Nascosto in un buio anfratto della mia biblioteca ho
trovato, dimenticato, il volumetto: Delle rivoluzioni d'Italia. Libri
ventiquattro di Carlo Denina, tomo terzo, edizione terza veneta, Venezia,
dalle stampe di Silvestro Gatti, con licenza de' superiori, e privilegio, M.
DCC. XCIII.
Tra gli studiosi sin dal 1793 era già noto, dunque, un giudizio su Urbano VI
che oggi va facendosi strada, cioè quello di un uomo del suo tempo, dedito
ad affari privati, ma anche dotato di uno spirito nuovo di riforma di una
chiesa piegata dallo "esilio avignonese", più indaffarata negli affari
terreni che in quelli dello spirito; un uomo ripieno della sua investitura a
Maestro della Cristianità, difensore di quelli che in quell'epoca erano
considerati i diritti della Chiesa, ma anche molto irruento e poco
diplomatico nel conseguire gli obiettivi della riforma di una gerarchia
corrotta e mondana. Fu forse proprio questo suo carattere imperioso,
rilevabile anche nelle lettere inviategli da S. Caterina da Siena, ad
alienargli la simpatia della Curia Romana corrotta e non abituata ad essere
rimbrottata apertamente perché formata dai maggiori rappresentanti delle
nobiltà. La Chiesa di allora si presentava anche come uno specchio del tempo
che si viveva e dalla descrizione del Denina, di cui riportiamo i capi
settimo e ottavo, esce un quadro abbastanza complicato delle lotte di potere
nell'Italia della seconda metà del 1300. La colpa dello scisma che ha diviso
la Chiesa non fu certo soltanto di Onorato I Caetani ma anche
dell'irriducibile carattere di papa Urbano VI.
Crediamo di far cosa utile riportare qui un testo altrimenti introvabile.
(Albino Cece)
CAPO S E T T I M O.
Riducimento della santa Sede in Italia; e grande scisma d' Occidente
Poichè Urbano V venuto d' Avignone In Italia l' avea abbandonata di nuovo,
non pareva ora, mai più da sperare, che 1a corte Romana dovesse ritornare
alla sua antica sede, massimamente essendo la più gran parte de' cardinali
Francesi, e tutti generalmente amantissimi del soggiorno d' Avignone. Non
per tanto Gregorio XI che nel 1370 era succeduto ad Urbano, fece pure
risoluzione di venirsene a risedere a Roma; o in qualche vicino luogo dello
stato ecclesiastico. Parte egli era mosso a questo passo da vero zelo, come
colui, che fuori del troppo affetto, che portava a' suoi parenti, era pure
un savio e dabben pontefice; e vedendo, che i vescovi ad esempio de' papi
poco o niun conto faceano dell' obbligo della residenza, volle levar questo
scandalo, e dar peso alla nuova costituzione, che pubblicò sopra questo, col
venire lui stesso alla sua chiesa. Parte ancora vi era stimolato dalle
preghiere, e piú dalle minacce de' Romani, i quali gli fecero intendere, che
se la corte non tornava a Roma, s'avrebbe fatto un altro pastore, che
risedesse. Ne di piccol momento si crede, che sieno stati, per muovere
Gregorio XI a venire in Italia, i conforti della santa vergine Caterina
Sanese, che era andata a corte in Avignone, per trattar della pace tra'
Fiorentini, e la Chiesa. Chiuse dunque l'orecchie alle contrarie ragioni,
che il re dì Francia, e tutti d'accordo i cardinali gli allegavano, per
distornarlo dalla sua risoluzione; mosse d' Avignone, dove rimasero sei
cardinali solamente, seguitandolo tutti gli altri ; e passando per
Marsiglia, Genova, Pisa, e Corneto, ne andò a Roma nel 1376 ricevuto con
indicibil giubilo da' Romani, i quali con solenne stromento gli promisero
ubbidienza, e gli diedero libera signoria della città. Ma o per disgusti,
ch'egli ricevesse da'
Romani , o perché più non potesse resistere alle sollecitazioni de'
cardinali , che volean tornare in Provenza, o finalmente perchè , essendosi
infermato, credesse che il clima di Avignone gli fosse più confacente alla
sanità, avea determinato di farvi ritorno, se fosse vivo, passata l'estate.
