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La pioggia dell’est

Le ciocche ondulate dei vaporosi capelli color miele che le si appoggiano disordinati sull’abito consunto, l’espressione dura di chi è consapevole del gesto insano che sta per compiere e due pupille grandi, profonde come il grido disperato di una madre che non vorrebbe mai abbandonare suo figlio in un anfratto della stazione Termini.

La prima cosa che Alina aveva visto quando era stata messa al mondo era stata un vicolo sporco di Krasciem, la città maledetta dell’est da cui veniva. Sua madre era tornata lì dove l’aveva concepita, costretta con la forza a soddisfare i desideri malati di clienti spesso ubriachi e tutt’altro che galanti. Sbattuta nel buco di un quartiere in cui l’odore di urina si mescolava a quello dei rifiuti abbandonati e delle esalazioni alcoliche del delinquente di turno, tutto quello che restava di sé lo aveva gridato in quel vicolo cupo, dove nessuno l’avrebbe mai sentita, mentre dava alla luce sua figlia. Il suo corpo aveva espulso, un colpo dopo l’altro, un essere gracile, spigoloso, dalla carnagione chiara, tipica della gente dell’est, intriso del sangue di una madre sciagurata. Il parto non era stato facile. La piccola era rimasta incastrata, le spinte non erano state sufficienti a farla scivolare fuori con agilità e Rena aveva tentato di afferrarla con le mani. Le sue unghie l’avevano stretta troppo, così a Alina era rimasta disegnata quella ferita contorta sulla spalla destra, come a dire che la vita non le aveva dato nemmeno il tempo di imparare a respirare che le aveva già impresso una cicatrice indelebile. Così era stato. Ma non a causa del parto. Artigli ancora più affilati da quel momento le avevano lacerato l’anima, giorno dopo giorno.

Rena l’amava e la odiava. Non sopportava di vedere nel volto della piccola Alina il seme di un bastardo che le aveva sputato addosso per farla smettere di urlare mentre cercava dal suo corpo un piacere schifoso. Così, non volendo, le aveva trasmesso quella sensazione e Alina, per questo, non riusciva a perdonarla. Attaccata ad un seno che ripudiava qualsiasi contatto, Alina era cresciuta tra il marciume di un quartiere abbandonato da Dio. Della sua infanzia però quello che ricordava di più era la voce roca e ormai sommessa di una mamma che non aveva più la forza di urlare, mentre chi era disposto a pagare pochi spiccioli abusava di lei fino a toglierle l’anima. Rena aveva solo vent’anni. Alina non seppe mai perché sua madre non cercò di liberarsi di lei. Forse, in fondo, Rena sapeva che quella bambina non aveva nessuna colpa e in qualche modo l’amava. Non al punto, però, di risparmiarle la stessa vita che aveva dilaniato la sua dignità, la stessa che l’aveva messa al mondo.

Alina sapeva che prima o poi sarebbe toccato anche a lei. Per sopravvivere. Per mangiare un pezzo di pane, per due dita di una bevanda calda, perché dio la benedica per quanto si sforzasse non riusciva a trovare un’altra soluzione per rimanere in vita. Rena parlava poco. Le parole non avrebbero mai potuto spiegare. Non si doveva raccontare. Bisognava solo contrattare e poi lasciare che il resto accadesse. I soldi prima. Così quell’umido pomeriggio di novembre Rena decise il prezzo di sua figlia. Poi non parlò più. Fu con un uomo di sessant’anni. Alina non scorderà lo schiocco della cintura e il rumore secco della lampo mentre sui capelli appiccicati al volto le scivolavano gocce di pioggia al ritmo di un tamburo battente. Aveva cercato di andare via, avrebbe voluto staccarsi dalla sua carne e librarsi nell’aria. Aveva immaginato di essere in un posto lontano dove tutti suoi sogni erano possibili. Ma non ci era riuscita.

Mentre cavalcava con passi decisi e scalzi una banchina qualsiasi della stazione Termini con in braccio il figlio del suo stridente dolore, Alina, a 17 anni, desiderava che quel piccolo essere avesse dalla vita solo ricordi felici. Lei stessa ogni tanto si soffermava a confezionarli per lui. Il profumo sconosciuto delle lenzuola pulite, una carezza, una pietanza calda sulla tavola apparecchiata e tutte quelle cose che lei aveva solo osservato dalla strada attraverso le finestre degli appartamenti romani, con gli occhi di una bestia incuriosita. Non aveva idea di quante cose le avesse tenuto nascoste il mondo ma immaginava che quel bambino meraviglioso le avrebbe scoperte tutte. Glielo leggeva nei suoi occhi grandi.

Lo avrebbe lasciato tra le due colonne di marmo nero che nascondevano un piccolo rifugio, lungo la banchina del treno, a notte fonda. Non era facile considerato che nelle ore notturne il popolo malsano della stazione Termini emergeva dai sotterranei per cercare riparo negli anfratti solitari di quella che di giorno è la giungla di tutti. Lo avrebbe abbandonato nel sonno. Sarebbe rimasta nascosta ad osservare finché qualcuno lo avrebbe trovato. Poi avrebbe dovuto dimenticare tutto.

Il binario correva al fianco di Alina mentre gocce di sudore le rigavano il petto e la testolina del neonato. Un ferroviere incitava i passeggeri a salire sull’intercity della notte. Poi fischiò e subito dopo le porte si chiusero con un rumore secco. Due barboni cercavano riparo mentre trascinavano la loro vita strozzata in un sacco di plastica. Alina non pensava a niente. Andava decisa incontro alla sua scelta. Raggiunse il nascondiglio e posò lì il suo gioiello.

Nessuno al mondo avrebbe saputo che in quell’istante, in quell’angolo nascosto della stazione Alina stava per abbandonare suo figlio. Nessuno saprà mai che era stata una ragazzina innocente solo fino ad un attimo prima, che subito dopo si era trasformata in una donna ferita a morte, a lasciare lì quell’essere indifeso. Lui non avrebbe mai saputo di chi fosse il grembo che lo aveva messo al mondo.

Il cielo si stava colorando quando Alina aprì gli occhi. Non aveva idea di quanto tempo fosse passato. Si guardò le mani e le vide sporche di sangue. Non sapeva dove fosse ma quel posto non era affatto accogliente. Non ricordava nulla di cosa era accaduto. L’unica cosa che le era rimasta impressa era il volto di un uomo. Pian piano le immagini iniziarono ad emergere nella sua testa. Qualcuno l’aveva afferrata, picchiata e trascinata via dalla stazione. Poi c’era il buio. Alina si sforzò di alzarsi ma non ci riuscì. Sentiva un dolore fortissimo al petto e i muscoli le si erano irrigiditi. Cercò di respirare profondamente ma non ci riuscì. Sentiva dei rumori, la vita che continuava a scorrere fuori di lei. Ma dentro sentiva che quell’esistenza non le apparteneva più. La testa le bruciava. Non c’era nessuno ad aiutarla. Un istante dopo sentì le urla di un bambino. Poi un fulmine le attraversò la vista e non sentì più nulla.

George fu svezzato e cresciuto da una madre sconosciuta. A tredici anni iniziò a spacciare droga. A quindici divenne uno dei pusher più noti della camorra. Nei giorni di pioggia lasciava che le gocce battenti gli bagnassero il viso.

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Ultimo aggiornamento: 09-ott-2008

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