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Falce di Luna
di Giacomo Carretto

Recensione di Albino Cece

Non è facile recensire un tomo di 351 pagine anche se scritto
in maniera scorrevole e adatta al lettore di media cultura.

“Falce di Luna” di Giacomo E. Carretto (Società Tarquinense d’Arte e di Storia, 2004- Via delle Torrri, 29/33 – Tarquinia - VT) porta il sottotitolo “Islam, Roma, Alto Lazio ed altre cose ancora con ciò chiarendo immediatamente che l’oggetto del ponderoso volume riguarda i rapporti tra il Lazio ed il mondo islamico nel medioevo non mancando di portare nuove conoscenze per capuire il tormetato rapporto tra la cristianità e l’islam. Nel risguardo del libro è scritto: “È questo un libro diretto essenzialmente a chi conosca la Tuscia romana e la Sabina non con una conoscenza da specialista, ma con l'abitu­dine di una lunga frequentazione. Libro per chi della nostra regione già conosca gli aspetti meno noti, e in quei paesaggi a lui familiari possa intravedere una nuova immagine, più sfuggente ancora di quella etrusca. Destinato a chi ami i paesi arroccati della Sabina, a chi ami cammi­nare lungo i pianori rinchiusi fra i corsi d'ac­qua della Tuscia, a chi sappia apprezzare i paesi dai colori del tufo, per altri forse monotoni, ma, per chi realmente li conosca, capaci di acquista­re infinite variazioni, immersi nella vegetazione di un verde che, anch'esso, si adegua a quelle mutevoli tonalità. Vorremmo solo aiutare chi legge a seguire qual­che traccia, per inserirla in quanto già noto ed amato, intrecciarla con le altre sue conoscenze per comprendere meglio una trama che sempre più, per chi si avvicini, rivela una sua estrema complessità. Sono, certo, conosciute le invasioni islamiche in Italia, in particolare con la conquista della Sici­lia, ma in questo libro si è scelto di parlare di una storia meno nota o dimenticata: quella del­l'Islam nell'Alto Lazio. Per questo occorrerà par­tire da lontano, cercare di comprendere qualco­sa di quel mondo che sembrerebbe tanto diver­so, delle sue ideologie, delle sue fedi a volte dif­ficili, complesse, e con la conoscenza le diffe­renze si attenueranno, appariranno somiglianze, accordi, uguaglianze. Le stesse guerre si rivele­ranno del tutto simili a quelle che, purtroppo, hanno riempito la storia dei popoli europei cri­stiani. Dall'alto medioevo la nostra regione è stata un luogo di incontro-scontro, dove avvenimenti dimenticati hanno intrecciato le vite di musul­mani e cristiani. Ripercorrere quegli avvenimen­ti, conoscendo la provenienza e le idee dei nuovi venutí, è un elemento essenziale per ricostruire il nostro passato, forse per affrontare il futuro”.

Giacomo E. Carretto, nato a Roma nel 1939, scrittore, è autore di libri e di articoli apparsi su riviste specializzate italiane e straniere. Si è occu­pato, in particolare, di storia delle idee, lettera­rie, artistiche e politiche, fra Impero Ottomano e Repubblica Turca, e dei rapporti del mondo islamico con l'Europa cristiana. La sua bibliografia è molto consistente e riguarda opere di grande impegno e di grande originalità né esso si ferma ai fatti già noti senza esplorarne risvolti finora sconosciuti proponendo anche interpretazioni innovative che non mancheranno di offrire nuovi spunti di approfondimento per meglio capire anche quello che succede oggi nel mondo islamico. Un volume da leggere se si vuole capire qualcosa di quanto sta succedendo oggi nel rapporto tra Occidente e Oriente del mondo. Presentiamo qui l’Introduzione al volume che sintetizza al meglio il taglio dell’opera del Carretto, la passione che ne ha accompagnato la redazione e i numerosi contatti avuti per renderla veramente pregnante di contenuto.

