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I costruttori megalitici

di Albino Cece

E' sempre d'attualità la discussione dell'origine delle diffuse opere megalitiche distribuite un po' dovunque nel Lazio meridionale ed anche a Fondi.
Per dare un contributo alla ricerca rileggiamo insieme quanto ebbe a scrivere nel lontano 1977 nel suo libro "Guida alle civiltà megalitiche", il segretario dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri, Enzo Bernardini, pubblicato per i tipi dell'editore Vallecchi di Firenze.
Nel volume che ci appare tuttora d'attualità viene affrontato, tra l'altro, il problema delle datazioni archeologiche mediante il radiocarbonio C-14 che "si basava su due supposizioni teoriche, risultate in seguito inesatte" proposte nel 1946 da W. F. Libby.
Nel 1958, H. de Vries "cominciò a confrontare i dati ottenuti col C-14 con quelli di un nuovo metodo, la dendrocronologia basato sul conteggio dei cerchi annuali di crescita delle piante, riscontrando... notevoli discrepanze".
Il Bernardini afferma ancora che "le correzioni finora apportate [alle datazioni] hanno permesso di collocare nella loro iusta luce quelle colture che non quadravano nel contesto dell'evoluzione preistorica europea, forzatamente e arbitrariamente incasellate secondo il vecchio schema diffusionista, moderato o meno".
Circa le datazioni, il Bernardini conclude: "In questo contesto, che esige una nuova mappa dell'Europa preistorica, specialmente neolitica, il megalitismo assume un nuovo aspetto, più vero, più determinante, rispondente al grande ruolo religioso e sociale ricoperto durante il lungo periodo di tremila anni".
Continuando, è sempre il Bernardini ad affermare che "le correzioni cronologiche apportate alla preistoria europea dalla calibrazione del radiocarbonio, sensibili a partire dall'orizzonte del 2000 a.C., e ancor più vistose per i millenni precedenti, hanno rovesciato alcune valutazioni, offrendo un nuovo e più realistico quadro evolutivo a partire dal Neolitico".
Quindi, soffermandosi sul Lazio meridionale, il Bernardini, che aveva discusso ampiamente su una origine religiosa del megalitismo, così conclude: "Un altro fenomeno protostorico italico che adottò la tecnica megalitica nella fortificazione dei villaggi, evidentemente straneo alla tradizione religiosa ormai estinta, è molto frequente nel Lazio (Segni, Alatri, Ferentino, Arpino, ecc. [e noi aggiungiamo anche Fondi]) e in particolare nel Sannio e nell'attuale regione beneventana e molisana (Piedimonte d'Alife, Pietrabbondante, Sepino, ecc.). Mentre le mura ciclopiche venivano erette, stava già nascendo la storia di Roma.
Il Bernardino argomenta molte altre cose sul megalitismo soffermandosi sull'area inglese, francese, portoghese e su Malta ed sui micenei per i quali sembra adottare una considerazione diversa da quella in cui finora sono stati tenuti.

Riportiamo qui di seguito due capitoletti tratti dal volume: ENZO BERNARDINI, Guida alle civiltà megalitiche, Vallecchi, Firenze, 1977; il primo riferisce del fenomeno megalitico ed il secondo dei sistemi costruttivi adottati per l'erezione di tali opere (Albino Cece).

Il fenomeno megalitico
Uno dei più avvincenti problemi della preistoria, il fenomeno megalitico, è ancora in attesa di una convincente e completa soluzione. Gli studi e le ricerche condotti da oltre un secolo sui grandiosi complessi megalitici, cioè su quei monumenti antichissimi costruiti con grandi pietre, presenti in un'area vastissima, che va dalle regioni atlantiche dell'Europa centro-settentrionale e dalle isole britanniche ai territori affacciati sul Mediterraneo e alle sue isole, hanno portato nel tempo a proporre ipotesi e interpretazioni diverse, spesso contrastanti, oggi comunque in gran parte superate.
