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ALFREDO SACCOCCIO, Il castello medioevale di Fondi e la sua più celebrata castellana, donna Giulia Gonzaga, ediz. Confronto, Fondi 1999

Presentazione

Con Giulia Gonzaga, contessa di Fondi, siamo nella prima metà del XVI secolo, un secolo tutt'altro che pacifico, come testi­monia la presa e il sacco di Roma, del 1527, conquistata dai Lanzichenecchi al seguito del duca di Borbone. Le vicende storiche della castellana di Fondi e di Ariadeno Barbarossa, le cui galeotte turche tenevano in scacco le forze di tutta la Cristianità, vengono deli­neate, in questo saggio, dallo scrivente, con passione, dando un parti­colare risalto al mancato ratto della più bella donna del Rinascimento italiano da parte dei sanguinari pirati, che predano le coste ed attaccano i mercantili europei per far man bassa del carico e per catturare schiavi, che avrebbero venduti su qualche mercato africano, e schiave per l'harem di Solimano il Magnifico. La figura del comandante della flotta ottomana, amico e consigliere del più famoso dei sultani turchi, fondatore del regno di Algeri, è bre­vemente inquadrata. Per la concisione dell'assunto, il condottiero e uomo di ventura, uno dei più grandi uomini nella storia dell'Impero Turco, che non era un corsaro analfabeta, ma un uomo di cultura che parlava almeno sei lingue, è stato trattato a volo d'uccello. Questo eminente personaggio della corte di Solimano I sconvolse l'equilibrio delle forze sul Mediterraneo, in modo tale da essere largamente responsabile della massiccia espansione di quell'Impero durante il regno del gran sultano. I cronisti dell'epoca, anche quelli della sua più grande avversaria, la Spagna, erano quasi unanimi nell'accordargli rispetto e una genuina ammirazione. Si è accennato, all'inizio, al mancato rapimento della vedova di Vespasiano Colonna, che era l'argomento "à la page" di discussioni accese nei salotti europei, che echeggiavano al di là del Mediterraneo. Ariadeno progettava la conquista dell'immortale Giulia, discendente di una delle maggiori famiglie italiane, una preda tutta speciale per Solimano, qualcosa che avrebbe avuto il fulgore di una perla in mezzo alla banale abbondanza degli altri prigionieri. La fama della bellezza di Giulia Gonzaga, celebrata da poeti ed eternata da pittori, era giunta fino alla Sublime Porta. Il Barbarossa, però, non dovette pensare solo a Giulia, ma pensò anche alle ricchezze che doveva contenere il castello di uno dei suoi rivali in battaglia, Colonna; un castello di cui si parlava molto e la cui padrona, così apprezzata da tanti nobili italia­ni, doveva valere un bel riscatto. Il premio che Ariadeno si ripromet­teva da un'impresa così rischiosa non erano gli amplessi della Gonzaga, ma di arricchirsi col bottino e di arricchire il gran serraglio di Solimano, con una nuova favorita, tale da far impallidire perfino il fascino di Rosselana, la splendida figlia di un diacono russo, catturata dai Tartari.

I saraceni, guidati da rinnegati italiani, scivolarono silenziosamente attraverso l'impenetrabile oscurità notturna dei boschi del Salto di Fondi, che crescevano folti sul pendio montano dove s'annida il cen­tro aurunco. I lupi di mare percorsero, con incredibile velocità, ben dieci miglia, senza che nessuno li vedesse o li sentisse, fino al momento in cui piombarono, come voraci cavallette, sulla tranquilla cittadina. La truppa turchesca giunse alle undici del 9 agosto 1534 e devastò i dintorni di Fondi. I sanguinari predoni, seimila soldati e marinai, armati fino ai denti, presero facilmente le indifese mura gua­stando le chiese di S. Francesco e di S. Rocco e la cappella di San Giovanni Battista, extra moenia. Poi penetraroro dalla porta verso Roma e da quella "de l'episcopo" ed assediarono il castello, dove i cittadini di Fondi avevano trasportato ed affastellato tutti i loro averi e tutti gli arredi ecclesiastici. Il Barbarossa e la sua ciurma strinsero il loro cerchio intorno al maniero che racchiudeva la preda. Il castello resistette poco e alle ore ventidue fu in mano agli assedianti. La pugna, però, proseguì, perché circa ottanta persone, tra uomini e donne, asserragliate nel maschio, continuarono a difendersi con il getto dei vini, finché quindici di esse perirono, gettate da quella sommità dai barbareschi, padroni della parte piu alta del torrione. Per poco la divina Giulia non fu sorpresa nel suo letto. Ella non perse tempo a vestirsi. Così com'era, in vesti da notte, fuggì affannosamen­te dalla sua stanza balzando in sella ad un corsiero. Intanto i saraceni imperversavano per il castello precludendo ogni via di scampo e cat­turando tutti coloro in cui s'imbattevano. Ma Ariadeno non doveva aver la fortuna di cogliere per il sultano il "Fior d'Amore", colei che aveva sul proprio stemma gentilizio la pianta sempreviva dell'ama­ranto, fiore simbolico dell'amore. La contessa di Fondi era riuscita a guadagnare in tempo la campagna. Era salva. Si era resa irreperibile, presumibilmente fuggendo ad Itri, nella vetusta fortezza sulla via Appia. Ariadeno, furioso di aver mancato la bella e ricca preda, la perla inestimabile, sfogò la sua ira abbandonando la città alle sue truppe, che la saccheggiarono dandola poi alle fiamme. Il massacro ai danni dei fondani durò quattro ore, in un tourbillon di fiamme e di fumo.

