I greci di un tempo come i cinesi di oggi
Albino Cece svela la
verità su Amicle
L’immigrazione di alcuni ceppi di popolazione ha sempre prodotto caos e
incertezza, pur lasciando segni indelebili nella società che li ha accolti.
Così è stato per gli italiani rifugiatisi in America nel primo novecento.
Così sta accadendo per i cinesi in Italia al giorno d’oggi. La stessa cosa
accadde, secondo una recente rivelazione dello storico Albino Cece, ai tempi
della fondazione di Amicle, la città che c’è ma non si vede. Schiere di
studiosi hanno setacciato nei secoli la costa che va da Gaeta a Terracina
alla ricerca disperata del villaggio scomparso citato dalla più grande
letteratura antica. Forse è solo una questione di metodo. Cercare Amicle in
quanto città significa fare inevitabilmente un buco nell’acqua. Non è
difficile dedurre che il popolo dei Laconi di Sparta che immigrò sulla costa
pontina, portando con sé la propria storia e le proprie tradizioni, possa
aver semplicemente riprodotto lo stesso assetto comunitario della propria
terra di origine. Sparta era nata da cinque nuclei abitativi (gli ‘obai’
Limna, Pitane, Cinossura, Mesoa e Amicle) sparsi tra borgate e campagne, i
cui cittadini pur avendo ritenuto opportuno dividersi sul territorio si
riconoscevano uniti comunque nel nome di quella città. “Ebbene,
l’impossibilità di rintracciare resti archeologici certi dell’antica Amicle
– rivela Cece - dipende proprio dal fatto che essa non fu una vera e propria
città intesa secondo i canoni moderni cui siamo abituati, bensì una serie di
villaggi simili all’ordinamento di Sparta, e che si riconoscevano col nome
comune di Amicle”. E lo storico chiama a supporto della sua tesi
nientedimeno che Virgilio il quale “definisce Camerte uno tra i più ricchi
d’Ausonia (Italia); in quell’epoca essere ricchi significava possedere
redditi derivanti da vaste estensioni di terreno produttivo e/o altrettanto
vaste estensioni di pascolo per esercitare la pastorizia; all’intera Piana
di Fondi e Monte San Biagio dovrebbe, quindi, essere aggiunta anche la
porzione di montagne retrostanti. Virgilio fa anche intravvedere un ‘regno
di Amicle’ governato da Camerte. Si può, quindi, concludere che, per essere
definito in tal modo, Camerte governava un vasto territorio che non poteva
assolutamente limitarsi alle sole rocce di Sperlonga o alla sola striscia
costiera tirrenica di Fondi”. L’ipotesi di Albino Cece, profondamente
maturata in seguito all’annunciata ‘scoperta’ della città di Amicle presso
il monte Pianara a Fondi da parte degli studiosi Lorenzo Quilici e Stefania
Gigli, lo ha portato ad individuare almeno tre dei villaggi probabilmente
confluenti nel ‘regno amiclano’ di Camerte. Il primo corrisponderebbe ad una
zona nei pressi di Monte San Biagio, dove si erge la montagna dell’Obico, il
cui toponimo potrebbe ricollegarsi al greco ‘obà’, villaggio della montagna.
Il secondo sarebbe ad Itri, nei pressi di Mesole (toponimo in Campello d’Itri)
che fa eco al nome dello spartano villaggio di Mesoa. Il terzo villaggio
presso i Tumuleti di Fondi, forse capoluogo del territorio, fu dissipato
nella costruzione della ‘fossa Neronis’. “La recente scoperta di un’Amicle
sul monte Pianara di Fondi – afferma Cece - potrebbe forse essere soltanto
un quarto villaggio’”. Ma dove sarebbe da collocarsi il quinto villaggio che
costituiva il “regno amiclano? “Esso – spiega e conclude lo storico Albino
Cece - è proprio sotto gli occhi di tutti perché tuttora abitato e
trasformatosi oggi in una grande città industriosa e di cultura. Il quinto
villaggio che costituiva il ‘regno di Amicle’ non può essere altri che la
città di Fondi. Il ‘fundus’ dal quale si fa originare il suo nome non è
altro che il ‘fondo’, la masseria, il villaggio per eccellenza, al quale
tutto il ‘regno amiclano’ faceva riferimento e perpetuatosi così nello
scorrere dei secoli”.