Un cittadino francese e l'enigma
delle mura
poligonali: il caso di Fondi
di Albino Cece
Il modesto lavoro di ricerca che propongo
nasce durante una calda notte di questa torrida estate del 2003 quando
nemmeno le ore notturne riescono a raggelare un poco la calura che si è
abbattuta su queste nostre contrade del basso Lazio note sin dall'antichità
per il favore del clima che vi si gode.
Nel collazionare alcune foto mi sono venute tra le mani alcune da me
scattate durante una gita ad Alatri, cittadina ciociara famosa per la sua
Acropoli.
Le foto di queste opere megalitiche mi hanno subito riportato alla
riflessione: "Non possono essere opera di popolazioni italiche (ausoni,
aurunci, volsci, ecc.) nè di epoca romana come spesso si legge nei testi di
storia. Prima di questi popoli, nel nostro basso Lazio dovevano vivere ed
abitare genti provviste di un'alta tecnologia forse superiore alla nostra
attuale e di cui restano soltanto le tracce di queste opere ciclopiche".
E dalla riflessione sono passato alla ricerca, trovando nel settecentesco
ricercatore francese Luigi Petit-Radel un notevole conforto alla mia
convinzione.
Resta soltanto da considerare che l'archeologia è una scienza giovane ed
ancora in formazione anche se ha raggiunto risultati eccezionali, ma essa
discute su realtà interpretabili in riferimento a precedenti acquisizioni:
le mura megalitiche, ciclopiche, o come vi vogliono chiamare, restano
tuttora un enigma e di esse la scienza ufficiale ha poco da dire.
Sarebbe necessario uno sforzo culturale nazionale per affrontare questo
enigma che rende opache le gloriose origini di questa terra Laziale.
Achille Sansi(1) nel secondo capitolo del IV volume della sua monumentale
"Storia di Spoleto" (pagg. 15-17) così ci racconta la scoperta delle mura
pelasgiche di Fondi da parte del francese Luigi Petit-Radel e l'inizio degli
studi che su di esse si cominciarono a fare: "Nel 1792 Luigi Petit-Radel
letterato francese, che dimorò lungamente in Italia, in un viaggio di
diporto, fatto a piedi, da Roma a Napoli(2), soffermatosi a riguardare le mura
della città di Fondi, osservò la singolare differenza, che correva tra la
muratura di piccoli sassi e calcina della parte superiore, che, secondo la
iscrizione che vi si legge, è della Colonia Romana del tempo d'Augusto, e
gli smisurati petroni, tagliati a poligoni irregolari, che ne compongono la
parte inferiore. Ciò considerando, gli balenò alla mente il pensiero, che
l'edificio fosse di due epoche diverse e lontane; e che quel muro, ristorato
diciotto secoli or sono dai coloni romani, fosse stato antichissimamente
edificato tutto quanto di que' grandi massi, che ora ne formano solo la
base. Poco appresso, mentre egli si raggirava per le campagne romane, in
cerca di alcuna pianta pel giardino botanico di Roma, s'abbattè sul monte
Circello, in alcune rovine di struttura uguale a quella da lui veduta nella
parte inferiore del muro di Fondi. Il sospetto, sortogli in mente, intorno
alla remotissima antichità di tali ruderi, prese allora maggior vigore in
quel colle, che fu già il promontorio reso famoso da Omero nella Odissea, e
che serba tutt'ora il nome di Circe; mito di antica e misteriosa gente
italica, già ivi esistente all'approdarvi di Ulisse.
Recossi allora tra mani alcune Memorie dell'Accademia Francese d'iscrizioni
e di belle lettere, ove si legge un ragguaglio della descrizione fatta dal
Fourmont nel 1729, dei monumenti di Argo, di Micene e di Tirinto(3); e trovato
ad un tempo il disegno del muro di Azilea, città dell'Epiro, in un libro di
Ciriaco d'Ancona, scritto nel 1436(4); si fu immantinente accorto che quel
modo di murare era stato tenuto, nella remotissima antichità, tanto in
Grecia quanto in Italia; ed essere quello che Euripide, Strabone e Pausania
attribuiscono ai Ciclopi, quando parlano dei muri delle sovraddette città.