In un prezioso manoscritto, conservato nell'Archivio di Stato di Napoli (Partium della Sommaria), si riscontrano i danni sofferti dal palazzo comitale, in cui vennero distrutti parecchi, magnifici quadri, e dalle chiese fondane, devastate, in cui furono vilipese e distrutte sprezzantemente tutte le immagini della Vergine esistenti in esse. Nella cattedrale di S. Pietro Apostolo i sepolcri dei Caetani e dei Colonna furono scoperchiati e spogliati delle gioie e delle armi che racchiudevano. I resti mortali di Prospero, Marcantonio e Vespasiano Colonna, illustri capitani, furono calpestati e dispersi al vento, come quelli di Luigi Gonzaga, detto Rodomonte, ricordato da Ludovico Ariosto nell' Orlando Furioso. Con questo atto oltraggioso, si era pro­fanata la famiglia, la religione, la morte: i primi due erano crimini quasi ordinari, mentre il terzo era un attentato mostruoso, che violava la maestà comitale con tutta la sua storia e tutto il suo passato. Per rin­tracciare Giulia Gonzaga, i corsari di Ariadeno si spinsero sino al con­vento delle Benedettine, posto sulla collina di Montevago, circa due chilometri fuori dal paese. Il sacro luogo fu dato alle fiamme, dopo che le venti monache, quasi tutte giovanissime, furono violate e truci­date. Nella lunga relazione conservata all'Archivio di Stato di Napoli, del 18 dicembre 1534, scritta quasi a caldo (solo quattro mesi dopo i fatti), si chiedeva al viceré di Napoli l'esenzione dai pagamenti fisca­li, in conseguenza delle orribili perdite subite ad opera delle orde di Ariadeno, valutate intorno ai trentaseimila ducati, oltre al tesoro comitale e agli ornamenti preziosi del palazzo Caetani e delle chiese spariti.

Si è voluto ricordare una pagina tragica, che provocò eccidi spietati, devastazioni, ruberie e sequestri di giovani vite, trascinate per sempre all'inferno della schiavitù.

Alfredo Saccoccio

 Ai piedi dei monti Aurunci, in una vasta e fertile pianura, cir­condata da una corona di brulle e rocciose montagne, che, a semicerchio, racchiudono il territorio comunale, è posta Fondi. L'importante e laborioso centro agricolo e commerciale del Basso Lazio, che si estende sulla via Appia, longarum regina viarum, a metà strada tra Roma e Napoli, quindi in una posizione favorevole rispetto alle grandi correnti di traffico nazionale, ha un'origine molto antica, più antica della stessa Roma: i Fondani, con una punta di campanilismo, sostengono che "Roma vagiva ancora nelle fasce quando Fondi aveva il suo Senato" (nelle epigrafi si presenta spesso la formu­la di S.C.F., cioè consultato il Senato fondano).

Una leggenda costante ne attribuisce la fondazione al mitico Ercole, a memoria perenne del luogo dove avvenne una lotta tremen­da tra il gigante Caco ed il semidio greco, derubato di 4 tori e di 4 vacche, di sceltissima razza. L'episodio, descritto da Virgilio (che pone, però, il fatto sul colle Aventino) nel libro VIII dell'Eneide, da Properzio, da Livio, da Ovidio, oltre che da Dante, si conclude con l'uccisione dell' abigeo, terrore dei pastori, per mano del figlio di Giove, che lo affrontò e lo uccise con la sua clava. Un'arcaica statua marmorea, denominata Ercole Fondano, conservata nel museo di Vienna, raffigurante un giovanetto imberbe, che, nella sinistra, brandi­sce una clava, richiama alla mente questa impresa, che va sotto il nome di decima fatica.

Al di là di quest'epoca favolosa, risalente a circa mezzo secolo prima della guerra di Troia, dobbiamo dire che l'etimo di Fondi è di chiara impronta latina, dovuto presumibilmente alla centuratio dei poderi in età romana. La prima notizia, di storica certezza, proviene da Tito Livio, il quale asserisce che, nel 338 a.C., soltanto Formia e Fondi, in premio di aver sempre concesso, attraverso il loro territorio, il passaggio sicuro agli eserciti romani, ottenevano la cittadinanza senza suffragio. Tutti gli studiosi, però, sono concordi nel ritenere che Fondi fu grande e popolosa già in epoca preromana, sotto gli Aurunci.

