Due fatti nuovi vengono oggi a confermare l’estrema antichità
del popolo ausone-aurunco: una ricerca linguistica di dimensione europea
dalla quale può assumersi la presenza dell’uomo in queste contrade già da
almeno 20 mila anni fa e la scoperta di archeologia preistorica a Tora e
Piccilli dove sono state ritrovate le impronte più antiche in assoluto di
esseri umani essendo esse attribuibili ad un’epoca compresa tra 385 e 325
mila anni fa.
Secondo una recente teoria, sostenuta da linguisti e studiosi
di genetica,
in molti nomi di fiumi e di città europei si nascondono parole che derivano
dal basco ed essi furono attribuiti subito dopo l'ultima glaciazione (circa
15 mila anni fa). Infatti anche dal lato della genetica è stato dimostrato
che le popolazioni di tutta Europa sono tuttora strettamente imparentate con
i Baschi, popolo pre-indoeuropeo, stanziato da tempi immemorabili nella
regione dei due versanti dei Pirenei occidentali che s’affacciano al golfo
di Guascogna.
In particolare, si è trovato che l'elemento basco iz
(pronunciato con s sorda) significa acqua o corso d'acqua.
E’ stata accertato, inoltre, che nei nomi dei corsi d’acqua si ripete con
una insolita frequenza l'elemento ur (aur), var (ver),
sal (salm), o al (alm). Ur significa
acqua, ura significa corso d'acqua, ruscello.
Per al e sal sono stati ipotizzati significati
simili con ciò dimostrandosi la probabile diffusione del vascone antico.
Gli studi linguistici sono stati poi confermati anche da
quelli genetici che sostengono la presenza nell'intera popolazione europea
di una misura sbalorditiva di eredità genetica in comune con i baschi.
L'invasione dell'Europa, non più tardi di 10 mila anni fa,
delle popolazioni provenienti dall'Asia centrale e dal medio Oriente,
portatrici dell'economia rurale e delle lingue europee, non ha, quindi,
assorbito o soppiantato la preesistente civiltà indigena costituita appunto
dalla espansione basca post-glaciale (il cui culmine era avvenuto 20 mila
anni fa).
Viene supposto, quindi, che
molti toponimi d'Europa si siano originati da popolazioni precedenti agli
indoeuropei, poi scomparse; se ne deduce che bisogna perciò prendere in
considerazione, tra questi, anche i gruppi insediatisi in Europa subito dopo
l'ultima glaciazione.
Gli antichi baschi, i vasconi degli antichi romani, ci
hanno lasciato oltre alle denominazioni geografiche anche il sistema
particolare di numerazione a base venti (che si ritrova tuttora in Francia)
contro quello decimale degli indoeuropei.
Ricerche di genetica molecolare indicano che la maggior parte
degli odierni Europei ha antenati che vivevano in Europa già nell'età
glaciale. E che, analogamente a quanto suggerito dagli studi linguistici, il
ripopolamento dell'Europa occidentale dopo la glaciazione ebbe
prevalentemente origine dal "rifugio" situato nel nord della penisola
iberica e nel sud della Francia.
Per quanto riguarda il toponimo Aurunci-Ausoni
attinente a queste nostre contrade sud laziali ci troviamo, allora, in linea
con le recenti ricerche linguistiche poiché nel nome è presente proprio
l'elemento basco ur (aur).
Dell'incredibile antichità di questo toponimo ebbe già molti
anni fa una felice intuizione G. Devoto
che ne faceva risalire l'origine proprio ad un'epoca pre-indoeuropea.
Diventa così
ancor più credibile l’affermazione del Devoto laddove scrive:
“L’esistenza di una corrente culturale dal Lazio alla Campania
anteriormente al periodo di colonizzazione greca in Campania, pare dunque
possibile anche se non esclusiva. A Suessula, presso l’odierna località di
Cancello, appaiono le tombe a fossa proto-latine con un piccolo tumulo di
sassi, con le tracce di un pasto funebre che, indipendentemente da rito, è
documentato anche in Roma”. Ed ancora egli scrive:
“Soltanto il quadro culturale della Campania è
assai più complesso… e l’elemento greco, che nell’arte e nella cultura ha
avuto il sopravvento, nell’alfabeto ha esercitato una azione più ristretta,
sufficiente a neutralizzare la rigidità eccessiva di un alfabeto etrusco
applicato ad una lingua italica… Sicché nonostante la mancanza di
documenti, è da supporre che in Campania sia esistito un alfabeto etrusco,
non solo antico quanto quelli dell’Etruria, ma anche più antico”.
