"L'arte rivela ai cuori ciò che nessuna scienza può mai rivelare alle menti" - Virgilio

La Portella
Salotto Culturale Fondano

Home  Info

Under Construction

        Ristorante Riso Amaro

Nicolò Caetani
Un feroce condottiero tra Fondi, Gaeta, Itri e Sessa
di
Albino Cece

Sommario

Prefazione
Il
Chronicon Suessanum
La vita e le imprese di Nicolò Caetani
La regina Giovanna I d’Angiò
Cronologia dal
Chronicon Suessanum

 Prefazione

 Lo scopo di questo lavoro di ricerca è quello di offrire al lettore la possibilità di avere un quadro per quanto possibile obiettivo della crudeltà delle azioni che si sono svolte negli anni del Basso Medioevo attorno e dentro le mura dei castelli del Lazio meridionale che, turriti e maestosi, giganteggiano ancora sul destino dei loro abitanti.

Ci siamo soffermati a raccontare le vicende di cui fu protagonista Nicolò Caetani di Fondi e che videro coinvolto il castello d’Itri nelle sue gesta feroci con le quali costruì le basi della futura ricchezza della sua famiglia.

Le azioni di Nicolò Caetani hanno messo a ferro e fuoco un po’ tutto il Lazio meridionale perciò abbiamo dato a questo lavoro il sottotitolo “un feroce condottiero tra Fondi Gaeta Itri e Sessa” per un riconoscimento dovuto anche alle altre realtà locali ferite dalla violenza del Caetani.

Abbiamo riportato un sunto cronologico dell’intero Cronicon Suessanum già pubblicato da Franco Borrelli (ormai introvabile) sul testo raccolto dal Pelliccia e stampato nel 1780 nell’intento di fare cosa grata agli studiosi locali che lo hanno per lo più ignorato. In esso sono riportate molte azioni di Nicolò Caetani.

Siamo coscienti che quello che abbiamo qui riportato è soltanto una porzione – e molto limitata – delle vicende che possono ancora raccontare le vecchie mura dei castelli ma non disperiamo di poter offrire qualche altro frammento di storia a quei lettori che ci vorranno gratificare del loro tempo.

         Albino Cece
Giornalista pubblicista 

 Il Chronicon Suessanum

 Premessa

Franco Borrelli[1] ha pubblicato nel 1976 il Cronicon suessanum rilevandolo da Alessio Aurelio Pelliccia[2] e direttamente dall’opera del Pelliccia hanno attinto i monaci cassinesi nelle annotazioni ad alcuni documenti riportati nel Codex Diplomaticus Cayetanus[3].

Mario Forte nella sua poderosa opera di ricerca storica incentrata su Fondi[4] dimostra di conoscere il “Chronicon suessanum” soltanto dalle citazioni riportate dal C.D.C., ma è ignoto a B. Amante[5] ed a Conte-Colino[6] nelle loro altrettanto poderose opere storiche su Fondi.

Conoscono invece il Chronicon suessanum e lo citano dal Pelliccia gli autori di una documentata opera storica su Gaeta, P. Corbo e M. C. Corbo[7].

Di esso ebbe a parlare già Bartolommeo Capasso[8], inserendolo tra le fonti storiche Angioine note per la stampa, e usando il termine Chronicon Suessanum: “Il Chronicon suessanum (1103‑1348) comincia dal 1103 epoca della fondazione del Duomo di Sessa Aurunca, riporta poche notizie anteriori alla caduta degli Svevi ed allo sta­bilimento degli Angioini, e prosegue più pieno e diffuso per questo periodo fino al 27 Agosto 1348, ove per la mancanza del codice, da cui fu tratto finisce monco ed interrotto. Probabilmente le annotazioni furono scritte nel Plenario, o in altro libro della cattedrale di Sessa, e contemporanea­mente ai fatti che ricordano. Esatto e preciso nelle note cronologiche questo Chronicon innesta alle vicende generali del regno i fatti civili ed ecclesiastici della sua patria e della regione circostante, e dà, taluni preziosi particolari che sono taciuti o ignorati dagli altri scrittori contemporanei”.

Nella nota al testo, il Capasso afferma: “Il Chronicon Suessanum fu stampato dal Pelliccia nella Raccolta di varie croniche ec. t. I. p. 49 , traendolo da un cod. Ms. membranaceo scritto nel 1411, secondochè era notato in fine del medesimo, e conservato dalla fa­miglia Melatini, che l'aveva ereditato dal dott. Bartolomeo de Cistis medico di Sessa vissuto nella metà del secolo XV ‑ Il Bethman nel Pertz, Archiv. XII p. 339 nota nella biblioteca Barberini in Roma al n. 3636 un altro cod. di questa cronica, ma senza indicarne l'età”.

Questa notizia fornita dal Capasso ci ha fatto supporre l’esistenza di ben due manoscritti del Chronicon, l’uno usato dal Pelliccia e conservato localmente e l’altro presso la biblioteca Barberini. Sembrerebbe potersi escludere che l’uno e l’altro siano lo stesso manoscritto; sia il Pelliccia che il Bethman scrivono entrambi entro la seconda metà del settecento e ciascuno di essi trova una copia del manoscritto diversamente collocata; resta da verificare soltanto se l’una sia la copia dell’altra o viceversa. 

Ho rivolto, quindi, specifica richiesta all’Archivio di Stato di Napoli circa l’attuale ubicazione della biblioteca Barberini citata dal Capasso e il direttore, dott.ssa Felicita De Negri, il 13.12.2002 (prot. 12415 – Divisione VIII) risponde nei seguenti termini: “Si comunica che la ricerca relativa all’oggetto (richiesta informazioni esistenza e recapito biblioteca Barberini) è risultata negativa. Si fa presente che i manoscritti Barberiniani si trovano attualmente nella Biblioteca Vaticana”. Non siamo andati oltre nella indagine.

G. Andrisani nel saggio introduttivo all’opera del Borrelli[9] così definisce il Chronicon ed il Pelliccia, curatore della raccolta di antiche fonti storiche: “Il Cronicon Suessanum è un testo che è stato finora conosciuto da pochi studiosi: Giuseppe Tescione lo cita in Ca­serta medievale e i suoi conti e signori, un libro da noi pubbli­cato per il suo indiscusso valore. È trascritto da Alessio Aurelio Pelliccia in una delle sue opere fondamentali: Raccolta di varie croniche, diari, ed altri opuscoli così italiani, coree latini appar­tenenti alla storia del Regno di Napoli.

Il Pelliccia è un insigne letterato nato a Napoli, dove veste abito di chiesa. Insegna per concorso, alla cattedra di etica prima ed a quella di diritto canonico poi, presso l'università di Napoli; nel 1821, al culmine della sua carriera accademica, viene prescelto per la cattedra di diplomatico.

L'importanza della Raccolta di varie croniche, diari, ecc., un'opera di notevole mole in cinque volumi, deriva dall'avervi riunito una notevole quantità di materiale storico d'indubbio va­lore e di averlo salvato da distruzione o da dispersione certa; in effetti, il Pelliccia, trascrivendo questi documenti, li ritiene de­gni di attenzione e, dopo avere operata già di persona una sele­zione accurata, li ripropone agli studiosi di domani. Il lavoro vede la luce nel 1780, quindi nella piena maturità dell'autore, ed è risultato di lunghe ricerche.

Tra questi documenti si salva il Cronicon Suessanum, che viene riportato nel primo tomo alle pagine 51‑78 e riguarda particolarmente gli accadimenti che si verificano dal 1200 al 1348. Il testo assume importanza considerevole per le patrie vi­cende dal 1300 alla fine, perché è una testimonianza in prima persona di buon valore. In effetti, pensiamo che l'estensore sia del tempo e che sia un monaco o un ecclesiastico per la tendenza che dimostra ad indugiare su vicende della Chiesa.

Per la storia di Sessa Aurunca la cronaca costituisce un prezioso documento da tener presente indubbiamente quando si tratta del periodo considerato; ma il suo interesse di certo si allarga a tutta la zona aurunca ed alla Campania per i riferimenti che vi sono e per le annotazioni particolari che l'arricchiscono”.

E questo è tanto vero che vi abbiamo trovato conferma alle notizie provenienti dall’Archivio della famiglia Caetani circa una guerra feroce e devastante - dalle conseguenze imprevedibili e forse alle fondamenta stesse dell’altrettanto devastante scisma cristiano d’Occidente (1378-1417) - combattuta da Nicolò Caetani sin dall’anno 1338 e che coinvolse il territorio compreso in tutto l’arco del golfo di Gaeta.

La storia di Nicolò Caetani, della sua vita dedita alla guerra per la maggior parte della sua durata, della sua ferocia e delle violenze perpetrate è stata già scritta, ma polverizzata in frammenti situati in diverse opere di ricerca storica; lo scopo di questo lavoro è di sistemare tutte queste notizie in un quadro generale tentandone una valutazione a posteriori delle conseguenze che le sue attività hanno portato al nostro territorio, a tutta la chiesa cattolica e, attraverso di essa, verso il mondo intero. In questo tentativo non potremo sottrarci alla necessità di citare i precedenti autori e ricercatori che ci aiuteranno alla ricostruzione dell’epoca e della società entro le quali si svolsero gli accadimenti di cui Nicolò Caetani fu protagonista indiscusso.

Chi era, dunque, Nicolò Caetani?

La vita e le imprese di Nicolò Caetani

 Dal profondo silenzio che avvolge gli avvenimenti del tempo passato sorge imperiosa, iraconda e feroce la voce e l’opera di Nicolò Caetani, fiero avversario del potere di papi e regnanti, strenuo difensore delle sue terre e proprietà contro la sopraffazione di autorità estranee, ma anche assassino brutale come si conviene ad un uomo che viveva la barbarie della sua epoca.