Questa asserzione, pur non documentata da attendibili fonti storiche, trova valido conforto in alcuni significativi reperti archeolo­gici, che ci permettono di attribuire la costruzione della prima cerchia cittadina all' VIII secolo a.C., come ci attestano le imponenti mura poligonie, che costituiscono una salda opera avanzata di sbarramento ad ogni eventuale incursione contro il nucleo centrale della polis. L'importanza strategica e militare del territorio fondano fu capita pie­namente dai Romani, in quanto il suo possesso avrebbe creato un baluardo contro le irrequiete popolazioni limitrofe permettendo all'Urbe di dormire sonni tranquilli. Perciò, nel 312 a. C., fu costruita, per volere del fiero console Appio Claudio il Cieco, la magnifica via Appia, lastricata di grosse pietre basaltiche, di varia misura, lavorate a scalpello. Nel 188 a.C. Fondi ricevette, per la sua perenne fedeltà ai Romani, la piena cittadinanza e venne ascritta alla tribù Emilia. Lo attestano Livio (XXX VIII, 36) e Velleio Patercolo (I, 14).

Altro ricordo di Roma è suggerito dal famoso Cecubo, il tanto decantato vino prodotto sul territorio fondano; un vino che Plinio (Nat. Hist., lib. 14,c. 14) considerava il migliore fra tutti quelli del suo tempo, per la sua generositas. Un vinum praestantissimum, spremuto direttamente dai grappoli, di cui erano ricchi i vigneti delle colline fondane. Il Cecubo era una bevanda profumata, dal colore ambrato, cantato da Columella, Discoride, Vitruvio, Cicerone, Strabone, Marziale. Orazio, diretto a Brindisi insieme con Mecenate e Cocceio, missi magnis de rebus, e col raffinatissimo Fonteio Capitone, amico intimo di Antonio, nel 38 a.C. attraversava Fondi, divertendosi alle spalle del pretore locale Aufidio Lusco, un vanitoso che amava pavo­neggiarsi delle insegne riservate al pretore di Roma, la pretesta e il laticlavio, accompagnato da uno scriba che agitava un fumante turibo­lo; il che suscitò il riso del grande Venosino, che, nella V sàtira, can­zona il magistrato. È una ridicola descrizione del sussiego e dell'aria d'importanza che si dà Aufidio Lusco. Il viaggio di quei personaggi avrebbe dovuto portare ad una riconciliazione tra Ottaviano ed Antonio; ma la distensione tra i due non era stata di lunga durata e, pochi anni dopo, Orazio, proprio col Cecubo, servatum centum clavi­bus (tanto era prezioso), aveva brindato alla vittoria di Ottaviano su Antonio e ringraziato gli dei per il trionfo dello stesso.

Resti di sontuose ville in opus reticulatum e in incertum (dimore di ricchi patrizi), di magnifici templi, di sepolcri, di mausolei, di cippi funerari, di qualche edificio termale, testimonianti il passag­gio della dominazione e della civiltà romana, hanno impresso la loro orma e lasciato le loro tracce su questo centro. Nel chiostro dell'ex­convento di S. Francesco, adibito a Museo Civico, sono raccolti: epi­grafi funerarie, terrecotte votive, sculture marmoree, statue, bassori­lievi, piedistalli, capitelli, cornicioni, lapidi, mosaici, dolii, anfore, vasi lacrimatorî, frammenti di architravi, stemmi, fregi, fistole di piombo.

Le caratteristiche attuali sono, comunque, spiccatamente medioevali, a cominciare dall'interessante castello medioevale, sim­bolo della città, intorno al quale ruotano tutte le vicende più notevoli della vita fondana, quasi un filo connettivo di tutta la zona antica. L'insigne monumento, posto proprio nel cuore del nucleo medioevale, forse poggiante sulla cerchia di mura di epoca sillana, fu teatro di grandi azioni. La cinta muraria ne attesta la passata potenza. La pode­rosa costruzione, dalla tecnica architettonica perfetta, "sembra che ancor mediti severa" sul suo glorioso e travagliato passato.

L'edificio militare è legato alla famiglia Caetani, che lo fece erigere nel XIV secolo, munendolo di numerose fortificazioni. I suoi proprietari dovettero sostenere, nel corso dei secoli, continue lotte per mantenerne il possesso, dato che il fortilizio era importante punto strategico, posto com'è a cavaliere tra lo Stato Pontificio ed il Regno di Napoli.