Intanto sentendosi venir meno, ancorché non passasse i quarantasette anni,
per natural debolezza di temperamento, dispose con una sua bolla, che 1'
elezione del successore si dovesse fare in Italia, s'egli mancasse di vita
avanti il primo di settembre. Ma egli morì a' Ventisette di Marzo di quell'
anno; ed, alla sua morte di ventitre cardinali sedici si trovavano in Roma,
sei in Avignone, ed uno era legato in Toscana. Quelli, ch'erano in Roma,
avuto prima qualche trattato con gli uffiziali della città per sicurezza
loro, e libertà dell'elezione che avean da fare, si chiusero in conclave nel
palazzo del Vaticano. Quattro soli erano i cardinali Italiani, ed era però
difficile, che l'elezione cadesse in alcun di loro, stante massimamente il
desiderio eccessivo, che i cardinali oltramontani aveano, che la sede si
riconducesse in Avignone; la qual cosa non era da sperarsi da un papa
Italiano. Ma i Romani per lo timore appunto che la corte non tornasse
oltremonti, instavano apertamente, e faceano molto bene sentir le voci
d'intorno al Vaticano, ch'essi voleano un papa Romano. La disunione de'
cardinali Francesi, ch'erano in maggior numero, e 1' avversione, e
l'invidia, che a' Limosini portavano i più degli altri, diede opportunità ad
un nuovo spediente, che fu di elegger un Francese per timor di qualche
insulto dei popolo, e neppure un Romano, nè alcuno de' quattro cardinali
Italiani, ma bensì qualche persona, che si presumesse indifferente fra' due
partiti, e soddisfacesse in parte al desiderio de' Romani . Questi fu
Bartolommeo da Prignano arcivescovo di Bari, nato bensì in Italia, ma di
sangue Francese, e suddito della regina di Napoli; il quale era stato
lungamente impiegato nella corte d' Avignone, ed allora trovavasi in Roma.
L'elezione proposta da un de' cardinali Limosini , e a cui s' accordarono
due terzi del collegio, fu poi accettata, di comune consentimento, e a pieni
voti; e per maggior sicurezza confermata più volte. Il nuovo eletto, che
prese il nome di Urbano V1 , fù adorato e riconosciuto da' sedici cardinali
Francesi , ch'eran presenti; e quelli sei, che erano in Avignone, per
lettera consentirono espressamente all'elezione, tanto che non si mettea in
dubbio per alcun modo ch'ella fosse legittima e valida, ancor. ché da
principio le minacciose istanze del popol Romano avessero tolto alquanto di
quella libertà, che desideravano gli elettori. La riputazione somma e
singolare, in cui era tenuto l'eletto, contribuì grandemente a fargli
subitamente prestar ubbidienza anche da quelli, che avrebbero voluto un
altro papa. Ma siccome pochi pontefici furono, in cui si vedessero unite in
tanta copia quelle doti che si richiedono a quella suprema dignità, o vere,
o simulate ch'esse fossero, così niuno deluse mai l'opinione delle genti con
maniere sì contrarie a quelle, che si aspettavano da lui. E di qui presero
origine i nuovi travagli, ch'ebbe a sostenere la chiesa di Roma, e l'Italia.
