Non è improbabile che Giulia Gonzaga,
signora di Fondi, rimasta vedova in giovane età, possa aver avuto qualche
giovanile e giustificata “sbandata” amorosa o semplicemente sentimentale
verso qualche personaggio di rango del suo tempo.
Il testamento del marito Vespasiano
Colonna, infatti, condizionava il possesso dei domini lasciatigli in eredità
al mantenimento del proprio status vedovile, fatto questo che, comunque, non
potevano impedire le naturali pulsioni sessuali della giovane signora che
alcuni sostengono neppure sia stata deflorata dall’anziano e malandato
marito durante il loro breve periodo di matrimonio.
Un rapporto di tal genere potrebbe
essere sorto con il Cardinale Ippolito dei Medici come sostengono alcuni
storici ed ora pare attestato in una recensione pubblicata dallo studio
bibliografico “L’Arengario” di Gussago (Bs). Il giovane cardinale, amante
delle belle lettere e della letteratura, nipote del papa Clemente VII, nel
1535 si trovava nel Convento di S. Francesco in Itri quando morì tra atroci
sofferenze, avvelenato con una minestra in brodo di carne; alcuni dicono ad
opera del cugino duca di Firenze Alessandro de’ Medici che, invidioso dei
suoi successi, volle sbarazzarsi del parente cardinale; ma le cause di
questo avvelenamento, una delle tecniche letali più antiche che trovò in
epoca medievale l’apice dell’applicazione, potrebbero essere molto più
complesse e riguardanti più da vicino le vicende private della contessa di
Fondi, Giulia Gonzaga, che era presente al capezzale del cardinale negli
ultimi istanti della sua vita.
“L’Arengario” ha messo in vendita,
quindi, un volume antico e raro al prezzo di € 930,00: “VIRGILIO (Publio
Virgilio Marone, Andes, Mantova 70 a.C. - Brindisi 19 d.C.), Il
Secondo di Vergilio in lingua volgare, tradotto da Hippolito de Medici
Cardinale, Venezia, Nicolo d'Aristotile detto Zoppino, 1539”.
Queste le caratteristiche del volume:
“15,2x9 cm., legatura ottocentesca in mezza pelle 16x15,8 cm., fregi,
decorazioni e titolo in oro al dorso, pp. 48 (24 cc. numerate), 1 incisione
xilografica al frontespizio (ritratto di Virgilio), e 4 belle vignette
incise n.t. Testo in corsivo. Margine esterno delle prime tre carte
leggermente rifilato. Esemplare in ottimo stato di conservazione. Probabile
prima edizione (manca a Adams 1967, Brunet 1990, Graesse 1950 e a tutte le
bibliografie da noi consultate)”.
Lo studio Bibliografico “L’Arengario” così ricostruisce la storia del
volume: “La traduzione di Ippolito de Medici costituisce la prima edizione
italiana completa del secondo libro dell'Eneide, ristampata nel 1540 insieme
agli altri primi cinque libri, tradotti da diversi autori, con il titolo:
I sei primi libri dell'Eneide di Virgilio tradotti (in lingua toscana e
versi sciolti), Venezia, Comin da Trino ad instantia de Nicolò
d'Aristotile detto Zoppino (Brunet 1990: vol. V pag. 1308 e Graesse 1950:
vol. VII pag. 364).
Tuttavia, nel 1539, uscì oltre a questa
di Venezia dello Zoppino un'altra edizione, con titolo modificato: Il
secondo libro della Aeneide di Virgilio in lingua volgare volto dal Card.
Hippolito de' Medici, Città di Castello, Ant. Mazochi e Nic. de Gucij da
Corna (Graesse 1950: vol. VII pag. 364). Quale delle due costituisce la
prima edizione?
L'editore Antonio Mazzocchi, cremonese,
e Bartolomeo Gucci, di Cortona, "vennero nel 1538 a Città di Castello per
stampare gli Statuti" ma "essi non impiantarono né qui né altrove una
stabile tipografia. Veri tipi di tipografi erranti, quando nel 1539, anche a
cagione della carestia, gli affari languivano, partirono sollecitamente e
due anni dopo stampavano a Cortona" (Ascarelli 1996: pag. 152). D'altra
parte l'edizione originale dei sei primi libri del 1540 avviene "ad
instantia" dello Zoppino (che alcuni vorrebbero identificare con lo Zoppino
dei Ragionamenti di Pietro Aretino), già affermato tipografo ed
editore.
Per questo motivo sembra più probabile
che sua, e non di Mazzocchi e Gucci, sia da considerarsi la prima edizione.
La dedica, di tono esplicitamente
galante che l'autore premette, è indirizzata a una dama «Giulia Gonzaga», il
cui nome non compare in questa edizione, ma solo nella ristampa dei sei
primi libri dello stesso anno 1540 intitolata “I sei primi libri del Eneide
di Virgilio, tradotti a più illustre & honorate donne...”, Venezia, Giovanni
Padovano, «ad instantia e spesa del nobile homo M. Federico Torresano
d'Asola», che riproduce quella di Comin da Trino: "Per
che spesso ad uno oppresso da grave male l'essempio d'un maggior
alleggerisce il martire: non trovando io a la pena mia altro rimedio, volsi
l'animo a l'incendio di Troia, e misurando con quello il mio, conobbi senza
dubbio nissun male entro a quelle mura esser avvenuto, che nel mezzo del mio
petto un simil non si senta, lo quale cercando in parte sfogare di quel di
Troia dolendomi ho scoperto il mio: onde lo mando a voi, acciocché egli per
vera somiglianza vi mostri gli affanni miei, poi che né i sospiri, né le
lacrime, né'l dolor mio ve l'han potuto mostrar giamai".
