la
colpa fosse sempre dell’altro.
La nascita della figlia diede un po’ di fiato al desiderio di uscire
dalle ricorrenti crisi e le incomprensioni si attenuarono per alcuni
anni senza scomparire del tutto. Come in una deriva annunciata la
fragile armonia tornò a spezzarsi più avanti per diventare una
reciproca e cronica sopportazione.
A quel punto capì che doveva preoccuparsi soprattutto della condizione
della bambina costretta a subire l’affanno dei dissapori e dei
frequenti distacchi. Lei viveva un crescente malessere, soprattutto
non sopportava più di vederlo di rado. Diventava spesso capricciosa e
insolente, solo all’apparenza sicura di sé nell’attraversare
un’infanzia piena di conflitti e risentimenti. Per questo motivo aveva
rinunciato a molte trasferte nella convinzione che la maggiore
vicinanza fosse il modo migliore di accompagnare la sua piccola
nell’avventura dell’adolescenza. Le raccontava di infinite cose, la
riempiva di regali fantastici, le suonava persino canzoni scritte
appositamente: insomma faceva il possibile per instaurare un’intesa
profonda ma lo stato di grazia si frantumava ad ogni nuova partenza.
Questo esito lo portava a rimproverarsi i suoi comportamenti, a
sentirsi addosso la responsabilità di essere troppo prigioniero del
musicista.
La sua compagna aspettò qualche anno prima di andare via, innamorata
di un altro uomo si disse. Lui se ne fece subito una ragione, anzi
sembrava liberato da una presenza ormai ostile. Con l’aiuto di amici
s’impose di stare ancora più accanto alla figlia che piano piano
divenne una persona diversa, una ragazzina esuberante ma disponibile,
addirittura consapevole dei sacrifici del padre come se avesse
rapidamente maturato quanto fosse importante quel girovagare nel mondo
per soddisfare una passione.
Nonostante le vicissitudini tra loro aveva resistito una complicità
nascosta, un vicendevole bisogno che negli anni successivi favorirono,
in modo inaspettato, un clima molto proficuo per tutti e due. Lei
divenne un’apprezzata studentessa universitaria che nel tempo libero
si dedicava al volontariato sociale, lui un accademico di cultura
musicale per giovani strumentisti ma al di sopra di tutto venne alla
luce una relazione gioiosa.
Ormai le cose andavano avanti con naturalezza e discrezione, a piccoli
passi, impercettibili movimenti capaci di superare i contrattempi di
tranquille giornate vissute con fiducia.
Pure la spossatezza che un’estate si era impadronita di lei pareva un
episodio di routine, un affaticamento giustificato dall’impegnativa
preparazione della tesi di laurea ma il perdurare dei disturbi e il
sopraggiungere di altri sintomi anomali, come tremori fulminei,
richiesero a più riprese dei consulti medici.
Gli esami clinici non riuscirono subito ad individuare le cause ma
alla fine arrivò la grave diagnosi: una rara e incurabile forma di
sclerosi.
La malattia era stata lacerante, una paralisi progressiva degli arti e
dei muscoli fino ad impedire l’alimentazione e la parola, una perdita
di sé lenta e inesorabile nella pienezza della coscienza.
Non si era mai arreso. Aveva lottato con accanimento per alleviare le
sofferenze di lei a poco a poco ridotta all’immobilità ed al silenzio
dall’oscuro predatore che la divorava. Del suo organismo irrigidito le
rimanevano la mente coraggiosa e gli occhi con cui puntava le lettere
di una tabellina alfabetica per comunicare con gli altri, talvolta con
frasi persino rasserenanti.
Annullati definitivamente gli impegni con l’orchestra e l’accademia,
lui si gettò a capofitto nella nuova dimensione di uomo costretto a
fare i conti con un destino amaro che respingeva oltre le sue stesse
forze. Si aggrappava all’illusione di un prodigio possibile e intanto
fronteggiava la realtà con determinazione. Premuroso all’inverosimile,
accudiva sua figlia come fosse una lattante e pazientemente cercava di
suscitare brevi dialoghi. A volte la distraeva con accenni di sonate e
piccole uscite nella carrozzella da inabile.
Lei sembrava reagire alle sollecitazioni e il suo viso tornava
luminoso ma erano solo sprazzi, più spesso era assente e avvolta in
un’atmosfera di totale indifferenza. Come la sera prima di entrare nel
torpore della fine, un commiato atteso e calmo avvenuto nel sonno
notturno.
Il suonatore di chitarra si alza dalla poltrona dov’è assorto, volge
nuovamente lo sguardo al ritratto di lei, apre la finestra e respira
l’aria fresca di fuori. Sente il corpo pesante e il viso sudato. Un
gorgo di sensazioni gli stringe il petto, lo schiaccia dentro il
rimpianto e l’impotenza. Accende una sigaretta che fuma con lentezza e
altre ancora fino a sentire un sapore aspro in bocca e l’irrequietezza
nell’animo. Richiude la finestra e si adagia sul letto, esausto.
