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Tempo di sintesi storica per gli Aurunci

di Albino Cece

L’archeologia è una scienza nata di recente e che discute e tratta soltanto di quelle acquisizioni, di quei ritrovamenti che riesce a interpretare ed a collocare entro un quadro storico e temporale predefinito, salvo eventuali correzioni rese evidenti da successive scoperte.

Si tratta, insomma, di una scienza che dipende esclusivamente dai manufatti che vengono portati alla luce e dal loro studio; essa è in continuo divenire, in una continua revisione delle conclusioni sulla scorta di quanto gli archeologi riescono a toccare con mano.

L’archeologia è, dunque, la scienza delle certezze limitate ai manufatti trovati e collocati entro una determinata area e secondo una successione di venti storici sicuri. Anche le ipotesi archeologiche si muovono entro schemi preordinati, costruiti mano a mano che le scoperte vanno avanti e si verificano.

L’archeologia non fa concessioni alla fantasia tant’è che le più esaltanti scoperte sono avvenute proprio grazie a non specialisti armati solo di fantasia e convinzioni culturali estranee al mondo accademico ufficiale.

Non si intende togliere qui il merito, che pure ampiamente possiedono, agli esponenti ufficiali di questa scienza, ai quali va dato il merito di non averla lasciata in balia di ipotesi avventurose e di averla difesa da quanti – e sono stati e sono numerosi – volevano ridurla alla scienza del mistero e degli enigmi.

E così l’archeologia continua a conservare nei suoi capaci magazzini – reali e ideali – tutte quelle evenienze che no riesce a spiegare, in attesa di nuove scoperte che aiutino gli specialisti a collocarle nella loro giusta posizione nell’immenso teatro della storia.

Si manifesta oggi un grande interesse culturale verso la storia più antica dei popoli sia per una più diffusa e alta consistenza culturale degli individui, sia per la velocità di diffusione ed estesa massa di informazioni di cui ciascuno può avvalersi nella costruzione di nuove ipotesi storico-archeologiche.

Non è un problema di poco conto perché permette alla storia ed all’archeologia di uscire dai sacrari ufficiali – ove in verità per troppi anni è stata confinata – a disposizione di un limitato numero di specialisti e di essere diffusa a beneficio di quanti hanno passione a questi studi ed alla elaborazione dei dati raccolti.

Ma rappresenta anche un pericolo di inquinamento dei dati reali a favore di costruzioni astruse e cervellotiche – prive cioè di riscontri reali – del passato dell’uomo, gravide di conseguenze per una corretta proposizione scientifica del problema.

E’ necessario, allora, più che mai affrontare oggi una sintesi scientifica di quanto si è fatto o non si è fatto finora in archeologia e di quali dati essa è priva per meglio individuare un’epoca e se scoperte sopraggiunte possono portare variazioni alle sintesi consolidate.

In conclusione, sarebbe necessaria una revisione generale dei dati archeologici fin qui emersi – e spesso accumulati senza risposte – per conseguire una più aderente certezza sulle più antiche civiltà costruite dall’uomo sulla Terra.

Uno di questi misteri rimasti finora irrisolti dall’archeologia è costituito da quella “civiltà della pietra” presente nel Lazio meridionale già in epoca pre-romana.

Con molta chiarezza il noto etruscologo Massimo Pallottino, nel suo libro “Storia della prima Italia”, ha tracciato una storia dell’archeologia che interessata alla storia del mondo italico pre-romano fino alla prima metà dell’ottocento, lo ha poi trascurato salvo rare eccezioni.

Perciò non possediamo a tuttoggi una visione d’insieme delle conoscenze acquisite dall’archeologia sulla “prima Italia” né delle implicazioni che esse portano nei rapporti con gli altri popoli che qui pervennero.

 

Per tracciare la storia del Lazio meridionale non può trascurarsi l’archeologia che può offrire l’unica lettura di questo territorio che pur vanta citazioni negli antichi storici greci e romani.

