Falce di Luna: è per molti il
simbolo del mondo islamico, icona splendente da tutti accettata e
riconosciuta. Presente in area sāsānide e bizantina, diviene elemento
sempre ricorrente nell'arte islamica, fino ad ornare edifici religiosi,
custodie di oggetti considerati sacri, proprio come la Croce nel
Cristianesimo. Il Crescente verrà, inoltre, posto sulle bandiere
dell'ultimo impero islamico, quello ottomano, ripreso nella moderna
Turchia, ma gli studiosi non riescono a trovargli un particolare significato
simbolico, spirituale, anche se è la luna nuova a determinare l'inizio del
Pellegrinaggio alla Mecca o inizio e fine del mese del digiuno. Simbolo che,
dunque, ha qualcosa d'inafferrabile, di sfuggente, che non riusciamo a
comprendere pienamente proprio come la presenza dell'Islam (Islam)
nella penisola italiana, e in particolare a Roma e nell'Alto Lazio. A Roma,
quando potevano con le loro forze, i musulmani non vi entrarono mai da
vincitori, poi vi riuscirono ma solo al servizio di cristiani, e nell'Alto
Lazio vi sono stati, ma quella altomedievale è una presenza alla quale viene
spesso negata ogni rilevanza, a volte la stessa realtà. Quando torneranno,
nel periodo ottomano, sembreranno ancora una volta del tutto estranei,
terribile intrusione i cui attori si riveleranno, a chi ad essi rivolga
realmente la sua attenzione, estremamente familiari.
La Terra Grande, in arabo al-Ard al-Kabīra, è la
penisola italiana, ambito in cui l'Alto Lazio ha sempre avuto un posto
particolare, centrale e appartato. E con l'Alto Lazio dovremo
necessariamente parlare di Roma, dalla quale le zone settentrionali
derivano parte della loro importanza e, ad un tempo, un certo abbandono.
Sembra infatti che la grande città riesca ad attrarre quasi ogni interesse,
lasciando nell'ombra quanto in altre regioni avrebbe di per sé rilevanza.
Alto Lazio, qui per noi tutto il Lazio settentrionale, ossia il territorio
che da Roma arriva al Viterbese e alla Sabina e che, per le presenze
islamiche, è talmente povero di documentazione da sfuggire ad attente
analisi. Alcuni capitoli saranno dedicati a presentare gli elementi
necessari alla comprensione della cultura islamica, dunque più che
ricostruire gli avvenimenti, che tuttavia saranno narrati in base alle fonti
principali, cercheremo di capire la natura di quelle presenze, la loro
provenienza e il loro mondo che, in qualche modo, è giunto nelle nostre
terre. Dovremo, per questa storia nascosta, elusiva, per colmare le lacune
nella documentazione, seguire labili tracce, indizi dispersi lungo
l'amplissimo arco dell'espansione islamica, dall'originaria penisola arabica
all'Asia Centrale e all'Estremo Oriente, per poi giungere più vicino alle
terre oggetto del nostro interesse, al nord Africa, alla Sicilia e infine
alla Terra Grande, la penisola italiana.
È questo, inoltre, un libro che risponde a un'esigenza
personale. Quella di chi, abituato a ricercare nel proprio paese,
identificato o meglio scelto nel Lazio settentrionale, una risposta a
qualcosa avvertita come essenziale, ritiene di poterla trovare anche
applicando all'area prescelta, più spirituale che geografica, le proprie
conoscenze, in questo caso quelle riferite alla storia culturale islamica.