Perché furono erette migliaia di tombe, decine di templi, centinaia di fortezze e molte altre enigmatiche costruzioni caratterizzate dall'uso di pietre e lastroni giganteschi? Quali erano le loro precise destinazioni? Dove nacque il megalitismo? Quali furono le popolazioni preistoriche responsabili della diffusione dell'idea religiosa megalitica e capaci di realizzare quei sorprendenti monumenti? Come fu possibile, migliaia di anni fa, trasportare, innalzare e sistemare in maniera spesso perfetta blocchi del peso di oltre trenta tonnellate? Ecco, in ultima sintesi, i quesiti sempre attuali legati al megalitismo. Fino a ieri era prevalso il concetto dell'origine orientale, o egea, del megalitismo, corollario del dogma che voleva la " barbara " Europa preistorica debitrice verso l'Oriente di ogni forma di civiltà: e quindi anche della diffusione, principalmente per via di mare, da parte di pacifici missionari e di misteriosi " figli del Sole ", di un'idea religiosa imperniata sul culto dei defunti e di evolute nozioni architettoniche, dapprima portate nei territori delle colonie egee sulle coste spagnole, poi trasferite nelle isole mediterranee e al resto dell'Europa. Il megalitismo veniva inserito in un modello di evoluzione preistorica coerente col cosiddetto " quadro diffusionista ", facendolo risalire al Neolitico finale, con particolare affermazione nell'Eneolitico e nell'età del Bronzo, ma cronologicamente dal 2500 al 1200 a.C. Venne poi proposta, sulla spinta di motivazioni politico-razziali, l'origine nordica del megalitismo, basata sull'evoluzione tipologica dei monumenti dell'area germanica settentrionale e danese la quale, se è ancora sostanzialmente valida per una regione ristretta, non significa sempre creazione autonoma e non autorizza, comunque, ad estendere il concetto al resto dell'Europa e soprattutto al bacino del Mediterraneo. Il mito nordico, com'era prevedibile, fu affiancato anche da un mito mediterraneo, accentrato sugli enigmatici templi di Malta, isola alla quale venne attribuita la funzione di depositaria e propagatrice dell'originaria civiltà preistorica del Mediterraneo, portatrice anche dell'idea megalitica.
In questi ultimi anni, grazie alle misurazioni più precise effettuate col sistema del radiocarbonio, alle loro recenti correzioni dovute al confronto con un altro sistema, la dendrocronologia, basato sul numero dei cerchi di accrescimento degli alberi, ma grazie soprattutto ad una migliore e più approfondita conoscenza della preistoria europea, molte cose sono cambiate.
Si sa, ad esempio, che le prime tombe megalitiche risalgono sì al Neolitico, ma al quinto millennio a.C., e che esse si trovano nella Francia settentrionale, precisamente in Bretagna, che ne è anche la regione più ricca; altri centri importanti, di poco successivi, sono in Portogallo, in Spagna, nel Midi e nelle isole britanniche. È scomparso il concetto di una sola corrente megalitica, sostituito dalla certezza di numerosi centri creativi indipendenti, che accolsero l'idea religiosa originaria, la elaborarono e l'applicarono secondo il grado di evoluzione della propria cultura: perché il megalitismo, quale fenomeno religioso, venne adottato da popoli diversi, durante un lungo arco di tempo di tremila anni e in un'area vastissima, corrispondente a buona parte dell'intero mondo di allora. Le varie culture megalitiche possono comunque ricondursi a due matrici fondamentali: quella iniziale, occidentale ed atlantica, e quella del Mediterraneo centro-orientale, ridotta e secondaria.
Si conoscono decine di tipi di monumenti megalitici, costruiti con pietre enormi: menhir, dolmen, tombe a camera e a galleria, allineamenti, circoli, ecc.; oltre alle tombe collettive, esistono templi e fortificazioni ciclopiche. Quest'ultime, di epoca più tarda, di megalitico hanno solo la struttura architettonica, senza significati religiosi. Se il germe del fenomeno megalitico, in quanto culto collettivo dei defunti, può anche essere ricercato nel Mediterraneo orientale, o più propriamente nella penisola anatolica, si è propensi a credere che in questo caso i portatori dell'idea l'abbiano fatta giungere in Europa con le prime migrazioni neolitiche terrestri lungo il Danubio e attraverso i Balcani, in tappe successive; ma è sempre valida l'ipotesi della trasmissione per via marittima. Certe primitive sepolture collettive mesolitiche portoghesi e bretoni (Muge, Teviec e Hoedic), risalenti al 10.000 circa a.C., pongono inoltre pesanti ipoteche anche su questo dibattuto punto. Determinante appare infatti la constatazione che i monumenti megalitici sono generalmente presenti entro una ristretta fascia costiera, mediterranea ed atlantica, larga al massimo 150 km.