Un uomo dalle mille sfaccettature che sin dal 1338 intendeva con la violenza ed il sangue ricomporre sotto la sua suprema autorità tutto il territorio compreso tra Terracina e Sessa Aurunca, fino ad Anagni verso l’interno appenninico.

La vita di Nicolò e le vicende che lo vedono protagonista sono intimamente correlate con gli avvenimenti del Regno di Giovanna I d’Angiò, regina di Napoli.

 Circa l’anno 1312 nasce Nicolò Caetani[10], primogenito di Roffredo e di Giovanna dell’Aquila. Nicolò tronca il suo fidanzamento con Giacoma Orsini, figlia di Orso signore di Marino. Sposa la sedicenne Violante della Ratta figlia di Diego, conte di Caserta, e so­rellastra di Caterina, terza moglie di suo padre. Essa muore giovanissima, forse di parto e, dopo aver riallacciato i rapporti con la sua prima fidanzata, Giacoma Orsini la sposa nel 1335 avendone i due figli Onorato e Giacomo.

Nel 1314 muore Giovanna dell’Aquila e Roffredo Caetani passa a nuove nozze con Caterina della Ratta figlia di Domicella e di Diego de Larath, conte di Caserta, Gran Camerario del regno di Napoli.

Il 10 aprile del 1332 Nicolò riceve le terre e i castelli di Fal­vaterra e S. Felice da Giovanni (d'Anjou), principe di Acaia e conte di Gravina al quale erano pervenuti per donazione fatta da Roffredo III Caetani, padre dello stesso Nicolò.

Verso la metà dell’anno1336 muore Roffredo Caetani che lascia Nicolò, magnificum et potentem Vi­rum, erede universale dei beni della madre e intraprende guerre e liti per affermare la sua egemonia sul territorio; prima fa guerra a Gaeta e Terracina, città escluse dai possedimenti dei Caetani ma utili per unificare i posse­dimenti della famiglia. Il 24 novembre di questo stesso anno il popolo e l'università di Sezze costituiscono pro­curatore Francesco Taccone a trattare e a firmare, in questa città, i capitoli di pace con Nicolò, Giovanni e Bello figli del fu Roffredo, signori di Sermoneta e Bassiano, con i sindaci di detti castelli e con la cit­tà di Terracina. Il successivo 30 novembre, con l’intervento di ambasciatori di Piperno, in Fondi, viene stipulata la pace tra Nicolò, Giovanni e Bello, figli di Loffredo, signori di Sermoneta e Bassiano, i sindaci di questi due castelli e Terracina da una parte, e il sindaco di Sezze dall'altra, per la controversia di Cam­polazzaro. Due diversi atti vedono protagonista Nicolò Caetani il 2 dicembre 1336: con il primo, nel palazzo comitale di Fondi, viene stipulato un atto di divisione tra i figli di Roffredo: Nicolò ottiene anche Sermoneta, Bassiano e S. Donato;  Giovanni, conte di Castelmola, riceve Selva-molle e Falvaterra; Bello entra in possesso di Filettino, Vallepietra, Torre di Trevigliano e dei beni vicino ad Anagni; in comune restano i palazzi posseduti da Roffredo in Anagni; con il secondo atto Cecco Taccone sindaco del popolo e del comune di Sezze, dichiara, in Fondi, che il dominio di Campolazzaro spetta a Nicola Caeta­ni, come signore del Castello di Sermoneta e ai suoi successori.

Nel 1337 Nicolò si rifiuta di versare alla Chiesa i frutti di Sermoneta e Bassiano creandosi sia difficoltà di rapporti con la curia romana che minaccia scomuniche ed interdetti contro di lui che controversie con altre città. Intanto il 6 agosto di quest’anno Ruggiero “de Vintromo”, rettore di Campagna e Marittima e di Benevento,  condanna Nicolò Caetani e il suo curatore, sotto pena di scomunica e di interdetto, a pagare alla chiesa 12.000 fiorini per i frutti di Sermoneta e Bassiano, derivanti da un legato di Francesco Caetani. Il successivo 12 agosto, Nicolò e suo fratello Jacobello Caetani, tramite il loro curatore Gregorio “Franconis” di Frosinone, appellano contro la sentenza di Ruggiero “de Vintromo”.

Nel settembre del 1338 Nicolò, aiutato dagli abitanti di Traetto e Sper­longa, accende il primo conflitto con Terracina; il conte Nicolò viene.

Nel successivo ottobre si verifica primo conflitto con Gaeta e Itri a causa di un tenimento controverso. I gaetani, primi a spingersi all'attacco, furono sconfitti dal conte Nicolò; i prigionieri furono detenuti nel carcere di Fondi. Ognuna delle due città rivendica il “tenimento” come sua proprietà. Si ricorre alle armi e i primi ad attaccare sono i Gaetani, che muo­vono contro la cittadella d'Itri. Nella vicenda si inserisce il Conte di Fondi, Nicolò Caetani, che libera alcuni prigionieri, altri li fa uccidere, e ad altri fa tagliare alcune membra. Lo scontro si risolve a vantaggio del Conte, che, per il grande valore dimostrato nella circostanza, viene ricevuto a Napoli con l'onore delle armi, da re Roberto meritandosi esso ed alcuni suoi vassalli l'onore del cingolo militare. I gaetani restano amareggiati e col desiderio della rivincita.

 Intanto, nel 1339, il conte Palatino, suo parente, aveva inviata contro Nicolò i due capitani Paolo Conti e Roberto di Supino ed ai quali la città di Terracina aveva lasciato il libero passaggio. Terracina, diventata teatro di bat­taglia tra i due contendenti, dovette poi piegarsi alla violenza del conte di Fondi, aiutato indirettamente dalla chie­sa e dal re Roberto.

Nel febbraio del 1340 i gaetani, memori della sconfitta del 1338, riprendono le armi contro Nicolò e, prima con un attacco andato a vuoto sotto il comando di Corrado Guin­daccio di Napoli che resta ucciso in battaglia; poi comandati da Pao­lo Conti, invadono la terra di Itri danneggiandola e di Traetto devastandola per riattaccare l'eser­cito di Nicolò. L'intervento di re Roberto in favore del conte di Fon­di determinò la sconfitta dei gaetani, che furono condannati a pa­gare al re Roberto una ammenda di 200 once. Il successivo 21 maggio: viene stipulato un trattato di pace a cui partecipano anche le popolazioni di Traetto, Itri, Sperlonga e Lénola. A Nicolò Caetani e ai fratelli Giovanni e Bello, ai loro familiari e alle loro genti veniva concessa libertà di passaggio per il Piscomontano e la Torre dei molini.

Nel corso dell’anno sorgono altre liti tra Nicolò, le università di Sermoneta e Bas­siano da una parte, e il popolo e l'università di Sezze dall'altra per il pos­sesso del ponte Cavata e di Campolazzaro. Il 13 agosto 1340 le parti concordarono a Traetto la pace, rimettendosi a vicenda ogni offesa e odio, e stabilendo la costruzione di un ponte sulla Cavata e il comune possesso di Campolazzaro da destinarsi al solo pascolo. In conformità di questo strumento di pace viene aperta la chiusura del fiume di Sezze. L'università di Sez­ze, nel 1336, aveva delegato il sindaco Francesco Taccone a trattare la pace.

L’anno seguente, 1341, Nicolò tenta inutilmente di sorprendere Terracina con l’aiuto di cospiratori locali.

Ma, ai primi di febbraio del 1342, Nicolò organizza, apertamente e senza sotterfugi, una spedizione punitiva contro Terracina sia per vendicarsi dello scacco dell’anno prima e chi ritiene invece che per vendicarsi dei terracinesi che sobillano alla ribellione alcuni castelli della contea di Fondi. Al suono di trombe ed a bandiere spiegate Nicolò “cum maxima comitiva” di cavalli e pedoni entra nella località “Lo Salto” che Terracina pretende essere sua senza però esibirne il titolo giuridico; vi pone 400 bufale, 5.000 tra pecore e capre, fa 25 prigionieri terracinesi che conduce nel carcere della rocca di Fondi. Ma il 23 febbraio, Pietro di Giovanni Rossi, essendo anche il denunziante, temendo rappresaglie personali, affigge alle porte della rocca di Frosinone la notifica di un processo qui istruito contro il conte fondano per i fatti di Terracina e del quale Nicolò non tiene conto alcuno.

Il 10 gennaio del 1343 ha termine la guerra contro Terracina che Nicolò, incurante dei processi, aveva continuata. Con la mediazione di sua moglie Giacoma Orsini e del vescovo di Terracina Sergio Perunti si giunge a stipulare una pace anche con gli abitanti di Traetto, di Sperlonga, di Monticelli e di Vallecorsa, tutti vassalli del con­te.

Il 13 febbraio del 1344 Nicolò Caetani, per venire incontro ai poveri ammalati et pro remissione peccato­rum suorum eiusque parentum, con un atto redatto a Fondi, dona a Fra Paolo di Giovanni di Pistoia, procuratore generale dell'Ordine di Sant'Antonio, un tenimento in località Balnea, nelle pertinenze di Suio, perchè vi siano costruiti l'ospedale di Sant'Antonio, grancia della chiesa di Sant'Antonio di Fondi, assegnandogli le terre del fu Loffredo di San Germano, i diritti e i proventi del lontro (il fango usato per uso terapeutico nelle affezioni reumatiche) nel fiume presso Balnea, le bestie e il diritto sulla chiesa di San Pietro in Pa­stena con riserva di eleggere i precettori della chiesa e dell'ospedale da eri­gersi.