Sono pagine, queste, nate spontaneamente, in cui si ritroveranno studi,
letture, passeggiate, nostalgie e ricordi, suggestioni e tentazioni di chi,
per anni, ha immaginato un argomento, lasciando accumulare conoscenze
dall'origine più diversa. E per questo era doveroso includervi le note, solo
bibliografiche, non necessarie, quindi, alla comprensione del testo:
doveroso atto di omaggio a chi, nel corso degli anni, ha fornito i testi
necessari per soddisfare qualche curiosità. In queste note anche i passi
latini via via indicati sono stati inclusi, benché siano abbastanza
consistenti, non per necessità, ma per stimolare il piacere di una
riscoperta: quella di una lingua non ancora così morta come si pensa, ma
che potrebbe essere facilmente rianimata. Non a caso i passi suddetti sono,
a volte, scritti in un latino nel quale già si avverte l'italiano volgare.
I pochi brani in arabo o in turco ottomano sono quelli essenziali per
soddisfare qualche curiosità di chi scrive, quindi è parso necessario
includerli perché, chi è in grado di leggerli, non avverta la loro assenza.
È quindi un libro diretto essenzialmente a chi conosca la
Tuscia romana e la Sabina non con una conoscenza da specialista, ma con
l'abitudine di una lunga frequentazione. Destinato a chi ami camminare
lungo i pianori rinchiusi fra i corsi d'acqua della Tuscia, a chi sappia
apprezzare i paesi dai colori dei tufo per altri forse monotoni, ma, per chi
realmente li conosca, capaci di acquistare infinite variazioni, immersi
nella vegetazione di un verde che, anch'esso, si adegua a quelle mutevoli
tonalità.
Libro per chi
della nostra regione già conosca gli aspetti meno noti, la Cava Buia di
Norchia illuminata dalla falce lunare, e in quella luce possa intravedere
una nuova immagine, più sfuggente ancora di quella etrusca; per chi abbia
visto San Salvatore Maggiore coperto dalla neve o la navata di Santa Maria
in Vescovio rischiarata solo dai lampi del temporale, ma non abbia ancora
ricercato questa antica presenza islamica, nei secoli a volte nascosta, a
volte evidente. Vorremmo solo aiutare chi legge a seguire questa traccia,
per inserirla in quanto già noto ed amato, intrecciarla con le altre sue
conoscenze per comprendere meglio una trama che sempre più, per chi si
avvicini, rivela una sua estrema complessità. Presenze islamiche, dicevamo,
a lungo. disprezzate, visto che perfino nella grande opera di Michele Amari
si afferma che i musulmani giunti nella nostra penisola erano solo
avventurieri, avidi di preda, che non potevano trasmettere qualcosa di
culturalmente valido: «Quel rifiuto d'Affrica e di Sicilia, a dir vero, non
avea parti d'incivilimento da comunicare altrui; pure arrecava qualche
usanza, promoveva, poco o molto, la influenza arabica che si vide a Salerno
e altrove nel decimo e undecimo secolo. Spicciolati, menomati, assuefatti ad
una certa indipendenza dai Cristiani, e, sopra tutto, privi di aiuti della
madre patria, rimaneano come piaga inveterata ch'uom più non pensi a
curare; né alcuno li potea temere conquistatori.»
Sono giudizi ripresi dai maggiori islamisti. Così Francesco
Gabrieli: «Vale qui per noi più che mai la celebre contrapposizione fra
sedentari e nomadi teorizzata da Ibn Khaldùn: dove gli Arabi arrivarono a
fissarsi al suolo (nel nostro caso, leggi Sicilia), ivi fiorì civiltà; dove
rimasero nomadi (e nomade in ambiente non desertico può considerarsi la loro
posizione in terraferma, salvo quei due o tre punti che sappiamo), si
sfrenarono allo stato puro le innate qualità beduine di violenza e rapina.