Attualmente il castello, che si presenta come sentinella di una grandezza decaduta, nonostante i restauri eseguiti, si compone della rocca e del mastio: la prima muratura, lunga 39 metri, di forma rettan­golare, è unita agli angoli da tre merlate torri cilindriche, costruite con pietrame irregolare; la seconda fabbrica, il maschio, alto m. 31,64, è un possente torrione, completamente isolato, anch'esso cilindrico, su massiccia base quadrata, eretto in pietrame da taglio, con merlatura sostenuta da mensole aggettanti, di forma ghibellina, tratto caratteri­stico delle fortezze dei Caetani. Il mastio è costituito da 4 piani, la cui parte superiore fu adibita, da Onorato II Gaetani d'Aragona, alla sal­vaguardia dei suoi gioielli, degli oggetti d'arte, dei quadri, delle arma­ture, delle armi rare, degli abiti. La rocca ed il maschio furono innal­zati tra il 1319 ed il 1329, per volontà di Roffredo III Caetani, e ristrutturati, nel 1504, da Prospero Colonna, che ne rafforzò le struttu­re difensive. Il castello ha delle analogie con quelli di Gaeta, di Bracciano, di Tivoli, di Santa Severa, per l'alto mastio, per la forma semicircolare dei bastioni, per il coronamento a beccatelli con merla­ture e piombatoi, da cui i difensori gettavano contro gli assalitori ogni sorta di oggetti, dalle frecce ai sassi, dalle caldaie di olio bollente alle masse di pece imbrattanti.

Adiacente alla fortezza ed addossato alla chiesa matrice di Fondi, quella di S. Pietro Apostolo, si trova lo splendido Palazzo del Principe o Palazzo Baronale (vi si tenne il conclave dello scisma d'Occidente, in cui i cardinali ultramontani, sotto la spinta di Onorato I Caetani, elessero, il 20 settembre 1378, un nuovo papa, Roberto di Ginevra, che prese il nome di Clemente VII, in opposizione al legitti­mo pontefice, l'itrano Urbano VI), ampliato dal capmestre maiorchi­no, Matteo Forcimanya, nel 1470 circa, a cura di Onorato II Gaetani d'Aragona, logoteta e protonotario del regno di Sicilia, che fu un per­sonaggio di spicco nella storia politico-economica del reame, oltre che mecenate e munifico signore.

Il composito ma non molto vasto edificio, presso cui dimorava abitualmente il feudatario, una volta comunicante con la sala inferiore del mastio tramite un piccolo ponte levatoio ricavato su Porta Napoli, presenta elementi architettonici distinti: angioino-durazzeschi e goti­co-catalani. Il primo stile è rappresentato dall'ampio, arioso, severo portale d'ingresso, affine ad alcuni esemplari gaetani,e da un loggiato coperto, ogivale, di eleganti linee, a cui si sale, tramite una larga sca­lea esterna, dal cortile. Ma la parte più peculiare del palazzo baronale risiede nelle finissime e fantasiose decorazioni alle finestre, monofore e bifore, due interne al cortile e due esterne, ' di influenza catalana, costituite, come scrive Angelo De Santis: "nella parte superiore da una lastra di pietra tenera, lavorata a traforo così da sembrare un ric­chissimo ricamo, un pannello intagliato", opera del già citato architet­to e scultore spagnolo, Matteo Forcimanya.

Le armoniche finestre, come sostiene Sandra Vasco Rocca, sono ricollegabili al rosone della cappella palatina di Castelnuovo in Napoli e ad alcuni edifici di Carinola, sia nelle strutture che nel reper­torio decorativo. Originali e di gran pregio sono anche i mostriciattoli scolpiti sulle mensole in noce, aventi funzioni di sostegno del soffitto, di gusto esoticheggiante, e i grotteschi putti suonatori. Trattando delle finestre catalano-aragonesi, il fondano Bruto Amante e l'itrano Romolo Bianchi nel 1903 scrivevano: "Bellissime sono le finestre del 400 a ricchi trafori che rimangono su' due lati delle mura di perime­tro. Il signor Frothingham dell' Università di Cambridge offrì lire 4000 per le sole finestre, indicandole superiori a quelle di Corneto e di Sulmona. Furono fatte riparare alcune dal Governo nel 1896 con una somma di lire 296".

Di grazia singolare è pure la finestra ad arco tondo, su piazza Unità d'Italia. In un'interessante descrizione fatta da Gaetano Andrisani si dice: "le luci a chiusura squadrata della facciata o della scala, mirabili per i disegni dei tracciati delle profilature di pietra, intrecciantisi in ricami di ritmi artistici irripetibili, di musicale armo­nia; le sculture dei peducci e delle mensole, una diversa dall'altra, e tutte intense, dall'angioletto con la viola alle corone di fiori; i capitelli con l'indeterminatezza lirica dei fogliami rigonfi o dei voli di uccelli, ciascuno a sé stante con un messaggio d' arte particolare da trasmette­re, sono documenti straordinari della civiltà del policentrismo rinasci­mentale meridionale".