 INTRODUZIONE

Falce di Luna: è per molti il simbolo del mondo islamico, icona splendente da tutti accettata e riconosciuta. Presente in area sāsānide e bizantina, diviene ele­mento sempre ricorrente nell'arte islamica, fino ad ornare edifici religiosi, custo­die di oggetti considerati sacri, proprio come la Croce nel Cristianesimo. Il Cre­scente verrà, inoltre, posto sulle bandiere dell'ultimo impero islamico, quello otto­mano, ripreso nella moderna Turchia, ma gli studiosi non riescono a trovargli un particolare significato simbolico, spirituale, anche se è la luna nuova a determi­nare l'inizio del Pellegrinaggio alla Mecca o inizio e fine del mese del digiuno. Simbolo che, dunque, ha qualcosa d'inafferrabile, di sfuggente, che non riuscia­mo a comprendere pienamente proprio come la presenza dell'Islam (Islam) nella penisola italiana, e in particolare a Roma e nell'Alto Lazio. A Roma, quando potevano con le loro forze, i musulmani non vi entrarono mai da vincitori, poi vi riuscirono ma solo al servizio di cristiani, e nell'Alto Lazio vi sono stati, ma quella altomedievale è una presenza alla quale viene spesso negata ogni rile­vanza, a volte la stessa realtà. Quando torneranno, nel periodo ottomano, sem­breranno ancora una volta del tutto estranei, terribile intrusione i cui attori si riveleranno, a chi ad essi rivolga realmente la sua attenzione, estremamente fami­liari.

La Terra Grande, in arabo al-Ard al-Kabīra, è la penisola italiana, ambito in cui l'Alto Lazio ha sempre avuto un posto particolare, centrale e appartato. E con l'Alto Lazio dovremo necessariamente parlare di Roma, dalla quale le zone set­tentrionali derivano parte della loro importanza e, ad un tempo, un certo abban­dono. Sembra infatti che la grande città riesca ad attrarre quasi ogni interesse, lasciando nell'ombra quanto in altre regioni avrebbe di per sé rilevanza. Alto Lazio, qui per noi tutto il Lazio settentrionale, ossia il territorio che da Roma arriva al Viterbese e alla Sabina e che, per le presenze islamiche, è talmente pove­ro di documentazione da sfuggire ad attente analisi. Alcuni capitoli saranno dedicati a presentare gli elementi necessari alla com­prensione della cultura islamica, dunque più che ricostruire gli avvenimenti, che tuttavia saranno narrati in base alle fonti principali, cercheremo di capire la natu­ra di quelle presenze, la loro provenienza e il loro mondo che, in qualche modo, è giunto nelle nostre terre. Dovremo, per questa storia nascosta, elusiva, per col­mare le lacune nella documentazione, seguire labili tracce, indizi dispersi lungo l'amplissimo arco dell'espansione islamica, dall'originaria penisola arabica all'A­sia Centrale e all'Estremo Oriente, per poi giungere più vicino alle terre oggetto del nostro interesse, al nord Africa, alla Sicilia e infine alla Terra Grande, la peni­sola italiana.

È questo, inoltre, un libro che risponde a un'esigenza personale. Quella di chi, abituato a ricercare nel proprio paese, identificato o meglio scelto nel Lazio set­tentrionale, una risposta a qualcosa avvertita come essenziale, ritiene di poterla trovare anche applicando all'area prescelta, più spirituale che geografica, le proprie conoscenze, in questo caso quelle riferite alla storia culturale islamica. Sono pagine, queste, nate spontaneamente, in cui si ritroveranno studi, letture, passeg­giate, nostalgie e ricordi, suggestioni e tentazioni di chi, per anni, ha immagina­to un argomento, lasciando accumulare conoscenze dall'origine più diversa. E per questo era doveroso includervi le note, solo bibliografiche, non necessarie, quin­di, alla comprensione del testo: doveroso atto di omaggio a chi, nel corso degli anni, ha fornito i testi necessari per soddisfare qualche curiosità. In queste note anche i passi latini via via indicati sono stati inclusi, benché siano abbastanza consistenti, non per necessità, ma per stimolare il piacere di una riscoperta: quel­la di una lingua non ancora così morta come si pensa, ma che potrebbe essere facilmente rianimata. Non a caso i passi suddetti sono, a volte, scritti in un lati­no nel quale già si avverte l'italiano volgare. I pochi brani in arabo o in turco ottomano sono quelli essenziali per soddisfare qualche curiosità di chi scrive, quindi è parso necessario includerli perché, chi è in grado di leggerli, non avverta la loro assenza.

