L’archeologia è una scienza nata di recente e che discute e tratta soltanto
di quelle acquisizioni, di quei ritrovamenti che riesce a interpretare ed a
collocare entro un quadro storico e temporale predefinito, salvo eventuali
correzioni rese evidenti da successive scoperte.
Si tratta, insomma, di una scienza che dipende esclusivamente dai manufatti
che vengono portati alla luce e dal loro studio; essa è in continuo
divenire, in una continua revisione delle conclusioni sulla scorta di quanto
gli archeologi riescono a toccare con mano.
L’archeologia è, dunque, la scienza delle certezze limitate ai manufatti
trovati e collocati entro una determinata area e secondo una successione di
venti storici sicuri. Anche le ipotesi archeologiche si muovono entro schemi
preordinati, costruiti mano a mano che le scoperte vanno avanti e si
verificano.
L’archeologia non fa concessioni alla fantasia tant’è che le più esaltanti
scoperte sono avvenute proprio grazie a non specialisti armati solo di
fantasia e convinzioni culturali estranee al mondo accademico ufficiale.
Non si intende togliere qui il merito, che pure ampiamente possiedono, agli
esponenti ufficiali di questa scienza, ai quali va dato il merito di non
averla lasciata in balia di ipotesi avventurose e di averla difesa da quanti
– e sono stati e sono numerosi – volevano ridurla alla scienza del mistero e
degli enigmi.
E così l’archeologia continua a conservare nei suoi capaci magazzini – reali
e ideali – tutte quelle evenienze che no riesce a spiegare, in attesa di
nuove scoperte che aiutino gli specialisti a collocarle nella loro giusta
posizione nell’immenso teatro della storia.
Si manifesta oggi un grande interesse culturale verso la storia più antica
dei popoli sia per una più diffusa e alta consistenza culturale degli
individui, sia per la velocità di diffusione ed estesa massa di informazioni
di cui ciascuno può avvalersi nella costruzione di nuove ipotesi
storico-archeologiche.
Non è un problema di poco conto perché permette alla storia ed
all’archeologia di uscire dai sacrari ufficiali – ove in verità per troppi
anni è stata confinata – a disposizione di un limitato numero di specialisti
e di essere diffusa a beneficio di quanti hanno passione a questi studi ed
alla elaborazione dei dati raccolti.
Ma rappresenta anche un pericolo di inquinamento dei dati reali a favore di
costruzioni astruse e cervellotiche – prive cioè di riscontri reali – del
passato dell’uomo, gravide di conseguenze per una corretta proposizione
scientifica del problema.
E’ necessario, allora, più che mai affrontare oggi una sintesi scientifica
di quanto si è fatto o non si è fatto finora in archeologia e di quali dati
essa è priva per meglio individuare un’epoca e se scoperte sopraggiunte
possono portare variazioni alle sintesi consolidate.
In conclusione, sarebbe necessaria una revisione generale dei dati
archeologici fin qui emersi – e spesso accumulati senza risposte – per
conseguire una più aderente certezza sulle più antiche civiltà costruite
dall’uomo sulla Terra.
Uno di questi misteri rimasti finora irrisolti dall’archeologia è costituito
da quella “civiltà della pietra” presente nel Lazio meridionale già in epoca
pre-romana.
Con molta chiarezza il noto etruscologo Massimo Pallottino, nel suo libro
“Storia della prima Italia”, ha tracciato una storia dell’archeologia che
interessata alla storia del mondo italico pre-romano fino alla prima metà
dell’ottocento, lo ha poi trascurato salvo rare eccezioni.
Perciò non possediamo a tuttoggi una visione d’insieme delle conoscenze
acquisite dall’archeologia sulla “prima Italia” né delle implicazioni che
esse portano nei rapporti con gli altri popoli che qui pervennero.
Per tracciare la storia del Lazio meridionale non può trascurarsi
l’archeologia che può offrire l’unica lettura di questo territorio che pur
vanta citazioni negli antichi storici greci e romani.
Uno dei problemi storici ed archeologici del Lazio meridionale – forse il
più evidente ed il meno studiato – è quello delle mura ciclopiche i cui
resti sono diffusi in tutta l’area territoriale.