Dagli Arabi dell'Italia peninsulare non ci è giunto un verso, uno scritto
qualsiasi, un ricordo di vita intellettuale e religiosa, oltre la
costruzione qua e là di qualche effimera moschea. Di agricoltura si
interessarono certo, ma più nella forma sbrigativa del raccogliere e magari
distruggere gli altrui seminati (li vediamo a un certo punto dirigere la
raccolta delle messi nella valle del Crati) che col farsi come in Sicilia
seminatori e coltivatori essi stessi. Qualche contributo al commercio certo
dettero, là dove non fu loro possibile la forma più spiccia e comoda di
acquisto, cioè la rapina: ma i loro scambi e i loro dinàr non raggiunsero
certo il volume di quelli di Napoli e Amalfi, delle monete carolinge e
bizantine. In conclusione, questi Saraceni della Penisola furono
essenzialmente degli uomini d'arme, cercanti nelle armi il pane e
companatico quotidiano, e destreggiantisi fra quelle forze "infedeli"
(latini, longobardi, bizantini) tra cui, in teoria, avrebbero dovuto
diffondere il verbo dell'Islàm. In realtà, diversamente dalla Sicilia ove
una parte della popolazione locale abbracciò la fede degli invasori, nulla
di simile sembra sia avvenuto nella Penisola, ove gli stessi invasori furono
troppo pochi e troppo mobili per alterare in alcun modo il rapporto delle
confessioni religiose tra cui agirono: cristiani latini e greci, ed ebrei.
Questa sostanziale sterilità della presenza araba in Italia ha la sua
riprova nel disinteresse della storiografia musulmana stessa, che considerò
la Gran Terra non più che teatro avanzato di un gihàd marginale alle
forze attive dell'Islàm.»
Tanto più questo giudizio negativo doveva valere per i
musulmani nell'Alto Lazio, dove le tracce sono così labili e incerte. Pure
vi è stata qualche voce discordante, almeno per quanto riguarda l'estremo
meridione della penisola: «Nel quadro della storia medievale europea
l'emirato di Bari rappresenta una piccola e marginale vittoria del mondo
musulmano contro quello cristiano, vittoria temporanea ma forse necessaria,
di una dolorosa necessità storica. Nel quadro della storia del Mezzogiorno
italiano fu uno stimolo (tra i molti altri), violento ma salutare, alla vita
municipale e commerciale, un invito a città bagnate dal mare a stringere
rapporti spregiudicati ma utili con paesi delle altre sponde di quel mare.
Feroci nella conquista e nel saccheggio, i bruni Saraceni ed i loro capi,
temibili se nemici ma ricchi di una complessa umanità, insegnarono forse
agli abitanti delle ventiquattro "castella" pugliesi cos'è la tolleranza
religiosa in tempo di pace, come si fa fruttare la terra, come si scambiano
prodotti vantaggiosamente. Erano quei saccheggiatori, quei mercanti di
schiavi le forze nuove: bande partite da luoghi diversi ma unite dal vincolo
formale della medesima religione costrinsero i cristiani, con la minaccia
della loro presenza e della loro abilità di predoni e di mercanti, ad unirsi
contro di loro, a trovare la via per superare, sia pur temporaneamente, le
loro discordie.»
L'autore, Giosuè Musca, aggiunge che l'Occidente non imparò
la lezione, ancora per due secoli fu solo «materia su cui s'impresse la
forma delle civiltà orientali», e riprenderà l'iniziativa solo con i
Normanni e la prima Crociata. Altre voci, altri studiosi in tempi più
recenti hanno almeno avanzato dubbi, riserve, ma come semplici ipotesi, e
d'altronde Francesco Gabrieli, commentando proprio il passo di Musca, aveva
riaffermato il più tradizionale giudizio: «saremmo lieti, come difensori
d'ufficio dei Saraceni medesimi, di seguire lo storico pugliese per questa
via; ma dobbiamo riconoscere che poca strada ulteriore, dopo il
riconoscimento di quella certa forza di lievitazione attribuibile
all'elemento arabo, è possibile fare.»