Per quanto concerne la prima finestra sul muro che costeggia lo scalone, secondo la Vasco Rocca, degna di attenzione è la "bifora con colonna a capitello corinzio assai stilizzato, fiancheggiata da due semicolonne entro la gola degli stipiti sormontate da un frastagliato viluppo fogliaceo. Intorno all'arco, una seconda cornice poggia su peducci scolpiti con motivi vegetali disposti a ventaglio; la centina traforata mostra, oltre al consueto fiore a quadrilobi, un complesso gioco di semicerchi - in corrispondenza al duplice vano della finestra - ovali, losanghe ed ellissi intersecantisi e confluenti in smerlature ed archetti inflessi. Strette affinità stilistiche si possono cogliere con il portale ed il finestrone nella loggia del Mercanti di Palma (1430 ca.) e con i capitelli pensili nel vestibolo di Castelnuovo, simili anche nella mensoletta poligonale d'appoggio e nella corolla conclusiva". Per Sandra Vasco Rocca, anche la seconda finestra, quella rettangolare, è di rilievo: nella parte destra presenta "un'aquila ed un suonatore di mandola - figura evocativa di un lontano mondo arabico - come pen­dant, un drago ed un saraceno in atto di brandire la scimitarra, imma­gine che può forse avere il suo fondamento storico nelle incursioni piratesche, frequentissime sulle coste tirreniche durante la seconda metà del Quattrocento e che si avvicina ad una figura accosciata scol­pita in uno dei capitelli della cappella Caetani di Sonnino".

Non crediamo che si possa guardare con indifferenza il mira­bile movimento di masse e di volumi, di sporgenze e di rientranze, che costituiscono il palazzo baronale, innestato a strutture urbanistiche d'età romana, secondo lo schema classico del "castrum", imposta­to sull'incrocio di assi centrali.

Il palazzo baronale, pregno di reminiscenze medioevali, visse il suo più luminoso momento storico quando divenne la residenza della corte della bellissima e coltissima Giulia Gonzaga, una delle più celebrate donne del Rinascimento, che attirò a Fondi, dal 1529 al 1534, una lunga schiera di artisti, letterati, dove, verosimilmente, si tenevano dispute letterarie, talmente che qualche scrittore denominò la città aurunca Piccola Atene e il Porrino affermò che quella fu la vera età dell'oro. Di questo cenacolo fecero parte: Ippolito de' Medici, Bernardo Tasso, Vittoria Colonna, cugina di Giulia Gonzaga, Gandolfo Porrino, Francesco Maria Molza, Claudio Tolomei, Mauro D'Arcano, Marcantonio Flaminio, Pietro Carnesecchi, Juan de Valdés, Camillo Soranzo, Francesco Berni, Pietro Paolo Vergerio, il cardinale Ercole Gonzaga, Giovanni Morone. Alcuni di essi, attratti quasi da un fluido magnetico, fecero a gara per conquistare l'amore di Giulia.

La "divina" nobildonna, della celebre casata mantovana, fra le più illustri d'Italia, figlia, per parte di madre, di una Este, partecipava al fervore letterario dell'epoca esercitando sugli uomini una collabo­razione indiretta, fatta di mecenatismo e di fascino personale, di gra­zia e di incoraggiamento. La contessa ne era ripagata con adulazioni galanti o con sincero, devoto omaggio, se non con venerazione. Morto, dopo due anni di matrimonio, suo marito, Vespasiano I Colonna, nobile guerriero, ma zoppo e malaticcio, la sua anima si volse sempre più al mondo delle cose belle, al culto della letteratura. Era il tempo dei rimatori: nascevano sonetti e canzoni, ballate e stor­nelli, forme spigliate della poesia popolare, in cui venivano trasferiti in rima gioia e dolori. Era il petrarchismo trionfante ed anche le donne colte ne furono abbagliate.

L'affascinante ed intelligente dama fu celebrata in versi da Ludovico Ariosto e .da Bernardo Tasso. Il primo disse, nel canto XLVI dell'Orlando Furioso, che la sua venustà non temeva confronti. Ne riportiamo una quartina: "Iulia Gonzaga, che dovunque il piede/volge, e dovunque i sereni occhi gira,/non pur ogn' altra di beltà le cede, ma come scesa dal ciel dea, l'ammira". Il secondo così la cantò:

Chi contempla la fronte alta e serena
Di dui le Grazie fan dolce governo,
Onde l 'aere turbato si serena
E fugge il freddo e nubiloso vento,
Si sente porre al collo una catena,
Che non si scioglierà forse in eterno,
Ove di man d'Amor scritto si mira
"Felice chi per me piange e sospira ".
S'apron due chiare e lucide finestre
Sotto le nere sue tranquille ciglia,
Onde in questa prigion bassa e terrestre
Scorger si può di Dio la meraviglia.
A quella bocca che perle e rubini
Avanza di vaghezza e di colore...
 

A lei lo stesso poeta bergamasco garantì l'immortalità: "Viva di Iulia il glorioso nome/Mentre spiegherà il Sol l'aurate chiome". Benedetto Varchi la definì "immortal dea, spregiar tutte le cose umane avvezza". Luigi Gonzaga soleva chiamare Giulia "bianco e immacola­to giglio". Il vescovo Paolo Giovio, nel suo Dialogo delle donne illustri, scrisse: "Che fiore di giovinezza, che armonia di figura, che can­dore del viso e della fronte, che venustà di tutta la persona, che vivez­za, facilità e semplicità di parola! Diana non è più agile di lei, né Venere più formosa e dolce".