Il giorno dopo, alla solita ora, è di nuovo al suo posto al centro
della città, nella grande piazza storica affollata di gente a spasso
che si riversa nei bar e nei ristoranti, intorno alle bancarelle,
negli spiazzi antistanti le case patrizie, sui sagrati delle chiese e
in prossimità degli artisti di strada tra i quali molti giovani che
fanno sfoggio dell’estro per qualche spicciolo.
Lui si sente un estraneo. Non si lascia andare a confidenze, riserva
alcune parole di circostanza solo ai negozianti che a volte lo
salutano. Per tutti non ha neppure un nome, è soltanto un misterioso
solitario restio a farsi avanti. In effetti non si preoccupa di avere
relazioni con gli altri, piuttosto è totalmente coinvolto nella
difficile sorte con cui deve fare i conti. L’agiatezza di un tempo si
era dissolta nell’assistenza alla figlia malata. Dopo aveva toccato
con mano le difficoltà di rientrare nel circuito delle orchestre
sinfoniche, si era adattato a suonare in piccole formazioni ma la
precarietà del lavoro lo aveva avvilito talmente nel profondo da
preferire di guadagnarsi da vivere contando solo sul proprio talento.
In fondo l’idea di andare in piazza a suonare la chitarra da solo era
coerente con l’orgoglio di mettersi alla prova in estrema libertà.
Lui, la musica e gli spettatori che il caso proponeva. E dentro di sé
coltivava la suggestione che le offerte delle persone di passaggio
fossero un tributo a piccole emozioni o, perlomeno, a frammenti di
piaceri.
Non gli pareva di mendicare nulla, si immaginava ancora su qualche
palcoscenico davanti al suo pubblico. Quando a fine giornata metteva
in tasca i miseri introiti con i quali cercava di tirare avanti, si
sentiva investito dallo scoraggiamento ma era cosciente di sapere fare
solo il musicista e allora tanto valeva continuare a suonare per far
fronte alle proprie difficoltà.
E’ marzo adesso e puntualmente i turisti sono tornati ad invadere la
piazza dove si aggirano spaesati da un punto all’altro, sospinti con
moti improvvisi verso le attrattive del luogo per scattare nevrotiche
foto di gruppo o girare filmati. Si affacciano stravaganti gruppi
musicali e persino bande tzigane di ottoni, saltimbanchi e
illusionisti che improvvisano numeri di grande effetto. C’è un’aria di
festa come se si stesse celebrando una ricorrenza popolare. La
concitazione del via vai sembra ridare nuovo smalto agli artisti di
strada che si esibiscono abitualmente. Ora confidano nella possibilità
di guadagnare qualcosa di più e al riguardo rinnovano la loro
creatività con performances originali.
L’atmosfera della buona stagione si riverbera sull’umore dello stesso
suonatore di chitarra che appare rinvigorito dall’afflusso di tanta
gente. Seduto al solito posto si affida al repertorio delle occasioni
particolari per sciorinare motivi in perfetto stile d’autore. Ha una
grande voglia di attirare l’interesse delle persone che passano lì
vicino e indurre almeno qualcuno all’ascolto delle armonie proposte.
Spera di stimolare l’apprezzamento di cui non può fare a meno, come
gli applausi convinti per soddisfare il cuore e le piccole
gratificazioni in denaro per mettere un po’ da parte i suoi assilli
economici.
Tutto sembra procedere secondo le aspettative ma, prima a mezza bocca
e in modo confuso, poi sempre più netta e insistente, inizia a girare
la voce che l’amministrazione comunale intende vietare agli artisti di
strada ed ai venditori ambulanti l’esercizio delle loro attività nella
piazza. Si dice che occorre intervenire per restituire ai
frequentatori il pieno uso degli spazi e lo splendore delle
architetture circostanti.
Gli interessati si mostrano increduli fino a quando i giornali
confermano la notizia ed a quel punto la loro reazione esplode nello
sconcerto e nella rabbia.
Nei capannelli spontanei si discute animatamente sul cosa fare per
impedire che il ventilato provvedimento sia messo in atto. Le proposte
si accavallano nel tumulto delle voci. Si decide la mobilitazione
permanente con striscioni, manifesti, presidi, appelli alla
cittadinanza per raccogliere le firme da inviare al Sindaco. Qualcuno
minaccia forme di lotta più radicali come lo sciopero della fame.