È quindi un libro diretto essenzialmente a chi conosca la Tuscia romana e la Sabi­na non con una conoscenza da specialista, ma con l'abitudine di una lunga fre­quentazione. Destinato a chi ami camminare lungo i pianori rinchiusi fra i corsi d'acqua della Tuscia, a chi sappia apprezzare i paesi dai colori dei tufo per altri forse monotoni, ma, per chi realmente li conosca, capaci di acquistare infinite variazioni, immersi nella vegetazione di un verde che, anch'esso, si adegua a quel­le mutevoli tonalità.

Libro per chi della nostra regione già conosca gli aspetti meno noti, la Cava Buia di Norchia illuminata dalla falce lunare, e in quella luce possa intravedere una nuova immagine, più sfuggente ancora di quella etrusca; per chi abbia visto San Salvatore Maggiore coperto dalla neve o la navata di Santa Maria in Vescovio rischiarata solo dai lampi del temporale, ma non abbia ancora ricercato questa antica presenza islamica, nei secoli a volte nascosta, a volte evidente. Vorremmo solo aiutare chi legge a seguire questa traccia, per inserirla in quanto già noto ed amato, intrecciarla con le altre sue conoscenze per comprendere meglio una trama che sempre più, per chi si avvicini, rivela una sua estrema complessità. Presenze islamiche, dicevamo, a lungo. disprezzate, visto che perfino nella gran­de opera di Michele Amari si afferma che i musulmani giunti nella nostra peni­sola erano solo avventurieri, avidi di preda, che non potevano trasmettere qual­cosa di culturalmente valido: «Quel rifiuto d'Affrica e di Sicilia, a dir vero, non avea parti d'incivilimento da comunicare altrui; pure arrecava qualche usanza, promoveva, poco o molto, la influenza arabica che si vide a Salerno e altrove nel decimo e undecimo secolo. Spicciolati, menomati, assuefatti ad una certa indi­pendenza dai Cristiani, e, sopra tutto, privi di aiuti della madre patria, rimanea­no come piaga inveterata ch'uom più non pensi a curare; né alcuno li potea teme­re conquistatori.»