Il fenomeno fu dunque di carattere essenzialmente marittimo, ma non è possibile dimostrare scientificamente che già nel Neolitico esistevano rotte tra il Mediterraneo e l'Atlantico, anche se ciò è molto probabile. Valutando la fragilità e la natura delle imbarcazioni del tempo (doveva trattarsi di tronchi d'albero scavati o di piccole zattere), sembrerebbe più accettabile l'ipotesi che una primordiale navigazione di piccolo cabotaggio venisse praticata sia nell'Egeo sia lungo le coste della Bretagna, da gruppi che solo in un secondo tempo vennero a contatto. Accanto alla tesi dell'incontro delle due culture nella penisola armoricana, da cui sarebbe nato il fenomeno megalitico, molti seguaci ha tuttora la vecchia teoria dell'origine egea, mentre le proposte più recenti si dichiarano a favore dell'origine bretone del megalitismo, ma ad opera di misteriose popolazioni atlantiche. Confermata l'arcaicità del megalitismo bretone, l'importanza dell'iberico, l'originalità di quello britannico e maltese, è chiaro che la creazione di colonie, gli intensi traffici marittimi nel bacino del Mediterraneo e terrestri sul continente europeo, legati al commercio dei metalli e di altre merci pregiate, furono veicoli naturali per la diffusione dell'idea; che solo in un secondo tempo l'Egeo ricevette, mediante un movimento di riflusso, e adattò, opportunamente ridotta, alle splendide civiltà minoica e micenea dell'età del Bronzo, riesportandola più tardi nei territori toccati dai suoi commerci. Squarciato così il velo di mistero che avvolgeva il megalitismo e rivalutata l'indipendenza dell'Europa preistorica, è in atto un decisivo progresso nelle conoscenze del fenomeno. Benché moltissimi monumenti abbiano subìto nel tempo numerosi saccheggi, ed i reperti rinvenuti non sempre consentano una datazione sicura, si dispone oggi di una successione cronologica e tipologica attendibile. La qualità e la varietà di costruzioni megalitiche è sorprendente; le diverse culture che le produssero sono sufficientemente individuate, le correlazioni tra i vari centri propulsori e le aree periferiche sono in via di definizione. L'evoluzione del concetto religioso, dalla primitiva e temporanea assimilazione al culto della Dea Madre alle profonde modificazioni finali è forse più difficile da penetrare, e rimane tra gli aspetti più enigmatici del megalitismo. È innegabile comunque che, al di là dei risultati conseguiti dall'indagine scientifica, il fenomeno si può cercare di spiegare completamente solo facendo ricorso ad oneste ipotesi e cedendo anche, qualche volta, alla suggestione dell'imponderabile. Ma sono proprio questi aspetti a suscitare un rinnovato interesse verso il megalitismo.
Si tratta comunque di un cammino lungo ed affascinante, che cercheremo di percorrere per intero nei capitoli che seguono.


I sistemi costruttivi dei monumenti megalitici.
L'aspetto che maggiormente colpisce nei monumenti megalitici è l'impiego di blocchi di pietra davvero enormi, che inducono l'osservatore moderno a chiedersi di quali prodigiose capacità fossero dotati gli uomini che li costruirono. Si è visto che nei dolmen semplici le lastre usate misurano in media 3 m in lunghezza, 2 in larghezza, 50 cm in spessore. Il loro peso può variare da 6 a 8 tonnellate: si tratta di " piccoli " blocchi, se si pensa alla tavola di Mané-Rutual (Locmariaquer): m 11,50 X 4,20 X 0,50, peso 60 tonnellate; al grande ortostato di Antequera: m 8 X 60,50 X 1, più di 52 metri cubi, oltre 100 tonnellate; alla tavola in granito blu del dolmen di Gast (Calvados): m 10,60 x 3,50 x 4, volume 148 mc, peso oltre 300 tonnellate... Né sono da sottovalutare molte altre lastre di dolmen, templi, tombe a camera, del peso medio di 30 tonnellate. Alcuni blocchi dei cinque grandi triliti centrali del tempio di Stonehenge, emergenti per circa 7 m, pesano oltre 50 tonnellate ciascuno; il grande masso a forma di nave del perimetro del tempio di Hagiar Him a Malta, lungo 7,50 m e alto 5, supera il peso di 30 tonnellate. E il più alto menhir mai innalzato, quello di Locmariaquer, che misurava 23,50 