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Nuove ricerche sull'antichità degli Aurunci
Gli aurunci imparentati con i guasconi
Il Primo uomo di Roccamonfina

di Albino Cece

Due fatti nuovi vengono oggi a confermare l’estrema antichità del popolo ausone-aurunco: una ricerca linguistica di dimensione europea dalla quale può assumersi la presenza dell’uomo in queste contrade già da almeno 20 mila anni fa e la scoperta di archeologia preistorica a Tora e Piccilli dove sono state ritrovate le impronte più antiche in assoluto di esseri umani essendo esse attribuibili ad un’epoca compresa tra 385 e 325 mila anni fa.

Secondo una recente teoria, sostenuta da linguisti e studiosi di genetica[1], in molti nomi di fiumi e di città europei si nascondono parole che derivano dal basco ed essi furono attribuiti subito dopo l'ultima glaciazione (circa 15 mila anni fa). Infatti anche dal lato della genetica è stato dimostrato che le popolazioni di tutta Europa sono tuttora strettamente imparentate con i Baschi, popolo pre-indoeuropeo, stanziato da tempi immemorabili nella regione dei due versanti dei Pirenei occidentali che s’affacciano al golfo di Guascogna.

In particolare, si è trovato che l'elemento basco iz (pronunciato con s sorda) significa acqua o corso d'acqua. E’ stata accertato, inoltre, che nei nomi dei corsi d’acqua si ripete con una insolita frequenza l'elemento ur (aur), var (ver), sal (salm), o al (alm). Ur significa acqua, ura significa corso d'acqua, ruscello.

Per al e sal sono stati ipotizzati significati simili con ciò dimostrandosi la probabile diffusione del vascone antico.

Gli studi linguistici sono stati poi confermati anche da quelli genetici che sostengono la presenza nell'intera popolazione europea di una misura sbalorditiva di eredità genetica in comune con i baschi.

L'invasione dell'Europa, non più tardi di 10 mila anni fa, delle popolazioni provenienti dall'Asia centrale e dal medio Oriente, portatrici dell'economia rurale e delle lingue europee, non ha, quindi, assorbito o soppiantato la preesistente civiltà indigena costituita appunto dalla espansione basca post-glaciale (il cui culmine era avvenuto 20 mila anni fa).

Viene supposto, quindi, che molti toponimi d'Europa si siano originati da popolazioni precedenti agli indoeuropei, poi scomparse; se ne deduce che bisogna perciò prendere in considerazione, tra questi, anche i gruppi insediatisi in Europa subito dopo l'ultima glaciazione.

Gli antichi baschi, i vasconi degli antichi romani, ci hanno lasciato oltre alle denominazioni geografiche anche il sistema particolare di numerazione a base venti (che si ritrova tuttora in Francia) contro quello decimale degli indoeuropei.

Ricerche di genetica molecolare indicano che la maggior parte degli odierni Europei ha antenati che vivevano in Europa già nell'età glaciale. E che, analogamente a quanto suggerito dagli studi linguistici, il ripopolamento dell'Europa occidentale dopo la glaciazione ebbe prevalentemente origine dal "rifugio" situato nel nord della penisola iberica e nel sud della Francia.

Per quanto riguarda il toponimo Aurunci-Ausoni attinente a queste nostre contrade sud laziali ci troviamo, allora, in linea con le recenti ricerche linguistiche poiché nel nome è presente proprio l'elemento basco ur (aur).

Dell'incredibile antichità di questo toponimo ebbe già molti anni fa una felice intuizione G. Devoto[2] che ne faceva risalire l'origine proprio ad un'epoca pre-indoeuropea.

Diventa così ancor più credibile l’affermazione del Devoto laddove scrive[3]: “L’esistenza di una corrente culturale dal Lazio alla Campania anteriormente al periodo di colonizzazione greca in Campania, pare dunque possibile anche se non esclusiva. A Suessula, presso l’odierna località di Cancello, appaiono le tombe a fossa proto-latine con un piccolo tumulo di sassi, con le tracce di un pasto funebre che, indipendentemente da rito, è documentato anche in Roma”. Ed ancora egli scrive[4]: “Soltanto il quadro culturale della Campania è assai più complesso… e l’elemento greco, che nell’arte e nella cultura ha avuto il sopravvento, nell’alfabeto ha esercitato una azione più ristretta, sufficiente a neutralizzare la rigidità eccessiva di un alfabeto etrusco applicato ad una  lingua italica… Sicché nonostante la mancanza di documenti, è da supporre che in Campania sia esistito un alfabeto etrusco, non solo antico quanto quelli dell’Etruria, ma anche più antico”.