Seguendo pertanto l'esempio di questi scrittori, egli cominciò a chiamare le
rovine da lui osservate, mura ciclopiche; e le giudicò opera di quei Pelasgi,
detti in parte anche Ciclopi, che avevano fabbricato i muri di Argo, di
Micene, e di Tirinto. E per verità le prime colonie di costoro erano passate
dalla Grecia in Italia, condotte dai figli di quel Licaone, che secondo il
credere degli antichi, aveva edificato in Arcadia Licosura, che fu la prima
città su cui risplendesse il sole, come essi dicevano, e dalla quale gli
uomini impararono a fabbricare le altre città; e si deve intendere, che fu
quella che servì di esemplare a tutte le altre di quel periodo storico(5). Di
essa infatti vedonsi anche di presente alcuni vestigi costrutti nella
maniera ciclopica(6).
Confermavasi il Petit-Radel ogni di più nel suo pensiero, discoprendo, nelle
annuali gite autunnali, molti altri di quei muri nel Lazio, e nei paesi dei
Volsci, degli Ernici, dei Marsi e degli Aborigini; nei quali, per le più
antiche tradizioni, è noto avere abitato i Pelasgi. In una di queste
escursioni a Segni, vedendo ivi un tempio, fabbricato di pietre riquadrate,
disposte a corsi orizzontali, posare sopra un avanzo di costruzione
ciclopica; gli cadde in animo d'investigare di maggior proposito quale dei
due modi, così diversi, di murare con pietre da taglio, fosse il più antico.
Prese pertanto ad esaminare diligentemente, nelle città etrusche, latine e
romane, i muramenti, nei quali si vedevano più maniere di costruzioni
sovrapposte; e per ogni dove, senza alcuna eccezione, notò che la
costruzione a poligoni irregolari era sempre sottoposta a quella di pietre
parallelogramme disposte a corsi orizzontali, nel modo stesso che questa
sottostava in ogni luogo alle costruzioni de' bassi tempi. I dotti
viaggiatori, che, confortati dallo stesso Petit-Radel, s'erano rivolti alle
medesime investigazioni, notavano intanto uguali costruzioni, ed una uguale
relativa disposizione nelle rovine di ben quarantasei città greche. Questi
fatti dimostravano evidentemente che la costruzione a poligoni irregolari,
doveva essere delle epoche in cui quelle città furono fondate; cioè a dire
di quella età pelasgica, alla quale appartengono le più antiche memorie
della storia greca. Di che dava anche argomento il vedere dette città, tanto
in Grecia, quanto in Italia, sorgere generalmente in luoghi eminenti, dove i
Pelasgi solevano porre le loro dimore".
Il Sansi continua nel citare il Petit-Radel (pag. 44) anche nella
classificazione degli stili delle mura pelasgiche: "Il secondo stile, detto
da taluno anche ciclopico perfetto, ricorre quando ogni masso, o greggio o
liscio nella faccia esteriore, ha quelle di dentro spianate, o almeno
acconciate per guisa, che combaciano colle corrispondenti dei massi che gli
sono a contatto, formando un'opera molto serrata. Questo industre lavoro si
può vedere specialmente in un muro che ha servito di sostruzione ad un
tratto della via Appia tra Terracina e Fondi, e in altre rovine della stessa
contrada. Ma la seconda maniera del ciclopico perfetto, voglio dire, l'opera
di massi ben connessi per interno assestamento, ed esteriormente appianati è
la più comune nei monumenti pelasgici. In esso, per quanto mi sembra, è da
vedere un vero progresso dell'arte nelle antichissime fortificazioni, quando
la leva era la sola macchina adoperata nelle espugnazioni, e la lama della
spada l'aiuto più usato per salire alla scalata
(7).
Anche nella relazione al disegno di legge n. 593 d'iniziativa del senatore
Lino Diana del 27 maggio 1996 recante "norme per il recupero e la
valorizzazione del patrimonio storico, archeologico e artistico delle città
"pelasgiche" del Lazio" (di cui però non conosciamo l'esito parlamentare)
viene affermato che "le origini delle antiche città pelasgiche e delle loro
possenti fortificazioni si perdono nella notte dei tempi. Esistono studi
parziali, ricerche anche pregevoli e qualche significativo rilievo, ma una
precisa valutazione storico-scientifica sul fenomeno delle città pelasgiche
ancora in effetti deve essere effettuata, anche se si tratta di patrimoni
immensi che investono in gran parte l'Italia centrale e in modo prevalente
il Lazio, coinvolgendo città e piccole comunità....
