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Il palo nel Pertugio
Un antico rito esercitato dai romani per
la soddisfazione di aver distrutta la civiltà ausonica

di Albino Cece

 “Adesso debbo mettere un palo nel buco”; è questo un modo di dire che nel dialetto di Ausonia suona così “aggia mette ‘no paro aglio pertuso” e che è rilevabile tuttora nell’intero comprensorio della Valle dell’Ausente ed in altre zone del Lazio meridionale.

Con questa espressione viene manifestata soddisfazione per una inversione del comportamento manifestato dall’interlocutore e che non ci si aspettava da esso; nel vedere un notorio sfaticato che lavora di buona lena; nel constatare un raro buon voto scolastico conseguito dal figlio che non intende studiare; in questi casi ci si esprime con “debbo proprio mettere un palo bello e grosso nel pertugio”.

Nella tradizione corrente, questo modo di dire non possiede relazione, come ci si aspetterebbe, con significati attinenti alla sfera del comportamento sessuale.

Non siamo mai riusciti a spiegarci l’origine di questa locuzione fino a quando non ci siamo trovati a rileggere con maggiore attenzione i libri VII e VIII della “Storia di Roma dalla sua fondazione” di Tito Livio.

Nel libro VIII (cap. 18) Livio racconta la tragica storia di ben 150 matrone romane condannate per veneficio e conclude: “Quell’avvenimento fu considerato come un prodigio, ed ebbe la parevenza più di un atto da dissennate che da scellerate; perciò, rintracciato negli annali il ricordo che una volta, in occasioni di disordini popolari, la fissione del chiodo compiuta dal dittatore era servita come mezzo di espiazione per ridurre alla ragione le menti degli uomini accecate dalla discordia, si decise di eleggere un dittatore per la fissione del chiodo.

L’edizione BUR della “Storia” di Livio rimanda qui al libro VII (cap. 3) dove lo stesso autore racconta come in occasione di un disastroso straripamento del Tevere, nella ricerca di una cerimonia che placasse l’ira delle divinità “si dice che i più anziani avessero ricordato come una volta una pestilenza era stata arrestata grazie alla fissione del chiodo compiuta da un dittatore… E’ antica legge, scritta in lettere e parole arcaiche, che, il supremo magistrato alle idi di settembre (giorno 13) conficchi un chiodo…”.

Questa legge “venne affissa sul lato destro del tempio di Giove Ottimo Massimo, dalla parte dove si trova la cap­pella di Minerva. Dicono che questo chiodo, poiché rari erano in quell'epoca gli scritti, fosse il segno indicativo del numero degli anni, e che la legge fosse consacrata alla cappella di Minerva, perché invenzione di Minerva è il numero - Anche a Volsini (Bolsena etrusca), secondo quanto afferma Cincio, relatore scrupoloso di tali documenti, si posso­no vedere, piantati nel tempio di Norzia, divinità etru­sca, i chiodi indicativi del numero degli anni -. Il conso­le Marco Orazio dedicò il tempio di Giove Ottimo Mas­simo secondo il disposto di quella legge un anno dopo la cacciata dei re; la cerimonia della fissione del chiodo passò poi dai consoli ai dittatori, perché maggiore era la loro autorità. Tralasciata in seguito tale usanza, l'isti­tuzione parve meritare anche di per sé la nomina di un dittatore. Ma Lucio Manlio, ch'era stato nominato a ta­le scopo, come se la nomina gli fosse stata conferita per governare lo Stato e non per compiere un rito sa­cro, bramoso com'era di far guerra agli Ernici, con una leva rigorosa irritò la gioventù; e alla fine, essendo insorti contro di lui tutti i tribuni della plebe, o per for­za o per pudore, depose la dittatura”.