Nel 1345 la regina Giovanna dà la città di Sessa al principe di Ferentino, ma i Sessani non ne accolgono gli ambasciatori, dicendo che si sarebbero difesi fino alla morte. Ma Nicola di Toraldo tradisce, ed introduce gli emissari del Principe in città, attraverso la porta “de lo Balio”, esponendo sulla sua casa le insegne del Principe. I Sessani, delusi ma attaccati alle loro libertà, ricorrono a Napoli per far valere i propri diritti ed ottengono di restare sotto il di­retto comando del Principe.

Nicolò Caetani, contravvenendo alla pace stipulata nel 1343, nel luglio 1345, torna a marciare contro Terracina; espugna e devasta la cittadella di Monte Sant'An­gelo, occupa il monastero delle suore sullo stesso monte, richiede alti contributi.

Terracina aveva fatto fronte a Nicolò con la “Cavalcata” (un corpo di 50 cavalieri cittadini arruolati per guerra e ai quali erano stati concessi, in compenso del loro servizio, i pro­venti della dogana del sale, del biadatico e dell'erbatico su certi beni del comune), con un corpo di duecento balestrieri e molti cittadini. Ma il 27 ottobre 1345, per l'occupazione operata, Clemente VI im­pone al conte di Fondi la riparazione del misfatto.

Nella primavera del 1346 si ebbero le prime avvisaglie dell’invasione ungherese. Nicolò Caetani schierandosi con i nemici del regno viene dichiarato traditore e bandito da (Comes Fundanorum banditus fuit per Curiam Domini Principis Tarentini).

Il 17 febbraio 1346 il con­te Nicolò occupa a Sessa le case di Nicola di Toraldo, mentre molti lasciano la Città, e si rifugiano a Roccamonfina o a Marzano. Il signore di Capua fugge addirittura a Firenze. Il conte di Fondi, turbato non poco per questa fuga, fa prigioniero Tommaso, fra­tello del signore di Capua, Giovanni e Lorenzo de Matricio, Guglielmo di Tagliacozzo ed altri di Sessa, e li fa incarcerare tutti a Traetto; dopo di che, marcia contro Terracina, lasciando al governo di Sessa Leonardo Gagliardi.

Nicolò, tornato da Sessa, che aveva occupata militarmente, conducendo prigionieri alcuni magnati della città da lui gettati nella rocca di Traetto (gennaio 1346), strinse di nuovo d'assedio Terracina.

Nel mese di maggio del 1346 una flotta di galee genovesi, in viaggio verso il Mediterraneo orientale, si ferma a Terracina, ancora as­sediata dal conte di Fondi. Gli abitanti della Città chiedono ai Genovesi di liberarli dalla morsa del conte, e si mettono sotto la giurisdizione del Duca di Genova. L'ammiraglio genovese su­bito si adopera perché il conte di Fondi ponga fine all'assedio, ma, non volendo il conte medesimo saper nulla di ciò, i Genovesi muovono subito all'assalto della cittadella di Sant'Angelo, di­struggendola dalle fondamenta; dopo di che si dirigono a Gaeta, dove vengono accolti onorevolmente, e passano poi a Traetto, donde portano via tutti i beni mobili, e fanno prigionieri tutti i Nobili della Città, portandoli a Gaeta, assaltando anche la torre del Garigliano, e passano poi a conquistare la torre vicino al mare, bruciando alcune case della Città, e liberando anche quei Nobili Sessani detenuti nelle sue carceri.

Così il Bianchini, seguendo il Contatore, racconta l’avvenimento: “Tro­vavasi a passare lungo le coste di Terracina una flotta di 32 galee genovesi sotto il comando di un Dominicus de Garibaldo, parte dell'armata agli ordini dell'am­miraglio Simon Vignoso. Queste navi approdarono alle nostre co­ste [di Terracina) forse per rifornirsi di acqua o per caricare sale. I terracinesi si rivolsero per aiuto al comandante e agli armatori della nave e, convocati in platea fori nel maggio 1346, decisero e stipularono con i genovesi un accordo in forza del quale si impegna­vano a liberare la città dagli attacchi di Nicolò, dietro promessa di 3000... fiorini d'oro. I genovesi sbarcarono 1000 o 1500 balestrieri che, uniti alle forze cittadine, assalirono impetuosamente le soldatesche del Caetani, le sbaragliarono, ricuperarono il monte S. Angelo con i suoi fortilizi, liberarono tutto il rimanente territorio occupato dal conte, costrinsero questo a chiedere la pace” concordata nel 1347, ma che non pose fine alle successive agitazioni e lotte anche dopo la morte di Nicolò.

L'ammiraglio genovese Simone proseguì fino a Gaeta. I gaetani profittarono della sua presenza per spingere i genovesi dietro com­penso di 3000 fiorini ad assalire due galee presso le acque del Gari­gliano, che, ad istigazione del conte di Fondi, erano solite corseg­giare. I genovesi, giunti alla foce del Garigliano, distrussero le due torri (Queste due torri erano state costruite una da Docibile e l'altra da Pandolfo), penetrarono in Traetto mettendola a sacco e fuoco, e li­berarono i prigionieri che il conte aveva fatto nella battaglia di Ses­sa. I nemici di Nicolò non tardarono ad assalire anche Sessa difesa strenuamente dal conte che, infine, proseguì per Traetto ri­stabilendo la sua autorità.

Il 22 maggio 1346 Ni­cola di Toraldo, Francesco de Albeto, Bello di Tranzo, con tutti i loro familiari, servi ed amici, con molti fanti e cavalieri, muo­vono su Sessa, tenuta allora da 300 uomini del conte di Fondi, e la occupano. E Nicola, dopo essere entrato nella città, prende il Vescovo Ascolano, Leonardo Gagliardi, l'Abate Nicola, e Gio­vanni di Basilio, e li manda, con una corona di carta in testa, perché fossero derisi, per le strade della Città, e ne aliena succes­sivamente i beni. Il successivo 1 giugno, l'irriducibile conte di Fondi passa al con­trattacco e muove contro Sessa prima, e contro Traetto dopo; ritirandosi poi nella cittadella d'Itri, fortificando egregiamente i suoi castelli e tutto il suo territorio.

Frattanto Luigi, re d'Ungheria, si stava preparando a venire in Italia contro la regina Giovanna per vendicare la morte di suo fratello Andrea, marito di Giovanna, da questa fatto miseramente strangolare. Non potendo il re d'Ungheria, che aspirava anche al regno di Napoli, effettuare subito tale disegno, dovette rimandare l'impresa all'anno seguente ma dette l’incarico a Nicolò Caeta­ni perchè cominciasse per conto suo a muoversi contro Giovanna.

Dapprima Nicolò assalì Gaeta suscitando così la reazione della regina. Ma nel giugno 1346 il principe Roberto di Taranto, capitano generale del regno, mosse contro Sessa difesa dal conte. Nicolò stimò più prudente evacuare la città; si ritirò con le truppe al di là del Garigliano, si trincerò in Traetto rafforzandone la guar­nigione; a proposito di questo fatto G. Caetani parla non di Traetto ma di Itri, dove si sarebbe svolto anche lo stratagemma che sarà esposto fra poco, identificando la porta della rocca con la porta Mamurra; le fonti ripor­tate dal Muratori ci parlano di Traetto.

Chiamato poi dalla regina Giovanna a discolparsi, op­pose un netto rifiuto, minacciando di annientare qualsiasi esercito che osasse andare contro di lui.

Nel mese di giugno 1346 Filippo de Anatolio, capitano generale dell'esercito della regina Giovanna I, insieme all'ammiraglio Goffredo di Marzano e a Nicola di Toraldo, viene con molti ca­valieri e fanti a Sessa, e l'occupa senza trovare alcuna resistenza. Dopo di che, l'ammiraglio se ne torna a Napoli, mentre Filippo muove con l'esercito contro Traetto, insieme ai Gaetani, ai ses­sani ed agli abitanti di Terracina, insieme cioè a tutti i nemici del conte di Fondi, e la cingono d'assedio finché i Traettesi non tornano ad ubbidire a Giovanna I, costretti soprattutto dalla mancanza d'acqua. Anche la torre vicino al mare viene ripresa agli uomini del conte di Fondi. In questo mese Giovanna I sposa Ludovico.

Nel successivo mese di settembre, Filippo de Anatolio, Fusco Guindazzo e Jacopo Faraone, con una moltitudine di cavalieri e di fanti, con i Gaetani, i Traettesi, e molt'altra gente, si recano a Itri, per conquistarla; ma sono sconfitti per la temerarietà di Fusco Guindazzo che vuole subito entrare nel sobborgo con tutti i suoi soldati, tanto che per la ressa non possono opporre difesa all'assalto degli abitanti d'Itri, che sbucano fuori dalle loro case, tanto che molti cadono uccisi, altri vengono fatti prigionie­ri, e i pochi che riescono a salvare la vita, devono fuggirsene sui monti circostanti. Lo stesso Filippo cade ucciso, e Fusco Guin­dazzo, e Jacobo Faraone. Quest'ultimo viene poi mostrato col cappio al collo dal conte di Fondi, perché fosse vituperato; dopo di che il conte passa subito a Gaeta, e ne fa prigionieri gli abi­tanti. Alcuni di essi poi libera dietro versamento di 3.000 once, e quelli che non avevano soldi vengono continuamente tormen­tati, e a quelli più poveri vengono amputate le mani, i nasi, la lingua, le orecchie, i piedi, i membri; ad alcuni poi cava ali occhi, ad altri i denti.