Una voce
diversa ci giunge dall'opposta sponda del Mediterraneo, proprio dal punto di
partenza delle invasioni islamiche, con lo storico tunisino Mohamed Talbi
per il quale l'attacco a Roma dell'846 è un "bel gihād", una bella
guerra santa, anche se siamo sempre nell'ambito delle azioni violente. Per
l'Alto Lazio l'opinione più diffusa, ancor oggi, fra gli islamisti è quella
che risale a Michele Amari, e in passato gli storici dell'Occidente
cristiano su di essa si sono, in definitiva, basati. Per loro fra 9° e 10°
secolo sono le invasioni dei Saraceni, poi quelle degli Ungheri, ad aver
generato una crisi che muta la società. È una visione "catastrofista" per la
quale le popolazioni si riuniscono in posizioni naturalmente forti,
castra-castella arroccati nei quali è più facile difendersi dagli
assalti dei barbari.
Pierre Toubert con i suoi lavori ha fornito un modello
metodologico e, proprio come reazione alla precedente visione catastrofista,
in un'opera ormai classica dedicata alla Sabina medievale ha tracciato un
diverso panorama, per il quale è dall'8°-9° secolo che si avverte qualcosa
di nuovo, uno "slancio" che si rivelerà pienamente solo nel "rinascimento"
del 10° secolo. Il fenomeno che è stato chiamato "incastellamento", la
concentrazione della gente in luoghi fortificati, in particolare dal 10°
secolo, non deriva solo dalla volontà dei signori, né accoglie fuggitivi o
emarginati, ma è in parte opera di famiglie, di gruppi organizzati, «un
movimento d'insieme ordinato e profondo, che ha saputo riunire elementi
sociali dinamici e già legati da solidarietà elementari, semplicemente
riadattate ai nuovi quadri di vita.»
In questa
situazione la presenza islamica non è che un elemento fra i tanti, è anzi
elemento che, in definitiva, poco influisce sull'evoluzione demografica,
economica, sociale, in grado di seguire quasi indisturbata il suo corso. E
malgrado un ripensamento, parziale e limitato, per il quale "il fattore
difensivo" deve trovare una "più rilevante collocazione", Toubert continua a
credere «che Ungari e Saraceni abbiano avuto nel processo dell'incastellamento
una rilevanza modesta, smisuratamente ingrandita dai quindici o venti
diplomi di Berengario I che parlano di loro.»
La tesi di uno storico come Pierre Toubert ha,
necessariamente, solide basi, ma forse in essa, come nelle precedenti, vi è
una visione parziale che si potrebbe definire "minimalista". Delle invasioni
islamiche nell'Alto Lazio sappiamo pochissimo, sul terreno tracce
materiali, evidenti, sembra che non vi siano, quindi se ne dovrebbe dedurre
che tali invasioni abbiano avuto il carattere di semplici razzie, compiute
da semplici predoni. In fondo sia gli islamisti, che senza un numero
sufficiente di testi in arabo da tradurre hanno preferito non vedere, sia lo
storico dell'Occidente, per il quale l'intrusione di elementi estranei al
proprio campo di indagine sembra solo una fastidiosa presenza, hanno
preferito scegliere la soluzione minimalista, negando rilevanza al
fenomeno.
Riteniamo
possibili altre risposte e che proprio l'Alto Lazio, con la sua particolare
situazione appartata, possa dare utili indicazioni, ad esempio ipotizzando
che le azioni dei musulmani non costituiscano un'anomalia, ma abbiano le
stesse caratteristiche di tutta la rimanente espansione islamica. E se
anche l'assenza di fonti islamiche avesse una plausibile spiegazione,
potremmo porre questa ipotesi almeno sullo stesso piano di quella
prevalente. Se una rilevante presenza della durata di decenni non ha
sconvolto la precedente situazione sociale, forse la cultura di chi quella
presenza rappresentava aveva caratteristiche adatte alle circostanze
trovate. Cercheremo di comprendere, dai pochi elementi rimastici, qualcosa
di un mondo tanto lontano, nella cui ricostruzione storica, come sempre, le
motivazioni ideologiche hanno fatto tramandare un'interpretazione solo
dalla parte dei vincitori. E per questo dovremo cercare di capire quali
fossero le idee, le fedi che quelle nuove presenze portavano con sé nelle
nostre terre, quali le effettive esperienze vissute, affrontate, per
reinserirle nel mondo islamico, non farne un'incomprensibile anomalia.