Coronato nella domenica di
Pasqua, diede nel lunedì seguente il primo saggio della sua o poco prudenza,
o molta alterezza e presunzione: perocchè nella cappella del suo palazzo
cantato che ebbe il vespro; vedendo quivi molti vescovi, cominciò a
vituperarli pubblicamente, e con aspri rimproveri, chiamandoli tristi e
spergiuri, perché in vece di risedere nelle lor chiese eran venuti a
starsene alla sua corte. Otto giorni dopo in un pubblico concistoro; in cui
si trovavano tutti i cardinali, e prelati, e uffiziali della curia in gran
numero, si mise a predicare, o piuttosto a inveire sì indiscretamente contro
i loro costumi, che i cardinali se ne tennero altamente ingiuriati; e senza
far però conto de' suoi rimproveri cominciarono grandemente ad averlo in
odio. Passato appena un mese dal giorno, in cui s'era tenuto quel
concistoro, molti di loro partiti di Roma si ritirarono nella campagna ad
Anagni, e quivi si diedero subitamente a macchinar contro il pontefice, il
quale non potè mai più farli tornare a Roma, né riconciliarsi con loro;
tardi pentito d'averli prima disgustati, e poi in quella cattiva
disposizione lasciati allontanare da se. Al mal talento, ond' eran pieni i
cardinali contro di Urbano VI, aggiunsero nuova materia, e nuova esca le
potenze secolari. Non solamente il re di Francia, che si fece assai presto
conoscer disposto a secondar i disegni de' malcontenti, per desiderio di
veder di nuovo la corte papale restituita nelle sue provincie; ma ancora
molti principi Italiani entrarono nella cospirazione de'
cardinali ribelli. Giovanna regina di Napoli, udita l' elezione d'Urbano, se
n'era, per quello almeno, chi dimostrò, rallegrata grandemente, e mandò
subito Ottone Brunsvvich suo marito a far con lui gli uffizj di
congratulazione. Ma Urbano con bravata non dissimil da quella ch'egli avea
usato verso i suoi cardinali, e prelati , offese parimente gli ambasciatori
della regina, e molto più lei stessa; la quale, dacche intese i disegni del
nuovo papa, che dava imprudentemente a vedere dì volerla far da signore del
regno, e con le spoglie altrui non solamente rivestire la chiesa, ma
ingrandire i nipoti, mutò pensiero, e si convenne di leggieri co' cardinali,
che trattavano di eleggere un antipapa, per simiglianti riguardi, e
interessi temporali, e per timore, che Urbano rivolgesse l' animo all'esterminio
di tutti coloro, che per causa de' loro stati poteano aver che fare con la
Chiesa, lasciando dall' un de' lati la religione, e la giustizia , entrarono
volentieri in negozio coll'assemblea scismatica d' Anagni, per isfuggir il
flagello, onde il fiero zelo di Urbano VI li minacciava. Franco Sacchetti,
le cui novelle contengono molte interessanti particolarità nelle storie di
questi tempi, delle quali non senza maraviglia osservo, che il Muratori, il
quale pur mostra in qualche luogo d'averne avuto notizia, non fece l' uso
che potea farne, riferisce il fatto seguente, ragionando il Ridolfo signore
di Camerino, e famoso capitano nell'età sua: " Quando messer Ridolfo fu con
la reina, e con gli altri a dare ordine, che fosse fatto il papa, di Fondi (
cioè l'antipapa Clemente VII ) tornando a casa sua, trovò messer Galeotto
suo genero, il quale dicendogli, quanto era contro a Dio, e contro all'anima
quello ch'egli avea fatto, rispose: aiolo fatto perchè abbiano tanto a fare
de' fatti loro, che i nostri lascino stare ". Con quali ragioni
pretendessero poi i cardinali, e con essi 1' antipapa Clemente di
giustificar la lor causa; quali principi e quali accademie aderissero
a questo scisma, non è materia di questi libri: e quello, che ne abbiamo fin
qui ragionato, pur per accennar di passaggio, come lo stato pubblico
d'Italia fosse vicino a provare notabili mutazioni dal genio riformatore di
Urbano VI, se non gli fossero state mosse dà suoi fratelli cardinali sì
fiere brighe; e come l' altrui mondana politica cercasse di trar profitto
dalle angustie, a cui questo papa si vide ridotto.
