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La realtà di Giulia Gonzaga
di Albino Cece

Nonostante gli sforzi anche consistenti del prolifico movimento culturale che ha sempre distinto Fondi dalle altre la città, si è ben lontani dall’avere una storia completa delle vicende che l’hanno vista protagonista e vittima nello scorrere dei secoli.

Le vicende storiche di Fondi ruotano attorno a tre fatti principali non ancora spiegati del tutto:

- l’origine delle mura megalitiche che l’accomunano ad altre città del Lazio Meridionale;

- l’attività scismatica di Onorato I Caetani con l’elezione di un antipapa che destabilizzò la Chiesa dell’epoca;

- la vita e le opere di Giulia Gonzaga e la sua partecipazione al movimento riformatore religioso del XVI secolo.

Si tratta, quindi, anche di capire le ragioni sottese alla partecipazione ed al sostegno dati da questi signori di Fondi a movimenti “contestatori” della Chiesa di Roma e le conseguenze che ne sono derivate per essi e per i propri sudditi.

Per cui occorre anche affrontare un problema di sociologia storica cercando di capire le ragioni che stanno alla base di un ribellismo fondano, anche violento, posto a fondamento degli atteggiamenti di questa popolazione verso le autorità costituite che si integra in modo mirabile allo stimolo ed alle spinte che animano la comunità nel conseguimento di una egemonia politica ed economica sul “resto del mondo”.

Non si creda una esagerazione questa affermazione perchè anche oggi si manifesta l’importanza di Fondi, per esempio, con la gestione di un MOF che pone la città all’attenzione dell’Europa. 

Quindi sembra connaturato nell’aria che si respira a Fondi il DNA dell’egemonia e della ricerca di una visibilità cittadina che travalichi la propria cinta muraria, andata sempre stretta alla sua popolazione.

Detto questo rimandiamo lo studio del problema a quanti si interessano di sociologia storica per porre attenzione ad un risvolto quasi inesplorato della vita di Giulia Gonzaga e che a nostro avviso ne ha stravolto completamente il racconto storico.

E’ difficile riprendere le fila di un racconto che lo scorrere dei secoli ha corredato di misteri inesistenti privandolo della realtà, vissuta concretamente da ogni uomo e donna, di alto lignaggio o di basso profilo che sia.

Tentiamo questa avventura col tracciare una sintesi di quanto dovrebbe essere affrontato dagli storici su Giulia Gonzaga.

In primis, si dovrebbe affrontare la lettura, invero non facile in questo nostro mondo dominato dal dinamismo culturale, delle 464 pagine del volume pubblicato da Bruto Amante nel 1896 “Giulia Gonzaga contessa di Fondi e il movimento religioso femminile nel secolo XVI”.

Forse il titolo è stato sottovalutato da chi non ne affronta la lettura dalla quale esce il rapporto avuto dalla contessa di Fondi con Juan de Valdés (Cuenca 1490 circa - Napoli 1541) riformatore religioso spagnolo che, nel 1532, in seguito a difficoltà con l'Inquisizione, si trasferisce in Italia, prima a Roma alla corte di Clemente VII e poi a Napoli come archivista e successivamente come sovrintendente ai castelli della città.

Il volume è stato ristampato in edizione anastatica dal Comune di Fondi nel 1987 con l’aggiunta di una appendice di Gaetano Carnevale e Mario Forte.

In verità mentre il Carnevale ritiene fatto secondario l’amicizia della Gonzaga con Valdés, Mario Forte sottolinea come gli insegnamenti del Valdés, seguiti in un primo tempo anche da tanti uomini di Chiesa, furono respinti poi dalla VI sessione del Concilio di Trento.

L’Amante riporta anche le persecuzioni che dovette subire la Gonzaga per questa sua amicizia. Nel monastero napoletano di san Francesco delle Monache abitò per trent'anni Giulia Gonzaga, ricordata da Benedetto Croce come una delle protagoniste del fallito tentativo di riforma religiosa tentato nel XVI secolo. Quale analisi storica è stata finora affrontata per capire le ragioni vere di questo “ritiro” di Giulia Gonzaga?