Sono giudizi ripresi dai maggiori islamisti. Così Francesco Gabrieli: «Vale qui per noi più che mai la celebre contrapposizione fra sedentari e nomadi teorizza­ta da Ibn Khaldùn: dove gli Arabi arrivarono a fissarsi al suolo (nel nostro caso, leggi Sicilia), ivi fiorì civiltà; dove rimasero nomadi (e nomade in ambiente non desertico può considerarsi la loro posizione in terraferma, salvo quei due o tre punti che sappiamo), si sfrenarono allo stato puro le innate qualità beduine di vio­lenza e rapina. Dagli Arabi dell'Italia peninsulare non ci è giunto un verso, uno scritto qualsiasi, un ricordo di vita intellettuale e religiosa, oltre la costruzione qua e là di qualche effimera moschea. Di agricoltura si interessarono certo, ma più nella forma sbrigativa del raccogliere e magari distruggere gli altrui semina­ti (li vediamo a un certo punto dirigere la raccolta delle messi nella valle del Crati) che col farsi come in Sicilia seminatori e coltivatori essi stessi. Qualche contributo al commercio certo dettero, là dove non fu loro possibile la forma più spiccia e comoda di acquisto, cioè la rapina: ma i loro scambi e i loro dinàr non raggiunsero certo il volume di quelli di Napoli e Amalfi, delle monete carolinge e bizantine. In conclusione, questi Saraceni della Penisola furono essenzialmente degli uomini d'arme, cercanti nelle armi il pane e companatico quotidiano, e destreggiantisi fra quelle forze "infedeli" (latini, longobardi, bizantini) tra cui, in teoria, avrebbero dovuto diffondere il verbo dell'Islàm. In realtà, diversamente dalla Sicilia ove una parte della popolazione locale abbracciò la fede degli inva­sori, nulla di simile sembra sia avvenuto nella Penisola, ove gli stessi invasori furono troppo pochi e troppo mobili per alterare in alcun modo il rapporto delle confessioni religiose tra cui agirono: cristiani latini e greci, ed ebrei. Questa sostan­ziale sterilità della presenza araba in Italia ha la sua riprova nel disinteresse della storiografia musulmana stessa, che considerò la Gran Terra non più che teatro avanzato di un gihàd marginale alle forze attive dell'Islàm.»

Tanto più questo giudizio negativo doveva valere per i musulmani nell'Alto Lazio, dove le tracce sono così labili e incerte. Pure vi è stata qualche voce discordan­te, almeno per quanto riguarda l'estremo meridione della penisola: «Nel quadro della storia medievale europea l'emirato di Bari rappresenta una piccola e mar­ginale vittoria del mondo musulmano contro quello cristiano, vittoria temporanea ma forse necessaria, di una dolorosa necessità storica. Nel quadro della storia del Mezzogiorno italiano fu uno stimolo (tra i molti altri), violento ma salutare, alla vita municipale e commerciale, un invito a città bagnate dal mare a stringere rap­porti spregiudicati ma utili con paesi delle altre sponde di quel mare. Feroci nella conquista e nel saccheggio, i bruni Saraceni ed i loro capi, temibili se nemici ma ricchi di una complessa umanità, insegnarono forse agli abitanti delle ventiquattro "castella" pugliesi cos'è la tolleranza religiosa in tempo di pace, come si fa frut­tare la terra, come si scambiano prodotti vantaggiosamente. Erano quei saccheg­giatori, quei mercanti di schiavi le forze nuove: bande partite da luoghi diversi ma unite dal vincolo formale della medesima religione costrinsero i cristiani, con la minaccia della loro presenza e della loro abilità di predoni e di mercanti, ad unirsi contro di loro, a trovare la via per superare, sia pur temporaneamente, le loro discordie.»

L'autore, Giosuè Musca, aggiunge che l'Occidente non imparò la lezione, anco­ra per due secoli fu solo «materia su cui s'impresse la forma delle civiltà orien­tali», e riprenderà l'iniziativa solo con i Normanni e la prima Crociata. Altre voci, altri studiosi in tempi più recenti hanno almeno avanzato dubbi, riserve, ma come semplici ipotesi, e d'altronde Francesco Gabrieli, commentando proprio il passo di Musca, aveva riaffermato il più tradizionale giudizio: «saremmo lieti, come difensori d'ufficio dei Saraceni medesimi, di seguire lo storico pugliese per que­sta via; ma dobbiamo riconoscere che poca strada ulteriore, dopo il riconosci­mento di quella certa forza di lievitazione attribuibile all'elemento arabo, è pos­sibile fare.»

