Nicolò Caetani
Un feroce condottiero tra Fondi, Gaeta, Itri e Sessa
di Albino Cece
Sommario
Prefazione
Il Chronicon Suessanum
La vita e le imprese di Nicolò Caetani
La regina Giovanna I d’Angiò
Cronologia dal Chronicon Suessanum
Prefazione
Lo
scopo di questo lavoro di ricerca è quello di offrire al lettore la
possibilità di avere un quadro per quanto possibile obiettivo della crudeltà
delle azioni che si sono svolte negli anni del Basso Medioevo attorno e
dentro le mura dei castelli del Lazio meridionale che, turriti e maestosi,
giganteggiano ancora sul destino dei loro abitanti.
Ci siamo soffermati a
raccontare le vicende di cui fu protagonista Nicolò Caetani di Fondi e che
videro coinvolto il castello d’Itri nelle sue gesta feroci con le quali
costruì le basi della futura ricchezza della sua famiglia.
Le azioni di Nicolò
Caetani hanno messo a ferro e fuoco un po’ tutto il Lazio meridionale perciò
abbiamo dato a questo lavoro il sottotitolo “un feroce condottiero tra Fondi
Gaeta Itri e Sessa” per un riconoscimento dovuto anche alle altre realtà
locali ferite dalla violenza del Caetani.
Abbiamo riportato un
sunto cronologico dell’intero Cronicon Suessanum già pubblicato da Franco
Borrelli (ormai introvabile) sul testo raccolto dal Pelliccia e stampato nel
1780 nell’intento di fare cosa grata agli studiosi locali che lo hanno per
lo più ignorato. In esso sono riportate molte azioni di Nicolò Caetani.
Siamo coscienti che
quello che abbiamo qui riportato è soltanto una porzione – e molto limitata
– delle vicende che possono ancora raccontare le vecchie mura dei castelli
ma non disperiamo di poter offrire qualche altro frammento di storia a quei
lettori che ci vorranno gratificare del loro tempo.
Albino Cece
Giornalista
pubblicista
Il
Chronicon Suessanum
Premessa
Franco Borrelli
ha pubblicato nel 1976 il Cronicon suessanum rilevandolo da Alessio
Aurelio Pelliccia
e direttamente dall’opera del Pelliccia hanno attinto i monaci cassinesi
nelle annotazioni ad alcuni documenti riportati nel
Codex Diplomaticus Cayetanus.
Mario Forte nella sua poderosa opera di ricerca storica
incentrata su Fondi
dimostra di conoscere il “Chronicon suessanum” soltanto dalle citazioni
riportate dal C.D.C., ma è ignoto a B. Amante
ed a Conte-Colino
nelle loro altrettanto poderose opere storiche su Fondi.
Conoscono invece il Chronicon suessanum e lo citano
dal Pelliccia gli autori di una documentata opera storica su Gaeta, P. Corbo
e M. C. Corbo.
Di
esso ebbe a parlare già Bartolommeo Capasso,
inserendolo tra le fonti storiche Angioine note per la stampa, e usando il
termine Chronicon Suessanum: “Il Chronicon suessanum
(1103‑1348) comincia dal 1103 epoca della fondazione del Duomo di Sessa
Aurunca, riporta poche notizie anteriori alla caduta degli Svevi ed allo
stabilimento degli Angioini, e prosegue più pieno e diffuso per questo
periodo fino al 27 Agosto 1348, ove per la mancanza del codice, da cui fu
tratto finisce monco ed interrotto. Probabilmente le annotazioni furono
scritte nel Plenario, o in altro libro della cattedrale di
Sessa, e contemporaneamente ai fatti che ricordano. Esatto e preciso nelle
note cronologiche questo Chronicon innesta alle vicende generali del
regno i fatti civili ed ecclesiastici della sua patria e della regione
circostante, e dà, taluni preziosi particolari che sono taciuti o ignorati
dagli altri scrittori contemporanei”.
Nella nota al testo, il Capasso afferma: “Il Chronicon
Suessanum fu stampato dal Pelliccia nella Raccolta di varie
croniche ec. t. I. p. 49 , traendolo da un cod. Ms. membranaceo
scritto nel 1411, secondochè era notato in fine del medesimo, e conservato
dalla famiglia Melatini, che l'aveva ereditato dal dott. Bartolomeo de
Cistis medico di Sessa vissuto nella metà del secolo XV ‑ Il Bethman nel
Pertz, Archiv. XII p. 339 nota nella biblioteca Barberini in
Roma al n. 3636 un altro cod. di questa cronica, ma senza indicarne
l'età”.
Questa notizia fornita dal Capasso ci ha fatto supporre
l’esistenza di ben due manoscritti del Chronicon, l’uno usato dal
Pelliccia e conservato localmente e l’altro presso la biblioteca Barberini.
Sembrerebbe potersi escludere che l’uno e l’altro siano lo stesso
manoscritto; sia il Pelliccia che il Bethman scrivono entrambi entro la
seconda metà del settecento e ciascuno di essi trova una copia del
manoscritto diversamente collocata; resta da verificare soltanto se l’una
sia la copia dell’altra o viceversa.
Ho rivolto, quindi, specifica richiesta all’Archivio di Stato
di Napoli circa l’attuale ubicazione della biblioteca Barberini citata dal
Capasso e il direttore, dott.ssa Felicita De Negri, il 13.12.2002 (prot.
12415 – Divisione VIII) risponde nei seguenti termini: “Si comunica che la
ricerca relativa all’oggetto (richiesta informazioni esistenza e recapito
biblioteca Barberini) è risultata negativa. Si fa presente che i
manoscritti Barberiniani si trovano attualmente nella Biblioteca Vaticana”.
Non siamo andati oltre nella indagine.
G. Andrisani nel saggio introduttivo all’opera del Borrelli
così definisce il Chronicon ed il Pelliccia, curatore della raccolta di
antiche fonti storiche: “Il Cronicon Suessanum è un testo che è stato
finora conosciuto da pochi studiosi: Giuseppe Tescione lo cita in
Caserta medievale e i suoi conti e signori, un libro da noi pubblicato
per il suo indiscusso valore. È trascritto da Alessio Aurelio Pelliccia in
una delle sue opere fondamentali: Raccolta di varie
croniche, diari, ed altri opuscoli così italiani, coree latini appartenenti
alla storia del Regno di Napoli.
Il
Pelliccia è un insigne letterato nato a Napoli, dove veste abito di
chiesa. Insegna per concorso, alla cattedra di etica prima ed a quella
di diritto canonico poi, presso l'università di Napoli; nel 1821, al culmine
della sua carriera accademica, viene prescelto per la cattedra di
diplomatico.
L'importanza
della Raccolta di varie croniche, diari, ecc., un'opera di notevole
mole in cinque volumi, deriva dall'avervi riunito una notevole quantità di
materiale storico d'indubbio valore e di averlo salvato da distruzione o da
dispersione certa; in effetti, il Pelliccia, trascrivendo questi documenti,
li ritiene degni di attenzione e, dopo avere operata già di persona una
selezione accurata, li ripropone agli studiosi di domani. Il lavoro vede la
luce nel 1780, quindi nella piena maturità dell'autore, ed è
risultato di lunghe ricerche.
Tra questi
documenti si salva il Cronicon Suessanum, che viene riportato nel
primo tomo alle pagine 51‑78 e riguarda particolarmente gli accadimenti che
si verificano dal 1200 al 1348. Il testo assume importanza considerevole per
le patrie vicende dal 1300 alla fine, perché è una testimonianza in prima
persona di buon valore. In effetti, pensiamo che l'estensore sia del tempo e
che sia un monaco o un ecclesiastico per la tendenza che dimostra ad
indugiare su vicende della Chiesa.
Per la
storia di Sessa Aurunca la cronaca costituisce un prezioso documento da
tener presente indubbiamente quando si tratta del periodo considerato; ma il
suo interesse di certo si allarga a tutta la zona aurunca ed alla Campania
per i riferimenti che vi sono e per le annotazioni particolari che
l'arricchiscono”.
E questo è tanto vero che vi abbiamo trovato conferma alle
notizie provenienti dall’Archivio della famiglia Caetani circa una guerra
feroce e devastante - dalle conseguenze imprevedibili e forse alle
fondamenta stesse dell’altrettanto devastante scisma cristiano d’Occidente
(1378-1417) - combattuta da Nicolò Caetani sin dall’anno 1338 e che
coinvolse il territorio compreso in tutto l’arco del golfo di Gaeta.
La storia di Nicolò Caetani, della sua vita dedita alla
guerra per la maggior parte della sua durata, della sua ferocia e delle
violenze perpetrate è stata già scritta, ma polverizzata in frammenti
situati in diverse opere di ricerca storica; lo scopo di questo lavoro è di
sistemare tutte queste notizie in un quadro generale tentandone una
valutazione a posteriori delle conseguenze che le sue attività hanno portato
al nostro territorio, a tutta la chiesa cattolica e, attraverso di essa,
verso il mondo intero. In questo tentativo non potremo sottrarci alla
necessità di citare i precedenti autori e ricercatori che ci aiuteranno alla
ricostruzione dell’epoca e della società entro le quali si svolsero gli
accadimenti di cui Nicolò Caetani fu protagonista indiscusso.