Ne l'imperadore Carlo IV, ne Venceslao suo figliuolo non ebbero parte alcuna
negli affari di questo pontificato, se non che Urbano VI, seguendo il suo
carattere intollerante ed altiero, era forse per porre qualche impaccio
all'innalzamento di Venceslao, di cui anche Gregorio X avea differito la
conferma sotto varj pretesti; ancorché già fosse stato dichiarato re de'
Romani, e successor del padre nella dieta Germanica. Ma Urbano, vedendosi
sollevar tanti nemici incontro, ne confermò senza altre istanze l'elezione,
per farsi benevolo e Carlo IV, che ancor vivea, e che morì due mesi dopo
verso la fine dello stesso anno 1378, e il figliuolo Venceslao, che poi
senza alcun contrasto fu riconosciuto universalmente per imperadore. Questo
inettissimo, e cattivo principe nello spazio di venti e piú anni, che tenne
l' imperio, non ebbe altra ingerenza ne' fatti d'Italia, salvo che d'aver
venduto il titolo di duca al signor di Milano. Del resto nè la debolezza
dell'imperadore, ne lo scisma della Chiesa non ebbe a cagionare in tutta
Lombardia mutazione alcuna di stato; benchè l'obbedienza, che Bernabò, e
Gian-Galeazzo Visconti prestarono ad Urbano VI, sia stata di gran rilievo al
suo partito. Ma la regina Giovanna, che fu la principal protettrice dello
scisma, fu anche quella, che prima, e più degli altri ebbe a sentirne gli
effetti .
CAPO OTTAVO.
Nuove rivoluzioni nel regno di Napoli, fine della Regina Giovanna I.
Può bei credersi, che anche prima dello scisma, Urbano VI covasse gravi
pensieri contro
la regina, e meditasse di sollevare al trono di Napoli in luogo di lei
qualche altro principe, il quale avendone l'obbligo a lui, fosse più
disposto a concedergli quanto desiderava per 1'ingrandimento de' suoi
nipoti. Ma dacché Giovanna si fu dichiarata in favore de' cardinali ribelli,
e di Clemente VII, Urbano non tenne più modo nel perseguitarla, e più
volentieri, che prima, aderì ai consigli di Franesco del Balzo, conte, o
duca d' Andria, e d'alcuni grandi Napolitani malcontenti della regina, i
quali esortavano il papa a chiamare al regno Carlo di Durazzo,
soprannominato Carlo della Pace, che militava allora in Ungheria a servigi
del re Lodovico suo parente. Fulminata contro la regina sentenza di
scomunica, e di deposizione, Urbano spedì Martino di Taranto suo cameriere
in Ungheria a sollecitare il re Lodovico, perché mandasse in Italia Carlo
della Pace con forze sufficienti per eseguir la sentenza, e cacciar Giovanna
dal regno. Se al papa o per motivo di zelo, o per ambizione, e desiderio di
vendetta stava grandemente a cuore cotesta impresa, forse non era il re
Lodovico meno caldo nel promuoverla, e secondarla, per allontanar dalla sua
corte un principe Reale; che avrebbe potuto alla sua morte contrastare alle
due sue uniche figlie la successione de' regni d'Ungheria, e Polonia. Perciò
non fu lento a persuader Carlo della Pace di venire in Italia, e metter in
ordine un buon esercito, che il seguitasse. Il principe Carlo, benché forse
non ignorasse che 1'intenzione di Lodovico, ne il diritto, ch'egli potea
avere dì succedergli ne' regni suddetti , preferì volentieri l'acquisto
presente d'un bel regno, che gli si offeriva in Italia, sperando per
avventura di poter poi colle forze di quello far più facilmente valere le
sue pretensioni alle altre due corone mancato che fosse di vita il re
Lodovico. Ma questo re, come fornì di truppe sufficienti Carlo della Pace
per 1' impresa d'Italia, così non potè, o non volle fornirlo del denaro, che
abbisognava, per mantenerle. Convenne però, che papa Urbano lo provvedesse
in questa parte; e per poter ciò fare convertì in moneta effettiva i calici,
e sacri vasi delle chiese di Roma; vendè, e impegnò quanto gli fu possibile
de' domini ecclesiastici; e il somigliante pur fece delle rendite, e degli
stessi fondi delle chiese; e de' monasteri: il che fu ancora nuova cagione
di decadenza del buon ordine, e della disciplina ecclesiastica. Perocchè l'
uno, e l' altro de' pretendenti, per metter insieme denaro da farsi guerra,
e per guadagnarsi maggior numero di seguaci, conferivano le dignità, e i
benefizj ecclesiastici a persone indegnissime; e per le doppie nomine si
trovarono in molte chiese due vescovi. Ma di questi mali; che andarono
sempre crescendo durante lo scisma; non parlerò in più lungamente, per
essere stati non particolari all'Italia; ma qual più, e qual meno comuni a
tutti i paesi cristiani.