Chi li dice di origine greca, chi di origine romana, altri non sanno cosa
dire ed avanzano ipotesi se non poco plausibili almeno poco giustificate.
Al di là delle conclusioni cui giunge J. M. Allen nel suo libro “Atlantide.
L’ultima verità”, ci ha colpito la considerazione che esso fa sulla
cronologia adottata in archeologia dove – citando Ignatius Donnelly, per
molti anni deputato repubblicano al congresso degli Stati Uniti e, una volta
ritiratosi dalla politica, autore della monumentale opera “Atlantis:The
Ante-Diluvian World” – “in Europa l’Età del Bronzo seguì immediatamente
l’Età della Pietra, mentre ci sarebbe essere una Età del Rame con armi in
puro rame, prima che gli uomini imparassero a mescolare ed a unire a questo
metallo un dieci per cento di stagno in modo da ottenere la lega nota col
nome di bronzo”.
Le più recenti acquisizioni archeologiche hanno chiarito questa carenza?
Lo studioso sostiene (pp. 60-61) “che solo nelle Americhe, dalla Bolivia al
Lago Superiore, si trovano ovunque tracce di una lunga Età del Rame, e che
solo lungo le rive del Lago Superiore ci sono i segni evidenti di
un’industria del rame puro e della manifattura di utensili di rame. Ma per
produrre il bronzo, al rame deve essere aggiunto lo stagno, ed è in Bolivia
che si trova la maggior quantità di stagno, insieme con grandi quantitativi
di rame e altri metalli. Il bronzo, dunque, ci dice Donnelly, veniva
accumulato e trasportato in tutta Europa, e questo è dimostrato da comuni
manufatti di forma simile, quali asce e spade di bronzo, ritrovati nei
luoghi più diversi, in Svizzera, in Irlanda, in Danimarca e in Africa, che
venivano inizialmente distribuiti da un popolo di marinai. Fenici e
cartaginesi continuarono questi antichi scambi marittimi, ma, secondo
Donnelly, furono preceduti dai Tokhari, un popolo ridotto in prigionia dopo
la grande battaglia marittima tra Ramses III e i superstiti di quella
potente razza atlantica che aveva sviluppato l’industria metallurgica del
rame e del bronzo. Il significato del nome della loro isola era “l’isola del
rame”, o “le montagne di rame nel mare”; da lì provenivano le migliaia di
tonnellate di rame e di stagno importate in Europa”. Fin qui possiamo anche
condividere le ipotesi sia dell Donnelly che dell’Allen; ci trova scettici
la conclusione che individua questi luoghi con “l’isola di Atlantide” sulla
quale sono scorsi fiumi di inchiostro senza giungere mai a conclusioni
certe.
Sebbene il volume di Allen si ponga in quel filone letterario oggi in voga
che tende ad impressionare il lettore con attraenti ipotesi sull’antico
passato dell’uomo, abbiamo voluto citarlo soltanto per le personali
specializzazioni dell’autore, invero difficili a trovarsi tra scrittori e
storici. L’Allen afferma, infatti di essersi arruolato nella Royal Air
Foirce a 18 anni e di essersi qui specializzato in “restituzione
aerofotogrammetrica, che consiste nel disegnare mappe e carte in scale
diverse sulla base di fotografie scattate dall’aereo” diventando poi
“interprete fotografico, cioè una persona in grado di analizzare le
fotografie aeree estraendone tutte le informazioni possibili”.
Abbiamo citato questo esempio per dimostrare quanta strada ancora deve fare
l’archeologia per offrire risposte adeguate alle domande sul trascorso
dell’uomo sulla terra avvalendosi anche di collaborazione multidisciplinari.
Uno dei popoli italici completamente annientato dall’espansionismo romano fu
quello degli Ausoni-Aurunci di cui Roma fece perdere ogni traccia della loro
storia.
Certo pare che questo popolo facesse parte della più vasta etnia Osco-opica.