Chi era, dunque, Nicolò Caetani?
La vita e le imprese di Nicolò Caetani
Dal
profondo silenzio che avvolge gli avvenimenti del tempo passato sorge
imperiosa, iraconda e feroce la voce e l’opera di Nicolò Caetani, fiero
avversario del potere di papi e regnanti, strenuo difensore delle sue terre
e proprietà contro la sopraffazione di autorità estranee, ma anche assassino
brutale come si conviene ad un uomo che viveva la barbarie della sua epoca.
Un uomo dalle
mille sfaccettature che sin dal 1338 intendeva con la violenza ed il sangue
ricomporre sotto la sua suprema autorità tutto il territorio compreso tra
Terracina e Sessa Aurunca, fino ad Anagni verso l’interno appenninico.
La vita di Nicolò
e le vicende che lo vedono protagonista sono intimamente correlate con gli
avvenimenti del Regno di Giovanna I d’Angiò, regina di Napoli.
Circa
l’anno 1312 nasce Nicolò Caetani,
primogenito di Roffredo e di Giovanna dell’Aquila. Nicolò tronca il suo
fidanzamento con Giacoma Orsini, figlia di Orso signore di Marino. Sposa la
sedicenne Violante della Ratta figlia di Diego, conte di Caserta, e
sorellastra di Caterina, terza moglie di suo padre. Essa muore
giovanissima, forse di parto e, dopo aver riallacciato i rapporti con la sua
prima fidanzata, Giacoma Orsini la sposa nel 1335 avendone i due figli
Onorato e Giacomo.
Nel 1314 muore Giovanna dell’Aquila e Roffredo Caetani passa
a nuove nozze con Caterina della Ratta figlia di Domicella e di Diego de
Larath, conte di Caserta, Gran Camerario del regno di Napoli.
Il 10 aprile del 1332 Nicolò riceve le terre e i castelli di
Falvaterra e S. Felice da Giovanni (d'Anjou), principe di Acaia e conte di
Gravina al quale erano pervenuti per donazione fatta da Roffredo III Caetani,
padre dello stesso Nicolò.
Verso la metà dell’anno1336 muore Roffredo Caetani che lascia
Nicolò, magnificum et potentem Virum, erede universale dei beni
della madre e intraprende guerre e liti per affermare la sua egemonia sul
territorio; prima fa guerra a Gaeta e Terracina, città escluse dai
possedimenti dei Caetani ma utili per unificare i possedimenti della
famiglia. Il 24 novembre di questo stesso anno il popolo e
l'università di Sezze costituiscono procuratore Francesco Taccone a
trattare e a firmare, in questa città, i capitoli di pace con Nicolò,
Giovanni e Bello figli del fu Roffredo, signori di Sermoneta e Bassiano, con
i sindaci di detti castelli e con la città di Terracina. Il successivo
30 novembre, con l’intervento di ambasciatori di Piperno, in Fondi,
viene stipulata la pace tra Nicolò, Giovanni e Bello, figli di Loffredo,
signori di Sermoneta e Bassiano, i sindaci di questi due castelli e
Terracina da una parte, e il sindaco di Sezze dall'altra, per la
controversia di Campolazzaro. Due diversi atti vedono protagonista Nicolò
Caetani il 2 dicembre 1336: con il primo, nel palazzo comitale di Fondi,
viene stipulato un atto di divisione tra i figli di Roffredo: Nicolò ottiene
anche Sermoneta, Bassiano e S. Donato; Giovanni, conte di Castelmola,
riceve Selva-molle e Falvaterra; Bello entra in possesso di Filettino,
Vallepietra, Torre di Trevigliano e dei beni vicino ad Anagni; in comune
restano i palazzi posseduti da Roffredo in Anagni; con il secondo atto Cecco
Taccone sindaco del popolo e del comune di Sezze, dichiara, in Fondi, che il
dominio di Campolazzaro spetta a Nicola Caetani, come signore del Castello
di Sermoneta e ai suoi successori.
Nel
1337 Nicolò si rifiuta di versare alla Chiesa i frutti di Sermoneta e
Bassiano creandosi sia difficoltà di rapporti con la curia romana che
minaccia scomuniche ed interdetti contro di lui che controversie con altre
città. Intanto il 6 agosto di quest’anno Ruggiero “de Vintromo”,
rettore di Campagna e Marittima e di Benevento, condanna Nicolò Caetani e
il suo curatore, sotto pena di scomunica e di interdetto, a pagare alla
chiesa 12.000 fiorini per i frutti di Sermoneta e Bassiano, derivanti da un
legato di Francesco Caetani. Il successivo 12 agosto, Nicolò e suo
fratello Jacobello Caetani, tramite il loro curatore Gregorio “Franconis” di
Frosinone, appellano contro la sentenza di Ruggiero “de Vintromo”.
Nel settembre del 1338 Nicolò, aiutato dagli abitanti di
Traetto e Sperlonga, accende il primo conflitto con Terracina; il conte
Nicolò viene.
Nel successivo ottobre si verifica primo conflitto con
Gaeta e Itri a causa di un tenimento controverso. I gaetani, primi a
spingersi all'attacco, furono sconfitti dal conte Nicolò; i prigionieri
furono detenuti nel carcere di Fondi. Ognuna delle due città rivendica il
“tenimento” come sua proprietà. Si ricorre alle armi e i primi ad attaccare
sono i Gaetani, che muovono contro la cittadella d'Itri. Nella vicenda si
inserisce il Conte di Fondi, Nicolò Caetani, che libera alcuni prigionieri,
altri li fa uccidere, e ad altri fa tagliare alcune membra. Lo scontro si
risolve a vantaggio del Conte, che, per il grande valore dimostrato nella
circostanza, viene ricevuto a Napoli con l'onore delle armi, da re Roberto
meritandosi esso ed alcuni suoi vassalli l'onore del cingolo militare. I
gaetani restano amareggiati e col desiderio della rivincita.
Intanto,
nel 1339, il conte Palatino, suo parente, aveva inviata contro Nicolò i due
capitani Paolo Conti e Roberto di Supino ed ai quali la città di Terracina
aveva lasciato il libero passaggio. Terracina, diventata teatro di
battaglia tra i due contendenti, dovette poi piegarsi alla violenza del
conte di Fondi, aiutato indirettamente dalla chiesa e dal re Roberto.
Nel febbraio del 1340 i gaetani, memori della sconfitta del
1338, riprendono le armi contro Nicolò e, prima con un attacco andato a
vuoto sotto il comando di Corrado Guindaccio di Napoli che resta ucciso in
battaglia; poi comandati da Paolo Conti, invadono la terra di Itri
danneggiandola e di Traetto devastandola per riattaccare l'esercito di
Nicolò. L'intervento di re Roberto in favore del conte di Fondi determinò
la sconfitta dei gaetani, che furono condannati a pagare al re Roberto una
ammenda di 200 once. Il successivo 21 maggio: viene stipulato un
trattato di pace a cui partecipano anche le popolazioni di Traetto, Itri,
Sperlonga e Lénola. A Nicolò Caetani e ai fratelli Giovanni e Bello, ai loro
familiari e alle loro genti veniva concessa libertà di passaggio per il
Piscomontano e la Torre dei molini.
Nel corso dell’anno sorgono altre liti tra Nicolò, le
università di Sermoneta e Bassiano da una parte, e il popolo e l'università
di Sezze dall'altra per il possesso del ponte Cavata e di Campolazzaro. Il
13 agosto 1340 le parti concordarono a Traetto la pace, rimettendosi a
vicenda ogni offesa e odio, e stabilendo la costruzione di un ponte sulla
Cavata e il comune possesso di Campolazzaro da destinarsi al solo pascolo.
In conformità di questo strumento di pace viene aperta la chiusura del fiume
di Sezze. L'università di Sezze, nel 1336, aveva delegato il sindaco
Francesco Taccone a trattare la pace.
L’anno seguente, 1341, Nicolò tenta inutilmente di
sorprendere Terracina con l’aiuto di cospiratori locali.
Ma, ai primi di febbraio del 1342, Nicolò organizza,
apertamente e senza sotterfugi, una spedizione punitiva contro Terracina sia
per vendicarsi dello scacco dell’anno prima e chi ritiene invece che per
vendicarsi dei terracinesi che sobillano alla ribellione alcuni castelli
della contea di Fondi. Al suono di trombe ed a bandiere spiegate Nicolò “cum
maxima comitiva” di cavalli e pedoni entra nella località “Lo Salto” che
Terracina pretende essere sua senza però esibirne il titolo giuridico; vi
pone 400 bufale, 5.000 tra pecore e capre, fa 25 prigionieri terracinesi che
conduce nel carcere della rocca di Fondi. Ma il 23 febbraio, Pietro
di Giovanni Rossi, essendo anche il denunziante, temendo rappresaglie
personali, affigge alle porte della rocca di Frosinone la notifica di un
processo qui istruito contro il conte fondano per i fatti di Terracina e del
quale Nicolò non tiene conto alcuno.
