“Adesso debbo mettere un palo nel
buco”; è questo un modo di dire che nel dialetto di Ausonia suona così
“aggia mette ‘no paro aglio pertuso” e che è rilevabile tuttora
nell’intero comprensorio della Valle dell’Ausente ed in altre zone del
Lazio meridionale.
Con
questa espressione viene manifestata soddisfazione per una inversione
del comportamento manifestato dall’interlocutore e che non ci si
aspettava da esso; nel vedere un notorio sfaticato che lavora di buona
lena; nel constatare un raro buon voto scolastico conseguito dal figlio
che non intende studiare; in questi casi ci si esprime con “debbo
proprio mettere un palo bello e grosso nel pertugio”.
Nella
tradizione corrente, questo modo di dire non possiede relazione, come ci
si aspetterebbe, con significati attinenti alla sfera del comportamento
sessuale.
Non siamo
mai riusciti a spiegarci l’origine di questa locuzione fino a quando non
ci siamo trovati a rileggere con maggiore attenzione i libri VII e VIII
della “Storia di Roma dalla sua fondazione” di Tito Livio.
Nel libro
VIII (cap. 18) Livio racconta la tragica storia di ben 150 matrone
romane condannate per veneficio e conclude: “Quell’avvenimento fu
considerato come un prodigio, ed ebbe la parevenza più di un atto da
dissennate che da scellerate; perciò, rintracciato negli annali il
ricordo che una volta, in occasioni di disordini popolari, la fissione
del chiodo compiuta dal dittatore era servita come mezzo di espiazione
per ridurre alla ragione le menti degli uomini accecate dalla discordia,
si decise di eleggere un dittatore per la fissione del chiodo.
L’edizione BUR della “Storia” di Livio rimanda qui al libro VII (cap. 3)
dove lo stesso autore racconta come in occasione di un disastroso
straripamento del Tevere, nella ricerca di una cerimonia che placasse
l’ira delle divinità “si dice che i più anziani avessero ricordato come
una volta una pestilenza era stata arrestata grazie alla fissione del
chiodo compiuta da un dittatore… E’ antica legge, scritta in lettere e
parole arcaiche, che, il supremo magistrato alle idi di settembre
(giorno 13) conficchi un chiodo…”.
Questa
legge “venne affissa sul lato destro del tempio di Giove Ottimo Massimo,
dalla parte dove si trova la cappella di Minerva. Dicono che questo
chiodo, poiché rari erano in quell'epoca gli scritti, fosse il segno
indicativo del numero degli anni, e che la legge fosse consacrata alla
cappella di Minerva, perché invenzione di Minerva è il numero - Anche a
Volsini (Bolsena etrusca), secondo quanto afferma Cincio, relatore
scrupoloso di tali documenti, si possono vedere, piantati nel tempio di
Norzia, divinità etrusca, i chiodi indicativi del numero degli anni -.
Il console Marco Orazio dedicò il tempio di Giove Ottimo Massimo
secondo il disposto di quella legge un anno dopo la cacciata dei re; la
cerimonia della fissione del chiodo passò poi dai consoli ai dittatori,
perché maggiore era la loro autorità. Tralasciata in seguito tale
usanza, l'istituzione parve meritare anche di per sé la nomina di un
dittatore. Ma Lucio Manlio, ch'era stato nominato a tale scopo, come se
la nomina gli fosse stata conferita per governare lo Stato e non per
compiere un rito sacro, bramoso com'era di far guerra agli Ernici, con
una leva rigorosa irritò la gioventù; e alla fine, essendo insorti
contro di lui tutti i tribuni della plebe, o per forza o per pudore,
depose la dittatura”.