Carlo della Pace avea tuttavia in Napoli con Margherita sua moglie i due
suoi figliuolì, Ladislao, e Giovanni. Margherita, intesa la mossa di Carlo
suo marito dall'Ungheria, chiese licenza dalla regina d'andarlo ad incontrar
nei Friuli. Siccome non è in alcun modo credibile; che la regina ignorasse i
trattati d' Ungheria, ne 1'intenzion di Carlo della Pace, così é difficile
di render ragione, perchè essa si contentasse di lasciar partire dal regno
la moglie, e i figliuoli suoi, potendoli ritener come ostaggi, per avere da
lui in ogni occorrenza miglior partito. Comunque ciò fosse, Carlo della Pace
venuto in Italia, ed investito del regno da Urbano, e da lui stesso coronato
in Roma, continuò senza riguardo alcuno l'incominciata impresa. Vero è, che
la regina, tosto che fu accertata, che Carlo con l'esercito Ungarico le
veniva ostilmente contro, pensò di provvedere alle sue difese coll'adottarsi,
giacchè figliuoli propri non avea, Lodovico di Francia duca d'Angiò fratello
del re Carlo V, dichiarandolo suo fjgliuolo, erede, e successore. Ma questa
adozione, che si fece di consentimento, e coll'autorità, che si allegò di
Clemente VII, il quale dopo d'essere stato malamente ricevuto in Napoli da
quel popolo fedele ad Urbano, già s'era ritirato in Avignone, servì
piuttosto a perpetuar le guerre intestine, e le calamità di quel regno, che
a scampar la regina dalla mala ventura. Perciocchè essendo morto in quel
mezzo il re di Francia Carlo V, Lodovico d'Angiò, come zio del pupillo re
Carlo VII, dovette trattenersi in quel regno, per motivo della reggenza, che
a lui toccò.
Intanto Carlo di Durazzo, o della Pace, già intitolato re Carlo III,
s'avanzò verso Napoli, e chiuse di stretto assedio, nel Castelnuovo la
regina. Il principe Ottone di Brunsvvich di lei marito, e capitan generale,
essendo venuto con tutte le sue genti per soccorrerla, e liberarla
dall'assedio, vinto, e sconfitto venne anch'egli nelle forze di Carlo, e
rimase a discrezione di lui. Poco stante dalla sconfitta del principe
Ottone, mentre Giovanna, benché gelosamente guardata, aveva ancora un
esterno trattamento di regina, ed apparenza di libertà, giunsero a Napoli
dieci galee di Provenza venute o per darle aiuto, o per trasportarla in
Francia, secondo che essa medesima avea ordinato. Carlo, che per meglio
onestarsi. andava lusingando con bel trattamento, e con quell'apparente
libertà la regina Giovanna, sperando pure d'essere da lei dichiarato
successore ed erede, come unico germe della schiatta di Carlo I, diede
salvacondotto a' capitani delle galee, perchè entrassero in Napoli, e nel
castello, e loro permise di trattar soli con la regina; la quale aveagli
lasciato credere; che voleva esortarsi di passare alla divozione di lui, e
riconoscerlo per lor signore. Ma ella fece bene il contrario; perocchè con
franco animo, e risoluto inveì contro il suo vincitore, ed ammonì i
comandanti della flotta Provenzale; e comandò loro, che dovessero vendicar
l'ingiuria a lei fatta, e riconoscere dopo lei per sovrano Luigi duca d'Angiò
da essa adottato. Come Carlo intese questo, cambiò incontanente discorso, e
maniere con la regina, e mandatala nel castello della città di Muro, che era
patrimonio proprio di Carlo, come di duca di Durazzo, ne scrisse al re
d'Ungheria, e secondo la risposta, che n'ebbe, fecela l'anno seguente 1382
affogare con un piumaccio, o come altri scrissero, strangolare: e tale fu il
fine di quella famosa regina, infamata dalla più parte degli scrittori
Italiani, e modernamente anche dal celebre annalista Muratori, ma sommamente
