Il Colonnello Michele Pezza
(frà Diavolo)
Autore -Pino Pecchia
Soldato
prima, capo massa poi, nominato Colonnello per meriti verso la corona,
Michele Pezza, meglio conosciuto con il nome di 'Frà Diavolo, ha
rappresentato, esaltandola, la gente semplice della nostra terra che rifiutò
il giogo straniero, reagendo con vitalità ai soprusi di un esercito
rivoluzionario. Un vento riformatore provocò lutti e sofferenze, i cui
effetti nefasti si sentono ancora oggi, dopo duecento anni: in nome di cosa?
"Libertà, Uguaglianza, Fratellanza"!
Tre parole che oggi emozionano, ma che a loro tempo suonarono come retorica
e tragica ironia, per il prezzo che imposero ai popoli. Gli Insorgenti le
condirono con il sangue del loro sacrificio. Oggi noi conferiamo loro la
pietas che meritano, senza sentirci per questo briganti.
Non fu un eroe Frà Diavolo: ma dette voce al mito. Gettandosi alle spalle un
passato inquieto, si riscattò difendendo luoghi e tradizioni cui era legato.
Un coraggioso popolano Insorgente, insomma, detestato per la sua audacia da
Napoleone, l'altra faccia di quel paradosso che non permise libertà di
pensiero a chi non accettò l'ambigua modernità dei lumi. Suscitò simpatia a
corte e stima da parte degli inglesi. Questi seppero far leva sul suo innato
coraggio, usandolo secondo le esigenze del Regno. La lealtà dimostrata sino
alla morte nei confronti del Re, oggi sarebbe sufficiente a riscattarlo dal
giudizio sbrigativo della Storia.
P.P.


Giovanni Agresti- Sindaco del Comune di Itri
La storia, è risaputo, è stata scritta sempre dai vincitori. Questi, quando
vollero esaltarne le gesta, descrissero i vinti come eroici combattenti,
riconoscendone il valore.
Per i vinti, quando dovettero essere cancellati dall'immaginario collettivo,
i vincitori ricorsero alla diffamazione sistematica. Questo in sintesi è
avvenuto per un figlio della nostra terra: Michele Pezza detto Fra Diavolo.
Per lui, l'eliminazione dalla memoria, non è riuscita. Pochi i personaggi
della nostra storia, per i quali sono stati espressi tanti giudizi anche se
contrastanti.
Molti autori hanno scritto di Fra Diavolo considerandolo un ladro, un
brigante, un assassino; per altri è stato un patriota, un eroe diventato
mito. Victor Rugo, scrittore francese, figlio del generale Sigisbert,
l'ufficiale napoleonico che diede la caccia a Fra Diavolo, ne parla come di
un gran combattente, fedele al proprio re. Racconta, inoltre, che il padre
si adoperò di persona per evitargli il capestro.
In Italia, purtroppo, certa storiografia ha cercato di annullarne
l'immagine. C'è da chiedersi: perché tanto accanimento contro Michele Pezza
e gli insorgenti che si opposero alla venuta dei francesi in Italia? Un
interrogativo che sarà sciolto, quando, senza pregiudizi, si vorrà
affrontare esaminando con serenità gli avvenimenti nel periodo compreso tra
la fine del '700 e gli inizi dell' '800. Periodo durante il quale, la
provincia di "Terra di Lavoro" conobbe uno dei momenti più terribili della
sua storia.
Pino Pecchia, conoscitore dei temi della nostra terra, scrive di quel
periodo e di Michele Pezza con serenità ed oculatezza collocandolo in un
contesto che ne riabilita la figura di combattente legittimista, quale
effettivamente
era, e capo indiscusso della "massa" di Terra di Lavoro e di Ciociaria,
creata con proclama reale.
La nascita della Repubblica napoletana, dietro il motto "Libertà,
Uguaglianza, Fraternità", celava orde di conquistatori, di saccheggiatori e
di feroci assassini. Sono stati assolti dalla Storia!
Hanno invece condannato all'oblio, quanti hanno opposto resistenza e, con
ogni mezzo, hanno cercato di difendere le loro case, la famiglia, la fede
cristiana. Fra Diavolo era uno di questi. Seppe distinguersi per le innate
qualità di combattente e per la devozione che provò verso il suo re. Gli fu
data la possibilità dopo l'arresto di arruolarsi
nell' esercito francese, rifiutò con sdegno, pagò così la fedeltà ai Borboni
con la propria vita.