Anche il dotto sessano G. Tommasino,
pur riconoscendo all’appellativo Ausones e suoi derivati una
definitiva attestazione soltanto verso il 1000 a.C., afferma che “ciò non ci
dispensa dal dover rilevare che l’etimo Ausones appartiene alla
categoria di quei toponimi preistorici in dialetto misto in cui
radicali tirrenici s’intrecciano con suffissi e forme di un dialetto
indoeuropeo o ario (latino-sabellico) o con voci prettamente osche”.
Come è noto, il racconto della preistoria e quello degli
albori dell’uomo è in continua evoluzione e reinterpretazione grazie a nuove
acquisizioni e all’affinarsi delle tecniche archeologiche e di ricerca tanto
che oggi esiste qualche scuola di pensiero orientata, anche se cautamente, a
dare una nuova interpretazione del racconto che fa Platone della fine di
Atlantide: la civiltà evoluta d’Atlantide esistette veramente e fu
cancellata dal volto della terra da un immane cataclisma naturale di diverse
e concomitanti origini; le coste dell’attuale Spagna, Francia e Italia che
si affacciano sul Mediterraneo offrirono asilo ai superstiti che edificarono
qui costruzioni tuttora esistenti e di cui è tuttavia difficile spiegarne la
realizzazione da parte di una umanità primitiva priva di qualsiasi
cognizione tecnica (megaliti, mura poligonali, ecc.).
Secondo quanto afferma la
ricerca linguistica appena resa nota, gli antichi vasconi erano usi
indicare i luoghi con un nome comune (acqua, ruscello, monte); in
seguito a successive trasformazioni queste parole si trasformarono in nomi
propri per distinguerli l'uno dall'altro.
La verifica
sul nostro territorio, seguendo la recente teoria, ci offre una sbalorditiva
conferma perché nell'area aurunca esiste tuttora una abbondante risorsa di
sorgive naturali, acqua abbondante e sorgenti perenni diffuse. Questo
elemento naturale, principale alimento per la vita umana e per garantire un
minimo di organizzazione sociale, è un bene diffuso dell'area e prezioso per
consentire gli insediamenti all’uomo primevo.
In
conclusione possiamo dire che finalmente sembrano confermate le ipotesi
teoriche finora conosciute secondo cui al toponimo Aurunci debba
attribuirsi il recondito significato etimologico di monti ricchi d'acqua.
L’altro importante accadimento riguarda la scoperta
verificatasi in località Foresta nel territorio comunale di Tora e Piccilli,
in provincia di Caserta, nelle vicinanze di Roccamonfina, di quelle che
potrebbero essere le orme più antiche
di esseri umani mai trovate finora.
L'interpretazione di queste tracce è dovuta a tre ricercatori universitari
italiani: Paolo Mietto, Marco Avanzini e Giuseppe Rolandi. Il team diretto
da Paolo Mietto è giunto a questa conclusione dopo aver esaminato tre serie
di orme sul vulcano di Roccamonfina, sul confine tra Lazio e Campania,
conosciute dagli abitanti del luogo come "impronte del diavolo" ma che, in
realtà, sono le impronte fossilizzate su ceneri vulcaniche lasciate da tre
uomini primitivi discesi più di 325.000 anni fa lungo le falde del vulcano.
La
considerazione “soprannaturale” di queste impronte su roccia vulcanica da
parte degli abitanti le ha preservate dalla distruzione ed oggi, così, “gli
scienziati – si afferma su Hera - sostengono che le orme si
presentano fossilizzate su ceneri depositatesi in seguito a un'eruzione,
datata tra i 385.000 e i 325.000 anni fa con tecniche radiometriche. Una
delle serie è costituita da 27 impronte disposte a zig-zag, andamento che
probabilmente ha reso la discesa lungo la falda più facile. Un'altra serie
consta di 19 segni che seguono una curva più smorzata, ma vi sono delle
occasionali impronte di mani dove il soggetto deve aver poggiato una mano
in terra, probabilmente per evitare di scivolare. La terza serie di 10 orme
regolarmente spaziate sembra seguire una linea retta. Le impronte umane sono
lunghe appena 20 cm. Il che significherebbe, secondo l'usuale rapporto tra
lunghezza del piede e altezza, che solitamente è del 15%, che i soggetti
erano alti appena 1,35 m. Se l'età di questi segni venisse confermata, essi
potrebbero appartenere a esemplari di Homo heidelbergensis, che si
pensa si sia evoluto 600.000 anni fa in Africa, da dove è emigrato verso
l'Europa. Chris Stringer del Museo di Storia Naturale di Londra sostiene:
«Secondo me si tratta degli antenati dell'Uomo di Neanderthal». Leslie
Aiello, antropologa dello University College di Londra, crede che le
impronte siano toppo piccole per un Homo heidelbergensis adulto.