Anche il dotto sessano G. Tommasino[5], pur riconoscendo all’appellativo Ausones e suoi derivati una definitiva attestazione soltanto verso il 1000 a.C., afferma che “ciò non ci dispensa dal dover rilevare che l’etimo Ausones appartiene alla categoria di quei toponimi preistorici in dialetto misto in cui radicali tirrenici s’intrecciano con suffissi e forme di un dialetto indoeuropeo o ario (latino-sabellico) o con voci prettamente osche”.

Come è noto, il racconto della preistoria e quello degli albori dell’uomo è in continua evoluzione e reinterpretazione grazie a nuove acquisizioni e all’affinarsi delle tecniche archeologiche e di ricerca tanto che oggi esiste qualche scuola di pensiero orientata, anche se cautamente, a dare una nuova interpretazione del racconto che fa Platone della fine di Atlantide: la civiltà evoluta d’Atlantide esistette veramente e fu cancellata dal volto della terra da un immane cataclisma naturale di diverse e concomitanti origini; le coste dell’attuale Spagna, Francia e Italia che si affacciano sul Mediterraneo offrirono asilo ai superstiti che edificarono qui costruzioni tuttora esistenti e di cui è tuttavia difficile spiegarne la realizzazione da parte di una umanità primitiva priva di qualsiasi cognizione tecnica (megaliti, mura poligonali, ecc.).

Secondo quanto afferma la ricerca linguistica appena resa nota, gli antichi vasconi erano usi indicare i luoghi con un nome comune (acqua, ruscello, monte); in seguito a successive trasformazioni queste parole si trasformarono in nomi propri per distinguerli l'uno dall'altro.

La verifica sul nostro territorio, seguendo la recente teoria, ci offre una sbalorditiva conferma perché nell'area aurunca esiste tuttora una abbondante risorsa di sorgive naturali, acqua abbondante e sorgenti perenni diffuse. Questo elemento naturale, principale alimento per la vita umana e per garantire un minimo di organizzazione sociale, è un bene diffuso dell'area e prezioso per consentire gli insediamenti all’uomo primevo.

In conclusione possiamo dire che finalmente sembrano confermate le ipotesi teoriche finora conosciute secondo cui al toponimo Aurunci debba attribuirsi il recondito significato etimologico di monti ricchi d'acqua.

 

L’altro importante accadimento riguarda la scoperta verificatasi in località Foresta nel ter­ritorio comunale di Tora e Piccilli, in provincia di Caserta, nelle vicinanze di Roccamonfina, di quelle che potrebbero essere le orme più antiche[6] di esseri umani mai trovate finora.

L'interpretazione di queste tracce è dovuta a tre ricercatori universitari italiani: Paolo Mietto, Marco Avanzini e Giuseppe Rolandi. Il team diretto da Paolo Mietto è giunto a questa conclusione dopo aver esaminato tre serie di orme sul vulcano di Roccamonfina, sul confine tra Lazio e Campania, conosciute dagli abitanti del luogo come "impronte del diavolo" ma che, in realtà, sono le impronte fossilizzate su ceneri vulcaniche lasciate da tre uomini primitivi discesi più di 325.000 anni fa lungo le falde del vulcano.

La considerazione “soprannaturale” di queste impronte su roccia vulcanica da parte degli abitanti le ha preservate dalla distruzione ed oggi, così, “gli scienziati – si afferma su Hera - sostengono che le orme si presentano fossilizzate su ceneri depositatesi in seguito a un'eruzione, datata tra i 385.000 e i 325.000 anni fa con tecniche radiometriche. Una delle serie è costituita da 27 impronte disposte a zig-zag, andamento che probabilmente ha reso la discesa lungo la falda più facile. Un'altra serie consta di 19 segni che seguono una curva più smorzata, ma vi sono delle occasionali impronte di mani dove il sog­getto deve aver poggiato una mano in terra, probabilmente per evitare di scivolare. La terza serie di 10 orme regolarmente spaziate sembra seguire una linea retta. Le impronte umane sono lunghe appena 20 cm. Il che significherebbe, secondo l'usuale rapporto tra lunghezza del piede e altezza, che solitamente è del 15%, che i soggetti erano alti appena 1,35 m. Se l'età di questi segni venisse confermata, essi potrebbero appartenere a esemplari di Homo heidelbergensis, che si pensa si sia evoluto 600.000 anni fa in Africa, da dove è emigrato verso l'Europa. Chris Stringer del Museo di Storia Naturale di Londra sostiene: «Secondo me si tratta degli antenati dell'Uomo di Neanderthal». Leslie Aiello, antropolo­ga dello University College di Londra, crede che le impronte siano toppo piccole per un Homo heidelbergensis adulto. L'Uo­mo di Boxgrove, infatti, un esemplare della stessa specie le cui tibie sono state rinvenute in Inghilterra, nel 1993, sembra fos­se alto 1,80 m. Le orme campane, quindi, secondo la Aiello, potrebbero appartenere a degli individui in età infantile”.