La vedova di Vespasiano I Colonna fu, nel pieno fulgore della sua bellezza, anche immortalata, per incarico del vice-cancelliere della Chiesa, Ippolito de' Medici, dai sublimi pennelli di Tiziano Vecellio e di Sebastiano Luciani, meglio conosciuto come "fra' Sebastiano del Piombo", che l'hanno raffigurata con un piccolo naso schiacciato e rotondo, con una incantevole boccuccia ed una fronte superba. Il Vasari sostiene che il pittore veneziano eseguì in un mese il ritratto di Giulia Gonzaga, "il quale venendo dalle celesti bellezze di quella signora e da così dotta mano, riesci una pittura divina", anche se il Molza osservava che certe doti morali erano sfuggite al pennello di Sebastiano del Piombo, nonostante questi fosse un valente artista.

Giulia Gonzaga è una figura potente, non del tutto "positiva", che soffoca sentimenti e slanci per realizzare la sua ambizione; "una creatura che non concede nulla ad una concezione romantica della vita, giustificando le sue scelte con motivi vagamente religiosi". A parere di Mario Oliva, che ha scritto un'accurata biografia sull'avve­nente contessa di Fondi, nella quale si ripercorrono le tappe più tipi­che della sua movimentata esistenza, di cui si narrano le straordinarie avventure e le molteplici peripezie, il rigido atteggiamento di Giúlia Gonzaga si spiega con la sua indipendenza di vita. "Aveva scoperto in sè la capacità di creare un mondo raffinato, di cui era incontrastata regina, che le dava un prestigio ed una fama ineguagliabili. Poteva rimanere su tale piedistallo soltanto se rifiutava qualsiasi avventura amorosa che l'avrebbe sottomessa ad un uomo, ridimensionando la sua personalità".

Una sorta di femminista "ante litteram", di "primadonna", spesso mitizzata, a volte malintesa. Questa ritrosia di Giulia Gonzaga per l'amore, questa enigmatica riservatezza, questo austero comporta­mento in un'epoca proclive al materialismo senza ritegno e alla vita licenziosa (la corruzione penetrava finanche nei conventi e saliva nei chiusi castelli e nei fastosi palazzi), questo sacrificio della propria fenuninilità (mai un momento di dolce languore) destarono meravi­glia, cosicché la dama non fu molto apprezzata dal suo seguito, che, pur riconoscendone la supremazia spirituale, avrebbe preferito rinun­ciasse alla scura gramaglia e al velo nero seguendo un modo di vita più naturale.

Lo stesso amore di Ippolito de' Medici, l'esuberante e sedu­cente nipote del pontefice Clemente VII, per la Gonzaga non venne per niente incoraggiato. La castellana di Fondi non alimentò mai le speranze del giovane prelato, verso cui non nutrì amore, ma solo un' amicizia piena di premure, come dimostrò alla morte del porporato, avvenuta ad Itri, nel convento di S. Francesco, il 10 agosto 1535, avvelenato dal siniscalco Giovanni Andrea da Borgo San Sepolcro, su ordine del dispotico e dissoluto duca di Firenze, Alessandro de' Medici, suo cugino. Giulia Gonzaga, accorsa da Fondi al capezzale del cardinale, assistette il malato nelle ore estreme e - come scrisse il Giovio - "gli fece men dura la morte e gli usò assai virtuose cortesie", dicendogli parole di conforto, nei momenti in cui il principe della Chiesa riacquistava la conoscenza e la piena lucidità mentale. Fu una morte inopinata e precoce (Ippolito aveva solo 24 anni), che suscitò il dolore e il compianto generali, non priva di alone romantico.

Era morto l'uomo che "per i contemporanei era stata la gemma più bella del mondo", come scrisse, nel 1922, Isolde Kurz in Nachte von Fondi. L'uomo che in un sonetto aveva magnificata Giulia Gonzaga con questi versi: "Se `1 dolce folgorar de' bei crin d'oro,/e `1 fiammeggiar de' begli occhi lucenti,/e `far dolce acquietar per l'aria i venti/col riso, ond'io mi incendio, e mi scoloro,/son le cagion, che per voi vivo, e moro,/piango, e m'adiro, e fo restar contenti/gli spini afflitti in mezzo i miei lamenti,/e mi par dolce il grave aspro martoro".

La contessa di Fondi fu una creatura adorabile, ma nel con­tempo "odiosa", per la sconcertante padronanza dei suoi sentimenti e dei suoi impulsi; donna angelica che illuminò il Cinquecento, ma nello stesso tempo tenebrosa, ammantata di mistero, che fu un argomento molto in voga nei salotti europei, da cui la sua figura non uscì minimamente scalfita da insinuazioni e da maldicenze. L'unica voce malevola venne dal libellista Filocolo Alicarnasseo, legato ai Controriformisti, che cercò di insozzare la figura di Giulia attribuen­dole molti amanti segreti. Le affermazioni calunniose dello scrittore scandalistico non furono prese in alcuna considerazione dall'opinione pubblica del tempo.