Ancor più queste osservazioni sono valide per il periodo
successivo, quello delle incursioni e delle razzie turco-ottomane lungo le
nostre coste. Azioni di guerra, queste, solo razzie e distruzioni, ma anche
qui, come sempre, la realtà è più complessa e alcuni storici lo hanno
rilevato. Perfino la diffusissima presenza di schiavi musulmani in Italia,
realtà a lungo dimenticata o rimossa, riappare ad opera di specialisti che
ad essa cominciano a rivolgersi, ponendosi domande sulla sua effettiva
influenza.
Al termine di
questa introduzione è necessario, e piacevole, includere alcuni
ringraziamenti. È stato, così, possibile svolgere le ricerche per questa
pubblicazione solo grazie all'aiuto di mia moglie Rosanna, che mi ha
accompagnato a visitare biblioteche e luoghi del Lazio, anche durante una
caldissima estate, e di amici come Daniela Amaldi, che stranamente non si è
stancata di rispondere alle continue richieste di fotocopie e libri
impossibili, di Anna Laura, tanto paziente da scoprire pubblicazioni
altrimenti introvabili nella sua piccola ma efficientissima Biblioteca
Comunale di Ischia di Castro, ed ottenere prestiti interbibliotecari per chi
rifiutava di frequentare agglomerati urbani più grandi di Viterbo. Ricordo
Michele Vallaro, alla cui sapienza filologica devo consigli, anche troppo
dotti per un non accademico, Ferial Barresi, che all'ultimo minuto è
riuscita a trovare cose che sembravano introvabili in Italia, Andrea Cuna e
Gianfranco Fiaccadori, il cui aiuto di tanti anni fa è stato, colpevolmente
da parte mia, utilizzato solo adesso, e Giovanni Insolera, che ha avuto la
pazienza di leggere la prima stesura di questo lavoro e che ha permesso,
all'autore e ai lettori, di soddisfare qualche curiosità sulla struttura
dell'antico porto di Civitavecchia. Gli artisti Sami Burhan, Luigi De
Pascalis, Marco Ferri, Brian Mobbs hanno gentilmente contribuito alla
realizzazione di questa pubblicazione, anche se la loro partecipazione era
stata, in anticipo, decisa in modo troppo unilaterale e autoritario. Altri
amici sono stati essenziali, con le loro biblioteche personali o quelle dei
loro istituti, per la realizzazione di quella fermissima decisione di
svolgere ricerche, per una storia locale tanto particolare, senza lasciare
Tarquinia e i piccoli centri del nostro Lazio: Eros Baldissera, Giampiero
Bellingeri, Michele Bernardini, Andrea Borruso, Giovanni Canova, Marisa
Cordioli, Giovanni Curatola, Adalgisa De Simone, Mirella Galletti, Sad
Hiasat, Claudio Lojacono, Paule-Andree Moselle, Manuela Paganelli, Maria
Pia Pedani, Maurizio Pistoso, Mahmut Sakiroglu, Angelo Scarabel, Gabriella
Scialdone, Fernando Seconnino.
In un epoca di globalizzazione, come sempre si ripete, in
cui gli strumenti della conoscenza dovrebbero essere alla portata di tutti,
chi agisce da solo, senza inquadrature in istituzioni accademiche, finisce
per trovare inesplicabili resistenze, ostacoli formali, burocratici, spesso
insormontabili. È, quindi, con gratitudine che bisogna ricordare di aver
trovato un aiuto, gentile e competente, da parte della rivista Lazio ieri e
oggi (Willy Pocino), dell'Assessorato alla Cultura di Vicovaro (Margherita
Crielesi), degli Archivi comunali di Civitavecchia (Antonio Maffei e
Stefano Angioni), di Tarquinia (Piera Ceccarini) e del Pietro Acclavio di
Taranto (M. Gabriella Massa), delle biblioteche dell'Accademia Nazionale dei
Lincei (Valentina Sagaria Rossi), dell'Accademia di San Luca (Fabrizio
Ambrosi de Magistris), dell'Istituto per l'Oriente C. A. Nallino (Fabio
Barbaro) e di quella Universitaria di Bologna (Franco Pasti), come da parte
delle seguenti biblioteche comunali: Acquapendente (Marcello Rossi), C.