Il
10 gennaio del 1343 ha termine la guerra contro Terracina che Nicolò,
incurante dei processi, aveva continuata. Con la mediazione di sua moglie
Giacoma Orsini e del vescovo di Terracina Sergio Perunti si giunge a
stipulare una pace anche con gli abitanti di Traetto, di Sperlonga, di
Monticelli e di Vallecorsa, tutti vassalli del conte.
Il 13 febbraio del 1344 Nicolò Caetani, per venire incontro
ai poveri ammalati et pro remissione peccatorum suorum eiusque
parentum, con un atto redatto a Fondi, dona a Fra Paolo di
Giovanni di Pistoia, procuratore generale dell'Ordine di Sant'Antonio, un
tenimento in località Balnea, nelle pertinenze di Suio, perchè vi
siano costruiti l'ospedale di Sant'Antonio, grancia della chiesa di Sant'Antonio
di Fondi, assegnandogli le terre del fu Loffredo di San Germano, i
diritti e i proventi del lontro (il fango usato per uso terapeutico
nelle affezioni reumatiche) nel fiume presso Balnea, le bestie e il
diritto sulla chiesa di San Pietro in Pastena con riserva di eleggere i
precettori della chiesa e dell'ospedale da erigersi.
Nel 1345 la regina Giovanna dà la città di Sessa al
principe di Ferentino, ma i Sessani non ne accolgono gli ambasciatori,
dicendo che si sarebbero difesi fino alla morte. Ma Nicola di Toraldo
tradisce, ed introduce gli emissari del Principe in città, attraverso la
porta “de lo Balio”, esponendo sulla sua casa le insegne del
Principe. I Sessani, delusi ma attaccati alle loro libertà, ricorrono
a Napoli per far valere i propri diritti ed ottengono di restare sotto il
diretto comando del Principe.
Nicolò
Caetani, contravvenendo alla pace stipulata nel 1343, nel luglio 1345, torna
a marciare contro Terracina; espugna e devasta la cittadella di Monte Sant'Angelo,
occupa il monastero delle suore sullo stesso monte, richiede alti
contributi.
Terracina aveva fatto fronte a Nicolò con la “Cavalcata” (un corpo di 50
cavalieri cittadini arruolati per guerra e ai quali erano stati concessi, in
compenso del loro servizio, i proventi della dogana del sale, del biadatico
e dell'erbatico su certi beni del comune), con un corpo di duecento
balestrieri e molti cittadini. Ma il 27 ottobre 1345, per l'occupazione
operata, Clemente VI impone al conte di Fondi la riparazione del misfatto.
Nella primavera del 1346 si ebbero le prime avvisaglie
dell’invasione ungherese. Nicolò Caetani schierandosi con i nemici del regno
viene dichiarato traditore e bandito da (Comes Fundanorum banditus fuit
per Curiam Domini Principis Tarentini).
Il 17 febbraio 1346 il conte Nicolò occupa a Sessa le case
di Nicola di Toraldo, mentre molti lasciano la Città, e si rifugiano a
Roccamonfina o a Marzano. Il signore di Capua fugge addirittura a Firenze.
Il conte di Fondi, turbato non poco per questa fuga, fa prigioniero Tommaso,
fratello del signore di Capua, Giovanni e Lorenzo de Matricio, Guglielmo di
Tagliacozzo ed altri di Sessa, e li fa incarcerare tutti a Traetto; dopo di
che, marcia contro Terracina, lasciando al governo di Sessa Leonardo
Gagliardi.
Nicolò, tornato da Sessa, che aveva occupata militarmente,
conducendo prigionieri alcuni magnati della città da lui gettati nella rocca
di Traetto (gennaio 1346), strinse di nuovo d'assedio Terracina.
Nel mese
di maggio del 1346 una flotta di galee genovesi, in viaggio verso il
Mediterraneo orientale, si ferma a Terracina, ancora assediata dal conte di
Fondi. Gli abitanti della Città chiedono ai Genovesi di liberarli dalla
morsa del conte, e si mettono sotto la giurisdizione del Duca di Genova.
L'ammiraglio genovese subito si adopera perché il conte di Fondi ponga fine
all'assedio, ma, non volendo il conte medesimo saper nulla di ciò, i
Genovesi muovono subito all'assalto della cittadella di Sant'Angelo,
distruggendola dalle fondamenta; dopo di che si dirigono a Gaeta, dove
vengono accolti onorevolmente, e passano poi a Traetto, donde portano via
tutti i beni mobili, e fanno prigionieri tutti i Nobili della Città,
portandoli a Gaeta, assaltando anche la torre del Garigliano, e passano poi
a conquistare la torre vicino al mare, bruciando alcune case della Città, e
liberando anche quei Nobili Sessani detenuti nelle sue carceri.
Così il Bianchini, seguendo il Contatore, racconta
l’avvenimento: “Trovavasi a passare lungo le coste di Terracina una
flotta di 32 galee genovesi sotto il comando di un Dominicus de
Garibaldo, parte dell'armata agli ordini dell'ammiraglio Simon Vignoso.
Queste navi approdarono alle nostre coste [di Terracina) forse per
rifornirsi di acqua o per caricare sale. I terracinesi si rivolsero per
aiuto al comandante e agli armatori della nave e, convocati in platea
fori nel maggio 1346, decisero e stipularono con i genovesi un accordo
in forza del quale si impegnavano a liberare la città dagli attacchi di
Nicolò, dietro promessa di 3000... fiorini d'oro. I genovesi sbarcarono 1000
o 1500 balestrieri che, uniti alle forze cittadine, assalirono
impetuosamente le soldatesche del Caetani, le sbaragliarono, ricuperarono il
monte S. Angelo con i suoi fortilizi, liberarono tutto il rimanente
territorio occupato dal conte, costrinsero questo a chiedere la pace”
concordata nel 1347, ma che non pose fine alle successive agitazioni e lotte
anche dopo la morte di Nicolò.
L'ammiraglio genovese Simone proseguì fino a Gaeta. I gaetani
profittarono della sua presenza per spingere i genovesi dietro compenso di
3000 fiorini ad assalire due galee presso le acque del Garigliano, che, ad
istigazione del conte di Fondi, erano solite corseggiare. I genovesi,
giunti alla foce del Garigliano, distrussero le due torri (Queste due torri
erano state costruite una da Docibile e l'altra da Pandolfo), penetrarono in
Traetto mettendola a sacco e fuoco, e liberarono i prigionieri che il conte
aveva fatto nella battaglia di Sessa. I nemici di Nicolò non tardarono ad
assalire anche Sessa difesa strenuamente dal conte che, infine, proseguì per
Traetto ristabilendo la sua autorità.
Il
22 maggio 1346 Nicola di Toraldo, Francesco de Albeto, Bello di Tranzo, con
tutti i loro familiari, servi ed amici, con molti fanti e cavalieri,
muovono su Sessa, tenuta allora da 300 uomini del conte di Fondi, e la
occupano. E Nicola, dopo essere entrato nella città, prende il Vescovo
Ascolano, Leonardo Gagliardi, l'Abate Nicola, e Giovanni di Basilio, e li
manda, con una corona di carta in testa, perché fossero derisi, per le
strade della Città, e ne aliena successivamente i beni. Il successivo 1
giugno, l'irriducibile conte di Fondi passa al contrattacco e muove contro
Sessa prima, e contro Traetto dopo; ritirandosi poi nella cittadella d'Itri,
fortificando egregiamente i suoi castelli e tutto il suo territorio.
Frattanto Luigi, re d'Ungheria, si stava preparando a venire
in Italia contro la regina Giovanna per vendicare la morte di suo fratello
Andrea, marito di Giovanna, da questa fatto miseramente strangolare. Non
potendo il re d'Ungheria, che aspirava anche al regno di Napoli, effettuare
subito tale disegno, dovette rimandare l'impresa all'anno seguente ma dette
l’incarico a Nicolò Caetani perchè cominciasse per conto suo a muoversi
contro Giovanna.
Dapprima Nicolò assalì Gaeta suscitando così la reazione
della regina. Ma nel giugno 1346 il principe Roberto di Taranto, capitano
generale del regno, mosse contro Sessa difesa dal conte. Nicolò stimò più
prudente evacuare la città; si ritirò con le truppe al di là del Garigliano,
si trincerò in Traetto rafforzandone la guarnigione; a proposito di questo
fatto G. Caetani parla non di Traetto ma di Itri, dove si sarebbe svolto
anche lo stratagemma che sarà esposto fra poco, identificando la porta della
rocca con la porta Mamurra; le fonti riportate dal Muratori ci parlano di
Traetto.
Chiamato poi dalla regina Giovanna a discolparsi, oppose un
netto rifiuto, minacciando di annientare qualsiasi esercito che osasse
andare contro di lui.