lodata dagli storici Napolitani, eccettuatone però il Colenuccio. Ottone di
lei marito rimase prigione nel castello d' Altamura; e rimesso alcun tempo
dopo in libertà, tornò a comandar genti d'arme, come prima. Ma non rimase
già il re Carlo per la vittoria suddetta, nè per la prigionia di Giovanna, e
del principe suo marito, si pacifico e quieto possessore dell'acquistato
regno, come egli si era forse dato a sperare. Luigi d'Angiò coronato da
Clemente in Avignone, giunse nel regno con fiorita armata di Francesi, ed
incontrato, e seguitato da buon numero di potenti baroni, fu quasi in istato
di contendere a giuoco eguale con Carlo; ma questi per consiglio di savi
guerrieri, e particolarmente del duca Ottone di Brunsvvich ancor suo
prigione, schifò di venire a giornata decisiva, e lasciando così il nemico
consumarsi da se, ebbe in fine la guerra vinta. Nel corso di questa
spedizione morì Luigi, e lasciò suo erede, e successore tanto nella contea
di Provenza, quanto nelle pretensioni, che avea sopra 'l regno di Napoli, un
suo figliuolo chiamato parimente Luigi, che ancor era tenero fanciullo.
Prese a sostenere le parti di questo principe in qualità di balia Ramondello
Orsino, capitano di molta riputazione; ma dileguatesi in breve la maggior
parte delle genti, che Luigi aveva condotto di Provenza, Ramondello non potè
dar gran travaglio al re Carlo, benchè continuasse poi lungo tempo a
fomentar nel regno la contraria fazione: perocchè egli è qui da notare; che
alla venuta del sopraddetto Luigi figliuolo adottivo di Giovanna I, e ceppo
della seconda schiatta de' conti d' Angiò della casa di Francia, pretendenti
al regno di Napoli, ebbe principio la fazione detta Angioina, fazione
opposta a quella di Durazzo, che prese il nome dalla famiglia de' duchi di
Durazzo, di cui il re Carlo III era capo.
Ora i più gravi timori, e i sospetti, ond'era agitato questo re, gli
venivano da quegli stessi, che gli erano stati i principali promotori e
fautori al conquisto dei regno. Giacomo del Balzo figliuolo di Francesco
conte d'Andria, che caduto in disgrazia della regina Giovanna avea mosso
Urbano VI a chiamar Carlo dall'Ungheria, cominciò a nimicarsi col re,
presumendosi, come è il solito di chi si è travagliato nelle rivoluzioni di
stato in favor del partito vittorioso, di non essere riconosciuto dal nuovo
principe quanto richiedevano i meriti paterni, e suoi. Egli avea nel corso
di questa rivoluzione occupato il principato di Taranto vacante per la
prigionia di Ottone di Brunsvvich, che n'era stato investito, da Giovanna
sua moglie; e nel tempo stesso sposando Agnese sorella della nuova regina
Margherita moglie di Carlo, e di maggior età, amen, due nipoti della regina
Giovanna, cominciò a vantar pretensioni sopra quel reame. La gelosia, che di
lui ebbe il re Carlo, divenne maggiore, per essergli nel tempo stesso venuto
meno il favore, e l' amicizia di papa Urbano. Nell'atto dell'investitura,
che Carlo ottenne dal papa, erasi questo novello re obbligato fra le altre
cose di cedere il principato di Capoa a Butillo da Prignano nipote di sua
santità. Ma come egli si vide possessore del regno, troppo gli pareva grave
smembrarne così bella porzione, e mettere in altrui mano una piazza così
vicina alla capitale. Però andava egli frapponendo indugio all'esecuzione
della troppo larga promessa, che fatta avea in tempo, che gli bisognava di
necessità la grazia del pontefice. Ma Urbano non era di quelli, che si
pagassero leggiermente di parole; e bene ché fosse stato dal re accolto in