Su di esse si sono esercitati non solo i più famosi nomi dell'archeologia
italiana (Banti, Caninca, Micali, De Cara, eccetera), ma anche illustri
studiosi stranieri, tra i quali lo Schliemann, il Petit-Radel e il Middleton,
formulando di volta in volta teorie suggestive, ma mai esaminando il
fenomeno delle "mura poligonali" nella sua reale ampliezza e consistenza
territoriale e corredando gli studi e le analisi degli strumenti tecnici
d'indagine che il presente disegno di legge intende invece attivare.
Occorre, finalmente, anche sotto il profilo della conoscenza e della
valorizzazione turistica, dare alle mura, che Vitruvio definì, nel suo
famoso Trattato, opus antiquum quod incertum dicitur, quella giusta
valorizzazione storico-critica che costituisca la premessa indispensabile
alla tutela ed alla salvaguardia di un patrimonio ingente ed in molti casi
in stato di pietoso abbandono.
In merito alla datazione di tali opere, alcuni studiosi vorrebbero farla
risalire al VII-VI secolo avanti Cristo, mentre altri indicano un periodo
alquanto anteriore.
Nella tarda età del bronzo, nel Lazio convivevano genti che parlavano idiomi
che provenivano da ceppi diversi dell'area egea. Conosciamo ormai anche la
cultura che ebbe i contatti con la nostra gente, per le scoperte
archeologiche nelle zone del Mediterraneo orientale. Ed é solo durante l'età
del bronzo recente (XIII-XII secolo) e le fasi meno evolute dell'età del
bronzo finale (XII-XI secolo) che si nota l'uniformità culturale tra l'Etruria
meridionale e il Latium vetus.
Si sa che in Italia, come in Grecia, le città e le loro acropoli furono
edificate con due sistemi: quello a massi poligonali e quello a massi
parallelepipedi.
In Grecia, al sistema preellenico seguì quello ellenico. In Italia il
sistema poligonale fu quello delle città del Lazio, che dovrebbero porsi
almeno al XII-X secolo avanti Cristo.
Se non si accetta questa datazione, non si riesce a comprendere il perché
delle costruzioni poligonali del Lazio: si sarebbe imposto il sistema di
costruzione etrusco, ma la storia insegna che gli Etruschi non ebbero mai il
dominio del Lazio, come non ebbero influenza sull'architettura delle sue
città, ma solo a Roma e sui Romani al tempo dei re, quando cioè i popoli del
Lazio erano indipendenti e le loro città esistevano da più secoli prima di
Roma.
Anche la toponomastica del Lazio ci assicura che la Grecia e noi abbiamo gli
stessi padri; che le mura di Tirinto, di Micene e di cento altre città
greche, come pure quelle di Boghaz-Koy, di Euiuk, di Assarlik, di Mindo, di
Troia e di tutte le più antiche città dell'Asia Minore, sono state costruite
con la stessa tecnica per la quale le nostre sfidano ancora i secoli.
Il professor Luigi Ceci, nel discorso inaugurale dell'anno accademico
1900-1901 nella regia università di Roma, recante il titolo "Per la storia
della Civiltà Italica", affermava: "La omotecnica dei monumenti
poliedro-megalitici dell'Asia Minore, della Grecia e d'Italia ci si
manifesta etnica e tradizionale, anziché autoctona e spontanea, quando
l'indagine si estenda ai caratteri tutti che insieme collegano i monumenti
antichissimi di cui si ragiona" e, da profondo glottologo, tenta di
localizzare addirittura la provenienza di quei costruttori.
Affermava infatti: "Noi conosciamo, per le glosse, per i nomi propri, per
una serie di iscrizioni, la lingua del popolo della Caria. Essa non é né
affine al greco, né ad altra lingua indo-europea, ma va congiunta con quelle
lingue che siamo soliti chiamare dell'Asia Minore. Ora io ho comparato con
la toponomastica della Caria tutti quei nomi di luogo del Lazio, della
Sabina, del paese dei Volsci, degli Ernici che sono congiunti con le
costruzioni ciclopiche, e che l'indagine non riesce a dichiarare al lume
delle lingue italiche.
Ebbene...molti nomi dell'Italia pelasgica trovano i loro corrispondenti
nella toponomastica della Caria".
La relazione senatoriale continua con altre citazioni storiche
giustificative del disegno di legge presentato ma rifacendosi specialmente
all'Acropoli di Alatri.