Nel mese
di giugno 1346 Filippo de Anatolio, capitano generale dell'esercito della
regina Giovanna I, insieme all'ammiraglio Goffredo di Marzano e a Nicola di
Toraldo, viene con molti cavalieri e fanti a Sessa, e l'occupa senza
trovare alcuna resistenza. Dopo di che, l'ammiraglio se ne torna a Napoli,
mentre Filippo muove con l'esercito contro Traetto, insieme ai Gaetani, ai
sessani ed agli abitanti di Terracina, insieme cioè a tutti i nemici del
conte di Fondi, e la cingono d'assedio finché i Traettesi non tornano ad
ubbidire a Giovanna I, costretti soprattutto dalla mancanza d'acqua. Anche
la torre vicino al mare viene ripresa agli uomini del conte di Fondi. In
questo mese Giovanna I sposa Ludovico.
Nel
successivo mese di settembre, Filippo de Anatolio, Fusco Guindazzo e Jacopo
Faraone, con una moltitudine di cavalieri e di fanti, con i Gaetani, i
Traettesi, e molt'altra gente, si recano a Itri, per conquistarla; ma sono
sconfitti per la temerarietà di Fusco Guindazzo che vuole subito entrare nel
sobborgo con tutti i suoi soldati, tanto che per la ressa non possono
opporre difesa all'assalto degli abitanti d'Itri, che sbucano fuori dalle
loro case, tanto che molti cadono uccisi, altri vengono fatti prigionieri,
e i pochi che riescono a salvare la vita, devono fuggirsene sui monti
circostanti. Lo stesso Filippo cade ucciso, e Fusco Guindazzo, e Jacobo
Faraone. Quest'ultimo viene poi mostrato col cappio al collo dal conte di
Fondi, perché fosse vituperato; dopo di che il conte passa subito a Gaeta, e
ne fa prigionieri gli abitanti. Alcuni di essi poi libera dietro versamento
di 3.000 once, e quelli che non avevano soldi vengono continuamente
tormentati, e a quelli più poveri vengono amputate le mani, i nasi, la
lingua, le orecchie, i piedi, i membri; ad alcuni poi cava ali occhi, ad
altri i denti.
Ecco un altro racconto dello stesso fatto: “L'esercito regio
capitanato da Filippo di Nantolio, occupata Sessa, marciò contro Traetto con
l'appoggio degli abitanti di Sessa, di Gaeta e di Terracina, tutti nemici
del conte. Esso era composto di 29 capitani, 600 cavalieri e molti pedoni(secondo la Cronica del Villani), contro 400 cavalieri e buon
numero di pedoni di cui disponeva. il Caetani. La vittoria che arrise al
conte di Fondi fu frutto di uno stratagemma. Nicolò fece murare tutte le
porte della rocca di Traetto lasciando libera solo la principale; fece
inoltre armare uomini e donne ingiungendo loro di nascondersi nelle case.
Egli con i suoi uomini d'arme nel pomeriggio del 14 settembre 1346 impegnò
con l'avanguardia nemica una battaglia che sostenne fino a sera,
continuamente cedendo terreno e facendo finta di non sapere resistere
all'avversario. Giunta la sera cessò il combattimento e, mentre il nemico si
riparava, egli personalmente ispezionò che tutto fosse stato eseguito come
aveva disposto e, dopo aver fatto vigile guardia durante tutta la notte, si
nascose in disparte fuori dal paese. All'alba il nemico si avvicinò alle
mura; trovò la porta aperta, la strada deserta e nessun segno di vita;
insospettito si fermò e mandò una pattuglia a ispezionare il paese. Tornò
questa poco dopo affermando che la rocca era deserta, che gli abitanti
erano tutti fuggiti e che solo cani giravano latrando per le strade e per le
piazzette. Allora Fusco Guindaccio, siniscalco del regio esercito,
profondamente animato da superbia e audacia diede ordine di avanzare
senz'altro e la soldatesca, avida di bottino, si lanciò tumultuariamente per
la via principale di Itri [leggi: Traetto], lasciando i cavalli davanti alla
porta della città perché ben difficile sarebbe stato l'entrarvi in sella. Le
armi più pesanti furono messe in disparte per meglio poter scassare le porte
e saccheggiare le case.
“Quando l'oste si fu tutta cosi ingolfata apparve ad un
tratto Nicolò Caetani davanti alla porta della città e vedendo il nemico
imbottigliato, diede mano ad una squillante tromba; al qual segnale da ogni
casa si scatenò una tempesta di proiettili, di sassi e di colpi di lancia
sulla turba ammassata sull'angusta stradicciola ove i soldati esterrefatti
dalla sorpresa e, pigiati l'un contro l'altro, potevano a mala pena
voltarsi e cadevano a fasci lungo le ripide gradinate. Uomini e donne
infierivano dall'alto sul nemico. Fu fatto uno spietato macello
dell'esercito della regina, finché i soldati, persa ogni speranza chiesero
misericordia e pietà. In questa battaglia perirono il capitano della regina,
Filippo di Nantolio, Fusco Guindaccio e altri capitani. Molte furono anche
le perdite tra i vassalli del conte, un elenco dei quali, contenuto nel
manoscritto Memoriale del popolo di Traetto, è del Riccardelli.
Giacomo Faraone, personaggio eminente di Gaeta fu trovato ucciso sul campo
di battaglia, ed il conte, per oltraggio alla città nemica, ne fece
impiccare il cadavere e poi consegnarlo alla famiglia.
“Furono disarmati tutti e ad uno ad uno dovettero passare
davanti al conte: i suoi nemici personali, e in particolar modo quelli di
Gaeta; se non potevano assicurare una taglia per il riscatto, venivano
passati per le armi; altri furono barbaramente trucidati; quelli che erano
mercenari e napoletani ebbero salva la vita ma furono completamente
denudati, e ad ognuno di essi fu dato un cartello sul quale era scritto in
ischerno alla regina: lo invero sono della robba che il conte di Fondi
rimise a nuovo... L'episodio fu celebre a suo tempo, e per molti anni a
Napoli e anche in tutto il regno, quando si vedeva per le strade e per le
piazze uno nudo o tutto malandato si diceva di lui ridendo:
Questi per certo appartiene alla robba del conte di Fondi”.
Il 6
gennaio 1347 Nicolò Caetani, conte di Fondi, era ancora vivente poiché si
fece rilasciare da Nicola di Aversa, giudice della città, un atto riportato
dal Tucciarone.
Nel
maggio1347 Nicolò non tardò a riconquistare le altre terre perdute. Non gli
fu difficile occupare Nola e Castellammare; poi con un esercito di
cinquecento militi e duemila fanti posse l'assedio a Maranola e riebbe
Traetto, che aveva perduta; si mise in attesa di Luigi di Ungheria per
procedere contro la regina Giovanna. “Il conte di Fondi muove contro Mola e
Castellone, devastandole. Passa poi ad assediare Maranola, e subito dopo
Traetto, che conquista senza trovare resistenza alcuna. Traetto allora
appartiene ai domini della Regina Giovanna I; castellano è Renzo Quaranta,
che si dà nelle mani del conte, per avere salva la vita. Dopo la presa di
Traetto, passa a riconquistare la torre vicino al mare, e la fortifica assai
bene”.
Il 27
settembre1347, Nicola di Toraldo rientra in Sessa su mandato del principe
di Taranto, e di suo fratello Ludovico, perché la Città sia riconquistata
all'obbedienza della Regina, col proposito di non abbandonarla più, ma di
difenderla finché se ne avessero le forze. Tutto avviene nel migliore dei
modi, senza spargimento di sangue, e con l'esilio della parte avversa.
Il
successivo 28 novembre il conte di Fondi, con più di 100 soldati e mille
fanti, e con i Sessani che Nicola di Toraldo aveva espulsi, muovono con le
insegne del Re d'Ungheria contro Sessa, e la cingono d'assedio. Il
conflitto di cui si tratta è quello tra Giovanna I e Ludovico d'Ungheria,
sceso in Italia per vendicare la morte del fratello Andrea ad opera della
stessa Regina. Il conte di Fondi passa poi ad assediare Teano, governata
allora per conto di Nicola di Toraldo. II territorio di Sessa subisce
vessazioni d'ogni genere, si bruciano case e ville, e si tagliano gli alberi
vicino alle mura della Città, e si distruggono tutti i sobborghi della
medesima. Ma Nicola di Toraldo non molla, anche quando gli viene la proposta
di tenere la città per conto del Re d'Ungheria; anche quando si minaccia un
intervento diretto del sovrano.
In questo anno il conte di Bellante, su ordine della Regina
Giovanna e dell'ammiraglio, muove con sette navi contro il conte di Fondi,
che stava alla fonda con le sue navi nel fiume Garigliano. Ma il conte
sfugge al « blocco » e, via terra, muove contro la Rocca di Mondragone e,
dopo averla conquistata, contro Caleno, che conquista e tiene fino
all'arrivo del Re d'Ungheria.