Uno dei problemi storici ed archeologici del Lazio meridionale – forse il più evidente ed il meno studiato – è quello delle mura ciclopiche i cui resti sono diffusi in tutta l’area territoriale.

Chi li dice di origine greca, chi di origine romana, altri non sanno cosa dire ed avanzano ipotesi se non poco plausibili almeno poco giustificate.

Al di là delle conclusioni cui giunge  J. M. Allen nel suo libro “Atlantide. L’ultima verità”, ci ha colpito la considerazione che esso fa sulla cronologia adottata in archeologia dove – citando Ignatius Donnelly, per molti anni deputato repubblicano al congresso degli Stati Uniti e, una volta ritiratosi dalla politica, autore della monumentale opera “Atlantis:The Ante-Diluvian World” – “in Europa l’Età del Bronzo seguì immediatamente l’Età della Pietra, mentre ci sarebbe essere una Età del Rame con armi in puro rame, prima che gli uomini imparassero a mescolare ed a unire a questo metallo un dieci per cento di stagno in modo da ottenere la lega nota col nome di bronzo”.

Le più recenti acquisizioni archeologiche hanno chiarito questa carenza?

Lo studioso sostiene (pp. 60-61) “che solo nelle Americhe, dalla Bolivia al Lago Superiore, si trovano ovunque tracce di una lunga Età del Rame, e che solo lungo le rive del Lago Superiore ci sono i segni evidenti di un’industria del rame puro e della manifattura di utensili di rame. Ma per produrre il bronzo, al rame deve essere aggiunto lo stagno, ed è in Bolivia che si trova la maggior quantità di stagno, insieme con grandi quantitativi di rame e altri metalli. Il bronzo, dunque, ci dice Donnelly, veniva accumulato e  trasportato in tutta Europa, e questo è dimostrato da comuni manufatti di forma simile, quali asce e spade di bronzo, ritrovati nei luoghi più diversi, in Svizzera, in Irlanda, in Danimarca e in Africa, che venivano inizialmente distribuiti da un popolo di marinai. Fenici e cartaginesi continuarono questi antichi scambi marittimi, ma, secondo Donnelly, furono preceduti dai Tokhari, un popolo ridotto in prigionia dopo la grande battaglia marittima tra Ramses III e i superstiti di quella potente razza atlantica che aveva sviluppato l’industria metallurgica del rame e del bronzo. Il significato del nome della loro isola era “l’isola del rame”, o “le montagne di rame nel mare”; da lì provenivano le migliaia di tonnellate di rame e di stagno importate in Europa”. Fin qui possiamo anche condividere le ipotesi sia dell Donnelly che dell’Allen; ci trova scettici la conclusione che individua questi luoghi con “l’isola di Atlantide” sulla quale sono scorsi fiumi di inchiostro senza giungere mai a conclusioni certe.

Sebbene il volume di Allen si ponga in quel filone letterario oggi in voga che tende ad impressionare il lettore con attraenti ipotesi sull’antico passato dell’uomo, abbiamo voluto citarlo soltanto per le personali specializzazioni dell’autore, invero difficili a trovarsi tra scrittori e storici. L’Allen afferma, infatti di essersi arruolato nella Royal Air Foirce a 18 anni e di essersi qui specializzato in “restituzione aerofotogrammetrica, che consiste nel disegnare mappe e carte in scale diverse sulla base di fotografie scattate dall’aereo” diventando poi “interprete fotografico, cioè una persona in grado di analizzare le fotografie aeree estraendone tutte le informazioni possibili”.

Abbiamo citato questo esempio per dimostrare quanta strada ancora deve fare l’archeologia per offrire risposte adeguate alle domande sul trascorso dell’uomo sulla terra avvalendosi anche di collaborazione multidisciplinari.

 

Uno dei popoli italici completamente annientato dall’espansionismo romano fu quello degli Ausoni-Aurunci di cui Roma fece perdere ogni traccia della loro storia.

Certo pare che questo popolo facesse parte della più vasta etnia Osco-opica.