L'Uomo di Boxgrove, infatti, un esemplare della stessa specie le cui tibie
sono state rinvenute in Inghilterra, nel 1993, sembra fosse alto 1,80 m. Le
orme campane, quindi, secondo la Aiello, potrebbero appartenere a degli
individui in età infantile”.
Il settimanale La ricerca è categorico nel titolare la
notizia dell’evento raccontata dagli stessi scopritori: “Ritrovate le
impronte più antiche di esseri umani - Dal vulcano di Roccamofina (CE)
emergono le orme dell’Homo erectus europeo.
Nella primavera del 2002 i due
studiosi di storia locale Adolfo Panarello e Marco De Angelis intuiscono la
non casualità delle tracce e contattano il geologo Paolo Mietto
dell’Università di Padova “che da anni si occupa di tracce fossili di
vertebrati. Mietto visita il sito e resosi conto dell'importanza della
segnalazione, ritorna a Foresta con un suo collega, Marco Avanzini del Museo
Tridentino di Scienze Naturali di Trento anch'esso geologo e studioso di
orme fossili. Avvisata la Soprintendenza Archeologica per le Province di
Napoli e Caserta e coinvolto nella prima fase delle ricerche Giuseppe
Rolandi, vulcanologo dell'Università Federico II di Napoli, ci si rende
conto che le Ciampate del diavolo sono in realtà piste fossili umane
estremamente antiche”.
Gli studiosi, quindi, riconoscono che le orme, associate in
tre piste che scendono un ripido pendio, sono impresse sulla superficie di
una colata piroclastica parte dell'unità geologica dei Tufi Leucitici
Bruni(vulcano di Roccamonfina) di età compresa tra i 385.000 e i 325.000
anni fa. Basandosi sul comportamento di alcuni minerali contenuti nel
materiale vulcanico (zeoliti), Rolandi suggerisce che le orme siano state
impresse quando la massa era ancora calda e non completamente solidificata.
Ogni pista fornisce dati interessanti sulle capacità di
operare scelte di percorso e variazioni di andatura da parte degli autori
delle orme che dimostrano deambulazione completamente bipede con utilizzo
degli arti anteriori solo in fase di appoggio e riequilibrio in settori a
forte pendenza.
Gli scopritori concludono: “Le orme, impresse da individui di
piccola taglia (altezza circa 150 cm) sono allungate, mostrano arco plantare
sollevato e conservano tracce del tallone e delle dita.
L’età suggerita dalle prime analisi (compresa cioè tra
385.000 e 325.000 anni) le rende uniche nel panorama delle tracce fossili
umane del nostro pianeta (le piste di Laetoli, in Tanzania datate tra 2.6 e
3 milioni di anni fa appartengono ad Australopiteci).
Fino ad ora infatti, solo un'orma isolata scoperta nel sito
Paleolitico di Terra Amata in Francia è attribuibile ad uomini di circa
300.000 anni fa.
Le piste di Tora e Piccilli possono per questo essere
considerate le più antiche tracce umane conosciute a livello globale.
Attribuibili all'Homo erectus europeo (Homo
heidelbergensis) e conservate in un contesto ambientale del tutto
particolare, le piste di Tora e Piccilli sono anche l'unico caso conosciuto
dove siano presenti tracce delle mani utilizzate per equilibrarsi durante il
cammino su un pendio difficile ed accidentato”.
Si tratta di due avvenimenti scientifici e culturali di
grande portata internazionale ma che finora non hanno trovato un adeguato
interesse da parte del mondo culturale aurunco-ausone.

G. DEVOTO, Gli antichi Italici, edit. Vallecchi, Firenze, 1969