Qualche giorno dopo, lo stesso conte con alcuni Sessani
nemici di Nicola di Toraldo; muove contro la torre di Castellone,
conquistandola ed uccidendone il castellano, servo di Nicola di Toraldo.
Nicola di Toraldo risponde a questa efferatezza con un'altra: fa condurre
due dei Vassalli del Conte, suoi prigionieri, prima per le strade della
Città, e poi li fa impiccare.
Intanto il Re d'Ungheria s'avvicina, ed il conte di Fondi va
a Baiano per incontrarlo, ma deve far subito ritorno ai bagni di Suio per
curare un'infiammazione iliaca che lo tormenta. Finita la convalescenza, il
conte l'anno seguente va a portare il suo aiuto al Re d'Ungheria, ad Aversa.
Giovanna I e suo marito hanno abbandonato Napoli, ma la contesa sta per
volgersi ugualmente a loro vantaggio.
Viene concordata la pace con Terracina, ma essa non pose fine
alle successive agitazioni e lotte anche dopo la morte di Nicolò.
Nel corso dell’anno a Roma, Cola di Rienzo eletto tribuno fu
spietato contro la prepotenza dei baroni, che piegò ai suoi comandi. Non
riuscì però a ottenere la sottomissione dei Caetani, e specialmente di
Nicolò, che fidando nelle proprie forze gli rifiutarono ubbidienza. A
Nicolò Cola di Rienzo ingiunse di presentarsi entro sei giorni a Roma.
Ottenuto un reciso rifiuto, anche perché Fondi non era sotto la
giurisdizione di Roma, cercò di organizzare contro il conte di Fondi. che
egli accusava di vari delitti fra i quali quelli di patricidio, fratricidio,
uxoricidio, spedizioni a cui dovevano prendere parte delle truppe di Firenze
e di Todi. Queste, che erano strette in amicizia con Nicolò, tergiversarono.
Il tribuno allora organizzò contro il suo nemico altre forze con a capo
Angelo Melabranca. Lo scontro avvenne ai piedi del monte di Sermoneta ove
Nicolò fu vinto, molti suoi uomini furono fatti prigionieri. fu presa la
loro bandiera che. in segno di ignominia, fu trascinata per le vie di Roma.
Nella prima metà di settembre Nicolò Caetani fu costretto a venire a
trattative. Negli accordi, in cui entrò anche la regina Giovanna, fu
convenuto che il conte avrebbe lasciato Gaeta e avrebbe riconosciuto i
titoli e la giurisdizione di lui sul feudo di Fondi e sugli altri che
possedeva nel napoletano. A Giovanna conveniva questa soluzione anche per
ingraziarsi il conte che era fervido fautore di Luigi d'Ungheria. L'atto con
cui veniva confermato al conte e ai suoi discendenti la giurisdizione
criminale di tutte le terre e castelli e località che egli notoriamente
tiene occupate in considerazione dei notevoli servigi che Nicolò Caetani
prestò ultimamente e di quelli che si accinge a prestare nella prossima
spedizione bellica porta la data del 7 ottobre 1347.
Il disegno di Giovanna di ingraziarsi il conte non venne a
completarsi, poiché, con la venuta degli ungheresi in Terra di Lavoro
nell'ottobre 1347, Nicolò si schierò sotto le insegne di re Luigi. Entrò in
San Germano e subito dopo corse contro Sessa con cento militi e mille fanti,
assediando prima la città con l'aiuto delle truppe del Guarnieri, duca di
Urslingen. Quando si giunse all'assalto, Nicola di Toraldo che difendeva la
città di Sessa ebbe il sopravvento.
Intanto la regina il 6 novembre aveva inviato il conte di
Bellante con sette navi per distruggere il naviglio del conte di Fondi
presso il Garigliano e per prendere con inganno lo stesso conte. Il
Bellante riuscì soltanto a catturare uno dei legni. Nicolò, sventato il
colpo, il 6 dicembre si mosse contro Mondragone, Caleno (Carinola) e poi
contro Castellone, espugnando i tre castelli, e mentre proseguiva verso
Boiano per incontrarsi con il re d'Ungheria si ammalò di male iliaco
che lo costrinse a curarsi nei bagni di Suio, fino a che riavutosi dalla
malattia corse a occupare Teano.
Ora entra in scena Luigi di Taranto che nel frattempo era
diventato il secondo marito di Giovanna. Costui accortosi dell'avanzata
delle truppe ungheresi cercò di sbarrare loro il passo nelle vicinanze di
Capua; Luigi d'Ungheria per altra strada proseguì per Benevento mentre
Nicolò Caetani sconfiggeva l'esercito napoletano, a cui s'erano uniti
teutoni, provenzali e catalani tutti sotto il comando di Luigi di Taranto.
Nicolò si ritirò a Teano e raggiunse poi Luigi d'Ungheria a Benevento.
In questo stesso anno 1347 nella vita di Nicolò irrompe il
condottiero di ventura Giovanni Colonna che nel maggio aveva giurato
obbedienza a Cola di Rienzo. Nell’estate il Colonna combatte Giovanni
Caetani ed il fratello di questi Niccolò, conti di Fondi, accusati di avere
ucciso il padre, un fratello ed una cognata e condannati all’esilio da Cola
di Rienzo. Il Colonna muove contro costoro al comando di un forte esercito
di 1200 cavalli, 500 arcieri e molti fanti. In agosto vince a Sermoneta
Niccolò Caetani e la settimana seguente Giovanni Caetani abbandona Frosinone
costringendo in settembre i due Caetani a prestare il giuramento di
vassallaggio che, di lì a poco, i due fratelli infrangono.
Nel 1348 una terribile peste sconvolge l'Italia, ed il Re
d'Ungheria preferisce abbandonare il paese. Il 26 agosto infatti Giovanna I
e re Ludovico approdano con la flotta nel porto di Gaeta, e vengono accolti
dalla cittadinanza con molti onori. Il giorno dopo rientrano a Napoli.
Il sovrano ungherese, essendo fuggiti Giovanna e suo marito
verso la Provenza, il 17 gennaio 1348, seguito da Nicolò, si recò ad Aversa
dove cercò di vendicarsi di Carlo di Durazzo, marito di Maria sorella di
Giovanna, che aveva preso parte all'assassinio di Andrea d'Ungheria, primo
marito di Giovanna. Il Durazzo, sebbene preavvertito dal conte Nicolò del
pericolo che correva, non volle allontanarsi dalla comitiva. Sicché al
monastero del Morrone, dove era stato trucidato Andrea, fu sgozzato e
gettato dal verone nel giardino. Al banchetto tenuto alcuni giorni prima il
conte di Fondi partecipò visibilmente turbato nel pensare alla sorte
dell'amico Carlo di cui prevedeva la imminente tragedia.
Dal principio del 1348, nulla più sappiamo di Nicolò. Molto
probabilmente egli, trentacinquenne, rimase vittima della tremenda peste
bubbonica importata dalla Cina da un naviglio genovese, che fece strage nel
1347 e 1348 anche a Fondi. Sarebbe certamente diventato uno dei più insigni
e famosi personaggi del suo tempo se la morte non avesse stroncato la sua
breve carriera militare. Fu tumulato nella Chiesa di San Francesco in
Traetto dove venne sepolta quindici anni dopo anche sua moglie Giacoma
Orsini, rimasta pure lei vittima, il 2 febbraio 1363, del medesimo morbo
che imperversò ancora in Italia e non risparmiò neppure la nostra città
negli anni 1360‑1363.
La memoria di Giacoma Orsini
fu tramandata in un bassorilievo raffigurante la contessa vestita da
terziaria francescana, fatto eseguire da suo figlio Onorato con una
iscrizione entrambe attualmente scomparse.
Gravi problemi dovrà affrontare il figlio, Onorato I Caetani,
suo successore nel governo dei domini paterni tanto da spingerlo a diventare
protagonista del Grande Scisma della Chiesa d’Occidente.
La regina Giovanna I d’Angiò
La Regina di Napoli Giovanna I d'Angiò
(Napoli 1326 - Potenza 1382), figlia di Carlo, duca di Calabria, nipote di
re Roberto, suo nonno paterno, salì al trono perché costui, essendogli morto
l’unico figlio e per evitare una guerra di successione l’aveva fatta sposare
col figlio di Caroberto, Andrea, nel cui omicidio rimase implicata la stessa
regina che sposò quindi un altro cugino, Luigi di Taranto, provocando così
l’invasione del Regno da parte di Luigi I il Grande re d’Ungheria e fratello
di Andrea deciso a vendicare il fratello ed a succedergli nei diritti.
La regina fuggì allora in Provenza, dove fu discolpata da
Clemente VI dall'accusa di uxoricidio, ed in cambio cedette Avignone al
Papato.
Nel 1366 morì pure il secondo marito e Giovanna I sposò in
terze nozze Giacomo III d'Aragona-Maiorca. Non avendo figli, nominò quale
suo erede il nipote Carlo di Durazzo. Alla morte di Giacomo III avvenuta nel
1376, sposò in quarte nozze, Ottone di Brunswich.