Degli Aurunca, per esempio, parla Ammiano Marcellino nella sua opera “Rerum gestarum libri XXXI, di cui si sono conservati gli ultimi 18 libri e che riguardano i fatti degli anni 353-378 dopo Cristo.

Nell’edizione Rusconi delle “Storie” di Ammiano Marcellino del 1989, a cura di Matilde Caltabiano, troviamo (XXX, 4,12; p. 785-786): “Per apparire più profondi conoscitori del diritto (gli avvocati romani; n.d.r.) citano Trebazio, Cascellio, Alfeno e leggi degli Aurunci e dei Sicani già da lungo tempo ignorate e seppellite ormai da molte generazioni insieme con la madre di Evandro. E se inventi di aver ucciso di proposito tua madre, promettono, se capiscono che sei ben provvisto di denaro, che numerosi e misteriosi testi ti assicurano l’assoluzione”.

Nelle note al testo riportato, Trebazio, Cascellio e Alfeno sono indicati come tre illustri giuristi mentre l’intero passo così viene annotato: “Ammiano colpisce con la sua ironia gli avvocati del tempo, che per ostentazione di dottrina citavano giureconsulti vissuti quattro o cinque secoli prima, o addirittura le leggi degli antichissimi popoli italici e personaggi mitici, così come Gallio ironizzava con coloro che per mania di eccessivo arcaismo si servivano delle espressioni degli antichi Aurunca e Sicani, quasi che parlassero ancora con la madre di Evandro (Cfr. Aulo Gallio, Le notti Attiche, I, 10, 1). In altro luogo dello stesso volume, in nota, (p. 451) viene detto: “…Ausonia è il nome usato dagli scrittori greci di età ellenistica per indicare l’Italia non greca, e più tardi per metonimia esso passò a indicare l’Italia”.

Questo passo di Ammiano Marcellino ci ha portato a riflettere sulla condizione del nostro territorio e dei suoi abitanti prima dell’arrivo di Roma. Qui le condizioni non dovevano essere molto dissimili da quelle di Roma stessa. E se gli altri popoli italici riuscirono ad opporre resistenza alle voglie espansionistiche romane, dovevano pur avere una struttura sociale e politica adeguata e che permettesse l’organizzazione di una difesa e di una controffensiva.

Finora questi popoli ci sono stati presentati come popoli di pastori e di “primitivi” ma Ammiano Marcellino ci fa sapere che gli stessi romani (anche se per fatti di “cassetta” degli avvocati), dopo oltre seicento anni dalla loro distruzione, ancora citano leggi degli Aurunci, e, fatto ancora più importante, sembra di capire che, dopo tanto tempo, le credono ancora vigenti; questo fa supporre come nel 353-378 dopo Cristo ancora fosse vivo il ricordo del popolo aurunco nel mondo romano.

La conclusione logica è che, prima di Roma, gli aurunci non fossero soltanto pastori “primitivi” ma una società da prendere ad esempio per la loro alta organizzazione sociale.

Quale fu la loro vera storia? Quale fu il loro rapporto con greci, etruschi ed altri popoli che, ancor prima di questi, raggiunsero le coste del Tirreno?

Cosa è accaduto, dunque, nella penisola italiana tra l’età della Pietra e quella del Bronzo? Quanto tempo è trascorso tra queste due Età della civiltà umana? Di quali avvenimenti fu l’uomo  protagonista? Anche se le conclusioni di J. M. Allen, districandosi arditamente tra le antiche misure di superficie ed altro, si spingono, grazie alla sua preparazione geografica – fino all’estremo limite di porre Atlantide in Bolivia ed – interpretando Platone – estendendo il regno atlantideo fino in Italia, non si può negare un certo credito alle sue ricerche che se, basandosi sullo studio del territorio e di quello di seri studiosi ottocenteschi, sembra giungere a deduzioni logiche e coerenti con le più recenti acquisizioni provenienti dal mondo accademico ufficiale. 

Da questi interrogativi può nascere forse anche una risposta che ci permetta di individuare i veri costruttori delle mura ciclopiche del Lazio meridionale.

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