Maggiorani di Campagnano (Dionisio Moretti), A. Cialdi di Civitavecchia,
Manfrediana di Faenza (Giorgio Basso), Centrale Sormani di Milano, Montopoli
(Marco Silvestri), F. Cini di Osimo (Ivana Lorenzini), Dante Alighieri di
Tarquinia (Luca Gufi e Luciana Rendimonti), Tivoli (Simonetta Riccio), A.
Hortis di Trieste (Federica Moscolin), Valentano (Maria Grazia Dandolo). Uno
degli aspetti più piacevoli nel compiere un lavoro come questo è stato la
possibilità di fare nuove conoscenze con studiosi, sempre disponibili nel
fornire aiuti bibliografici, in particolare: Mons. Giovanni Antonazzi,
Eugenio Beranger, Luigi Cimarra, Gianfranco Ciprini, Don Carmelo Cristiano,
Ozer Ergenc, Emanuele lannone, Tersilio Leggio, Padre Alberto Longo,
Romualdo Luzi, Roberto Marinelli, Don Angelo Maria Patrizi, Raffaele
Tucciarone, Brahim Zerouki.
Un particolare ringraziamento va al segretario generale
dell'Ordine dei Trinitari, Arsenio Llamarazes Ugena, per aver autorizzato
la riproduzione del sigillo dell'Ordine, alla famiglia Negro, che ha
permesso la riproduzione delle foto fatte da Silvio Negro, alla Fondazione
R. Caetani di Sermoneta, grazie alla quale è stato possibile visitare le
segrete del castello, prendendo nuove foto, e alla Società Tarquiniense
d'Arte e Storia e alla Regione Lazio, alle quali si deve la possibilità di
realizzare questa pubblicazione. Anche la stampa di questo lavoro,
effettuata grazie all'opera amichevole di Domenico Lamberti e della sua
famiglia di tipografi, ha costituito un ulteriore elemento positivo.
Come simbolo della presenza, sulla stessa terra, di due
culture artistiche, quella iconica di origine cristiana, che pure presenta
forti tendenze astratte, e quella aniconica di matrice islamica, che
ugualmente ha dato grandi scuole di miniaturisti, insieme agli esempi di
arte calligrafica in caratteri arabi abbiamo inserito, in questo libro, i
capilettera presi dall'edizione delle Historie di Niceta e di
Niceforo Gregora, apparsa nel 1569 in Venezia presso Gabriel Giolito di
Ferrarii. La scritta in caratteri arabi, posta in basso al termine di ogni
pagina, ripete falce di luna in turco, yeni ay, e in arabo,
hilāl, dal Vocabolario italiano turchesco di Bernardo da Parigi,
stampato a Roma nel 1665.