Sopravvenuto lo scisma d'Occidente, Giovanna si schierò dalla
parte dell'antipapa Clemente VII, mentre il nipote a quella di Urbano VI,
attaccando quindi il regno. La regina designò allora quale suo nuovo erede
Luigi I di Francia, duca d'Angiò, peggiorando la guerra civile già in atto
tra il partito angioino e quello durazzesco. Poiché primeggiò Carlo di
Durazzo, figlio della sorella della stessa Giovanna, la regina fu posta in
carcere e poi fatta uccidere nel 1382.
Ma quali erano in quell’epoca i rapporti tra la corona reale
ed i poteri sottostanti?
Giovanna I ereditò un regno in cui già sotto Roberto d’Angiò
(1309-1343), fratello di Carlo II, il potere baronale dette colpi
devastanti alla corona e al cuore dell’istituto feudale, ottenendo la
trasformazione del servizio militare in prestazioni in denaro (adoha) e poi
la possibilità di riscuotere dai vassalli una parte di questo obbligo
primario di ogni feudatario.
Roberto, assecondando una tendenza già in atto nel
baronaggio, di sottrarsi cioè a questo obbligo che in alcuni casi già era
sostituito da una tassa, fu costretto ad estendere a tutti l’esonero. E,
poiché molti feudatari erano inadempienti, dovette annullare il debito e
gravare parte di tale tassa sui vassalli. Bisogna considerare anche la
propensione della monarchia di liberarsi dal feudatario infido e di crearsi
un esercito proprio. Egli concesse, inoltre lo stesso re Roberto concesse le
"quattro lettere arbitrarie" dando ai feudatari altre prerogative nel campo
della giurisdizione, che aprirono la via alla concessione della giustizia
criminale, strumento di oppressione sulle popolazioni e che innescò vere e
proprie forme di prepotenza feudale
Sotto i successivi re angioini - Giovanna I (1343-1381),
Carlo III Durazzo (1382-1386)
e Ladislao (1386-1414)
- la struttura feudale fu ulteriormente attenuata fino trasformare il feudo
in un bene ereditario, cioè in un "dominio". Si crearono insomma le basi per
la commercializzazione del feudo e l’allargamento dei ranghi baronali.
Dopo la morte di Ladislao iniziò un periodo - sotto il
governo di Giovanna II (1415-1435)
durante la settennale guerra tra Renato d’Angiò e Alfonso V
- travagliato "da contese dinastiche e infidi schieramenti baronali", e da
abusi feudali, anche a danno della Curia Regia, che daranno una diversa
configurazione al rapporto tra la monarchia e il baronaggio.
I feudatari, vincendo su un ampio fronte, divennero i veri arbitri in tutti
gli ambiti della vita sociale, il feudo divenne, con la Prammatica
Filingeria, patrimonio familiare, i rapporti giuridici con la
concessione del mero e misto imperio si trasformarono in un fatto privato,
il "servizio militare" non si riferì più ad un’armata convocata dal re ma fu
un servizio mercenario che permise ai feudatari di trasformarsi in
condottieri.
La classe feudale, che aveva conquistato lungo tutto questo
periodo un vasto predominio sociale ed economico rafforzando il carattere
signorile del proprio stato, si trasformò insomma in una nobiltà patrizia o
in un’aristocrazia di proprietari terrieri.
In questo difficile e complicato contesto storico viene ad
inserirsi anche il Grande Scisma della Chiesa d’Occidente provocato in Fondi
da Onorato I Caetani che non riconoscendo l’elezione al soglio pontificio di
Bartolomeo Prignano col nome di Urbano VI riunì un nuovo conclave nella sua
città dal quale uscì eletto l’antipapa Clemente VII.
Cronologia dal
Chronicon Suessanum
Anni
1103-1348
Il
Chronicon Suessanum comprende avvenimenti che vanno dal 1103 al 1348.
Circa due secoli e mezzo ricchi di avvenimenti contrastanti, di ascese e
repentine cadute, di continui rivolgimenti al vertice del Regno di Sicilia,
da Federico II a Manfredi, a Carlo I d'Angiò, a Pietro III d'Aragona, a
Carlo II, a Roberto, alla regina Giovanna I; in un turbinio di lotte, di
intrighi, di violenze, di cataclismi naturali. L'Anonimo tratta per lo più.
avvenimenti della terra aurunca, inseriti però nel grande gioco che
vede impegnati nella lotta i protagonisti della storia, meridionale italiana
dell'epoca: gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi. Scritto
probabilmente nella seconda metà del XIV secolo, è estremamente importante
per i cultori di storia aurunca; molto diffusamente infatti tratta gli
avvenimenti locali, soprattutto a partire dal 1300; avvenimenti più vicini
nel tempo all'Anonimo.
Anno 1103
Fuit fundamentum Episcopatus Suessae”.
La costruzione della nuova Cattedrale dura in tutto dieci anni. Essa
sorge sulle rovine di un tempio pagano, convertito in cristiano nel IV
secolo e dedicato all'Arcangelo Michele. La nuova costruzione utilizza
materiale antico, proveniente dalle rovine di Suessa e di altre
costruzioni romane, quali ad esempio l'anfiteatro e le terme.
Anno 1188
Presa di
Gerusalemme ad opera dei Turchi
Anno 1189
13
dicembre - morte di Guglielmo II
Anno 1192
Mese di
aprile - Il Cronicon accenna al
contrasto tra Tancredi ed Enrico VI di Svevia, che, alla morte del primo,
introivit Regnum, & habuit Theanum, Suessam, Capuam, & totum Regnum.
Anno 1200
Ricordato il
governo della città di Sessa ad opera di Riccardo dell'Aquila e
l'inizio del regno di Federico II.
Anno 1210
L’imperatore
Ottone IV scende in Italia e tenta d’impadronirsi del Regno di Napoli.
Anno 1212
L'Imperatore, dopo aver assediato la città di Teano, passa poi all'assedio
di Sessa, fermandosi in località Marzuoli, ma Riccardo dell'Aquila resiste,
ed imprigiona anzi gli emissari di Ottone, che si ritira poi prima a Capua
e poi in Puglia, dopo l'incendio di pagliai ed alberi. Ma il figlio di
Riccardo, Ruggero, tradendo il padre, passa tra le fila imperiali e, dopo
la destituzione del genitore, governa Sessa, Teano, Rocca di Mondragone,
Traetto (l'odierna Minturno), Suio e Maranola.
Anno 1215
Dopo quest’anno,
finito il governo dei dell'Aquila, il territorio di Sessa passa
direttamente al demanio regio. “Da questo momento finisce per la Città lo
stato di totale asservimento alla ristretta e isolata cerchia feudale. Il
diretto influsso di Napoli la costringe a progredire, e col ripopolamento
dell'agro circostante, anche la ricchezza progredisce. Ha il vantaggio, fra
l'altro, di essere paese di confine, il che le consente una certa autonomia,
e il fatto di essere sede vescovile le concede un lustro e una preminenza
morale che si estendono su un vasto perimetro territoriale”.
Anno 1220
Federico II
viene incoronato Imperatore a Roma da papa Onorio III, dinanzi a tutti i
Baroni ed i Conti del Regno. Di ritorno poi nella sua capitale, si ferma tre
giorni a Sessa. In quest'anno anche l'Imperatrice Costanza viene a Sessa e
vi si ferma più di un mese. L'anno seguente, Federico II torna a Sessa,
nuovamente per tre giorni.
Anno 1224
Si ha il
primo sentore dell'aspro conflitto tra l'Imperatore ed il Papa. Le
Città si schierano, non senza contrasti interni, con l'uno o con l'altro
dei due contendenti. Anche Sessa soffre questi travagli, anzi è
costretta a subire l'assedio e la successiva devastazione della Città e del
suo territorio ad opera dell'esercito di un legato pontificio. Il
Cronicon non ci offre purtroppo altri particolari di questa dura
lotta fra Gregorio IX e Federico II, e neppure ricorda Taddeo da Sessa che,
con Pier delle Vigne, è stato uno dei consiglieri più influenti
dell'imperatore.
Il momento è tra i più incerti che la storia dell'Italia meridionale
registra in quell'epoca. Sessa, costretta a schierarsi su uno dei due
fronti, sceglie quello pontificio, con un formale atto di sottomissione,
avendo però salvaguardati i propri « statuti » e le proprie libertà.
Malgrado ciò, l'Imperatore Federico II concede ad essa privilegi e
franchigie, soprattutto in materia fiscale. Non si può non pensare,
anche in questo caso, all'influenza sull'Imperatore di Taddeo da
Sessa, che nel 1245, rappresenta lo stesso sovrano al Concilio di
Lione, dove, il 7 luglio, papa Innocenzo scomunica l'Imperatore e ne
ordina la deposizione.