Il settimanale La ricerca è categorico nel titolare la notizia dell’evento raccontata dagli stessi scopritori: “Ritrovate le impronte più antiche di esseri umani - Dal vulcano di Roccamofina (CE) emergono le orme dell’Homo erectus europeo.

Nella primavera del 2002 i due studiosi di storia locale Adolfo Panarello e Marco De Angelis intuiscono la non casualità delle tracce e contattano il geologo Paolo Mietto dell’Università di Padova “che da anni si occupa di tracce fossili di vertebrati. Mietto visita il sito e reso­si conto dell'importanza della segnalazione, ritorna a Foresta con un suo collega, Marco Avanzini del Museo Tridentino di Scienze Naturali di Trento anch'esso geolo­go e studioso di orme fossili. Avvisata la Soprintendenza Archeologica per le Province di Napoli e Caserta e coinvolto nella prima fase delle ricerche Giuseppe Rolandi, vulcanologo dell'Università Federico II di Napoli, ci si rende conto che le Ciampate del diavolo sono in realtà piste fossili umane estremamente antiche”.

Gli studiosi, quindi, riconoscono che le orme, associa­te in tre piste che scendono un ripi­do pendio, sono impresse sulla super­ficie di una colata piroclastica parte dell'unità geologica dei Tufi Leucitici Bruni(vulcano di Roccamonfina) di età compresa tra i 385.000 e i 325.000 anni fa. Basandosi sul comportamento di alcuni minerali contenuti nel mate­riale vulcanico (zeoliti), Rolandi suggerisce che le orme siano state impresse quando la massa era ancora calda e non completamente solidificata.

Ogni pista fornisce dati interessanti sulle capacità di operare scelte di percorso e varia­zioni di andatura da parte degli autori delle orme che dimostrano deambulazione com­pletamente bipede con utilizzo degli arti anteriori solo in fase di appoggio e riequilibrio in settori a forte pendenza.

Gli scopritori concludono: “Le orme, impresse da individui di piccola taglia (altezza circa 150 cm) sono allungate, mostrano arco plantare sollevato e conservano tracce del tallone e delle dita.

L’età suggerita dalle prime analisi (compresa cioè tra 385.000 e 325.000 anni) le rende uniche nel panorama delle tracce fossili umane del nostro pianeta (le piste di Laetoli, in Tanzania datate tra 2.6 e 3 milioni di anni fa appartengono ad Australopiteci).

Fino ad ora infatti, solo un'orma isolata scoperta nel sito Paleolitico di Terra Amata in Francia è attribui­bile ad uomini di circa 300.000 anni fa.

Le piste di Tora e Piccilli possono per questo essere considerate le più antiche tracce umane conosciute a livello globale.

Attribuibili all'Homo erectus euro­peo (Homo heidelbergensis) e con­servate in un contesto ambientale del tutto particolare, le piste di Tora e Piccilli sono anche l'unico caso conosciuto dove siano presenti tracce delle mani utilizzate per equilibrarsi durante il cammino su un pendio difficile ed accidentato”.

Si tratta di due avvenimenti scientifici e culturali di grande portata internazionale ma che finora non hanno trovato un adeguato interesse da parte del mondo culturale aurunco-ausone.

[1] E.HAMEL - Th. VENNEMANN - P. FOSTER, La lingua degli antichi Europei; in: Le Scienze, Milano, n. 407, luglio 2002.

[2] G. DEVOTO, Gli antichi Italici, edit. Vallecchi, Firenze, 1969

[3] G. DEVOTO, op. cit., p. 101.

[4] G. DEVOTO, op. cit., p. 134.

[5] G. TOMMASINO, Aurunci patres, nota 141, p. 104, Gubbio 1942, ediz. anast. Edit. Caramanica, Marina di Minturno, 1986.

[6] La notizia è stata riportata  da La Ricerca, n. 23, 14 marzo 2003, Vigano di Gaggiano (Mi) che la riprende dalla rivista Nature: Paolo Mietto, Marco Avanzini e Giuseppe Rolandi, Human footprints in Pleistocene volcanic ash, Nature, Vol. 422, p. 133, pubblicata in pari data. La stessa notizia è riportata anche da Hera, n. 41, maggio 2003, Fonte Nuova (Roma) che la riprende da New Scientist.

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