Degli Aurunca, per esempio, parla Ammiano Marcellino nella sua opera “Rerum
gestarum libri XXXI, di cui si sono conservati gli ultimi 18 libri e che
riguardano i fatti degli anni 353-378 dopo Cristo.
Nell’edizione Rusconi delle “Storie” di Ammiano Marcellino del 1989, a cura
di Matilde Caltabiano, troviamo (XXX, 4,12; p. 785-786): “Per apparire più
profondi conoscitori del diritto (gli avvocati romani;
n.d.r.) citano Trebazio, Cascellio, Alfeno e
leggi degli Aurunci e dei Sicani
già da lungo tempo ignorate e seppellite
ormai da molte generazioni insieme con la madre di Evandro. E se
inventi di aver ucciso di proposito tua madre, promettono, se capiscono che
sei ben provvisto di denaro, che numerosi e misteriosi testi ti assicurano
l’assoluzione”.
Nelle note al testo riportato, Trebazio, Cascellio e Alfeno sono indicati
come tre illustri giuristi mentre l’intero passo così viene annotato:
“Ammiano colpisce con la sua ironia gli avvocati del tempo, che per
ostentazione di dottrina citavano giureconsulti vissuti quattro o cinque
secoli prima, o addirittura le leggi degli antichissimi popoli italici e
personaggi mitici, così come Gallio ironizzava con coloro che per mania di
eccessivo arcaismo si servivano delle espressioni degli antichi Aurunca e
Sicani, quasi che parlassero ancora con la madre di Evandro (Cfr. Aulo
Gallio, Le notti Attiche, I,
10, 1). In altro luogo dello stesso volume, in nota, (p. 451) viene detto:
“…Ausonia è il nome usato dagli scrittori greci di età ellenistica per
indicare l’Italia non greca, e più tardi per metonimia esso passò a indicare
l’Italia”.
Questo passo di Ammiano Marcellino ci ha portato a riflettere sulla
condizione del nostro territorio e dei suoi abitanti prima dell’arrivo di
Roma. Qui le condizioni non dovevano essere molto dissimili da quelle di
Roma stessa. E se gli altri popoli italici riuscirono ad opporre resistenza
alle voglie espansionistiche romane, dovevano pur avere una struttura
sociale e politica adeguata e che permettesse l’organizzazione di una difesa
e di una controffensiva.
Finora questi popoli ci sono stati presentati come popoli di pastori e di
“primitivi” ma Ammiano Marcellino ci fa sapere che gli stessi romani (anche
se per fatti di “cassetta” degli avvocati), dopo oltre seicento anni dalla
loro distruzione, ancora citano leggi degli Aurunci, e, fatto ancora più
importante, sembra di capire che, dopo tanto tempo, le credono ancora
vigenti; questo fa supporre come nel 353-378 dopo Cristo ancora fosse vivo
il ricordo del popolo aurunco nel mondo romano.
La conclusione logica è che, prima di Roma, gli aurunci non fossero soltanto
pastori “primitivi” ma una società da prendere ad esempio per la loro alta
organizzazione sociale.
Quale fu la loro vera storia? Quale fu il loro rapporto con greci, etruschi
ed altri popoli che, ancor prima di questi, raggiunsero le coste del
Tirreno?
Cosa è accaduto, dunque, nella penisola italiana tra l’età della Pietra e
quella del Bronzo? Quanto tempo è trascorso tra queste due Età della civiltà
umana? Di quali avvenimenti fu l’uomo protagonista? Anche se le conclusioni
di J. M. Allen, districandosi arditamente tra le antiche misure di
superficie ed altro, si spingono, grazie alla sua preparazione geografica –
fino all’estremo limite di porre Atlantide in Bolivia ed – interpretando
Platone – estendendo il regno atlantideo fino in Italia, non si può negare
un certo credito alle sue ricerche che se, basandosi sullo studio del
territorio e di quello di seri studiosi ottocenteschi, sembra giungere a
deduzioni logiche e coerenti con le più recenti acquisizioni provenienti dal
mondo accademico ufficiale.
Da questi interrogativi può nascere forse anche una risposta che ci permetta
di individuare i veri costruttori delle mura ciclopiche del Lazio
meridionale.