Anno 1251
Re Corrado
IV dalla Germania viene nel Regno, approdando a Foggia. Ma gli si ribellano
contro Napoli, Capua, Calvi, Caleno, Aquino, il conte di Acerra e quello di
Caserta. Questi due Conti, anzi, in compagnia dei Capuani, vengono nel
giorno dell'Annunciazione della Vergine a Sessa per saccheggiarla e per
rapirne le donne che si recano nella chiesa di Santa Maria Maggiore (S.
Maria la Piana).
La notizia del Cronicon discorda da ciò che riporta il De
Masi, secondo cui alcuni ribelli guidati dai conti di Caserta e di
Aquino (non, quindi, di Acerra) cercano di impadronirsi dell'Agro sessano.
Ma la
sortita fallisce, perché i Sessani, avvertiti per tempo, lasciano la Città
senza subire alcun danno. Non tutti, in verità, fuggono via, anzi quelli che
restano fanno communionem coi Capuani, che lasciano a reggere
le sorti della Città Pietro di Sant'Erasmo. I Sessani poi, per mettersi
contro a Roberto de Matricio, pure sessano, che tiene la torre vicino al
mare (la torre di Pandolfo), ne rapiscono la figlia, e insieme a lei, anche
le mogli di coloro che hanno abbandonato la Città. Ma questi Sessani, mentre
marciano contro il suddetto Roberto, subiscono una grave sconfitta in
località S. Maria la Piana ad opera del Maestro della Giustizia che con
molti cavalieri e fanti veniva verso Sessa, per ristabilirvi l'ordine
imperiale. Molti Sessani vengono uccisi, molti fatti prigionieri e portati
nelle carceri di Traetto; finché a Sessa non giunge lo stesso Corrado IV
che ristabilisce l'ordine e fa liberare donne e prigionieri. Dopo di che,
Corrado IV lascia la Città dirigendosi verso Calvi e poi verso Capua,
assediandola finché non torna ai suoi comandi. Uguale sorte spetterà di lì
a poco a Napoli. Restaurato il suo ordine, Corrado IV si ritira in Puglia,
dove muore nel 1254.
Anni
1257-1258
L'Anonimo
registra tre cataclismi naturali, un maremoto, un terremoto e una eclisse
di luna.
Domenica
6 maggio 1257, verso sera, da Gaeta a Napoli il
mare si ritira per un lungo tratto, per circa un'ora, dopo di che, con gran
rumore, torna spumeggiando sul litorale, con insolita forza. In quest'anno
si registra grande penuria di vettovaglie, con notevole aumento dei prezzi.
Il 19
febbraio 1258, dopo la compieta (l'ultima delle ore canoniche), poco
prima del tramonto del sole, un forte terremoto scuote tutta Terra di
Lavoro, e particolarmente Sessa, dove, per la forte scossa, le campane del
monastero di San Germano e della chiesa di San Matteo si mettono a suonare
da sole. Re è Manfredi, e una grande stella si vede in Oriente dal giorno
di Natale fino a quello del terremoto.
Anno 1258
A Palermo,
Manfredi, dinanzi ai Prelati del Regno e a tutti i Conti e Baroni, è
incoronato re di Sicilia. Il giorno dell'incoronazione un'eclisse di luna,
durata circa tre ore, suscita lo stupore di tutti.
Anno 1266
Manfredi
tiene il Regno fino al 1266, quando muore a Benevento nello scontro
con Carlo d'Angiò. Dopo tale scontro, Sessa si dà nelle mani del nuovo
arrivato, prestando giuramento nelle mani di Rinaldo d'Aquino,
rappresentante lo stesso Re Carlo.
Anno 1285
Carlo d'Angiò
tiene il regno fino al 1285, quando gli succede il figlio Carlo II,
incoronato a Benevento nel 1289 da papa Nicola IV. In quest'arco di
tempo si inserisce la triste vicenda di Corradino, giustiziato a Napoli, e
la rivolta palermitana dei Vespri Siciliani, con la successiva proclamazione
della federazione delle città sicule sotto la protezione del Pontefice, che
ne offre la corona a Pietro III d'Aragona, genero di Manfredi.
Mentre Carlo
II si dirige verso Napoli, Giacomo d'Aragona piomba su Gaeta e l'assedia via
mare con molte galee. In aiuto della Città viene lo stesso Re, aiutato anche
da soldati pontifici. Tra i due contendenti si giunge ad un accordo: Giacomo
se ne torna in Sicilia e Carlo a Napoli. Dopo questi fatti, Carlo II lascia
il regno nelle mani del figlio, e si dirige verso la Francia, per trattare
la pace con Alfonso, fratello di Giacomo.
Anno 1293
Venerdì 4
settembre - un nuovo forte terremoto scuote Sessa
e tutta Terra di Lavoro, con conseguente penuria di vettovaglie e nuovo
aumento dei prezzi. Nello stesso giorno muore Filippo de Abenalbo e viene
sepolto nel Duomo di Sessa.
Anno 1300
13
dicembre, giorno di Santa Lucia - Papa Celestino
V, a Napoli, davanti a tutti i cardinali rinuncia alla dignità papale:
publice renuit Papalem dignitatem, quam habebat, projiciens in terram mantum,
et anulum, et ejus dignitatem. Dieci giorni dopo Benedetto Caetani
viene eletto Papa, col nome di Bonifacio VIII.
Anno 1309
Muore re
Carlo II. Alcuni anni dopo, nel 1333, viene a Napoli il Re
d'Ungheria, col figlio Andrea, futuro sposo della Regina Giovanna I.
Anno 1335
Sul litorale
sessano, juxta Sanctum Cosmatum, si rinviene una balena, mirabilis
piscis.
Anno 1338
A causa di
un tenimento controverso, si registra un conflitto tra Gaeta
e Itri. Ognuna delle due città rivendica il tenimento come sua proprietà.
Non si può non ricorrere alle armi. I primi ad attaccare sono i Gaetani, che
muovono contro la cittadella d'Itri. Nella vicenda si inserisce il Conte di
Fondi, Nicolò Caetani, che libera alcuni prigionieri, altri li fa uccidere,
e ad altri fa tagliare alcune membra. Il gioco si risolve a vantaggio del
Conte, che viene ricevuto a Napoli con l'onore delle armi, da re Roberto. Ma
i Gaetani non si arrendono, e due anni dopo passano al contrattacco. Dopo
un primo attacco andato a vuoto (viene in questo ucciso Corrado Guindazzo di
Napoli, che guidava le truppe gaetane), i Gaetani riescono ad ottenere una
parziale vittoria, guidati dal conte Paolo, che danneggia la cittadella d'Itri
e devasta anche Traetto ed il suo territorio; tanto che re Roberto chiede ai
Gaetani un'ammenda di 200 once.
Anno 1341
Muore il Re
d'Ungheria, lasciando tre figli: Ludovico, futuro re d'Ungheria, Andrea,
futuro sposo di Giovanna I, e Stefano, il più piccolo. Due anni. dopo muore
re Roberto, e viene sepolto nella chiesa napoletana di S. Chiara, lasciando
i suoi eredi sotto la protezione della Chiesa, cioè della regina Giovanna,
sua nipote, e di Andrea suo marito.
Anno 1344
Muore a Sessa frate Ugo, dell'ordine dei Francescani, Vescovo
della Città, ed è sepolto nella chiesa di San Giovanni.
Anno 1345
La regina
Giovanna dà la città di Sessa al principe di Ferentino, ma i Sessani non ne
accolgono gli ambasciatori, dicendo che si sarebbero difesi fino alla morte.
Ma Nicola di Toraldo tradisce, ed introduce gli emissari del Principe in
città, attraverso la porta “de lo Balio”, esponendo sulla sua
casa le insegne del Principe. Seppur delusi, i Sessani, attaccati alle loro
libertà, vanno addirittura a Napoli, per far valere i propri diritti,
ed ottengono quanto chiedono, restando così sotto il diretto comando del
Principe.
Contemporaneamente la regina Giovanna manda Luigi, duca di
Durazzo, ad Avignone per chiedere al Sommo Pontefice di avere la reggenza su
tutto il Regno, e la corona di Re per il marito Andrea, e tutto ottiene
pagando 100.000 once. Ma qualche settimana dopo accade un fatto grave,
destinato a lasciare dubbi ed a sconvolgere gli animi. Il 17 settembre,
nella chiesa di San Pietro a Maiella, in Aversa, re Andrea viene ucciso, e
turpemente esposto con un cappio al collo. Tutti, oltre che dolersi per la
sua morte, ne ritengono responsabile la stessa Regina.
Nello stesso anno in tutta Italia diventa di pubblico dominio
la notizia che chiunque prendesse le armi contro i Turchi, e prestasse
servizio per un anno, sarebbe stato assolto dal Sommo Pontefice da ogni
colpa, tanto che partono in molti, ma periscono ugualmente in molti per
fame, caldo e stenti.
