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Storie di Divina Miseria

Per Felice Sciosciammocca (Totò) la miseria era il contrario della nobiltà. Ma non sapeva che anche la sua di miseria era ‘divina’. È la stessa che traspare dal volto temerario di Gennarino e dalle parole di sua mamma, del signor Primo di Campodimele che non riesce più a badare alle sue pecore, dalle scarpe della signora Felice, dai 94 anni del signor Cosmo, da Carmencita, dai bambini africani e da tutti i personaggi che, senza saperlo, sono passati sotto l’attrezzo prediletto (e pure ‘per diletto’) dal primario chirurgo di Fondi: la penna. Li ha fotografati così, nella loro meravigliosa semplicità e innocenza, nella naturalezza dei loro gesti e nella inconsapevole ‘divinità’ che esprime ogni loro espressione, Gianni Baiano. Gli squarci delle loro vite reali, quei momenti in cui hanno dovuto scontrarsi con il dramma e la loro esistenza ha incrociato quella del chirurgo, sono finiti nero su bianco, plasmati dalla scrittura innocentemente simbolista dell’autore, carica di quell’ironia beffarda che non prende in giro chi legge ma che scopre pian piano il volto tragico dell’umanità. Lo stesso cocktail di pianti e sorrisi (“Io che osservavo, piansi ridendo” dice Baiano in conclusione di ‘Gennarino’) di drammi e commedie, di serietà e burle, è in realtà l’anima e la vita dell’autore stesso. In lui c’è l’esperto professionista, visceralmente appassionato alla sua missione, quella di essere d’aiuto a chi ne ha bisogno nei momenti più delicati, c’è lo scrittore, rapito e deliziato dall’innocente brama di compiacimento, e c’è pure un ragazzino burlone. Lo stesso che gioca a scopa solo se può imbrogliare e dichiara spudoratamente all’inizio de ‘La scopa’: “non gioco tanto per giocare ma solo per vincere”. Questo era il metodo che Baiano usava nelle partite con Padre Osvaldo, cappellano del Santa Maria Goretti. L’obbiettivo, al contrario, era nobile. Chi perdeva doveva vendere quindici riviste di Famiglia Cristiana ai pazienti e il ricavato andava a Padre Osvaldo. “Il fine giustifica il mezzo” fa notare Alfonso Malinconico sottolineando, nella sua accurata prefazione, il lato machiavellico ma “salutare” dell’impresa. Ma ‘Storie di divina miseria’ è anche e soprattutto un invito alla riflessione da parte di chi la cruda realtà la vede tutti i giorni. Così dal volto più tragico e raccapricciante della vita, dal fango più melmoso, è necessario far nascere fiori. Ma l’ossimoro di Baudelaire a Baiano calza stretto. ‘Storie di divina miseria’ (seconda pubblicazione dell’autore, preceduta da ‘Turno di notte’ del 2005) nasce dalla tragedia e aspira al divino così come ‘I fiori del male’. Ma è anche saldamente avvinghiato alla realtà . Quei bambini africani che il chirurgo descrive ne ‘La fame’ Baiano non se l’è più tolti dalla testa da quando li ha visti soffrire ‘dignitosamente’ in un reparto di pediatria nello Zimbabwe. Il Rotary club di Latina e San Felice Circeo, presieduto dallo stesso chirurgo autore del libro, sta raccogliendo fondi per distribuire ai bambini africani l’Asaq, un farmaco antimalarico che costa solo 1 euro. A loro andrà anche il ricavato di ‘Storie di divina miseria’. Il burlone non fa scherzi.

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