Ecco un altro racconto dello stesso fatto: “L'esercito regio capitanato da Filippo di Nantolio, occupata Sessa, marciò contro Traetto con l'appoggio degli abitanti di Sessa, di Gaeta e di Terracina, tutti nemici del conte. Esso era composto di 29 capitani, 600 cavalieri e molti pedoni (secondo la Cronica del Villani), contro 400 cavalieri e buon numero di pedoni di cui disponeva. il Caetani. La vittoria che arrise al conte di Fondi fu frutto di uno stratagemma. Nicolò fece murare tutte le porte della rocca di Traetto lasciando libera solo la principale; fece inoltre armare uomini e donne ingiungendo loro di nascondersi nelle case. Egli con i suoi uomini d'arme nel pome­riggio del 14 settembre 1346 impegnò con l'avanguardia nemica una battaglia che sostenne fino a sera, continuamente cedendo terreno e facendo finta di non sapere resistere all'avversario. Giunta la sera cessò il combattimento e, mentre il nemico si riparava, egli personal­mente ispezionò che tutto fosse stato eseguito come aveva disposto e, dopo aver fatto vigile guardia durante tutta la notte, si nascose in disparte fuori dal paese. All'alba il nemico si avvicinò alle mura; trovò la porta aperta, la strada deserta e nessun segno di vita; inso­spettito si fermò e mandò una pattuglia a ispezionare il paese. Tornò questa poco dopo affermando che la rocca era deserta, che gli abi­tanti erano tutti fuggiti e che solo cani giravano latrando per le strade e per le piazzette. Allora Fusco Guindaccio, siniscalco del re­gio esercito, profondamente animato da superbia e audacia diede ordine di avanzare senz'altro e la soldatesca, avida di bottino, si lanciò tumultuariamente per la via principale di Itri [leggi: Traetto], lasciando i cavalli davanti alla porta della città perché ben difficile sarebbe stato l'entrarvi in sella. Le armi più pesanti furono messe in disparte per meglio poter scassare le porte e saccheggiare le case.

“Quando l'oste si fu tutta cosi ingolfata apparve ad un tratto Nicolò Caetani davanti alla porta della città e vedendo il nemico imbottigliato, diede mano ad una squillante tromba; al qual segna­le da ogni casa si scatenò una tempesta di proiettili, di sassi e di colpi di lancia sulla turba ammassata sull'angusta stradicciola ove i soldati esterrefatti dalla sorpresa e, pigiati l'un contro l'altro, potevano a ma­la pena voltarsi e cadevano a fasci lungo le ripide gradinate. Uo­mini e donne infierivano dall'alto sul nemico. Fu fatto uno spietato macello dell'esercito della regina, finché i soldati, persa ogni spe­ranza chiesero misericordia e pietà. In questa battaglia perirono il capitano della regina, Filippo di Nantolio, Fusco Guindaccio e al­tri capitani. Molte furono anche le perdite tra i vassalli del conte, un elenco dei quali, contenuto nel manoscritto Memoriale del popolo di Traetto, è del Riccardelli. Giacomo Faraone, personaggio e­minente di Gaeta fu trovato ucciso sul campo di battaglia, ed il conte, per oltraggio alla città nemica, ne fece impiccare il cadavere e poi consegnarlo alla famiglia.

“Furono disarmati tutti e ad uno ad uno dovettero passare da­vanti al conte: i suoi nemici personali, e in particolar modo quelli di Gaeta; se non potevano assicurare una taglia per il riscatto, veni­vano passati per le armi; altri furono barbaramente trucidati; quelli che erano mercenari e napoletani ebbero salva la vita ma furono completamente denudati, e ad ognuno di essi fu dato un cartello sul quale era scritto in ischerno alla regina: lo invero sono della robba che il conte di Fondi rimise a nuovo... L'episodio fu celebre a suo tempo, e per molti anni a Napoli e anche in tutto il regno, quando si vedeva per le strade e per le piazze uno nudo o tutto malandato si diceva di lui ridendo: Questi per certo appartiene alla robba del conte di Fondi”.

Il 6 gennaio 1347 Nicolò Caetani, conte di Fondi, era ancora vivente poiché si fece rilasciare da Nicola di Aversa, giudice della città, un atto riportato dal Tucciarone[11].

Nel maggio1347 Nicolò non tardò a riconquistare le altre ter­re perdute. Non gli fu difficile occupare Nola e Castellammare; poi con un esercito di cinquecento militi e duemila fanti posse l'assedio a Maranola e riebbe Traetto, che aveva perduta; si mise in attesa di Luigi di Ungheria per procedere contro la regina Giovanna. “Il conte di Fondi muove contro Mola e Castellone, devastandole. Pas­sa poi ad assediare Maranola, e subito dopo Traetto, che con­quista senza trovare resistenza alcuna. Traetto allora appartiene ai domini della Regina Giovanna I; castellano è Renzo Qua­ranta, che si dà nelle mani del conte, per avere salva la vita. Dopo la presa di Traetto, passa a riconquistare la torre vicino al mare, e la fortifica assai bene”.

Il 27 settembre1347, Nicola di Toraldo rientra in Ses­sa su mandato del principe di Taranto, e di suo fratello Ludovico, perché la Città sia riconquistata all'obbedienza della Regina, col proposito di non abbandonarla più, ma di difenderla finché se ne avessero le forze. Tutto avviene nel migliore dei modi, senza spargimento di sangue, e con l'esilio della parte avversa.

Il successivo 28 novembre il conte di Fondi, con più di 100 soldati e mille fanti, e con i Sessani che Nicola di Toraldo aveva espulsi, muovono con le insegne del Re d'Unghe­ria contro Sessa, e la cingono d'assedio. Il conflitto di cui si tratta è quello tra Giovanna I e Ludovico d'Ungheria, sceso in Italia per vendicare la morte del fratello Andrea ad opera della stessa Regina. Il conte di Fondi passa poi ad assediare Teano, governata allora per conto di Nicola di Toraldo. II territorio di Sessa subisce vessazioni d'ogni genere, si bruciano case e ville, e si tagliano gli alberi vicino alle mura della Città, e si distruggono tutti i sobborghi della medesima. Ma Nicola di Toraldo non molla, anche quando gli viene la proposta di tenere la città per conto del Re d'Ungheria; anche quando si minaccia un intervento di­retto del sovrano.

In questo anno il conte di Bellante, su ordine della Re­gina Giovanna e dell'ammiraglio, muove con sette navi contro il conte di Fondi, che stava alla fonda con le sue navi nel fiume Garigliano. Ma il conte sfugge al « blocco » e, via terra, muove contro la Rocca di Mondragone e, dopo averla conquistata, con­tro Caleno, che conquista e tiene fino all'arrivo del Re d'Un­gheria.

Qualche giorno dopo, lo stesso conte con alcuni Sessani nemici di Nicola di Toraldo; muove contro la torre di Castellone, conquistandola ed uccidendone il castellano, servo di Nicola di Toraldo. Nicola di Toraldo risponde a questa efferatezza con un'altra: fa condurre due dei Vassalli del Conte, suoi prigionieri, prima per le strade della Città, e poi li fa impiccare.

Intanto il Re d'Ungheria s'avvicina, ed il conte di Fondi va a Baiano per incontrarlo, ma deve far subito ritorno ai bagni di Suio per curare un'infiammazione iliaca che lo tormenta. Fi­nita la convalescenza, il conte l'anno seguente va a portare il suo aiuto al Re d'Ungheria, ad Aversa. Giovanna I e suo marito hanno abbandonato Napoli, ma la contesa sta per volgersi ugual­mente a loro vantaggio.

Viene concordata la pace con Terracina, ma essa non pose fine alle successive agitazioni e lotte anche dopo la morte di Nicolò.

Nel corso dell’anno a Roma, Cola di Rienzo eletto tribuno fu spietato contro la prepotenza dei baroni, che piegò ai suoi co­mandi. Non riuscì però a ottenere la sottomissione dei Caetani, e specialmente di Nicolò, che fidando nelle proprie forze gli rifiutaro­no ubbidienza. A Nicolò Cola di Rienzo ingiunse di presentarsi en­tro sei giorni a Roma. Ottenuto un reciso rifiuto, anche perché Fondi non era sotto la giurisdizione di Roma, cercò di organizzare contro il conte di Fondi. che egli accusava di vari delitti fra i quali quelli di patricidio, fratricidio, uxoricidio, spedizioni a cui dovevano prendere parte delle truppe di Firenze e di Todi. Queste, che erano strette in amicizia con Nicolò, tergiversarono. Il tribuno allora organizzò contro il suo nemico altre forze con a capo Angelo Melabranca. Lo scontro avvenne ai piedi del monte di Sermoneta ove Nicolò fu vinto, molti suoi uomini furono fatti prigionieri. fu presa la loro bandiera che. in segno di ignominia, fu trascinata per le vie di Roma.

Nella prima metà di settembre Nicolò Caetani fu costretto a venire a trattative. Negli accordi, in cui entrò anche la regina Gio­vanna, fu convenuto che il conte avrebbe lasciato Gaeta e avrebbe riconosciuto i titoli e la giurisdizione di lui sul feudo di Fondi e sugli altri che possedeva nel napoletano. A Giovanna conveniva questa soluzione anche per ingraziarsi il conte che era fervido fautore di Luigi d'Ungheria. L'atto con cui veniva confermato al conte e ai suoi discendenti la giurisdizione criminale di tutte le terre e castelli e località che egli notoriamente tiene occupate in considerazione dei notevoli servigi che Nicolò Caetani prestò ultimamente e di quelli che si accinge a prestare nella prossima spedizione bellica porta la data del 7 ottobre 1347.

Il disegno di Giovanna di ingraziarsi il conte non venne a com­pletarsi, poiché, con la venuta degli ungheresi in Terra di Lavoro nell'ottobre 1347, Nicolò si schierò sotto le insegne di re Luigi. En­trò in San Germano e subito dopo corse contro Sessa con cento militi e mille fanti, assediando prima la città con l'aiuto delle truppe del Guarnieri, duca di Urslingen. Quando si giunse all'assal­to, Nicola di Toraldo che difendeva la città di Sessa ebbe il so­pravvento.