Nella
nota a Cincio Alimento viene chiarito il rito della fissione del chiodo:
“L'annalista Lucio Cincio Alimento, contemporaneo di Fabio Pittore (fine
del III sec. a.C.). Secondo altri, invece, si
tratterebbe di un antiquario vissuto nel I sec. a.C. Secondo tale legge
il console, o il praetor
maximus, doveva configgere un chiodo alle idi
di settembre per indicare la successione degli anni, come si ricava da
Festo, p. 49 Lindsay. Quindi, veniva nominato un
dittatore con questa specifica funzione… Questa cerimonia (che si
confonde, nella tradizione, con quella analoga di piantare il chiodo a
scopo di purificazione) cadde in disuso nel III secolo, fu poi
restaurata da Augusto, che la attribuì a un censore e la trasferì dal
tempio di Giove a quello di Marte Ultore.
Nel
“Dizionario della civiltà classica” abbiamo trovato un ulteriore
riferimento al “chiodo dell’anno”: “in lat. Clavus annalis.
Chiodo che veniva piantato a Roma dal supremo magistrato alle idi (13)
di settembre sul lato destro dei tempio di Giove Ottimo Massimo sul
Campidoglio presso la cella di Minerva. Quest'uso e soprattutto le sue
origini, incerte già per gli stessi romani, sono state oggetto di
controversia tra gli studiosi Secondo Livio (VII 3, 5), che si richiama
qui ad un Cincio in cui alcuni hanno voluto vedere il Cincio Alimento
annalista della fine del III sec. a.C., altri -
forse più giustamente - un antiquario del I sec.
a.C., si tratterebbe di un'antica legge, consacrata a Minerva in quanto
inventrice del numero, dal momento che il chiodo era il segno indicativo
(secondo un uso etrusco rinvenibile a Bolsena, nel tempio della dea Norzia) del computo degli anni. D'altra parte lo
stesso Livio, dopo aver riferito che la cerimonia della fissione de
chiodo, originariamente di competenza dei consoli, sarebbe in seguito
passata ai dittatori, ricorda che essa sarebbe stata a lungo
tralasciata, venendo ripresa nel 363 a.C. in occasione di una
pestilenza (visto che gli anziani si erano ricordati che in precedenza
una analoga epidemia era stata arrestata grazie alla fissione del chiodo
da parte di un dictator)
e che lo stesso era poi accaduto (cfr. VIII 18, 12) nel
331, con l'intento di sedare discordie sociali. In epoca moderna si è
spesso dubitato della plausibilità dell'affermazione di Livio relativa
all'origine della cerimonia come rito annuale di computo degli anni. È
stata sottolineata d'altro canto la possibilità di ricavare, dalle
altre notizie riportate da Livio, che si trattasse di un rituale
magico (inteso a «immobilizzare» un male che colpiva la comunità)
effettuato solo in occasione di circostanze particolarmente gravi. Per
cercare di spiegare nel loro insieme i dati contraddittoriamente
offerti dal testo liviano (rito con scopi apotropaici, rito per il
computo degli anni, attività di consoli e dittatori in questo ambito),
si è per altro proposto di pensare a un'originaria cerimonia
apotropaica che veniva celebrata ogni anno (con la nomina, per i due
anni di cui parla Livio, e per altri due anni, il 313 e nel 263, come si
ricava per via epigrafica, di un dittatore apposito). La cerimonia
dell'infissione del chiodo doveva essere caduta in disuso non molto dopo
la metà del III sec. a.C. Ciò spiega anche come sia stato possibile che
Augusto, al momento di rimetterla in uso, potesse cambiare sia il suo
luogo di svolgimento (ora il tempio di Marte Ultore) sia i magistrati
incaricati del suo svolgimento (ora i censori).
Possiamo
registrare anche una cerimonia tradizionale che si svolge a Kos, in
Grecia, durante le festività della Pasqua e che può essere confrontata
con la cerimonia della fissione romana del chiodo poiché anche qui
assolve alla funzione di scongiurare il male e fissare per sempre nel
tempo un evento fausto. A Kos, infatti, mentre gli adulti si dedicano ai
preparativi pasquali ed alle tradizioni religiose, i giovani prendono
grandi chiavi, come quelle usate per le classiche serrature di un tempo,
legano la chiave da un capo della corda e dall’altro mettono un chiodo.