(Giacomo E. Carretto)
San Nilo in Giacomo Carretto
Nel volume di Giacomo E. Carretto “Falce di Luna” non mancano
notizie circa i rapporti tra islamici e Lazio meridionale. In particolare egli da qualche novità circa l’assalto del
pirata Barbarossa al castello di Fondi che invitiamo il lettore ad
approfondire nel libro. Qui ci pare abbastanza curiosa ma certamente
profonda la riflessione che egli fa circa l’incontro di San Nilo (per
qualche tempo ospite di Serapo in Gaeta) con un musulmano. Il Carretto scrive: “Troviamo qualche altro elemento di
riflessione, in rapporto alla carità, nel comportamento di un Santo, San
Nilo da Rossano, mentre nel 10° secolo dal meridione si avvicinava ai
territori papali. In uno Stato retto dalla
legge sacra, l'elemosina rituale dovrebbe costituire l'unica tassa dovuta
dai musulmani. Doveva gravare del 10% i prodotti della terra e del 2,5% i
capitali in denaro e in merci, ma nell'applicazione pratica variava. Nell'
Umma la mutua assistenza è un principio base di quel diritto che la
misericordia e la clemenza divina ha creato per l'utilità degli umani:
«Davvero l'uomo fu creato avido quando lo tocca il male, timido quando lo
coglie il bene, sordido. Eccettuati i preganti nella preghiera loro
costanti che dei loro beni han fissato debita parte pel' povero e 'l
mendicante» (Cor., 70, 19-25). Abbiamo già visto come il primo Islam venne accolto
particolarmente dai poveri e spesso anche durante gli sviluppi futuri lo
stesso Profeta e la sua famiglia furono in difficoltà economiche.
L'elemosina è una manifestazione di solidarietà molto sentita nel mondo
islamico e l'elemosina libera, non rituale (sadaqa), è stata sempre
esercitata in favore dei poveri di ogni confessione religiosa. Torniamo ora a San Nilo, la cui biografia narra che verso il
940, dal Mercurion, il Santo risaliva la riva del mare andando verso il
nord, verso S. Nazario, quando s'imbattè in una "turba di Saraceni" che
aveva tratto a secco le proprie barche e attendeva il vento favorevole per
riprendere il mare. I1 biografo, discepolo preferito di San Nilo, afferma
che il Santo rimase terrorizzato a quella vista, ma i musulmani non gli
fecero correre alcun pericolo, anzi uno di loro lo interrogò gentilmente e,
una volta ricevute le informazioni richieste, lo consigliò di non
sacrificarsi nelle penitenze della vita monastica: non era una vita adatta
ad un giovane e se avesse mantenuto il suo proposito, avrebbe ugualmente
potuto assoggettarsi a quel "martirio" una volta raggiunta la vecchiaia. Poi
il Saraceno gli indicò la strada e lo salutò, ma per richiamarlo quasi
subito, terrorizzandolo ancora di più. Il realtà lo chiamava "fratello,
fratello", e voleva dargli delle vivande, ossia esercitare l'elemosina. San Nilo avrebbe attribuito la propria salvezza alla sola
Divina Provvidenza, senza lasciare spazio alla buona disposizione del
musulmano, ma un altro passo della stessa biografia ci racconta di una
lettera, accompagnata da doni, inviata da San Nilo all'emiro di Palermo Abu
'l-Qāsim, per ottenere la liberazione di tre confratelli fatti schiavi.
L'emiro, proprio quello che, pur battendo l'imperatore tedesco Ottone II,
cadde sul campo di battaglia nel 982, rimase talmente ammirato da quella
"stupenda lettera", che liberò i monaci e restituì i doni, aggiungendone
altri. Naturalmente il biografo ci mostra il Santo mantenere un
atteggiamento di rifiuto ad ogni offerta da parte musulmana, ma noi
possiamo pensare trattarsi solo di espedienti letterari adatti
all'agiografia. Pensiamo che la santità potesse permettere di comprendere
che in quelle due occasioni, con i mercanti sulla riva del mare e con il
potente per via epistolare, si era sempre trattato di incontri tra fedeli
dello stesso Dio. Vedremo più avanti che anche nel periodo turco-ottomano
troveremo, nella nostra regione, altri fraintendimenti sull'effettivo
significato dell'elemosina islamica. Molti furono i pellegrini che, come San Nilo, si avvicinavano
a Roma, seguendo le antiche strade. Movimento, questo, che era diretto
anche verso Outremer, come si diceva, ma qualche particolare presenza
islamica la troviamo ancora, in Italia e nel Lazio, come quella alla quale
abbiamo già accennato dei Saraceni nell'esercito normanno”.