Una voce diversa ci giunge dall'opposta sponda del Mediterraneo, proprio dal punto di partenza delle invasioni islamiche, con lo storico tunisino Mohamed Talbi per il quale l'attacco a Roma dell'846 è un "bel gihād", una bella guerra santa, anche se siamo sempre nell'ambito delle azioni violente. Per l'Alto Lazio l'opinione più diffusa, ancor oggi, fra gli islamisti è quella che risale a Michele Amari, e in passato gli storici dell'Occidente cristiano su di essa si sono, in definitiva, basati. Per loro fra 9° e 10° secolo sono le invasioni dei Saraceni, poi quelle degli Ungheri, ad aver generato una crisi che muta la società. È una visione "catastrofista" per la quale le popolazioni si riuniscono in posizioni naturalmente forti, castra-castella arroccati nei quali è più facile difendersi dagli assalti dei barbari.

Pierre Toubert con i suoi lavori ha fornito un modello metodologico e, proprio come reazione alla precedente visione catastrofista, in un'opera ormai classica dedicata alla Sabina medievale ha tracciato un diverso panorama, per il quale è dall'8°-9° secolo che si avverte qualcosa di nuovo, uno "slancio" che si rivelerà pienamente solo nel "rinascimento" del 10° secolo. Il fenomeno che è stato chia­mato "incastellamento", la concentrazione della gente in luoghi fortificati, in par­ticolare dal 10° secolo, non deriva solo dalla volontà dei signori, né accoglie fug­gitivi o emarginati, ma è in parte opera di famiglie, di gruppi organizzati, «un movimento d'insieme ordinato e profondo, che ha saputo riunire elementi socia­li dinamici e già legati da solidarietà elementari, semplicemente riadattate ai nuovi quadri di vita.»

In questa situazione la presenza islamica non è che un elemento fra i tanti, è anzi elemento che, in definitiva, poco influisce sull'evoluzione demografica, econo­mica, sociale, in grado di seguire quasi indisturbata il suo corso. E malgrado un ripensamento, parziale e limitato, per il quale "il fattore difensivo" deve trovare una "più rilevante collocazione", Toubert continua a credere «che Ungari e Sara­ceni abbiano avuto nel processo dell'incastellamento una rilevanza modesta, smi­suratamente ingrandita dai quindici o venti diplomi di Berengario I che parlano di loro.»

La tesi di uno storico come Pierre Toubert ha, necessariamente, solide basi, ma forse in essa, come nelle precedenti, vi è una visione parziale che si potrebbe definire "minimalista". Delle invasioni islamiche nell'Alto Lazio sappiamo pochis­simo, sul terreno tracce materiali, evidenti, sembra che non vi siano, quindi se ne dovrebbe dedurre che tali invasioni abbiano avuto il carattere di semplici razzie, compiute da semplici predoni. In fondo sia gli islamisti, che senza un numero sufficiente di testi in arabo da tradurre hanno preferito non vedere, sia lo storico dell'Occidente, per il quale l'intrusione di elementi estranei al proprio campo di indagine sembra solo una fastidiosa presenza, hanno preferito scegliere la solu­zione minimalista, negando rilevanza al fenomeno.

Riteniamo possibili altre risposte e che proprio l'Alto Lazio, con la sua partico­lare situazione appartata, possa dare utili indicazioni, ad esempio ipotizzando che le azioni dei musulmani non costituiscano un'anomalia, ma abbiano le stesse carat­teristiche di tutta la rimanente espansione islamica. E se anche l'assenza di fonti islamiche avesse una plausibile spiegazione, potremmo porre questa ipotesi alme­no sullo stesso piano di quella prevalente. Se una rilevante presenza della dura­ta di decenni non ha sconvolto la precedente situazione sociale, forse la cultura di chi quella presenza rappresentava aveva caratteristiche adatte alle circostanze trovate. Cercheremo di comprendere, dai pochi elementi rimastici, qualcosa di un mondo tanto lontano, nella cui ricostruzione storica, come sempre, le motivazio­ni ideologiche hanno fatto tramandare un'interpretazione solo dalla parte dei vin­citori. E per questo dovremo cercare di capire quali fossero le idee, le fedi che quelle nuove presenze portavano con sé nelle nostre terre, quali le effettive espe­rienze vissute, affrontate, per reinserirle nel mondo islamico, non farne un'in­comprensibile anomalia.