Fra Diavolo, il guerrigliero audace e uomo d'onore, divenne l'eroe popolare
e personaggio della letteratura romantica: diventò mito.
Venticinque anni dopo la sua morte, il francese Auber, scrisse un'opera
lirica con la quale fu conosciuto nel mondo, entrando così nella leggenda.
Famosi registi di cinema, si sono appropriati della sua immagine,
distorcendola.
Sulle sue gesta sono stati spesi fiumi d'inchiostro, pochi i meriti resi a
questo temerario figlio della terra d'Itri. A lui, così come a tutti gli
insorgenti e alle vittime della Terra di Lavoro che la difese, spetterebbe
un posto di rilievo nella storia del nostro Paese.
Il suo sacrificio, e quello degli insorgenti, sia ricordato ai posteri: si
trovi per loro un'ideale sepoltura, che ne riabiliti la memoria.
Fra un anno ricorre il bicentenario della morte di Michele Pezza.
Il libro di Pino Pecchia idealmente apre le manifestazioni per celebrarne la
ricorrenza. Il mio augurio è che gli storici compiano una seria analisi per
rileggere quel periodo storico e la figura di Michele Pezza; si abbattano
gli steccati ideologici facendo sì che la storia si riappropri della memoria
di quanti difesero la propria terra e le tradizioni. Si giudichi, senza
riserve, anche le colpe di coloro che, per mire espansionistiche,
procurarono lutti e mi- serie alla nostra terra.
Nel nostro immaginario vogliamo far rivivere Fra Diavolo, lo strenuo
difensore della sua terra; il combattente che incarnò allora, i sani valori
delle antiche genti di Terra di Lavoro.
Oggi, come ieri, il suo spirito guerriero, ci indichi la via per poterci
opporre con forza ai soprusi che sono commessi continuamente.
Armando Cusani - Presidente della Provincia di Latina
Napoli, Piazza Mercato, 11 novembre 1806. É mezzogiorno quando Michele
Pezza, alias "Fra' Diavolo", viene impiccato dai Francesi. A nulla è valsa
la richiesta degli Inglesi di considerarlo prigioniero di guerra.
Altrettanto inutile è l'intercessione presso il Re, Giuseppe Bonaparte, di
Sigisbert Hugo, l'ufficiale francese che, dopo le azioni antiguerriglia in
Vandea, venne inviato nel Mezzogiorno a dare la caccia al Colonnello Michele
Pezza, del quale finì per ammirare profondamente l'audacia e l'astuzia.
Da quel giorno, da quell'ora inizia una leggenda che dura ininterrottamente
da duecento anni, coinvolgendo studiosi e docenti universitari in ricerche
documentali e bibliografiche che alimentano la saggistica moderna e motivano
nuovi approfondimenti intorno al quesito di fondo di questo personaggio
emblematico entrato nell' immaginario romantico dell'Ottocento europeo:
Brigante o Patriota?
Nei rapporti militari francesi di quel periodo "Fra' Diavolo" era descritto
come un brigante. Forse, solo perché Michele Pezza combatteva in modo
inusuale, difendendo la sua terra, la sua gente, i propri ideali
legittimisti con tat- tiche e tecniche di guerriglia contro un esercito
invasore che ammantò di libertà azioni di violenza bruta ed efferata come
quelle che un secolo e mezzo più tardi furono ripetute contro la popolazione
inerme dei nostri paesi dalle truppe coloniali del Corpo di Spedizione
Francese, comandate dal generale A. Juin.
Michele Pezza era un patriota, non c'è dubbio. Non può spiegarsi diversa-
mente l'interesse e la fiducia riposti in lui dagli Inglesi o l'ammirazione
del suo principale nemico e vincitore, Sigisbert Rugo, seguita poi da quella
dell' ufficiale bonapartista, Victor e da quella dell' illustre romanziere
Alessandro Dumas.
Nella stessa direzione, depone questo interessante ed avvincente lavoro di
Pino Pecchia che, dopo lunghe e meticolose ricerche presso archivi privati,
di comunità religiose e la Biblioteca Nazionale di Parigi, coglie risultati
insperati: narrare la figura di Michele Pezza come un vero e proprio
protagonista del fenomeno controrivoluzionario che caratterizzò le
Insorgenze del Mezzogiorno d'Italia, colmando, così, un vuoto lasciato da
storici famosi.