Intanto la regina il 6 novembre aveva inviato il conte di Bellan­te con sette navi per distruggere il naviglio del conte di Fondi pres­so il Garigliano e per prendere con inganno lo stesso conte. Il Bellan­te riuscì soltanto a catturare uno dei legni. Nicolò, sventato il colpo, il 6 dicembre si mosse contro Mondragone, Caleno (Carinola) e poi contro Castellone, espugnando i tre castelli, e mentre proseguiva verso Boiano per incontrarsi con il re d'Ungheria si ammalò di male iliaco che lo costrinse a curarsi nei bagni di Suio, fino a che ria­vutosi dalla malattia corse a occupare Teano.

Ora entra in scena Luigi di Taranto che nel frattempo era di­ventato il secondo marito di Giovanna. Costui accortosi dell'avanza­ta delle truppe ungheresi cercò di sbarrare loro il passo nelle vicinan­ze di Capua; Luigi d'Ungheria per altra strada proseguì per Beneven­to mentre Nicolò Caetani sconfiggeva l'esercito napoletano, a cui s'erano uniti teutoni, provenzali e catalani tutti sotto il comando di Luigi di Taranto. Nicolò si ritirò a Teano e raggiunse poi Luigi d'Ungheria a Benevento.

In questo stesso anno 1347 nella vita di Nicolò irrompe il condottiero di ventura Giovanni Colonna che nel maggio aveva giurato obbedienza a Cola di Rienzo. Nell’estate il Colonna combatte Giovanni Caetani ed il fratello di questi Niccolò, conti di Fondi, accusati di avere ucciso il padre, un fratello ed una cognata e condannati all’esilio da Cola di Rienzo. Il Colonna muove contro costoro al comando di un forte esercito di 1200 cavalli, 500 arcieri e molti fanti. In agosto vince a Sermoneta Niccolò Caetani e la settimana seguente Giovanni Caetani abbandona Frosinone costringendo in settembre i due Caetani a prestare il giuramento di vassallaggio che, di lì a poco, i due fratelli infrangono.

Nel 1348 una terribile peste scon­volge l'Italia, ed il Re d'Ungheria preferisce abbandonare il paese. Il 26 agosto infatti Giovanna I e re Ludovico approdano con la flotta nel porto di Gaeta, e vengono accolti dalla cittadi­nanza con molti onori. Il giorno dopo rientrano a Napoli.

Il sovrano ungherese, essendo fuggiti Giovanna e suo marito verso la Provenza, il 17 gennaio 1348, seguito da Nicolò, si recò ad Aversa dove cercò di vendicarsi di Carlo di Durazzo, marito di Maria sorella di Giovanna, che aveva preso parte all'assassinio di An­drea d'Ungheria, primo marito di Giovanna. Il Durazzo, sebbene preavvertito dal conte Nicolò del pericolo che correva, non volle allontanarsi dalla comitiva. Sicché al monastero del Morrone, dove era stato trucidato Andrea, fu sgozzato e gettato dal verone nel giar­dino. Al banchetto tenuto alcuni giorni prima il conte di Fondi par­tecipò visibilmente turbato nel pensare alla sorte dell'amico Carlo di cui prevedeva la imminente tragedia.

Dal principio del 1348, nulla più sappiamo di Nicolò. Molto probabilmente egli, trentacinquenne, rimase vittima del­la tremenda peste bubbonica importata dalla Cina da un naviglio geno­vese, che fece strage nel 1347 e 1348 anche a Fondi. Sarebbe certamente diventato uno dei più insigni e famosi personaggi del suo tempo se la morte non avesse stroncato la sua breve carriera militare. Fu tumulato nella Chiesa di San Francesco in Traetto do­ve venne sepolta quindici anni dopo anche sua moglie Giacoma Or­sini, rimasta pure lei vittima, il 2 febbraio 1363, del medesimo morbo che im­perversò ancora in Italia e non risparmiò neppure la nostra città negli anni 1360‑1363.

La memoria di Giacoma Orsini[12] fu tramandata in un bassorilievo raffi­gurante la contessa vestita da terziaria francescana, fatto eseguire da suo figlio Onorato con una iscrizione entrambe attualmente scomparse[13].

Gravi problemi dovrà affrontare il figlio, Onorato I Caetani, suo successore nel governo dei domini paterni tanto da spingerlo a diventare protagonista del Grande Scisma della Chiesa d’Occidente.

La regina Giovanna I d’Angiò

 La Regina di Napoli Giovanna I d'Angiò (Napoli 1326 - Potenza 1382), figlia di Carlo, duca di Calabria, nipote di re Roberto, suo nonno paterno, salì al trono perché costui, essendogli morto l’unico figlio e per evitare una guerra di successione l’aveva fatta sposare col figlio di Caroberto, Andrea, nel cui omicidio rimase implicata la stessa regina che sposò quindi un altro cugino, Luigi di Taranto, provocando così l’invasione del Regno da parte di Luigi I il Grande re d’Ungheria e fratello di Andrea deciso a vendicare il fratello ed a succedergli nei diritti.

La regina fuggì allora in Provenza, dove fu discolpata da Clemente VI dall'accusa di uxoricidio, ed in cambio cedette Avignone al Papato.

Nel 1366 morì pure il secondo marito e Giovanna I sposò in terze nozze Giacomo III d'Aragona-Maiorca. Non avendo figli, nominò quale suo erede il nipote Carlo di Durazzo. Alla morte di Giacomo III avvenuta nel 1376, sposò in quarte nozze, Ottone di Brunswich.

Sopravvenuto lo scisma d'Occidente, Giovanna si schierò dalla parte dell'antipapa Clemente VII, mentre il nipote a quella di Urbano VI, attaccando quindi il regno. La regina designò allora quale suo nuovo erede Luigi I di Francia, duca d'Angiò, peggiorando la guerra civile già in atto tra il partito angioino e quello durazzesco. Poiché primeggiò Carlo di Durazzo, figlio della sorella della stessa Giovanna,  la regina fu posta in carcere e poi fatta uccidere nel 1382.

Ma quali erano in quell’epoca i rapporti tra la corona reale ed i poteri sottostanti?

Giovanna I ereditò un regno in cui già sotto Roberto d’Angiò (1309-1343), fratello di Carlo II,  il potere baronale dette colpi devastanti alla corona e al cuore dell’istituto feudale, ottenendo la trasformazione del servizio militare in prestazioni in denaro (adoha) e poi la possibilità di riscuotere dai vassalli una parte di questo obbligo primario di ogni feudatario.

Roberto, assecondando una tendenza già in atto nel baronaggio, di sottrarsi cioè a questo obbligo che in alcuni casi già era sostituito da una tassa, fu costretto ad estendere a tutti l’esonero. E, poiché molti feudatari erano inadempienti, dovette annullare il debito e gravare parte di tale tassa sui vassalli. Bisogna considerare anche la propensione della monarchia di liberarsi dal feudatario infido e di crearsi un esercito proprio. Egli concesse, inoltre lo stesso re Roberto concesse le "quattro lettere arbitrarie" dando ai feudatari altre prerogative nel campo della giurisdizione, che aprirono la via alla concessione della giustizia criminale, strumento di oppressione sulle popolazioni e che innescò vere e proprie forme di prepotenza feudale

Sotto i successivi re angioini - Giovanna I (1343-1381), Carlo III Durazzo (1382-1386)[14] e Ladislao (1386-1414)[15] - la struttura feudale fu ulteriormente attenuata fino trasformare il feudo in un bene ereditario, cioè in un "dominio". Si crearono insomma le basi per la commercializzazione del feudo e l’allargamento dei ranghi baronali.

Dopo la morte di Ladislao iniziò un periodo - sotto il governo di Giovanna II (1415-1435)[16] durante la settennale guerra tra Renato d’Angiò e Alfonso V[17] - travagliato "da contese dinastiche e infidi schieramenti baronali", e da abusi feudali, anche a danno della Curia Regia, che daranno una diversa configurazione al rapporto tra la monarchia e il baronaggio[18]. I feudatari, vincendo su un ampio fronte, divennero i veri arbitri in tutti gli ambiti della vita sociale, il feudo divenne, con la Prammatica Filingeria, patrimonio familiare, i rapporti giuridici con la concessione del mero e misto imperio si trasformarono in un fatto privato[19], il "servizio militare" non si riferì più ad un’armata convocata dal re ma fu un servizio mercenario che permise ai feudatari di trasformarsi in condottieri[20].

La classe feudale, che aveva conquistato lungo tutto questo periodo un vasto predominio sociale ed economico rafforzando il carattere signorile del proprio stato, si trasformò insomma in una nobiltà patrizia o in un’aristocrazia di proprietari terrieri.

In questo difficile e complicato contesto storico viene ad inserirsi anche il Grande Scisma della Chiesa d’Occidente provocato in Fondi da Onorato I Caetani che non riconoscendo l’elezione al soglio pontificio di Bartolomeo Prignano col nome di Urbano VI riunì un nuovo conclave nella sua città dal quale uscì eletto l’antipapa Clemente VII.

