Campello d’Itri: incontro
di tre civiltà
Primo ed unico lavoro di ricerca sul territorio di
Albino Cece e Antonio Masella
Con uno sforzo
organizzativo senza precedenti nella tradizione storica di Itri, Albino Cece
e Antonio Masella, hanno passato al classico setaccio i 25 ettari di
territorio itrano che costituiscono l’altopiano di Campello, arrivando a
conclusioni strabilianti e mai prima d’ora rilevate dalla storiografia
locale e nazionale.
Eppure questo è un luogo
continuamente percorso da gente itrana e forestieri per lavoro o per svago!
Sull’altopiano di
Campello sono rimaste cristallizzate e congelate, pur nello svolgersi dei
millenni, ben tre distinte civiltà: un’arcaica civiltà mediterranea di cui
tuttora sono sconosciute le origini all’archeologia; un tempietto ed un
altare arcaici scavati nella roccia; i resti di una fortificazione eretta
dal popolo aurunco in epoca pre-romana; una nutrita serie di borgate rurali
medievali che potevano accogliere un numero di oltre 1.500 abitanti.
Il tutto ben conservato
e facilmente recuperabile per programmare uno sviluppo turistico di qualità
e di cui un modesto, ma ben sfruttato esempio, lo troviamo in Europa
soltanto nelle Higlands scozzesi.
Secondo le minuziose
ricerche effettuate dai due autori, le emergenze archeologiche presenti a
Campello d’Itri rappresentano un vero e proprio patrimonio dell’umanità che
non si può rischiare di perdere e che si è mantenuto pressoché inalterato
nel tempo grazie proprio alla continua frequentazione umana dell’area che ha
consentito di mantenere in esercizio i manufatti antichi.
La ricerca era iniziata
con l’obiettivo di individuare gli antichi sentieri che, attraverso Campello,
collegavano d’antica epoca l’area del Golfo di Gaeta con il retroterra di
Pico, Pontecorvo, Esperia e Maranola che pure sono stati individuati,
descritti e cartografati.
Nel corso delle
ricerche, gli autori si sono trovati di fronte ad una notevole mole di resti
antichi per cui sono stati costretti ad allargare i propri interessi fino a
comporre un volume di grande valore documentario, corredato da centinaia di
fotografie e da una specifica cartografia innovativa e correttiva
dell’allocazione di ben 67 toponimi.
Sono state annotate
importanti presenze speleologiche che non hanno nulla da invidiare alle più
conosciute grotte di Pastena; qualche cisterna a volta interna, in origine,
doveva essere un vano eretto a piano di campagna e lentamente interrato dal
millenario trasporto erosivo dalle vicine colline.
Gli autori confidano,
quindi, nel sostegno degli enti locali (Comune di Itri, Parco Naturale dei
Monti Aurunci, Comunità Montana) per la pubblicazione di quest’opera che si
ritiene fondamentale come lavoro preparatorio all’impostazione di un
progetto di recupero globale del territorio di Campello a fini turistici
senza mortificare, ma esaltando ed incrementando le attività rurali che
attualmente vi si continuano ad esercitare.
Il più grosso problema
che gli autori hanno dovuto affrontare è stato quello della mancanza
assoluta di ogni tipo di bibliografia su questa località se si eccettua un
solo lavoro di ricerca d’archivio relativa al 1700, cioè ad epoca molto
vicina al nostro tempo, in cui si descriveva un allevamento di circa
ottomila maiali che i nobili Caetani esercitavano su quest’area avvalendosi
di manodopera campomelana .
Qui, ad esempio, non è
stato possibile rintracciare alcuna presenza d’epoca romana tanto da far
pensare che gli abitanti di questo altopiano siano passati indisturbati
dall’epoca arcaica fino all’anno mille circa della nostra era. Un fatto
assolutamente eclatante!
Campello è uno scrigno
di ricchezze antiche tanto importanti che il popolo d’Itri ne potrebbe fare,
nel totale rispetto della natura e delle attività che vi si esercitano, un
centro turistico di primo livello e di una tipologia unica al mondo.
Assolutamente unica al
mondo!
(Albino Cece)