Di più: Pino Pecchia compie un'operazione di recupero documentale
estremamente importante per comprendere la figura e la vita di Michele Pezza
e con questo libro conduce per mano i lettori ed i rappresentanti delle
Istituzioni verso un appuntamento importante. Tra un anno, cade il Bi-
centenario della morte di Michele Pezza: sarebbe giusto ricordarne la
figura, la vita, le gesta con un programma di iniziative che abbiano per
sfondo la sua cittadina natale: Itri.
Anche perché delle insorgenze legittimiste, quelle di cui furono
protagoniste le persone comuni che tanta forza e sostegno diedero a Fra'
Diavolo, i libri della "storia ufficiale" non hanno mai parlato.
Giuseppe Comparelli
Un altro meritevole lavoro, questo di Pino Pecchia, sull'insorgenza
antifrancese in questo martoriato lembo di terra tra Roma e Napoli. Non si
scrive mai abbastanza per chiarire quella vicenda che fino a qualche
decennio fa è stata sempre raccontata con criteri da magazzinieri: tutta la
tenebra da una parte, tutte le ragioni dall'altra, quella
sbagliata.
Nulla doveva disturbare l'affresco monumentale della storia (non solo della
teoria) della Rivoluzione francese e della sua esportazione a pro di popoli
e regimi ancora avvolti nelle nebbie del Cristianesimo. La realtà era che
molte di quelle idee non difettavano tra noi: Napoli, Milano, Toscana
avevano cominciato a pronunziarle con Beccaria, Genovesi, Tanucci, prima
della ghigliottina e senza affollare le carceri. L'altra realtà era che i
francesi non portarono idee di tolleranza fraterna, ma un piano preciso:
imporre il proprio regime e sopprimere violentemente persone e istituzioni
che ostacolassero l'iconoclastia francesizzante. Un totalitarismo che operò
come quelli posteriori: Robespierre e Napoleone come Stalin e Hitler. Ogni
rivoluzione in Europa ha preteso rovesciare la civiltà, che è un complesso
di fattori culturali sedimentati da secoli, non un arredamento di cose ed
usanze.
Infatti le rivoluzioni hanno sempre combattuto il pensiero, quello diverso,
con l'impazienza di chi teme la ritorsione di una verità offesa, laicamente
intesa, la cui legittima vendetta è sempre vicina. Allora hanno coniato i
termini di controrivoluzione, reazione, revisione per poter meglio
distinguere e qualificare la resistenza, silenziosa o meno,
della nazione all'abbraccio poliziesco della rivoluzione.
Anima di questo rigetto è stata sempre vista la Chiesa, più vicina e più
congeniale al popolo: primo passo, allora, della rieducazione statale è
quello di manipolare storia e idee per dipingerla come un ostacolo al
progresso e poterla sopprimere nel sangue.
Dopo l'orgia della decimazione del dissenso -anche al di dentro del gruppo
stesso di potere, teorico e pratico -molta cura viene dedicata al look
culturale: sopprimere quello che contraddice l'impero di una vulgata, le
verità confezionate nei libri di stato e non negli archivi e nella memoria
viva del popolo. Ancora oggi, per stare alla Rivoluzione francese, chiunque
si sforza di scrivere la storia e non la filastrocca da inno nazionale, è
additato all'infamia, come è successo a Secher, qui riportato da Pecchia, ma
è solo uno dei tanti. La nazione che pretese definire ed esportare la
tolleranza è oggi uno dei paesi meno vaccinati contro quei germi violenti
che la esposero alla deplorazione dell'Europa. Se l'antisemitismo è un test,
in questo senso, la Francia ha il primo posto della lista nera, lo dice
Israele. Qualcosa non ha funzionato allora. Oppure, forse, qualcosa ancora
funziona da allora.
Le pagine di Pino Pecchia, qui sulla Vandea, in pieno argomento con
l'insieme, rendono bene l'idea su scopi, mezzi e risultati delle dittature
più atroci: i vandeani come gli armeni, come gli ebrei. Non sarà che la
riluttanza francese a ricordare l'anima cristiana europea nel Preambolo
della Costituzione obbedisca ad un senso di colpevole difformità da quel
codice supremo di fratellanza che è il Vangelo?
Se ci esprimiamo così è perché oggi l'egemonia laicista -sebbene in crisi e,
magari, proprio per questo -mostra gli stessi sintomi dei totalitarismi
passati: una paura ossessiva dell' Avversario, visto ovunque tramare,
sopratutto dove non brilla il proprio preteso e scontato trionfo. Ne è stato
un segno il referendum del giugno '05. Non resta che punire un popolo
disubbidiente e ignorante dopo due secoli di lumi.