La chiave viene riempita con polvere da sparo ed il chiodo collocato nel
buco della chiave. La sera della Resurrezione tirano la chiave con forza
contro il muro per farla scoppiare e provocare un rumore assordante.
Altri, invece, tagliano lunghe strisce di carta e mettono alle loro
estremità polvere da sparo ed una miccia avvolta in un triangolo
cosicchè fuoriesca. Questa viene accesa non appena il sacerdote
pronuncia la frase “Cristo e’ risorto”. La mattina del Sabato Santo, la
chiesa viene addobbata di bianco e adornata con fiori di montagna
profumati chiamati “karagània” o “lambrès” (fiorellini viola profumati).
Le casalinghe preparano le “lambròpittes” (tipici cakes) e riempiono
l’agnello. I giovani preparano il fantoccio di Giuda con vecchi stracci,
mettono nelle sue mani il motivo del suo tradimento, cioè un sacchetto
con 30 sassolini e lo appendono alla porta della chiesa. Appena il
sacerdote pronuncia “Cristo e’ risorto” iniziano a sparare contro il
Giuda fin quando gli stracci non prendono fuoco ed il fantoccio brucia
come un grande cero.
Altre
notizie rileviamo dal dizionario mitologico: “Nòrzia è la divinità
etrusca del Destino che aveva, a Bolsena (Volsini), la principale sede
del suo culto. I Volsini la veneravano anche col nome di Grande Dea.
Tito Livio ci riferisce che il rito caratteristico del culto di Norzia
era che annualmente si piantava un chiodo nel suo santuario per avere un
conto degli anni. Ma in origine quel rito doveva avere un significato
diverso, ossia quello di inchiodare e neutralizzare un malefizio;
altrimenti si spiegherebbe difficilmente perchè Norzia fosse
considerata fissatrice del destino, ragione per cui i Romani la
assimilarono alla loro dea Fortuna”.
Quella
della “fissione del chiodo” è, dunque, un antico rito sacro ripreso dai
romani dalla ritualità degli etruschi o, almeno, dalla ritualità
dell’etrusca Bolsena e, quindi, diffusa tra questo popolo più antico di
Roma.
Il rito
era esercitato con la speranza di immobilizzare gli eventi funesti e di
riportarli su un nuovo corso più propizio.
Il modo
di dire diffuso nella Valle dell’Ausente, bacino stanziale degli antichi
ausoni-aurunci ma anche attraversato da flussi etruschi legati alla base
osca-opicia, si può, allora, spiegare come un relitto linguistico che
trae origine dal rito del “chiodo dell’anno”; il passaggio alla
indicazione del palo da conficcare si presenta come una esagerazione
verbale dissacrante l’antico rito.
La nostra
ipotesi resta vieppiù avvalorata dalla citazione epigrafica della nomina
di un apposito dittatore nel 313 a.C. per “conficcare il chiodo”. L’anno
precedente (314 a. C.), i romani avevano interamente distrutta l’etnìa
ausonica ottenendo il libero passaggio verso la Campania quale prodromo
della inarrestabile espansione del suo potere ed espressero la loro
soddisfazione con la “fissione del chiodo”. Così, il popolo ausonio
ricorda tuttora l’avvenimento di cui fu vittima, ma con una sprezzante
“fissione del palo”, cioè di un oggetto di materiale ben meno pregiato
del chiodo.

Dione Cassio LV, 10, 4 cfr. A. Momigliano, Quarto Contributo alla
Storia degli Studi Classici, cit., Roma 1969,
pp.
280 sgg.
Cfr. Orazio, Carmi, XXXV; Tito Livio, A. U. C., VII,
3, 7; Giovenale, Satire, X; Tertulliano,
Apologeticum, 24)