Lo Petit-Radel, insieme allo Gehrard, al Dodwell, al Gell, al Poletti e al
Promis dettero vita a dotte polemiche approfittando dei rilievi eseguiti
nella Sabina dall'arch. Giuseppe Simelli e di quelli di Norba e Segni
ripresi dall'architetto Giovanni Knapp tanto che lo stesso Gehrard, quando
nel 1829 fu fondato l'Istituto internazionale di Corrispondenza Archeologica
in Roma, propose come tema di pubblicazione per gli Annali dell'Istituto: La
tecnica e la cronologia delle mura poligonali.
Tra l'altro e gli altri il Petit-Radel descrisse il cimitero
dell'Arciconfraternita di S. Maria dell'Orazione e Morte di Roma dove "il
gusto del provveditore dei morti Agostino Ancidoni aveva singolarmente
decorato nel 1762 con scheletri".
Ma chi era Luigi Petit-Radel che tanto si interessò alle mura ciclopiche sia
di Fondi che dell'intero Lazio?
Egli era un cittadino francese(8) che pur formatosi alla scuola religiosa
divenne botanico come egli stesso racconta nel suo libro "Ricerche sui
monumenti ciclopici e loro descrizione". Nel 1792 fu incaricato di costruire
l'orto botanico sul Pincio in Roma che oggi è inglobato nei giardini di
Villa Borghese poichè "In gioventù, avevo studiato botanica, erboristeria
con M. de Jussieu ed avevo acquisito qualche conoscenza nell'arte delle
costruzioni grazie al mio fratello maggiore, architetto" .... Un giorno,
proposi al cardinale de Bernis e al duca Caetani di coltivare i loro
giardini secondo il metodo naturale, accettarono, e cominciò la ricerca
delle piante per ogni classe. Ci serviva almeno una palma per segnare la
classe ed era il chamærops humilis che volevamo di preferenza perché era il
più facile da procurarsi. Non ce n'era neanche uno in tutta Roma. Il duca
Caetani avendoci fatto sapere che crescevano numerosi sulle rocce della sua
vecchia terra del monte Circello; decidemmo di andarci in pellegrinaggio;
per convincere i miei compagni ad effettuare questo progetto, feci valere la
celebrità omerica del monte Circeo. Chissà, ci disse allora il duca Caetani,
se non vi troverete ancora la dimora della dea, costruita, secondo Omero, in
pietre ben tagliate e lisciate?".
Da questo momento l'intera esistenza del Radel sarà dedicata a dimostrare
che il Lazio e suoi dintorni in realtà fu terra di residenza di un popolo
evoluto ben prima dei Latini e Romani ed, indignato perchè sino allora la
cultura ufficiale aveva ignorato l'esistenza di queste imponenti vestigia,
impiegò in questa ricerca ingenti finanziamenti provenienti dall'eredità del
Cardinale Mazarino.
Il Petit-Radel ebbe parte attiva nella creazione della biblioteca-museo
Mazariniano e come suo direttore finanziò per ben 38 anni alcuni archeologi
che avrebbero dovuto lavorare in Roma e dintorni per avvalorare la tesi che
le opere dette "Ciclopiche" in realtà fossero state realizzate dai Pelasgi o
altro popolo di origine Ellenica, ma questi sfruttarono tali finanziamenti
per diletto e per la ricerca personale. Solo in punto di morte il capì di
essere stato malamente preso in giro.
Non siamo riusciti a trovare conferma dell'esistenza di una biblioteca-museo
Mazariniano in cui si dicono tuttora conservati numerosi modelli delle città
megalitiche del Lazio su disegno del Grognet e di altri.
1 L'intera opera del Sansi si trova pubblicata sul sito web:
www.spoletostoria.org.
2 Lettera a M. Panofka. (Annali dell'Istituto di Corrispondenza
Archeologica. T. I. An. 1829).
3 MSS. Bibl. Imp. par. N. 1374, H.
4 Epigrammata repenta per Illiricum apud Liburniam una cum ejusd. fragm.
edit. Pisauri 1763. f. p. 5.
5 Pausania Lib. VIII. c. 38.
6 Ne offrono saggi le opere di Dodwell e di Sir William Gell.
7 Vedi Euripide nell'Ercole Furente v. 944. - e Petit-Radel negli Ann. dell'Ist.
Arch. T. I. pag. 360.
8 La biografia del Petit-Radel l'abbiamo trovata nel sito web:
www.circei.it.
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