 Cronologia dal Chronicon Suessanum

Anni 1103-1348

Il Chronicon Suessanum compren­de avvenimenti che vanno dal 1103 al 1348. Circa due secoli e mezzo ricchi di avvenimenti contrastanti, di ascese e repentine cadute, di continui rivolgimenti al vertice del Regno di Sicilia, da Federico II a Manfredi, a Carlo I d'Angiò, a Pietro III d'Ara­gona, a Carlo II, a Roberto, alla regina Giovanna I; in un tur­binio di lotte, di intrighi, di violenze, di cataclismi naturali. L'Anonimo tratta per lo più. avvenimenti della terra aurunca, inseriti però nel grande gioco che vede impegnati nella lotta i protagonisti della storia, meridionale italiana dell'epoca: gli Sve­vi, gli Angioini, gli Aragonesi. Scritto probabil­mente nella seconda metà del XIV secolo, è estremamente im­portante per i cultori di storia aurunca; molto diffusamente in­fatti tratta gli avvenimenti locali, soprattutto a partire dal 1300; avvenimenti più vicini nel tempo all'Anonimo[21].

Anno 1103

Fuit fundamentum Episcopatus Sues­sae”. La costruzione della nuova Cat­tedrale dura in tutto dieci anni. Essa sorge sulle rovine di un tempio pagano, convertito in cristiano nel IV secolo e dedicato all'Arcangelo Michele. La nuova costruzione utilizza materiale antico, proveniente dalle rovine di Suessa e di altre costru­zioni romane, quali ad esempio l'anfiteatro e le terme.

Anno 1188

Presa di Gerusalemme ad opera dei Turchi

Anno 1189

13 dicembre - morte di Guglielmo II

Anno 1192

Mese di aprile - Il Cronicon accen­na al contrasto tra Tancredi ed Enrico VI di Svevia, che, alla morte del primo, introivit Regnum, & habuit Theanum, Sues­sam, Capuam, & totum Regnum.

Anno 1200

Ricordato il governo del­la città di Sessa ad opera di Riccardo dell'Aquila e l'inizio del regno di Federico II.

Anno 1210

L’imperatore Ottone IV scende in Italia e tenta d’impadronirsi del Regno di Napoli.

Anno 1212

L'Imperatore, dopo aver assediato la città di Teano, passa poi all'assedio di Sessa, fermandosi in località Marzuoli, ma Riccardo dell'Aquila resiste, ed imprigio­na anzi gli emissari di Ottone, che si ritira poi prima a Capua e poi in Puglia, dopo l'incendio di pagliai ed alberi. Ma il figlio di Riccardo, Ruggero, tradendo il padre, passa tra le fila impe­riali e, dopo la destituzione del genitore, governa Sessa, Teano, Rocca di Mondragone, Traetto (l'odierna Minturno), Suio e Maranola.

Anno 1215

Dopo quest’anno, finito il governo dei dell'Aquila, il ter­ritorio di Sessa passa direttamente al demanio regio. “Da que­sto momento finisce per la Città lo stato di totale asservimento alla ristretta e isolata cerchia feudale. Il diretto influsso di Napoli la costringe a progredire, e col ripopolamento dell'agro circostante, anche la ricchezza progredisce. Ha il vantaggio, fra l'altro, di essere paese di confine, il che le consente una certa autonomia, e il fatto di essere sede vescovile le concede un lustro e una preminenza morale che si estendono su un vasto perimetro territoriale[22]”.

Anno 1220

Federico II viene incoronato Imperatore a Roma da papa Onorio III, dinanzi a tutti i Baroni ed i Conti del Regno. Di ritorno poi nella sua capitale, si ferma tre giorni a Sessa. In quest'anno anche l'Imperatrice Costanza viene a Sessa e vi si ferma più di un mese. L'anno seguente, Federico II torna a Ses­sa, nuovamente per tre giorni.

Anno 1224

Si ha il primo sentore dell'aspro conflitto tra l'Imperatore ed il Papa. Le Città si schierano, non senza con­trasti interni, con l'uno o con l'altro dei due contendenti. Anche Sessa soffre questi travagli, anzi è costretta a subire l'assedio e la successiva devastazione della Città e del suo territorio ad opera dell'esercito di un legato pontificio. Il Cronicon non ci offre purtroppo altri particolari di questa dura lotta fra Gre­gorio IX e Federico II, e neppure ricorda Taddeo da Sessa che, con Pier delle Vigne, è stato uno dei consiglieri più influenti dell'imperatore[23]. Il momento è tra i più incerti che la storia dell'Italia meridionale registra in quell'epoca. Sessa, costretta a schierarsi su uno dei due fronti, sceglie quello pontificio, con un formale atto di sottomissione, avendo però salvaguardati i propri « statuti » e le proprie libertà. Malgrado ciò, l'Im­peratore Federico II concede ad essa privilegi e franchigie, soprattutto in materia fiscale. Non si può non pensare, anche in questo caso, all'influenza sull'Imperatore di Taddeo da Sessa, che nel 1245, rappresenta lo stesso sovrano al Concilio di Lione, dove, il 7 luglio, papa Innocenzo scomunica l'Imperatore e ne ordina la deposizione.

Anno 1251

Re Corrado IV dalla Germania viene nel Regno, approdando a Foggia. Ma gli si ribellano contro Napoli, Capua, Calvi, Caleno, Aquino, il conte di Acerra e quello di Caserta. Questi due Conti, anzi, in compagnia dei Capuani, vengono nel giorno dell'Annunciazione della Vergine a Sessa per saccheggiar­la e per rapirne le donne che si recano nella chiesa di Santa Maria Maggiore (S. Maria la Piana)[24]. La notizia del Cronicon discorda da ciò che riporta il De Masi, secondo cui alcuni ribelli guidati dai conti di Caserta e di Aquino (non, quindi, di Acerra) cercano di impadronirsi del­l'Agro sessano.

Ma la sortita fallisce, perché i Sessani, avvertiti per tempo, lasciano la Città senza subire alcun danno. Non tutti, in verità, fuggono via, anzi quelli che restano fanno communionem coi Capuani, che lasciano a reggere le sorti della Città Pietro di San­t'Erasmo. I Sessani poi, per mettersi contro a Roberto de Matricio, pure sessano, che tiene la torre vicino al mare (la torre di Pandolfo), ne rapiscono la figlia, e insieme a lei, anche le mogli di coloro che hanno abbandonato la Città. Ma questi Sessani, mentre marciano contro il suddetto Roberto, subiscono una grave sconfitta in località S. Maria la Piana ad opera del Maestro della Giustizia che con molti cavalieri e fanti veniva verso Sessa, per ristabilirvi l'ordine imperiale. Molti Sessani ven­gono uccisi, molti fatti prigionieri e portati nelle carceri di Traet­to; finché a Sessa non giunge lo stesso Corrado IV che ristabilisce l'ordine e fa liberare donne e prigionieri. Dopo di che, Corrado IV lascia la Città dirigendosi verso Calvi e poi verso Capua, as­sediandola finché non torna ai suoi comandi. Uguale sorte spet­terà di lì a poco a Napoli. Restaurato il suo ordine, Corrado IV si ritira in Puglia, dove muore nel 1254.

Anni 1257-1258

L'Anonimo registra tre cataclismi na­turali, un maremoto, un terremoto e una eclisse di luna.

Domenica 6 maggio 1257, verso sera, da Gaeta a Napoli il mare si ritira per un lungo tratto, per circa un'ora, dopo di che, con gran rumore, torna spumeggiando sul litorale, con in­solita forza. In quest'anno si registra grande penuria di vetto­vaglie, con notevole aumento dei prezzi.

Il 19 febbraio 1258, dopo la compieta (l'ultima delle ore canoniche), poco prima del tramonto del sole, un forte terremoto scuote tutta Terra di Lavoro, e particolar­mente Sessa, dove, per la forte scossa, le campane del monastero di San Germano e della chiesa di San Matteo si mettono a suo­nare da sole. Re è Manfredi, e una grande stella si vede in Orien­te dal giorno di Natale fino a quello del terremoto.

Anno 1258

A Palermo, Manfredi, dinanzi ai Prelati del Regno e a tutti i Conti e Baroni, è incoronato re di Sicilia. Il giorno dell'incoronazione un'eclisse di luna, durata circa tre ore, suscita lo stupore di tutti.

Anno 1266

Manfredi tiene il Regno fino al 1266, quando muore a Benevento nello scontro con Carlo d'An­giò. Dopo tale scontro, Sessa si dà nelle mani del nuovo arrivato, prestando giuramento nelle mani di Rinaldo d'Aquino, rappre­sentante lo stesso Re Carlo.

Anno 1285

Carlo d'Angiò tiene il regno fino al 1285, quando gli suc­cede il figlio Carlo II, incoronato a Benevento nel 1289 da papa Nicola IV. In quest'arco di tempo si inserisce la triste vicenda di Corradino, giustiziato a Napoli, e la rivolta palermitana dei Vespri Siciliani, con la successiva proclamazione della federa­zione delle città sicule sotto la protezione del Pontefice, che ne offre la corona a Pietro III d'Aragona, genero di Manfredi.

Mentre Carlo II si dirige verso Napoli, Giacomo d'Aragona piomba su Gaeta e l'assedia via mare con molte galee. In aiuto della Città viene lo stesso Re, aiutato anche da soldati pontifici. Tra i due contendenti si giunge ad un accordo: Giacomo se ne torna in Sicilia e Carlo a Napoli. Dopo questi fatti, Carlo II lascia il regno nelle mani del figlio, e si dirige verso la Francia, per trattare la pace con Alfonso, fratello di Giacomo.

Anno 1293

Venerdì 4 settembre - un nuovo forte terremoto scuote Sessa e tutta Terra di Lavoro, con conseguente penuria di vettovaglie e nuovo aumento dei prezzi. Nello stesso giorno muore Filippo de Abenalbo e viene sepolto nel Duomo di Sessa.

Anno 1300

13 dicembre, giorno di Santa Lucia - Papa Celestino V, a Napoli, davanti a tutti i cardinali rinuncia alla dignità papale: publice renuit Papalem dignitatem, quam habebat, projiciens in terram mantum, et anu­lum, et ejus dignitatem. Dieci giorni dopo Benedetto Caetani viene eletto Papa, col nome di Bonifacio VIII.

