Tutta
l’Italia è un museo a cielo aperto e per questo non possiamo guardare ai
grandi musei nazionali esteri, come il British di Londra, il Louvre di
Parigi e i musei di Berlino e New York, con invidia. Lo ha sostenuto uno dei
più grandi archeologhi del nostro paese, Adriano La Regina, in occasione
dell’ultimo ‘colloquio sperlongano’ per la settimana culturale. La Regina,
destinatario del Premio Grotta di Tiberio – nona edizione - insieme a Piero
Boitani per la saggistica letteraria e al pianista Giuseppe La Licata per
l’interpretazione musicale – si è complimentato con i cittadini sperlongani,
che negli anni ’50 hanno difeso strenuamente i resti ritrovati nei pressi
della grotta prescelta dall’imperatore romano come residenza estiva. È stata
una lotta difficile per il popolo del paese, che ha dimostrato quanto fosse
importante - in un tempo in cui si riteneva più importante relegare tutti i
pezzi d’archeologia in un unico museo nazionale a Roma – custodire con cura
il segni lasciati dal passato del proprio territorio. Un discorso che ha
ricordato quello espresso da Marcello Gigante, esperto di antichità greca e
romana, per la prima edizione del premio nel 1998. Le parole di Gigante sono
impresse su una targa all’ingresso del Museo Archeologico Nazionale che
raccoglie tutti i pezzi rinvenuti negli scavi del secondo dopoguerra. “Chi
entra in questo museo di Sperlonga tempio omerico d’occidente, unico nel
mondo, al margine del mare di Ulisse, sotto l’aquila di Zeus re degli
immortali e di Tiberio reggitore dell’Impero di Roma erede di Ilio,
custodisca sempre nel cuore il ricordo dell’autunno 1957 quando il popolo di
Sperlonga impedì con tenace impegno che i preziosi resti appena scoperti
fossero trasportati nell’onnivora Roma. Gloria alle fiere donne in stola
nera, agli uomini maturi e ai ragazzi impavidi amatissimi della terra natìa
per avere intuito che il bene archeologico deve restare là dove è venuto
alle prode della luce. Testimonianza, memoria, storia perenne”. Dopo la
consegna ufficiale dei premi, il pubblico è rimasto incantato ad ascoltare
le note dei trenta suonatori dell’Orchestra di Roma e del Lazio diretti da
Michelangelo Carbonara.