Finita l'oscura norma cristiana, la Francia rivoluzionaria fece la
conoscenza angosciosa del reazionario, del dissenziente politico. Ora c'è il
reato di opinione, c'è la spia, la delazione, il complotto, il libello
anonimo e tutta una serie di interdizioni che dicono del tutto finito il
regime di cristianità e iniziata l'era del laicismo come dottrina di stato.
Non c'è più la rara, eroica e simbolica figura dell'eretico, ora le vittime
del sospetto sono uccise a ritmo industriale.
Nessuno di questo esercito di disgraziati: il prete, l'operaio, il politico,
lo scienziato, illetterato, la suora...avrà mai un monumento come Giordano
Bruno. Sono troppi, è meglio che rimangano obliati e disonorati. La
religione laica non ha culto e monito per il futuro né rimorsi per il suo
passato. La Dea Ragione era una faccenda astratta e distante, ci voleva una
sua incarnazione visibile e attiva, come in una parodistica analogia
cristiana. Fu la ghigliottina la sua delega reale e terrorizzante,
insaziabile falciatrice di teste, di vere teste, quelle che pensavano.
La storia non ha visto modo più crudo di spegnere il pensiero e la libertà.
Poi tutto è stato più facile: Parigi fu replicata a Mosca, a Berlino,
sebbene in modo più moderno e scientifico, senza che alcun tribunale
dell'umanità chiedesse conto di una un'infamia così estesa nel tempo e nello
spazio.
Ora questo libro parla di quei francesi seguendo le prodezze di Frà Diavolo,
simbolo di una congiuntura: se i francesi non fossero venuti a uccidere in
Italia non avremmo avuto questa figura. D'accordo che è complessa da
raccontare: un po' epica, un po' romantica, un po' discutibile, un po'
magnanima. Ma è la personificazione popolare di tutto uno sconcerto che
seguì ad una invasione che fu militare, politica, culturale, economica,
antireligiosa, antimonarchica, antipopolare. Perché i francesi rubarono
all'Italia la libertà, la pace, le opere d'arte, i raccolti dei campi. Un
ciclone che volle dire nel suo delirio: siamo noi la legge, noi la cultura,
noi la forza. Anche a casa vostra. Voi no, e zitti!
Dopo il romanticismo questa spinosa vicenda andava meglio raccontata e
motivata. In Francia addirittura tornò il re. Poeti e scrittori cantavano la
religione come humus natio delle civiltà e delle nazioni. I popoli europei
scoprirono nella comune radice cristiana la propria identità, opposta all'egalitarismo
giacobino che era una divisa carceraria. Tutto induceva a imbiancare un
evento nel cui nome non sempre era facile pronunciarsi. Primo frutto della
revisione fu la cancellazione delle mire anticristiane della rivoluzione. Il
resto poteva coprirsi con paraventi storicheggianti. Ne venne di
conseguenza, in casa nostra, la falsificazione dello stesso Risorgimento,
ostentato come moto popolare contro "lo straniero". Invece, se ci fu una
spontanea, generale sollevazione in tutta Italia, questa fu solo contro i
francesi. Lasciamolo dire a Massimo Viglione che è competente in
questo discorso:
"per la prima volta gli italiani insorgono a centinaia di migliaia, armi in
pugno, per respingere proprio quell'invasore che avrebbe dovuto arre- care
loro libertà e giustizia" (Le insorgenze, 1999, p. 78 ). L'opera di restauro storiografico ha dovuto liberare strati di menzogne per poter affermare
il carattere cattolico e legittimista dell'insorgenza antifrancese (cfr. pp.
140 - 145). .
In pieno accordo con la nuova storiografia l'accortezza di Pecchia si vale
di fonti inedite che hanno la vibrante verità del documento diretto e
impietoso, resistente al filtro, liberal-massonico, con cui è stata
impaginata la versione scolastica.
Le citazioni dell' Antonaroli in questo libro fanno un effetto
impressionante: dicono già durante lo svolgimento dei fatti quello che la
storiografia "revisionista" va rivendicando con energia. L'Antonaroli è
testimone diretto a Roma, nella Marittima, nella Campagna di fine settecento
e inizi ottocento e questa fu la sua sentenza su quella dannata follia
messianica: distruggere tutto ciò che sa di civiltà cristiana, uomini e
cose" e se si fosse potuto, anche l'esistenza al grande Iddio".