Ancor più queste osservazioni sono valide per il periodo successivo, quello delle incursioni e delle razzie turco-ottomane lungo le nostre coste. Azioni di guerra, queste, solo razzie e distruzioni, ma anche qui, come sempre, la realtà è più com­plessa e alcuni storici lo hanno rilevato. Perfino la diffusissima presenza di schia­vi musulmani in Italia, realtà a lungo dimenticata o rimossa, riappare ad opera di specialisti che ad essa cominciano a rivolgersi, ponendosi domande sulla sua effet­tiva influenza.

Al termine di questa introduzione è necessario, e piacevole, includere alcuni rin­graziamenti. È stato, così, possibile svolgere le ricerche per questa pubblicazio­ne solo grazie all'aiuto di mia moglie Rosanna, che mi ha accompagnato a visi­tare biblioteche e luoghi del Lazio, anche durante una caldissima estate, e di amici come Daniela Amaldi, che stranamente non si è stancata di rispondere alle con­tinue richieste di fotocopie e libri impossibili, di Anna Laura, tanto paziente da scoprire pubblicazioni altrimenti introvabili nella sua piccola ma efficientissima Biblioteca Comunale di Ischia di Castro, ed ottenere prestiti interbibliotecari per chi rifiutava di frequentare agglomerati urbani più grandi di Viterbo. Ricordo Michele Vallaro, alla cui sapienza filologica devo consigli, anche troppo dotti per un non accademico, Ferial Barresi, che all'ultimo minuto è riuscita a trovare cose che sembravano introvabili in Italia, Andrea Cuna e Gianfranco Fiaccadori, il cui aiuto di tanti anni fa è stato, colpevolmente da parte mia, utilizzato solo adesso, e Giovanni Insolera, che ha avuto la pazienza di leggere la prima stesura di que­sto lavoro e che ha permesso, all'autore e ai lettori, di soddisfare qualche curio­sità sulla struttura dell'antico porto di Civitavecchia. Gli artisti Sami Burhan, Luigi De Pascalis, Marco Ferri, Brian Mobbs hanno gentilmente contribuito alla realizzazione di questa pubblicazione, anche se la loro partecipazione era stata, in anticipo, decisa in modo troppo unilaterale e autoritario. Altri amici sono stati essenziali, con le loro biblioteche personali o quelle dei loro istituti, per la rea­lizzazione di quella fermissima decisione di svolgere ricerche, per una storia locale tanto particolare, senza lasciare Tarquinia e i piccoli centri del nostro Lazio: Eros Baldissera, Giampiero Bellingeri, Michele Bernardini, Andrea Borruso, Giovanni Canova, Marisa Cordio­li, Giovanni Curatola, Adalgisa De Simo­ne, Mirella Galletti, Sad Hiasat, Claudio Lojacono, Paule-Andree Moselle, Manue­la Paganelli, Maria Pia Pedani, Mauri­zio Pistoso, Mahmut Sakiroglu, Angelo Scarabel, Gabriella Scialdone, Fernando Seconnino.

