Tra quanti
finora hanno scritto di Giulia Gonzaga, nessuno mi pare abbia avuto
occasione di riportare il giudizio che ne dà il letterato Ortensio Lando,
nella sua opera “Paradossi cioè sentenze fuori del comun parere”,
la cui edizione princeps fu pubblicata a Lione nel 1543 e ristampata
a Venezia nel 1544. Nel paradosso
XXV dal titolo “che la donna è di maggior eccellenza che l'uomo”
il Lando premette che “Non mi stenderò diffusamente in ragionare di tutte le
donne che a' nostri tempi chiare sono per vera nobiltà, e riguardevoli per
molta virtù, avendone di ciò copiosamente scritto monsignor Giovio vescovo
in Nocciera e gran scrittor delle storie moderne. Ma perché egli in poche
carte non puoté chiudere molte cose, ardisco io dire trovarsi al presente
donne di valore assai più maraviglioso di quel ch'ebbero gli antichi nostri.
Farò la scelta di alcune poche…”
Inizia a
parlare subito della “signora D. Isabella Villamarina, prenceppa di Salerno,
qual conobbi talmente bella e savia” e subito afferma che “Conobbi nel
medesimo tempo la signora D. Giulia Gonzaga: oh, di quanta onestà, e di
quanta continenza viddila io ornata. Or questa, scordatasi la sua bellezza
che paragone non ebbe mai, ha tutti i suoi pensieri al cielo rivolti e è
fatta nelle sacre lettere assai più esercitata che l'altre femine non sono
nell'ago o ver nella conocchia”.
Seguita poi a citare molte altre
nobildonne del suo tempo.
Il giudizio è stringato, positivo e
certamente veritiero per un uomo come il Lando che girava per l’Europa,
stampava le sue opere a Lione ed appare svincolato da una compiacenza
eccessiva verso i potenti.
Ma chi è questo fecondo scrittore del
cinquecento italiano?
L’Enciclopedia degli autori delle
opere e delle letterature (vol. III, Roma, 1982) così definisce Ortensio
Lando: “fu scrittore (Milano o Piacenza c. 1512-1560) tra i più bizzarri e
originali del Cinquecento. Lasciò opere di argomento satirico (Fortianae
quaestiones, in cui elencò i motivi per cui gli abitanti delle diverse
regioni italiane differiscono tra loro); un Commentario delle cose d'Italia;
Sermoni funebri, in cui compiange la morte di un asino, d'un
pidocchio e di altri animali; i Paradossi e Confutazione del
Libro dei Paradossi (1543).
I Paradossi (o Libro dei
Paradossi) sono trenta discorsi pubblicati nel 1543 nei quali si vuol
dimostrare, come dice lo stesso titolo, qualche « sentenzia fuori del comun
parere », seguendo un ragionamento che non tenendo conto delle eventuali
obiezioni, giunge sino alla conclusione voluta. Si vuol dimostrare ad
esempio come il ricco sia più fortunato del povero, come sia meglio essere
brutti che belli, ignoranti che dotti, pazzi che savi, come la carestia sia
migliore dell'abbondanza e la guerra della pace, come « mala sorte non sia
se un principe perda lo stato ». Il Lando evidentemente non crede a tutto
quanto dice né d'altra parte pretende che sia il lettore a crederci, ma la
posa assunta nei suoi discorsi, gli permette di imprimere ad essi sviluppi
gustosamente satirici; e non poche sono nell'opera le frecciate contro i
principi, gli ecclesiastici ed alcuni letterati del tempo. In questi toni
polemici non è da ravvisare un proposito di critica sistematica, né tanto
meno un saldo convincimento da cui scaturisce la satira. E tuttavia, la
lettura di molte pagine spigliate e vivaci risulta piacevole e stimolante.
Il
Lando è stato definito uno scapigliato del '500 e
sempre catalogato "come avventuriero della penna".
In rapporto alla sua epoca il Lando ha
stampato moltissimi libri tra i quali Lettere di molte valorose donne,
nelle quali chiaramente appare non esser né di eloquentia né di dottrina
alli huomini inferiori, Giolito de Ferrari, Venezia, 1548, di cui si
conservano ancora sei esemplari nelle biblioteche italiane. In questo volume
forse potrebbe trovarsi qualche ulteriore traccia sulla signora di Fondi;
qualche lettera ricevuta da essa oppure dalle altre amiche nobildonne
napoletane che potrebbero citare in qualche modo la Gonzaga.
Anche Luther Blissett nella terza parte
del suo recente (1999) romanzo “Q” (cap. 25) così lo ricorda: ”Sfoglio il
libro di un certo Ortensio Lando: Alla molto illustre et honoratissima
Beatriz de Luna”.
Quindi, secondo quanto afferma esso
stesso, il Lando conobbe di persona Giulia Gonzaga prima del 1543 (anno di
stampa della prima edizione dei Paradossi) ma presumibilmente dopo il
dicembre del 1535, epoca in cui essa si trasferisce in Napoli.
Il giudizio del Lando sopra questa donna
differisce molto da quello che ne danno all’incirca nella stessa epoca i
sostenitori della figliastra e cognata Isabella Colonna: da questi è
descritta quasi come un’arpia (in estrema sintesi) mentre il Lando la
considera onesta, continente, devota, preparata nelle sacre scritture non
meno delle altre donne dedite alle arti femminili.
Restiamo sempre più convinti che la
Gonzaga restò invischiata in una tela di ragno costruitale attorno ad arte
per privarla del grande potere acquistato per effetto del testamento
dell’anziano marito Vespasiano Colonna che l’aveva lasciata erede anche del
destino della sua figlia di primo letto.