Gli artisti di strada che da più tempo sono lì quasi ogni giorno, si
mettono subito in luce per la loro determinazione ad andare fino in
fondo, vogliono maggiore rispetto per la cultura che offrono in totale
indipendenza. A difesa delle proprie ragioni promuovono un agguerrito
comitato che apre un serrato braccio di ferro con le autorità sulla
concezione del decoro della città ma soprattutto sulla necessità di
garantire la tolleranza per la libera espressione dell’inventiva. Ogni
tanto sembra aprirsi qualche spiraglio ma subito torna lo scontro più
acceso e la reciproca sfida di una battaglia ad oltranza.
Il suonatore di chitarra è frastornato dal subbuglio generale. Vince
la sua innata ritrosia alle dispute e partecipa ai ripetuti
assembramenti che si formano durante la giornata. Un po’ in disparte
ascolta soprattutto le argomentazioni degli altri, talvolta parla
brevemente ma solo per assentire.
Dopo settimane di tensioni e una grande risonanza della vicenda sulla
stampa locale, interviene il Sindaco in persona che propone di
autorizzare solo un limitato numero di pittori alla vendita delle loro
opere nella piazza. Per gli altri artisti, invece, l’impegno di
ricercare un loro ricollocamento in spazi urbani alternativi ma di
pregio.
La vertenza s’incattivisce. I venditori ambulanti e gli artisti
promuovono un corteo che si snoda nel centro storico. Urlano slogans
duri e alcuni aggrediscono la polizia municipale che nei tafferugli
ferisce un dimostrante. Allo scopo di compiere gesti di apertura alle
loro richieste, il Consiglio comunale si dichiara disponibile ad
aumentare le autorizzazioni confermando, però, la volontà di
riservarle esclusivamente ai pittori.
Davanti a tale fermezza dopo alcuni giorni cedono i gestori delle
bancarelle, ormai rassegnati, infine si sgretola il fronte degli
artisti. La prospettiva di una opposizione estenuante destinata
comunque ad avere scarse probabilità di successo, induce molti di loro
ad accettare la via d’uscita indicata dal Sindaco, una soluzione
dolorosa e per alcuni mortificante.
C’è qualche sussulto di protesta da parte dei più ostinati ma
lentamente la bufera si placa del tutto con i vigili che presidiano la
piazza per fare rispettare le nuove regole.
Lontano dai clamori, rinchiuso nella sua casa di memorie il
chitarrista non ha voluto aspettare la fine della vicenda per
abbandonare il campo, forse presagiva l’esito. La risonanza degli
avvenimenti gli è giunta dalle radio locali e ora che le grida di
tanti come lui sono state messe a tacere, sembra arrivato al termine
di un lungo viaggio diventato sfibrante nell’ultimo tratto.
Nel momento dell’approdo si volge indietro e avverte la sua storia
precipitare in un lampo che dispiega la sua luce nel tempo passato.
Tutto è al proprio posto, ogni dettaglio appare perfettamente nitido.
Del cammino fatto rivede i volti che lo hanno accompagnato, il furore
accecante per la musica, il palpito vitale ma infine straziante di sua
figlia. Rivede il successo professionale e l’amore sfiorato per una
donna, il ripiegamento necessario per combattere le sventure, la
costrizione di sopravvivere con la generosità degli sconosciuti. Da
ultimo l’offesa di essere cacciato via come un intruso, un disturbo
della decenza cittadina.
Adesso si trova davanti ad un vicolo cieco. Sente che si è fatto
troppo tardi per cercare un’altra strada. Non aspetta più niente,
nulla che lo possa indurre ad andare avanti.
E’ sera. Dal cortile del caseggiato giunge il chiasso dei ragazzini
che si attardano in duelli di gioco, incuranti dei richiami delle
madri per la cena. Poi solo flebili voci di arrivederci prima del
silenzio, un silenzio che gli irrompe dentro come un fremito d’ossa.
Si avvicina alla finestra aperta e scruta l’orizzonte di case con
l’eco della giornata trascorsa. D’improvviso chiude gli occhi e
sospira profondamente. I suoi pensieri sono dentro una coltre di
nebbia calda che gli offusca le intenzioni. Riapre gli occhi e si gira
a cercare il ritratto della figlia.
Torna alla finestra e lentamente si accovaccia sulla soglia di marmo.
Nell’odore d’inizio primavera che pervade l’aria, gli pare di
riconoscere i suoi sogni da ragazzo. Si sporge un po’ e getta uno
sguardo sotto ma si ritrae subito. Richiude gli occhi, stringe forte i
pugni e si lascia scivolare giù.
Allarmato dal colpo sordo qualcuno si affaccia e subito si copre il
viso con le mani per non vedere a lungo mentre si alzano urla di
parole. Dalle scale dei palazzi la gente che accorre trafelata si
domanda chi sia quel poveraccio finito nel vuoto.