Il
cardinale Ippolito de’ Medici, dunque, traduce dal latino in italiano il
secondo libro dell’Eneide con una dedica a Giulia Gonzaga che lo studio
bibliografico “L’Arengario” definisce “esplicitamente galante”. Ippolito
scrive: “L’esempio di un maggior dolore alleggerisce quello che patisce un
uomo oppresso da un grave male; non trovando io altro rimedio alla mia pena
volsi l’animo all’incendio di Troia, e, confrontando i due mali mi accorsi
che entro le mura di quella città si patirono le stesse pene che patisce il
mio cuore e cercando in parte di mettere in risalto le pene troiane le ho
scoperte simili alle mie; perciò mando a voi le pene di Troia perché da esse
possiate capire il mio patimento poiché né i sospiri, né le lacrime, né il
mio dolore vi hanno mai potuto mostrare il mio affanno”.
Si
tratta sicuramente di una dedica galante di un colto intellettuale
cinquecentesco alla dama dei suoi sogni e che sembra dimostrare come i
rapporti tra esso e la Gonzaga siano più che altro squisitamente
sentimentali e del tipo più squisitamente cavalleresco.
Non
bisogna mai perdere di vista, infatti, che nel suo testamento Vespasiano
Colonna, marito di Giulia, aveva anche lasciato in moglie ad Ippolito dei
Medici, nipote del papa Clemente VII, la propria figlia Isabella con una
dote di 30.000 ducati oltre all’autorizzazione di portare il cognome Colonna
ai loro figli. Il morente, in realtà, designa i figli generati da Isabella
alla propria successione sperando nel benestare della “Maestà Cesarea”;
l’esecutore testamentario era sempre la vedova Giulia Gonzaga per cui tra i
due si erano necessariamente creati rapporti diretti per tentare la
realizzazione del matrimonio del cardinale con la figliastra.
Non
ci è data conoscere per ora la causa del mancato matrimonio tra Isabella ed
il cardinale ed alcuni storici la trovano in una infatuazione del cardinale
per la vedova anziché per la figliastra. La dedica ora presentata sembra
giustificare questo orientamento storico senza peraltro darlo per certo del
tutto.
Alla
morte del cardinale de’ Medici (1535) la Gonzaga aveva appena 22 anni; nel
dicembre dello stesso anno, Giulia Gonzaga si trasferisce in Napoli per
meglio attendere, dice, alla difesa dei propri interessi ereditari, essendo
vicina alla Corte; il libro del cardinale venne stampato postumo e quando
già Giulia si trovava a Napoli (1539).
Le
vicende personali di Giulia Gonzaga sono state certamente segnate
dall’assistere alla morte violenta e atroce del cardinale de’ Medici e
certamente hanno influito sul suo abbandono di Fondi per stabilirsi in
Napoli ed, ancor di più, avranno influito sul suo definitivo ritiro dalle
scene politiche rivolgendosi ad una attività più propriamente religiosa
aderendo a quel movimento della riforma della religione che si andava
estendendo agli inizi del 1500 anche con l’adesione di eminenti esponenti
del mondo ecclesiastico.
A
quel tempo “…aveva grande efficacia il pensiero di Valdes, che però
accentuando il motivo della riforma interiore conduceva al una religiosità
puramente individuale o di piccoli gruppi, non adatta a produrre o a
guidare un movimento largo e radicato in tutti i ceti della popolazione,
come doveva essere un movimento di riforma generale”.
Il
Cantimori, massimo storico italiano dei movimenti ereticali del cinquecento,
afferma ancora: “Così, tra i riformatori italiani, alcuni presero a
diffondere le dottrine valdesiane…. Mentre si faceva sempre più vivo quel
movimento di riforma cattolica, come poi sarà chiamato…. Il movimento
valdesiano doveva esaurirsi nella pietà interiore e nella spiritualità
individuale e mistica di una Giulia Gonzaga…”.
La
Gonzaga, nonostante questa nuova acquisizione documentale resta un enigma
della storia; fu amante di Ippolito di Medici oppure ad esso era legata da
puro sentimento di affetto? Dopo la parentesi della signoria su Fondi fu
veramente una esponente convinta della riforma della chiesa? Oppure fu una
donna frustrata negli affetti, impossibilitata dal testamento vessatorio
dell’anziano marito a seguire le pulsioni del suo cuore? Quale azione di
rivalsa verso la Chiesa di Roma riteneva dovesse essere sostenuta? Fu una
femminista ante litteram?
Sono
tutte domande alle quali forse una più capace ricerca storica potrebbe anche
dare risposte certe. I documenti per farlo potrebbero forse ancora trovarsi
tra i polverosi archivi italiani.