La fama di così grande virtù e di così sfolgorante bellezza volò lontano, al di là del Mediterraneo, fino ai lidi africani, in parti­bus infidelium, e fu causa di un tragico evento per il contado di Fondi: il più celebre ed audace predatore di quell'epoca, un vero flagello di Dio, il turco Kheyr-ed-din, detto dai cristiani il Barbarossa, incantato della prodigiosa beltà di Giulia Gonzaga, volendo rapirla per farne gradito dono al suo sultano, Solimano II il Magnifico, fece una fulmi­nea incursione sul Tirreno. Il signore di Algeri, ammiraglio della Sublime Porta, con una flotta di 80 galee, leggere e rapide, dotate di potenti artiglierie, sbarcò a Sperlonga e, nottetempo, marciò su Fondi attraversando con i suoi giannizzeri la boscaglia del Salto, guidato da un uomo del posto. Il 9 agosto del 1534, allo spuntare del giorno, le truppe ottomane, armate di archibugi, di scimitarre e di archi e frecce, come cavallette voraci piombarono sulla città, dalla porta orientale.

Giulia Gonzaga, avvertita tempestivamente da un fido servo, seminuda (aveva addosso solo una leggera camicia di crespo), riuscì a fuggire, secondo la tradizione popolare locale, calandosi da una fine­stra del palazzo baronale sul ponte levatoio del castello e di lì, valen­dosi di un'uscita segreta, si dette alla campagna. Il deluso corsaro, furibondo per aver mancato la bella e ricca preda, con la quale si sarebbe ancor più ingraziato Solimano II, sfogò la sua rabbia su Fondi facendola mettere a ferro e a fuoco e facendo trucidare tutti quelli che incontrava sul suo cammino. Fu un massacro che durò 4 ore: il sangue grondò. Solo pochi scamparono alla morte o alla deportazione fuggendo sui monti circostanti. Nella cattedrale di S. Pietro Apostolo il Pascià di Khapudan fece saccheggiare l'altare maggiore e la sagre­stia; poi, sprezzante verso le sepolture cristiane, fece scoperchiare dalle sue orde le tombe e spargere al vento le ceneri di Prospero e Marcantonio Colonna. Indi il pirata magrebino lasciò in balìa dei suoi uomini il monastero delle Benedettine, sito sulla collina di Montevago, fuori dell'abitato di Fondi, che ospitava 20 giovani monache, che furono violate ed uccise.

Non contento delle distruzioni arrecate e delle spoliazioni, il terribile capo barbaresco condusse scorrerie nei paesi vicini seminando la rovina e la morte. Allora apparve, alla testa di 6.000 armigeri, il bel cardinale Ippolito de' Medici (di lui Tiziano ha lasciato a Firenze, alla Galleria Pitti, un indimenticabile ritratto), radioso come Febo, prode come Ercole, tenero come Eros. Al suo apparire, il famigerato beyler-bey di Solimano II e i suoi masnadieri scapparono e si reimbar­carono per l'Africa deportando numerose persone tra uomini forti e giovani belle. Queste ultime sarebbero andate ad arricchire gli harem dei Visir ed i mercati levantini. Ippolito de' Medici, respinto l'oltrag­gio turcomanno, genuflesso, offrì all'amata Giulia Gonzaga, a cui, da poco, aveva dedicato una sua traduzione, in versi sciolti, del II libro dell' Eneide, che descrive l'incendio e la caduta di Troia, la chiave del suo castello.

Una serie di sciagure poi si abbatté sulla contessa, cosicché Giulia, disperata, lasciò il guscio dorato di Fondi ritirandosi a Napoli, nel convento di S. Francesco delle Monache, dell'ordine di S. Chiara, dove passò gli ultimi anni della sua vita ricevendo letterati, quali Annibal Caro, Luigi Tansillo e Camillo Capilupi, che le dedicarono alcuni sonetti. Ricordiamo che Vespasiano I Colonna aveva lasciato Giulia padrona della contea di Fondi e del ducato di Traetto, finché vivesse, serbando l'abito vedovile. Isabella Colonna, sposa di.. Luigi Gonzaga, detto il Rodomonte, fratello della stessa Giulia, rimase sotto la tutela della matrigna. Alla morte del marito, Isabella, madre del pic­colo Vespasiano, rivendicò l'eredità. Il litigio tra Giulia e la figliastra e cognata Isabella, che aveva impugnato il testamento paterno, dege­nerò e fu portato davanti all'imperatore, Carlo V, che diede ragione alla vedova più corteggiata e desiderata d'Italia. In questa circostanza, Giulia, "considerata una donna di delicati sentimenti, superiore alle miserie del mondo e conforme agli ideali di vita cristiana", scende dal suo piedistallo comportandosi con scarsa pietà ed agendo con intran­sigenza ed egocentrismo. La contessa finisce coll'anteporre l'ambi­zione alle questioni spirituali.