In un epoca di globalizzazione, come sem­pre si ripete, in cui gli strumenti della conoscenza dovrebbero essere alla por­tata di tutti, chi agisce da solo, senza inquadrature in istituzioni accademiche, finisce per trovare inesplicabili resistenze, ostacoli formali, burocratici, spesso insormontabili. È, quindi, con gratitudine che bisogna ricordare di aver trovato un aiuto, gentile e competente, da parte della rivista Lazio ieri e oggi (Willy Poci­no), dell'Assessorato alla Cultura di Vicovaro (Margherita Crielesi), degli Archi­vi comunali di Civitavecchia (Antonio Maffei e Stefano Angioni), di Tarquinia (Piera Ceccarini) e del Pietro Acclavio di Taranto (M. Gabriella Massa), delle biblioteche dell'Accademia Nazionale dei Lincei (Valentina Sagaria Rossi), del­l'Accademia di San Luca (Fabrizio Ambrosi de Magistris), dell'Istituto per l'O­riente C. A. Nallino (Fabio Barbaro) e di quella Universitaria di Bologna (Fran­co Pasti), come da parte delle seguenti biblioteche comunali: Acquapendente (Mar­cello Rossi), C. Maggiorani di Campagnano (Dionisio Moretti), A. Cialdi di Civi­tavecchia, Manfrediana di Faenza (Giorgio Basso), Centrale Sormani di Milano, Montopoli (Marco Silvestri), F. Cini di Osimo (Ivana Lorenzini), Dante Alighie­ri di Tarquinia (Luca Gufi e Luciana Rendimonti), Tivoli (Simonetta Riccio), A. Hortis di Trieste (Federica Moscolin), Valentano (Maria Grazia Dandolo). Uno degli aspetti più piacevoli nel compiere un lavoro come questo è stato la possibilità di fare nuove conoscenze con studiosi, sempre disponibili nel fornire aiuti bibliografici, in particolare: Mons. Giovanni Antonazzi, Eugenio Beranger, Luigi Cimarra, Gianfranco Ciprini, Don Carmelo Cristiano, Ozer Ergenc, Ema­nuele lannone, Tersilio Leggio, Padre Alberto Longo, Romualdo Luzi, Roberto Marinelli, Don Angelo Maria Patrizi, Raf­faele Tucciarone, Brahim Zerouki.

Un particolare ringraziamento va al segre­tario generale dell'Ordine dei Trinitari, Arsenio Llamarazes Ugena, per aver auto­rizzato la riproduzione del sigillo del­l'Ordine, alla famiglia Negro, che ha per­messo la riproduzione delle foto fatte da Silvio Negro, alla Fondazione R. Caeta­ni di Sermoneta, grazie alla quale è stato possibile visitare le segrete del castello, prendendo nuove foto, e alla Società Tarquiniense d'Arte e Storia e alla Regione Lazio, alle quali si deve la possibilità di realizzare questa pubblicazione. Anche la stampa di questo lavoro, effettuata gra­zie all'opera amichevole di Domenico Lamberti e della sua famiglia di tipogra­fi, ha costituito un ulteriore elemento positivo.

Come simbolo della presenza, sulla stessa terra, di due culture artistiche, quella iconica di origine cristiana, che pure presenta forti tendenze astratte, e quella aniconica di matri­ce islamica, che ugualmente ha dato grandi scuole di miniaturisti, insieme agli esempi di arte calligrafica in caratteri arabi abbiamo inserito, in questo libro, i capilettera presi dal­l'edizione delle Historie di Niceta e di Niceforo Gregora, apparsa nel 1569 in Venezia presso Gabriel Giolito di Ferrarii. La scritta in caratteri arabi, posta in basso al termine di ogni pagina, ripete falce di luna in turco, yeni ay, e in arabo, hilāl, dal Vocabolario italiano turchesco di Bernardo da Parigi, stampato a Roma nel 1665.

(Giacomo E. Carretto)