Nella nota a Cincio Alimento viene chiarito il rito della fissione del chiodo: “L'annalista Lucio Cincio Alimento, contemporaneo di Fabio Pittore (fine del III sec. a.C.). Secondo altri, invece, si trattereb­be di un antiquario vissuto nel I sec. a.C. Secondo tale legge il console, o il praetor maximus, doveva configgere un chiodo alle idi di settembre per indicare la successione degli anni, come si ricava da Festo, p. 49 Lindsay. Quindi, veniva nominato un dit­tatore con questa specifica funzione… Questa cerimonia (che si confonde, nella tradizione, con quella analoga di piantare il chiodo a scopo di purificazione) cadde in disuso nel III secolo, fu poi restaurata da Augusto, che la attribuì a un censore e la trasferì dal tempio di Giove a quello di Marte Ultore[1].

Nel “Dizionario della civiltà classica” abbiamo trovato un ulteriore riferimento al “chiodo dell’anno”: “in lat. Clavus annalis. Chiodo che veniva piantato a Roma dal supremo magistrato alle idi (13) di settembre sul lato destro dei tem­pio di Giove Ottimo Massimo sul Cam­pidoglio presso la cella di Minerva. Que­st'uso e soprattutto le sue origini, incerte già per gli stessi romani, sono state oggetto di controversia tra gli studiosi Secondo Livio (VII 3, 5), che si richiama qui ad un Cincio in cui alcuni hanno voluto vedere il Cincio Alimento annalista della fine del III sec. a.C., altri - forse più giustamente - un antiquario del I sec. a.C., si tratterebbe di un'antica legge, consacrata a Minerva in quanto inventrice del numero, dal momento che il chiodo era il segno indicativo (secondo un uso etrusco rinvenibile a Bolsena, nel tempio della dea Norzia) del computo degli anni. D'altra parte lo stesso Livio, dopo aver riferito che la cerimonia della fissione de chiodo, originariamente di competenza dei consoli, sarebbe in seguito passata ai dittatori, ricorda che essa sarebbe stata a lungo tralasciata, venendo ripresa nel 363 a.C. in occasione di una pesti­lenza (visto che gli anziani si erano ri­cordati che in precedenza una analoga epidemia era stata arrestata grazie alla fissione del chiodo da parte di un dic­tator) e che lo stesso era poi accaduto (cfr. VIII 18, 12) nel 331, con l'intento di sedare discordie sociali. In epoca mo­derna si è spesso dubitato della plausi­bilità dell'affermazione di Livio relati­va all'origine della cerimonia come ri­to annuale di computo degli anni. È sta­ta sottolineata d'altro canto la possibi­lità di ricavare, dalle altre notizie ripor­tate da Livio, che si trattasse di un ri­tuale magico (inteso a «immobilizzare» un male che colpiva la comunità) effet­tuato solo in occasione di circostanze particolarmente gravi. Per cercare di spiegare nel loro insieme i dati contrad­dittoriamente offerti dal testo liviano (rito con scopi apotropaici, rito per il computo degli anni, attività di consoli e dittatori in questo ambito), si è per al­tro proposto di pensare a un'originaria cerimonia apotropaica che veniva cele­brata ogni anno (con la nomina, per i due anni di cui parla Livio, e per altri due anni, il 313 e nel 263, come si rica­va per via epigrafica, di un dittatore ap­posito). La cerimonia dell'infissione del chiodo doveva essere caduta in disuso non molto dopo la metà del III sec. a.C. Ciò spiega anche come sia stato possi­bile che Augusto, al momento di rimet­terla in uso, potesse cambiare sia il suo luogo di svolgimento (ora il tempio di Marte Ultore) sia i magistrati incarica­ti del suo svolgimento (ora i censori).