Nel mese di luglio - il conte di
Fondi assedia Terracina, ed occupa la cittadella di Monte Sant'Angelo,
devastandola e richiedendo alti tributi. L'anno seguente lo stesso conte
occupa a Sessa le case di Nicola di Toraldo, mentre molti lasciano la Città,
e si rifugiano a Roccamonfina o a Marzano. Il signore di Capua fugge
addirittura a Firenze. Il conte di Fondi, turbato non poco per questa fuga,
fa prigioniero Tommaso, fratello del signore di Capua, Giovanni e Lorenzo
de Matricio, Guglielmo di Tagliacozzo ed altri di Sessa, e li fa incarcerare
tutti a Traetto; dopo di che, marcia contro Terracina, lasciando al governo
di Sessa Leonardo Gagliardi.
Nello stesso anno una flotta di galee genovesi, in viaggio
verso il Mediterraneo orientale, si ferma a Terracina, ancora assediata dal
conte di Fondi. Gli abitanti della Città chiedono ai Genovesi di liberarli
dalla morsa del conte, e si mettono sotto la giurisdizione del Duca di
Genova. L'ammiraglio genovese subito si adopera perché il conte di Fondi
ponga fine all'assedio, ma, non volendo il conte medesimo saper nulla di
ciò, i Genovesi muovono subito all'assalto della cittadella di Sant'Angelo,
distruggendola dalle fondamenta; dopo di che si dirigono a Gaeta, dove
vengono accolti onorevolmente, e passano poi a Traetto, donde portano via
tutti i beni mobili, e fanno prigionieri tutti i Nobili della Città,
portandoli a Gaeta, assaltando anche la torre del Garigliano, e passano poi
a conquistare la torre vicino al mare, bruciando alcune case della Città, e
liberando anche quei Nobili Sessani detenuti nelle sue carceri.
Nello stesso anno, Nicola di Toraldo, Francesco de Albeto,
Bello di Tranzo, con tutti i loro familiari, servi ed amici, con molti fanti
e cavalieri, muovono su Sessa, tenuta allora da 300 uomini del conte di
Fondi, e la occupano. E Nicola, dopo essere entrato nella città, prende il
Vescovo Ascolano, Leonardo Gagliardi, l'Abate Nicola, e Giovanni di
Basilio, e li manda, con una corona di carta in testa, perché fossero
derisi, per le strade della Città, e ne aliena successivamente i beni. Ma
l'irriducibile conte di Fondi passa al contrattacco e muove contro Sessa
prima, e contro Traetto dopo; ritirandosi poi nella cittadella d'Itri,
fortificando egregiamente i suoi castelli e tutto il suo territorio.
Nello stesso tempo Filippo de Anatolio, capitano generale
dell'esercito della regina Giovanna I, insieme all'ammiraglio Goffredo di
Marzano e a Nicola di Toraldo, viene con molti cavalieri e fanti a Sessa, e
l'occupa senza trovare alcuna resistenza. Dopo di che, l'ammiraglio se ne
torna a Napoli, mentre Filippo muove con l'esercito contro Traetto, insieme
ai Gaetani, ai sessani ed agli abitanti di Terracina, insieme cioè a tutti
i nemici del conte di Fondi, e la cingono d'assedio finché i Traettesi non
tornano ad ubbidire a Giovanna I, costretti soprattutto dalla mancanza
d'acqua. Anche la torre vicino al mare viene ripresa agli uomini del conte
di Fondi.
Nel settembre dello stesso anno
Filippo de Anatolio, Fusco Guindazzo e Jacopo Faraone, con una moltitudine
di cavalieri e di fanti, con i Gaetani, i Traettesi, e molt'altra gente, si
recano a Itri, per conquistarla; ma sono sconfitti per la temerarietà di
Fusco Guindazzo che vuole subito entrare nel sobborgo con tutti i suoi
soldati, tanto che per la ressa non possono opporre difesa all'assalto degli
abitanti d'Itri, che sbucano fuori dalle loro case, tanto che molti cadono
uccisi, altri vengono fatti prigionieri, e i pochi che riescono a salvare
la vita, devono fuggirsene sui monti circostanti. Lo stesso Filippo cade
ucciso, e Fusco Guindazzo, e Jacobo Faraone. Quest'ultimo viene poi
mostrato col cappio al collo dal conte di Fondi, perché fosse vituperato;
dopo di che il conte passa subito a Gaeta, e ne fa prigionieri gli
abitanti. Alcuni di essi poi libera dietro versamento di 3.000 once, e
quelli che non avevano soldi vengono continuamente tormentati, e a quelli
più poveri vengono amputate le mani, i nasi, la lingua, le orecchie, i
piedi, i membri; ad alcuni poi cava gli occhi, ad altri i denti.
Anno 1346
Non pago di simili efferatezze, il conte di Fondi muove
contro Mola e Castellone,
devastandole. Passa poi ad assediare Maranola, e subito dopo Traetto, che
conquista senza trovare resistenza alcuna. Traetto allora appartiene ai
domini della Regina Giovanna I; castellano è Renzo Quaranta, che si dà
nelle mani del conte, per avere salva la vita. Dopo la presa di Traetto,
passa a riconquistare la torre vicino al mare, e la fortifica assai bene.
Nel giugno dello stesso anno
Giovanna I sposa Ludovico.
Anno 1347
II 27
settembre, Nicola di Toraldo rientra in Sessa su
mandato del principe di Taranto, e di suo fratello Ludovico, perché la Città
sia riconquistata all'obbedienza della Regina, col proposito di non
abbandonarla più, ma di difenderla finché se ne avessero le forze. Tutto
avviene nel migliore dei modi, senza spargimento di sangue, e con l'esilio
della parte avversa.
Il 28 novembre, il conte di Fondi,
con più di 100 soldati e mille fanti, e con i Sessani che Nicola di Toraldo
aveva espulsi, muovono con le insegne del Re d'Ungheria contro Sessa, e la
cingono d'assedio. Il conflitto di cui si tratta è quello tra Giovanna I e
Ludovico d'Ungheria, sceso in Italia per vendicare la morte del fratello
Andrea ad opera della stessa Regina, come il « Cronicon » ha
annotato di sopra. Il conte di Fondi passa poi ad assediare Teano,
governata allora per conto di Nicola di Toraldo. II territorio di Sessa
subisce vessazioni d'ogni genere, si bruciano case e ville, e si tagliano
gli alberi vicino alle mura della Città, e si distruggono tutti i sobborghi
della medesima. Ma Nicola di Toraldo non molla, anche quando gli viene la
proposta di tenere la città per conto del Re d'Ungheria; anche quando si
minaccia un intervento diretto del sovrano.
Nello stesso anno il conte di
Bellante, su ordine della Regina Giovanna e dell'ammiraglio, muove con
sette navi contro il conte di Fondi, che stava alla fonda con le sue navi
nel fiume Garigliano. Ma il conte sfugge al « blocco » e, via terra, muove
contro la Rocca di Mondragone e, dopo averla conquistata, contro Caleno,
che conquista e tiene fino all'arrivo del Re d'Ungheria.
Qualche giorno dopo, lo stesso conte con alcuni Sessani
nemici di Nicola di Toraldo; muove contro la torre di Castellone,
conquistandola ed uccidendone il castellano, servo di Nicola di Toraldo.
Nicola di Toraldo risponde a questa efferatezza con un'altra: fa condurre
due dei Vassalli del Conte, suoi prigionieri, prima per le strade della
Città, e poi li fa impiccare.
Anno 1348
Il Re d'Ungheria s'avvicina, ed il conte di Fondi va a Baiano
per incontrarlo, ma deve far subito ritorno ai bagni di Suio per curare
un'infiammazione iliaca che lo tormenta. Finita la convalescenza, il conte
l'anno seguente va a portare il suo aiuto al Re d'Ungheria, ad Aversa.
Giovanna I e suo marito hanno abbandonato Napoli, ma la contesa sta per
volgersi ugualmente a loro vantaggio.
Nel 1348 infatti una terribile peste sconvolge l'Italia, ed
il Re d'Ungheria preferisce abbandonare il paese. Il 26 agosto infatti
Giovanna I e re Ludovico approdano con la flotta nel porto di Gaeta, e
vengono accolti dalla cittadinanza con molti onori. Il giorno dopo
rientrano a Napoli.
Intanto, con l'ingresso dei Sovrani nella capitale
partenopea, terminano anche le annotazioni dell'Anonimo.
Domenica
delle Palme 2004

Riferimenti bibliografici: MARIO
FORTE, Fondi nei tempi, Casamari, 1972, pp. 209-218. FRANCO
BORRELLI, Appunti di storiografia Aurunca, Sessa Aurunca,1976,
pp. 3-13). B. AMANTE – R. BIANCHI, Memorie storiche e statutarie del
ducato, della contea e dell’episcopato di Fondi in Campania dalle
origini fino a’ tempi più recenti, Roma 1903; editio anastatica,
Gaeta 1979. GIOVANNI CONTE-COLINO, Storia di Fondi, Napoli 1901, ediz.
anast. Gaeta 1979, pp. 122-128. P. CORBO – M. C. CORBO, Gaeta. La
Storia, III, Gaeta 1989.