Edmondo Cione in Napoli di ieri e di oggi (Napoli, Morano editore, 1954) scrive a proposito di Ischia: “All'improvviso....giganteggia la sagoma d'un altro Castello aragonese, quello che nel lontano Cinquecento, ospitò, dopo la morte di Juan de Valdés, le elette dame che si erano raccolte intorno all'affascinante riformatore castigliano: la stupenda Maria d'Aragona, la maestosa Costanza d'Avalos, la pia e dotta Vittoria Colonna, delicata poetessa e nobile ispiratrice di Michelangelo, le quali tutte si tenevano, di lì, in continua corrispondenza con la discepola favorita, che era altresì la depositaria dei manoscritti e dell'insegnamento del cavaliere spagnuolo che, allorché era in vita (così Jacopo Bonfadio) "reggeva con una particella dell'animo il corpo suo debole e magro; con la maggior parte, poi, e col puro intelletto, quasi come fuor del corpo, stava sempre sollevato alla contemplazione della verità e delle cose divine". La "discepola preferita" era la "divina" Giulia, la più bella donna del Rinascimento, che Ludovico Ariosto cinse con la ghirlanda poetica d'una famosa sua quartina:

        "Julia Gonzaga, che, dovunque il piede
         volge e dovunque i sereni occhi gira,
         non pure ogni altra di beltà le cede,
         ma, come scesa dal ciel Dea, l'ammira”

In una presentazione del libro di Juan De Valdés, Lo evangelio di San Matteo (1985, 542 pagine) leggiamo “la storia di un manoscritto sopravvissuto in unico esemplare alle premure dell’Inquisizione ed all’oblio, traslato in quattro secoli, senza lasciar traccia, da Napoli a Basilea, a Berna, a Torino. La vicenda di un intellettuale, Juan de Valdés, che con il commento all’Evangelio di San Matteo compie, intorno al 1539-40, il percorso esegetico maturato con la traduzione ed il commento ai Salmi ed alle epistole paoline, nel momento in cui si raccolgono intorno a lui od a lui si riferiscono Bernardino Ochino ed il Morone, Reginald Pole ed il futuro cardinale Seripando, ma anche Giulia Gonzaga e Vittoria Colonna – e da essa l’eco di quella lezione arriverà sino a Michelangelo – Marc’Antonio Flaminio e Pietro Carnesecchi”. Ricordiamo che Bernardino Ochino, generale e maggior predicatore dei Cappucini, nel 1542, abbandona l'ordine e l'Italia, conquistato dalle idee riformate.

A ciò bisogna aggiungere quanto lucidamente sintetizza Antonio Di Fazio nella sua ultima fatica “Giulia Gonzaga e il movimento riformatore, dal mito alla storia” (2003): “Il 13 marzo del 1528 Vespasiano Colonna, fiaccato dalle tan­te fatiche belliche e dalle malattie, venne a morte, non prima di aver vergato a Paliano, dove allora risiedeva con Giulia e Isabel­la, un testamento nel quale lasciava erede universale dei feudi tanto nello Stato della Chiesa quanto nel Regno la moglie Giulia Gonzaga, ma solo finché essa avesse mantenuto il suo stato di ve­dova. Il testamento fu causa di tutta una serie di contrasti e in­comprensioni fra Giulia e la figliastra Isabella, la quale contesta­va gran parte del testamento e che però proprio in base ad esso avrebbe potuto ereditare ben 30.000 ducati di terre nel caso aves­se sposato Ippolito de' Medici, nipote del papa, conservando agli eventuali figli il nome dei Colonna. E dunque le cose si compli­cano anche a causa delle strategie matrimoniali, con un Ippolito de' Medici che diviene presto il personaggio politicamente più importante ed influente della piccola ma già splendida corte di Fondi ed è certamente appetito da Isabella (anche il papa, ovviamente, caldeggiava il matrimonio), mentre invece lui è invaghito proprio della splendida e giovane vedova.

La morte di Vespasiano accese anche un'aspra e lunga conte­sa fra esponenti di diversi rami dei Colonna e fra i Colonna ed al­tri signori che a vario titolo pretendevano diritti sul vasto feudo di Fondi, in particolare l'abate di Farfa Napoleone Orsini, "uno de' Baroni più irrequieti che allora dessero noia al pontefice ed in­festassero la campagna romana", e marito di una Colonna” (p. 8).

Una qualche importanza per l’ambientazione storica possiede il volume di Isolde Kurz (Stoccarda1853 - Tubinga 1944) “Le notti di Fondi” (stampato dalla Cadmo Editore di Roma nel 1988 col patrocinio del Comune di Fondi, tradotto dal tedesco da Tea Alli e Franco Sepe, con prefazione di quest’ultimo).

In conclusione, Giulia Gonzaga, vedova ad appena 18 anni, si trovò a combattere con una figliastra ribelle, l’obbligo dello stato vedovile per conservare il dominio su Fondi, gli ardori propri della gioventù, l’aspirazione a vivere una religiosità nuova, i rapporti con la Chiesa romana.

Tutti questi aspetti si concentrano nel vissuto di Giulia Gonzaga e su di essi occorre fare chiarezza per giungere a strappare la sua vita da quel filone romanzesco in cui l’ha immersa la letteratura defraudandone la figura storica di non poco rilievo per la società del suo tempo. 

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