 San Nilo in Giacomo Carretto

Nel volume di Giacomo E. Carretto “Falce di Luna” non mancano notizie circa i rapporti tra islamici e Lazio meridionale. In particolare egli da qualche novità circa l’assalto del pirata Barbarossa al castello di Fondi che invitiamo il lettore ad approfondire nel libro. Qui ci pare abbastanza curiosa ma certamente profonda la riflessione che egli fa circa l’incontro di San Nilo (per qualche tempo ospite di Serapo in Gaeta) con un musulmano. Il Carretto scrive: “Troviamo qualche altro elemento di riflessione, in rapporto alla carità, nel com­portamento di un Santo, San Nilo da Rossano, mentre nel 10° secolo dal meri­dione si avvicinava ai territori papali. In uno Stato retto dalla legge sacra, l'elemosina rituale dovrebbe costituire l'uni­ca tassa dovuta dai musulmani. Doveva gravare del 10% i prodotti della terra e del 2,5% i capitali in denaro e in merci, ma nell'applicazione pratica variava. Nell' Umma la mutua assistenza è un principio base di quel diritto che la miseri­cordia e la clemenza divina ha creato per l'utilità degli umani: «Davvero l'uomo fu creato avido quando lo tocca il male, timido quando lo coglie il bene, sordi­do. Eccettuati i preganti nella preghiera loro costanti che dei loro beni han fis­sato debita parte pel' povero e 'l mendicante» (Cor., 70, 19-25). Abbiamo già visto come il primo Islam venne accolto particolarmente dai poveri e spesso anche durante gli sviluppi futuri lo stesso Profeta e la sua famiglia furono in difficoltà economiche. L'elemosina è una manifestazione di solidarietà molto sentita nel mondo islamico e l'elemosina libera, non rituale (sadaqa), è stata sempre eserci­tata in favore dei poveri di ogni confessione religiosa. Torniamo ora a San Nilo, la cui biografia narra che verso il 940, dal Mercurion, il Santo risaliva la riva del mare andando verso il nord, verso S. Nazario, quan­do s'imbattè in una "turba di Saraceni" che aveva tratto a secco le proprie bar­che e attendeva il vento favorevole per riprendere il mare. I1 biografo, discepolo preferito di San Nilo, afferma che il Santo rimase terroriz­zato a quella vista, ma i musulmani non gli fecero correre alcun pericolo, anzi uno di loro lo interrogò gentilmente e, una volta ricevute le informazioni richie­ste, lo consigliò di non sacrificarsi nelle penitenze della vita monastica: non era una vita adatta ad un giovane e se avesse mantenuto il suo proposito, avrebbe ugualmente potuto assoggettarsi a quel "martirio" una volta raggiunta la vecchiaia. Poi il Saraceno gli indicò la strada e lo salutò, ma per richiamarlo quasi subito, terrorizzandolo ancora di più. Il realtà lo chiamava "fratello, fratello", e voleva dargli delle vivande, ossia esercitare l'elemosina. San Nilo avrebbe attribuito la propria salvezza alla sola Divina Provvidenza, senza lasciare spazio alla buona disposizione del musulmano, ma un altro passo della stessa biografia ci racconta di una lettera, accompagnata da doni, inviata da San Nilo all'emiro di Palermo Abu 'l-Qāsim, per ottenere la liberazione di tre confratelli fatti schiavi. L'emiro, proprio quello che, pur battendo l'imperatore tedesco Ottone II, cadde sul campo di battaglia nel 982, rimase talmente ammi­rato da quella "stupenda lettera", che liberò i monaci e restituì i doni, aggiun­gendone altri. Naturalmente il biografo ci mostra il Santo mantenere un atteggiamento di rifiu­to ad ogni offerta da parte musulmana, ma noi possiamo pensare trattarsi solo di espedienti letterari adatti all'agiografia. Pensiamo che la santità potesse per­mettere di comprendere che in quelle due occasioni, con i mercanti sulla riva del mare e con il potente per via epistolare, si era sempre trattato di incontri tra fede­li dello stesso Dio. Vedremo più avanti che anche nel periodo turco-ottomano tro­veremo, nella nostra regione, altri fraintendimenti sull'effettivo significato dell'e­lemosina islamica. Molti furono i pellegrini che, come San Nilo, si avvicinavano a Roma, seguen­do le antiche strade. Movimento, questo, che era diretto anche verso Outremer, come si diceva, ma qualche particolare presenza islamica la troviamo ancora, in Italia e nel Lazio, come quella alla quale abbiamo già accennato dei Saraceni nel­l'esercito normanno”.

 

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