Possiamo registrare anche una cerimonia tradizionale che si svolge a Kos, in Grecia, durante le festività della Pasqua e che può essere confrontata con la cerimonia della fissione romana del chiodo poiché anche qui assolve alla funzione di scongiurare il male e fissare per sempre nel tempo un evento fausto. A Kos, infatti, mentre gli adulti si dedicano ai preparativi pasquali ed alle tradizioni religiose, i giovani prendono grandi chiavi, come quelle usate per le classiche serrature di un tempo, legano la chiave da un capo della corda e dall’altro mettono un chiodo. La chiave viene riempita con polvere da sparo ed il chiodo collocato nel buco della chiave. La sera della Resurrezione tirano la chiave con forza contro il muro per farla scoppiare e provocare un rumore assordante. Altri, invece, tagliano lunghe strisce di carta e mettono alle loro estremità polvere da sparo ed una miccia avvolta in un triangolo cosicchè fuoriesca. Questa viene accesa non appena il sacerdote pronuncia la frase “Cristo e’ risorto”. La mattina del Sabato Santo, la chiesa viene addobbata di bianco e adornata con fiori di montagna profumati chiamati “karagània” o “lambrès” (fiorellini viola profumati). Le casalinghe preparano le “lambròpittes” (tipici cakes) e riempiono l’agnello. I giovani preparano il fantoccio di Giuda con vecchi stracci, mettono nelle sue mani il motivo del suo tradimento, cioè un sacchetto con 30 sassolini e lo appendono alla porta della chiesa. Appena il sacerdote pronuncia “Cristo e’ risorto” iniziano a sparare contro il Giuda fin quando gli stracci non prendono fuoco ed il fantoccio brucia come un grande cero.

Altre notizie rileviamo dal dizionario mitologico: “Nòrzia è la divinità etrusca del Destino che aveva, a Bolsena (Volsini), la principale sede del suo culto. I Volsini la veneravano anche col nome di Grande Dea. Tito Livio ci riferisce che il rito caratteristico del culto di Norzia era che annualmente si piantava un chiodo nel suo santuario per avere un conto degli anni. Ma in origine quel rito doveva avere un significato diverso, ossia quello di inchiodare e neutralizzare un malefizio; altrimenti si spie­gherebbe difficilmente perchè Norzia fosse con­siderata fissatrice del destino, ragione per cui i Romani la assimilarono alla loro dea Fortuna[2]”.

Quella della “fissione del chiodo” è, dunque, un antico rito sacro ripreso dai romani dalla ritualità degli etruschi o, almeno, dalla ritualità dell’etrusca Bolsena e, quindi, diffusa tra questo popolo più antico di Roma.

Il rito era esercitato con la speranza di immobilizzare gli eventi funesti e di riportarli su un nuovo corso più propizio.

Il modo di dire diffuso nella Valle dell’Ausente, bacino stanziale degli antichi ausoni-aurunci ma anche attraversato da flussi etruschi legati alla base osca-opicia, si può, allora, spiegare come un relitto linguistico che trae origine dal rito del “chiodo dell’anno”; il passaggio alla indicazione del palo da conficcare si presenta come una esagerazione verbale dissacrante l’antico rito.

La nostra ipotesi resta vieppiù avvalorata dalla citazione epigrafica della nomina di un apposito dittatore nel 313 a.C. per “conficcare il chiodo”. L’anno precedente (314 a. C.), i romani avevano interamente distrutta l’etnìa ausonica ottenendo il libero passaggio verso la Campania quale prodromo della inarrestabile espansione del suo potere ed espressero la loro soddisfazione con la “fissione del chiodo”. Così, il popolo ausonio ricorda tuttora l’avvenimento di cui fu vittima, ma con una sprezzante “fissione del palo”, cioè di un oggetto di materiale ben meno pregiato del chiodo.

[1] Dione Cassio LV, 10, 4 cfr. A. Momigliano, Quarto Contributo alla Storia degli Studi Clas­sici, cit., Roma 1969, pp. 280 sgg.

[2] Cfr. Orazio, Carmi, XXXV; Tito Livio, A. U. C., VII, 3, 7; Giovenale, Satire, X; Tertulliano, Apologeti­cum, 24)

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