Napoli, dove volle portarsi per sollecitar il negozio, con tutte l'esteriori
dimostrazioni d'onore, erano nell'interno dell' animo pieni vicendevolmente
di mal talento, e di sospetti. Il papa, ottenuta per Butillo la città di
Nocera, che era una delle terre promessegli nel trattato, lasciato Napoli,
dove appena si teneva sicuro, andò fortificarsi in quella piazza, e si venne
allora senza riguardo a nimicizia scoperta, e poi a guerra dichiarata tra
lui, e il re, che mandò contro il
santo padre a Nocera un fiorito esercito. Il papa, non avendo arme migliori,
combatteva con maledizioni, e scomuniche: e perché i cardinali, che avea
seco, lo sollecitavano a qualche accordo, li prese in sospetto, li fece
carcerare, e tormentare con insigne esempio di crudeltà, ed alla fine uscì
dal regno sopra una squadra di galee, che a sua richiesta gli mandarono i
Genovesi. Per ogni poco di favore, e d'impegno, che Urbano avesse trovato
ne' regnicoli contro il re da lui stesso introdotto, fu creduto comunemente,
che avrebbe cercato di dar quel regno a Francesco Butillo suo nipote, il
quale lasciato dal papa a Nocera, fu poi dal re Carlo fatto prigione. Certo
non dissimulò l'animo, e l'intento suo, il quale era, che il regno si
governasse affatto a suo arbitrio; e stando in Nocera, mandò dicendo al re
Carlo chiaramente, che il regno era della Chiesa, dato a lui in feudo con
intenzione, che avesse a governar moderatamente (cioè senza metter gabelle)
e che stava in poter suo, e del sacro collegio di ripigliarsi il regno, e
concederlo a più leale e più giusto feudatario. Carlo liberato per la
partenza, fuggitiva del papa da questo non meno terribile emolo, che fosse
stato Luigi d'Angiò, e quasi rimasto senza ostacolo padrone dello stato,
andò poi a lasciar miseramente la vita in Ungheria, per la voglia che si
lasciò nascer nel petto di levar quel regno a Maria primogenita delle due
figlie del buono e valoroso re Lodovico, che era morto nel 1382. Gli
successe nel trono di Napoli Ladislao in età poco più che di dieci anni
sotto il governo della vedova Margherita sua madre, la quale alcuni
consigliavano, che si facesse gridar regina in nome suo proprio, giacchè
Carlo avea più volte dichiarato di tener il regno per le ragioni di lei,
ch'era nipote di Giovanna I. Ma valse il parere di chi stimò più sicuro
partito proclamar re Ladislao, per non decidere, se si tenesse il regno per
titolo di successione d'una regina morta in disgrazia del papa, che ne era
signor supremo, e scomunicata, ovvero per ragion di conquista. Papa Urbano,
che da Genova era tornato in Roma, o già mitigato per la morte acerba di
Carlo III suo nemico, o addolcito dall'umile e supplichevole ambasciata, che
gli mandò la vedova madre, o perché durando lo scisma d' Avignone, e
crescendo in Lombardia, con pericolo d'inondar la Romagna, la potenza dei
signor di Milano, non volesse mettersi a rischio di nuove brighe,
concedette, senza molta ripugnanza, malgrado il suo natural fiero e restio,
l'investitura a Ladislao, il quale fu in appresso in più particolar modo, ed
altamente protetto da Bonifazio IX, che nel 1389 succedette nel pontificato
ad Urbano. Ma durando la fanciullezza di Ladislao, ed ancora dopo ch'egli si
trovò nel fior dell'età, le cose di quel regno non diedero gran pensiero al
rimanente d'Italia, ancorché venuto di Francia Luigi II d' Angiò si
vedessero due, nobili principi disputarsi la corona, appoggiati, e protetti
l'uno dal pontefice Romano, l'altro da quel d' Avignone, che si chiamava
Clemente VII.