Anno 1309

Muore re Carlo II. Alcuni anni dopo, nel 1333, viene a Napoli il Re d'Ungheria, col figlio Andrea, futuro sposo della Regina Giovanna I.

Anno 1335

Sul litorale sessano, juxta Sanctum Cosmatum, si rinviene una balena, mirabilis piscis.

Anno 1338

A causa di un tenimento controverso, si re­gistra un conflitto tra Gaeta e Itri. Ognuna delle due città rivendica il tenimento come sua proprietà. Non si può non ricorrere alle armi. I primi ad attaccare sono i Gaetani, che muo­vono contro la cittadella d'Itri. Nella vicenda si inserisce il Conte di Fondi, Nicolò Caetani, che libera alcuni prigionieri, altri li fa uccidere, e ad altri fa tagliare alcune membra. Il gioco si risolve a vantaggio del Conte, che viene ricevuto a Napoli con l'onore delle armi, da re Roberto. Ma i Gaetani non si arren­dono, e due anni dopo passano al contrattacco. Dopo un primo attacco andato a vuoto (viene in questo ucciso Corrado Guindazzo di Napoli, che guidava le truppe gaetane), i Gaetani rie­scono ad ottenere una parziale vittoria, guidati dal conte Paolo, che danneggia la cittadella d'Itri e devasta anche Traetto ed il suo territorio; tanto che re Roberto chiede ai Gaetani un'ammen­da di 200 once.

Anno 1341

Muore il Re d'Ungheria, lasciando tre figli: Lu­dovico, futuro re d'Ungheria, Andrea, futuro sposo di Giovanna I, e Stefano, il più piccolo. Due anni. dopo muore re Roberto, e viene sepolto nella chiesa napoletana di S. Chiara, lasciando i suoi eredi sotto la protezione della Chiesa, cioè della regina Gio­vanna, sua nipote, e di Andrea suo marito.

Anno 1344

Muore a Sessa frate Ugo, dell'ordine dei Francescani, Vescovo della Città, ed è sepolto nella chiesa di San Giovanni.

Anno 1345

La regina Giovanna dà la città di Sessa al principe di Ferentino, ma i Sessani non ne accolgono gli ambasciatori, dicendo che si sarebbero difesi fino alla morte. Ma Nicola di Toraldo tradisce, ed introduce gli emissari del Principe in città, attraverso la porta “de lo Balio”, esponendo sulla sua casa le insegne del Principe. Seppur delusi, i Sessani, attaccati alle loro libertà, vanno addirittura a Napoli, per far valere i propri diritti, ed ottengono quanto chiedono, restando così sotto il di­retto comando del Principe.

Contemporaneamente la regina Giovanna manda Luigi, du­ca di Durazzo, ad Avignone per chiedere al Sommo Pontefice di avere la reggenza su tutto il Regno, e la corona di Re per il marito Andrea, e tutto ottiene pagando 100.000 once. Ma qual­che settimana dopo accade un fatto grave, destinato a lasciare dubbi ed a sconvolgere gli animi. Il 17 settembre, nella chiesa di San Pietro a Maiella, in Aversa, re Andrea viene ucciso, e turpemente esposto con un cappio al collo. Tutti, oltre che do­lersi per la sua morte, ne ritengono responsabile la stessa Regina.

Nello stesso anno in tutta Italia diventa di pubblico dominio la notizia che chiunque prendesse le armi contro i Turchi, e prestasse servizio per un anno, sarebbe stato assolto dal Sommo Pontefice da ogni colpa, tanto che partono in molti, ma periscono ugualmente in molti per fame, caldo e stenti.

Nel mese di luglio - il conte di Fondi assedia Ter­racina, ed occupa la cittadella di Monte Sant'Angelo, deva­standola e richiedendo alti tributi. L'anno seguente lo stesso con­te occupa a Sessa le case di Nicola di Toraldo, mentre molti lasciano la Città, e si rifugiano a Roccamonfina o a Marzano. Il signore di Capua fugge addirittura a Firenze. Il conte di Fondi, turbato non poco per questa fuga, fa prigioniero Tommaso, fra­tello del signore di Capua, Giovanni e Lorenzo de Matricio, Guglielmo di Tagliacozzo ed altri di Sessa, e li fa incarcerare tutti a Traetto; dopo di che, marcia contro Terracina, lasciando al governo di Sessa Leonardo Gagliardi.

Nello stesso anno una flotta di galee genovesi, in viaggio verso il Mediterraneo orientale, si ferma a Terracina, ancora as­sediata dal conte di Fondi. Gli abitanti della Città chiedono ai Genovesi di liberarli dalla morsa del conte, e si mettono sotto la giurisdizione del Duca di Genova. L'ammiraglio genovese su­bito si adopera perché il conte di Fondi ponga fine all'assedio, ma, non volendo il conte medesimo saper nulla di ciò, i Genovesi muovono subito all'assalto della cittadella di Sant'Angelo, di­struggendola dalle fondamenta; dopo di che si dirigono a Gaeta, dove vengono accolti onorevolmente, e passano poi a Traetto, donde portano via tutti i beni mobili, e fanno prigionieri tutti i Nobili della Città, portandoli a Gaeta, assaltando anche la torre del Garigliano, e passano poi a conquistare la torre vicino al mare, bruciando alcune case della Città, e liberando anche quei Nobili Sessani detenuti nelle sue carceri.

Nello stesso anno, Ni­cola di Toraldo, Francesco de Albeto, Bello di Tranzo, con tutti i loro familiari, servi ed amici, con molti fanti e cavalieri, muo­vono su Sessa, tenuta allora da 300 uomini del conte di Fondi, e la occupano. E Nicola, dopo essere entrato nella città, prende il Vescovo Ascolano, Leonardo Gagliardi, l'Abate Nicola, e Gio­vanni di Basilio, e li manda, con una corona di carta in testa, perché fossero derisi, per le strade della Città, e ne aliena succes­sivamente i beni. Ma l'irriducibile conte di Fondi passa al con­trattacco e muove contro Sessa prima, e contro Traetto dopo; ritirandosi poi nella cittadella d'Itri, fortificando egregiamente i suoi castelli e tutto il suo territorio.

Nello stesso tempo Filippo de Anatolio, capitano generale dell'esercito della regina Giovanna I, insieme all'ammiraglio Goffredo di Marzano e a Nicola di Toraldo, viene con molti ca­valieri e fanti a Sessa, e l'occupa senza trovare alcuna resistenza. Dopo di che, l'ammiraglio se ne torna a Napoli, mentre Filippo muove con l'esercito contro Traetto, insieme ai Gaetani, ai ses­sani ed agli abitanti di Terracina, insieme cioè a tutti i nemici del conte di Fondi, e la cingono d'assedio finché i Traettesi non tornano ad ubbidire a Giovanna I, costretti soprattutto dalla mancanza d'acqua. Anche la torre vicino al mare viene ripresa agli uomini del conte di Fondi.

Nel settembre dello stesso anno Filippo de Anatolio, Fusco Guindazzo e Jacopo Faraone, con una moltitudine di cavalieri e di fanti, con i Gaetani, i Traettesi, e molt'altra gente, si recano a Itri, per conquistarla; ma sono sconfitti per la temerarietà di Fusco Guindazzo che vuole subito entrare nel sobborgo con tutti i suoi soldati, tanto che per la ressa non possono opporre difesa all'assalto degli abitanti d'Itri, che sbucano fuori dalle loro case, tanto che molti cadono uccisi, altri vengono fatti prigionie­ri, e i pochi che riescono a salvare la vita, devono fuggirsene sui monti circostanti. Lo stesso Filippo cade ucciso, e Fusco Guin­dazzo, e Jacobo Faraone. Quest'ultimo viene poi mostrato col cappio al collo dal conte di Fondi, perché fosse vituperato; dopo di che il conte passa subito a Gaeta, e ne fa prigionieri gli abi­tanti. Alcuni di essi poi libera dietro versamento di 3.000 once, e quelli che non avevano soldi vengono continuamente tormen­tati, e a quelli più poveri vengono amputate le mani, i nasi, la lingua, le orecchie, i piedi, i membri; ad alcuni poi cava gli oc­chi, ad altri i denti.

Anno 1346

Non pago di simili efferatezze, il conte di Fondi muove contro Mola e Castellone[25], devastandole. Pas­sa poi ad assediare Maranola, e subito dopo Traetto, che con­quista senza trovare resistenza alcuna. Traetto allora appartiene ai domini della Regina Giovanna I; castellano è Renzo Qua­ranta, che si dà nelle mani del conte, per avere salva la vita. Dopo la presa di Traetto, passa a riconquistare la torre vicino al mare, e la fortifica assai bene.

Nel giugno dello stesso anno Giovanna I sposa Ludovico.

Anno 1347

II 27 settembre, Nicola di Toraldo rientra in Ses­sa su mandato del principe di Taranto, e di suo fratello Ludovico, perché la Città sia riconquistata all'obbedienza della Regina, col proposito di non abbandonarla più, ma di difenderla finché se ne avessero le forze. Tutto avviene nel migliore dei modi, senza spargimento di sangue, e con l'esilio della parte avversa.