m, doveva superare di molto il peso di 300 tonnellate, mentre la tavola di copertura del dolmen di Mettray, del peso di 60 tonnellate, adagiata su blocchi alti 3 m, misura 24 m di perimetro. Se si aggiunge che tali " sassolini " provenivano anche da molti km di distanza, e che furono talvolta collocati sulla sommità di colline molto ripide, dopo avere percorso valli, risalito monti, attraversato fiumi a forza di braccia, la domanda che sorge spontanea non può che essere: come fu possibile tutto ciò? Per l'innalzamento dei blocchi più piccoli (si fa per dire) il metodo era abbastanza semplice, sfruttando il sistema della leva e servendosi di bassi terrazzamenti a gradino. Si partiva dal livello del suolo e si sollevava la lastra mediante leve sul gradino immediatamente sovrastante. Da questo si passava al successivo, e via via sino all'ultimo, che era al livello dei bordi superiori dei lastroni verticali precedentemente collocati e già infissi nel terreno. Vi si faceva quindi scivolare sopra il blocco, e in questo modo il dolmen era costruito. I blocchi più pesanti e di maggior mole venivano adagiati o fissati su rulli e slitte di legno e trascinati su piani inclinati, con l'aiuto di corde fatte di fibre vegetali, fino al punto desiderato. A Malta, in assenza o povertà di vegetazione, i tronchi erano sostituiti da grandi sfere di pietra che, ruotando, favorivano lo scorrimento dei blocchi. I piani inclinati, in terra, dovevano ovviamente essere rinforzati da strutture in pietra e legno e da muri di sostegno. Parte del materiale veniva poi riutilizzato per la costruzione dei tumuli, ma non sempre: ad esempio il dolmen di Pépieux (Aude) fu innalzato sulla sommità di un colle dalle pareti molto scoscese. La tavola di copertura pesa almeno 30 tonnellate: per collocarla al suo posto fu necessario costruire un lunghissimo piano inclinato, rinforzato da opere in pietra, fino alla pianura sottostante: di tale manufatto lungo almeno mezzo km non esiste più alcuna traccia: esso fu probabilmente distrutto appena terminata la costruzione del dolmen. Doppi piani inclinati furono necessari per innalzare i più alti menhir, che venivano dapprima portati all'altezza necessaria, quindi erano fatti scivolare nella fossa predisposta, ed infine imbragati e sistemati perpendicolarmente mediante l'uso di corde. Un altro metodo per l'erezione dei menhir consisteva nel trasportarli su rulli fino allo scavo che doveva accogliere la base, nel quale veniva fatto scivolare sollevandolo per gradi con l'aiuto di leve e incastellature lignee; quindi era rizzato perpendicolarmente agendo sulla sommità per mezzo di corde. Riempito lo scavo di fondazione con pietre, la stabilità era assicurata a sufficienza, come dimostrano gli esemplari ancor oggi in situ.
Quanto al trasporto dei massi da regioni anche molto distanti (pietre Sarsen di Stonehenge: dalle " Dune ", 40 km a nord; pietre blu, dai monti Prescelly, a 200 km!) fu necessario l'impiego di migliaia di uomini, la guida di capimastri e la direzione di architetti: indice di una sviluppata ed efficente organizzazione sociale e prova della straordinaria forza religiosa che animava quelle popolazioni. Il trasporto, a quanto si sa, avveniva per via terrestre mediante traino su rulli o su pietre, in qualche caso su slitte, ma anche per via fluviale. Il taglio dei blocchi si svolgeva nelle cave, non sempre con strumenti metallici: tutti i blocchi di Malta, ad esempio, furono tagliati con asce di selce. I costruttori megalitici realizzarono dunque alcune delle opere più grandiose ed impressionanti mai tentate dall'uomo; quando vennero erette le piramidi d'Egitto, nel 2500 a.C., molti degli imponenti monumenti megalitici bretoni esistevano da oltre 2000 anni. Tutto ciò, all'origine delle numerose leggende che vogliono la preistoria dominata da una razza di giganti, non può che fare riflettere a lungo sulle effettive capacità individuali e collettive dell'uomo del Neolitico e dell'età dei Metalli, per troppo tempo sottovalutate (Enzo Bernardini).

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