Il 28 novembre, il conte di Fondi, con più di 100 soldati e mille fanti, e con i Sessani che Nicola di Toraldo aveva espulsi, muovono con le insegne del Re d'Unghe­ria contro Sessa, e la cingono d'assedio. Il conflitto di cui si tratta è quello tra Giovanna I e Ludovico d'Ungheria, sceso in Italia per vendicare la morte del fratello Andrea ad opera della stessa Regina, come il « Cronicon » ha annotato di sopra. Il conte di Fondi passa poi ad assediare Teano, governata allora per conto di Nicola di Toraldo. II territorio di Sessa subisce vessazioni d'ogni genere, si bruciano case e ville, e si tagliano gli alberi vicino alle mura della Città, e si distruggono tutti i sobborghi della medesima. Ma Nicola di Toraldo non molla, anche quando gli viene la proposta di tenere la città per conto del Re d'Ungheria; anche quando si minaccia un intervento di­retto del sovrano.

Nello stesso anno il conte di Bellante, su ordine della Re­gina Giovanna e dell'ammiraglio, muove con sette navi contro il conte di Fondi, che stava alla fonda con le sue navi nel fiume Garigliano. Ma il conte sfugge al « blocco » e, via terra, muove contro la Rocca di Mondragone e, dopo averla conquistata, con­tro Caleno, che conquista e tiene fino all'arrivo del Re d'Un­gheria.

Qualche giorno dopo, lo stesso conte con alcuni Sessani nemici di Nicola di Toraldo; muove contro la torre di Castellone, conquistandola ed uccidendone il castellano, servo di Nicola di Toraldo. Nicola di Toraldo risponde a questa efferatezza con un'altra: fa condurre due dei Vassalli del Conte, suoi prigionieri, prima per le strade della Città, e poi li fa impiccare.

Anno 1348

Il Re d'Ungheria s'avvicina, ed il conte di Fondi va a Baiano per incontrarlo, ma deve far subito ritorno ai bagni di Suio per curare un'infiammazione iliaca che lo tormenta. Fi­nita la convalescenza, il conte l'anno seguente va a portare il suo aiuto al Re d'Ungheria, ad Aversa. Giovanna I e suo marito hanno abbandonato Napoli, ma la contesa sta per volgersi ugual­mente a loro vantaggio.

Nel 1348 infatti una terribile peste scon­volge l'Italia, ed il Re d'Ungheria preferisce abbandonare il paese. Il 26 agosto infatti Giovanna I e re Ludovico approdano con la flotta nel porto di Gaeta, e vengono accolti dalla cittadi­nanza con molti onori. Il giorno dopo rientrano a Napoli.

Intanto, con l'ingresso dei Sovrani nella capitale partenopea, ter­minano anche le annotazioni dell'Anonimo.

Domenica delle Palme 2004

[1] FRANCO BORRELLI, Appunti di storiografia Aurunca, Sessa Aurunca,1976; con prefazione di Angelo De Santis e saggio introduttivo di G. Andrisani. Lo abbiamo tenuto presente per le notizie del Chronicon.

[2] A. A. PELLICCIA, Raccolta di varie croniche, diarj, ed altri opuscoli così italiani, come latini appartenenti alla storia del Regno di Napoli, t. I, Napoli, 1780.

[3] C. D. C., Montis Casini, 1968, III, I, nota 1, p. 89; nota 1, p. 90; nota 1, p. 105; nota 1, p. 110; nota 1 p. 113.

[4] MARIO FORTE, Fondi nei tempi, Casamari, 1972, pp. 209-218.

[5] B. AMANTE – R. BIANCHI, Memorie storiche e statutarie del ducato, della contea e dell’episcopato di Fondi in Campania dalle origini fino a’ tempi più recenti, Roma 1903; editio anastatica, Gaeta 1979.

[6] GIOVANNI CONTE-COLINO, Storia di Fondi, Napoli 1901, ediz. anast. Gaeta 1979, pp. 122-128.

[7] P.CORBO – M. C. CORBO, Gaeta. La Storia, III, pp. 57-59.

[8] B. CAPASSO, Le fonti della storia delle provincie napoletane dal 568 al 1500; in: Archivio storico per le province napoletane, a. I, 1876, fasc.IV, p. 594.

[9] Op. cit., p. X-XI.

[10] Riferimenti in: MARIO FORTE, Fondi nei tempi, Casamari, 1972, pp. 209-218; FRANCO BORRELLI, Appunti di storiografia Aurunca, Sessa Aurunca,1976, pp. 3-13; B. AMANTE – R. BIANCHI, Memorie storiche e statutarie del ducato, della contea e dell’episcopato di Fondi in Campania dalle origini fino a’ tempi più recenti, Roma 1903; editio anastatica, Gaeta 1979; GIOVANNI CONTE-COLINO, Storia di Fondi, Napoli 1901, ediz. anast. Gaeta 1979, pp. 122-128; P. CORBO – M. C. CORBO, Gaeta. La Storia, III, Gaeta 1989.

[11] p. 69 ss.; citato da M. FORTE,  p. 145

[12] Della generosità di Giacoma Orsini abbiamo memoria nel regalo di una ricca pianeta “de Zandaco” fatto dalla contessa di Fondi alla Chiesa di S. Maria di Itri (C.D.C. III (I), p. 172. Citato in: MARIO FORTE, Fondi nei tempi, Casamari, 1972, pp. 209-218).

Il fatto è riportato nella charta DVI del Codex Gaetano redatta il 2 febbraio 1365 e recante l’inventario dei beni mobili di S. Maria di Itri fatto a cura dei canonici dopo la morte del priore Nicola di Giacomo Gualgani.

Il dono viene così indicato: planeta una de zandaco laborata, quam dedit dicte ecclesie condam domna Iacoba de Ursinis comitissa Fundorum.

Lo stesso Codex (vol. III, I, p. 173) riporta alcuni dati biografici della contessa: “ Iacoba, Bella, Orsini, figlia di Orso, signore di Marino, era la seconda moglie di Nicolò I sposata nel 1334 dopo la morte di Violanta della Ratta. Morì nel febbraio 1363 e fu sepolta come già il marito a S. Francesco di Traetto. Probabilmente era morta della pestilenza che in questi anni 1360-1363, come abbiamo accennato, fece grande strage così come nel 1347-1348. Anche la famiglia Caetani ebbe vittime: Onorato non fu però colpito come temeva e potè terminare la sepoltura della madre: “sul sarcofago fece scolpire in bassorilievo l’immagine della madre vestita del saio di terziaria di S. Francesco, con l’iscrizione … La sua devozione per la madre era così grande che per testamento dispose di voler essere sepolto ai piedi della tomba di lei, vestito dell’umile abito di S. Francesco, e che il proprio corpo vi fosse trasportato da qualsiasi località ove lo colpisse la morte. Anche suo padre Nicolò era sepolto nella stessa chiesa ma, a quanto pare, in un’altra cappella”.

[13] Riferimenti bibliografici: MARIO FORTE, Fondi nei tempi, Casamari, 1972, pp. 209-218. FRANCO BORRELLI, Appunti di storiografia Aurunca, Sessa Aurunca,1976, pp. 3-13). B. AMANTE – R. BIANCHI, Memorie storiche e statutarie del ducato, della contea e dell’episcopato di Fondi in Campania dalle origini fino a’ tempi più recenti, Roma 1903; editio anastatica, Gaeta 1979. GIOVANNI CONTE-COLINO, Storia di Fondi, Napoli 1901, ediz. anast. Gaeta 1979, pp. 122-128. P. CORBO – M. C. CORBO, Gaeta. La Storia, III, Gaeta 1989.

 [14] Carlo III di Durazzo vide contrastato il suo regno da Luigi d’Angiò che Giovanna aveva designato come suo successore e che venne a Napoli per vendicarne la morte ed occuparne il trono ma morì presto.

[15] Ladislao, figlio di Carlo di Durazzo, divenne re ad appena 10 anni. La fazione contraria, però, gli oppose Luigi II d’Angiò, figlio di Luigi I, formando una lega della quale fecero parte il Papa e Firenze.

[16] Giovanna II, sorella di Ladislao, designò come suo successore Luigi III d’Angiò e, morto questi, Alfonso V d’Aragona.

[17] La guerra fu scatenata da Renato d’Angiò che, come fratello di Luigi III, pretese il trono di Napoli invadendo il regno e sconfiggendo, in un primo tempo, Alfonso V.

[18] G. Galasso, Il Regno..., cit., pp. 366-372. Tale periodo incise nella storia feudale di Solofra (v. infra).

[19] Il mero e misto imperio, con cui Roberto aveva favorito i baroni più forti, fu esteso da Giovanna II a tutta la feudalità, provocando l’aumento della pressione fiscale sui vassalli, prevaricazioni e prepotenze accentuate dalla debolezza della monarchia. Al riguardo si manifestarono nelle diverse Universitas preoccupazioni tese ad evitare o controllare l’invadenza feudale.

[20] Per la feudalità napoletana questo passaggio fu più facile che nell’Italia centro-settentrionale, poiché i feudatari-condottieri già possedevano una signoria e una posizione politica.

[21] Si è seguita, con qualche integrazione, la lezione di FRANCO BORRELLI, Appunti di storiografia Aurunca, Sessa Aurunca, 1976; con prefazione di Angelo De Santis e saggio introduttivo di Gaetano Andrisani.

[22] I. MAZZARELLA, Breve storia di Sessa Aurunc, in:  Rassegna Aurunca, I, 1, 1963, p. 52.

[23] U. GUERRIERO, La Città di Sessa Aurunca, Pistoia, 1967, p. 82.

[24] Cfr. U. GUERRIERO, op. cit.

[25] O. GAETANI D'ARAGONA, Il Castello di Mola comunemente detto la torre in Formia, Caserta, 1886; G. DE SANTIS, Formia ‑ Nota etimo­logica, in: Economia Pontina, Gennaio 1962; A. DE SANTIS, Terre dell'Italia leggendaria nella regione degli Aurunci, in: Le Vie d'Italia, Mi­lano, 1937.

© 2002- 2011  LaPortella.Net