Qualche scrittore, non troppo tenero con questo fiore di bellez­za, ha parlato di intrighi che Giulia, dal fondo del suo convento, con­dusse per ottenere il riconoscimento dei suoi diritti. "Discreta quanto abile - scrive André Maurel in "Paysages d'Italie"- ella recitò supe­riormente il suo ruolo; e se si pensa che il grande arbitro, designato da Carlo V, era Pietro di Toledo, viceré di Napoli, ci si immagina facil­mente a cosa si riconduceva la vita conventuale di Giulia. Quattro anni di tranquillità passarono, continuando la vedova di Vespasiano I Colonna a presiedere alle sorti del suo contado, quando il marchese Gonzaga, suo padre, morì. E, con il suo testamento, egli designava, come tutrice del piccolo Vespasiano, la zia di questi: sua figlia Giulia. Isabella, la madre, era ancora una volta spogliata dei suoi diritti". Il dissidio tra Giulia Gonzaga ed Isabella Colonna continuò anche dopo che quest'ultima si unì in matrimonio con Filippo di Lannoy, principe di Sulmona, per non affidare il figlioletto al suocero, come Luigi Gonzaga aveva disposto per testamento, se Isabella si fosse rimaritata. Invano. Giulia Gonzaga ottenne la tutela del nipote consacrandogli tutte le sue cure ed avviandolo poi alla carriera militare presso la corte madrilena, al servizio di Filippo II, il Tiberio della Spagna.

La contessa, che negli ultimi anni fu molto cagionevole di salute, morì il 19 aprile 1566, nel monastero di S. Francesco delle Monache di Napoli, dove dimorava da oltre trent'anni conducendo vita ritirata. Sertorio Pepe, in occasione del funesto avvenimento, scrisse un sonetto. Ne riportiamo alcuni versi: "Quella che pari al mondo unqua non ebbe/Umana gloria e fu qualch' angel forse,/De la cui gran bellezza il grido corse/Tanto a le strane nazioni, e crebbe; ...Invide parche che troncaste il filo,/Di cui più bel non vide occhio mortale,/Voi togliete a Natura ogni sua pompa!".

Con Giulia Gonzaga era scomparsa una munifica protettrice delle italiche arti; con lei, creatura che irradiò come una stella sul truce sfondo del suo tempo, erano morte delle splendide stagioni culturali.

In ultima analisi, possiamo dire che quella di Giulia Gonzaga è una figura a tutto tondo, che, pur ammantata di leggenda e di mistero, appartiene alla storia, protagonista di un'epoca, avendo lasciato un'impronta indelebile negli avvenimenti politico-religiosi. Fra tante donne belle, intelligenti e colte del Rinascimento, Giulia si impone per altezza d' ingegno e per severità di costume, se non per zelo reli­gioso. A tal proposito, dobbiamo far notare che la Gonzaga non era indifferente al tormento delle coscienze, alla tragedia di popoli coin­volti nel drammatico fervore della ricerca di Dio, al di fuori della Chiesa Cattolica e dei suoi dogmi. La dama fondana credeva nella verità della Chiesa di Roma, sebbene, in cuor suo, ritenesse giustifica­ti tanti aspri giudizi sul Papato e sulla Curia romana, che avevano pro­vocato con la loro doppiezza tanti disastri. Giulia Gonzaga voleva che l'amministrazione romana, che lucrava col nepotismo e con il commercio delle indulgenze, fosse emendata dal lusso e dalla corruzione, per cui ebbe contatti, oltre che con eminenti figure della Riforma cat­tolica, come Girolamo Seripando, generale dell'ordine degli Agostiniani, con esponenti della Riforma protestante, quali il teologo spagnolo Juan de Valdés, amico di Erasmo da Rotterdam, che le dedicò l' Alfabeto Cristiano; Bernardino Ochino, cappuccino; Pietro Martire Vermigli; il cardinale Reginald Pole, uno dei presidenti del Concilio di Trento; l'umanista Pietro Carnesecchi, amico di Clemente VII, che lo elesse Protonotario apostolico e suo segretario. Anime afferrate dall'ondata mistica, il cui modo di vita era conforme allo spi­rito evangelico e al cristianesimo delle origini, con il figlio di Dio tutto amore e carità. Tra tutti, chi per la Gonzaga ebbe più affetto e più stima fu il Valdés, che, nel 1535, scrisse di lei al cardinale Ercole Gonzaga in questi termini: "In Fondi mi stetti un dì con quella Signora, che è grandissimo peccato non sia Signora di tutto il mondo, ma credo che Dio abbia provveduto così perché noi poveretti possia­mo godere della sua divina conversazione e della gentilezza, che non è per niente inferiore alla bellezza".

Solo alla morte di Giulia Gonzaga, furono scoperte le sue relazioni epistolari col Carnesecchi e con molti altri, che, imbevuti di idee riformistiche, furono giustiziati o interdetti. Se ciò fosse stato scoper­to prima dal Sant'Uffizio, le sarebbe toccato il rogo come eretica, una ben triste fine. La morte pietosa e tempestiva ve la sottrasse appena in tempo. Era l'epoca dell'Inquisi-zione, con le sue orrende stragi, le sue torture ed il rogo contro i fautori del Rinnovamento. Pio V, il domeni­cano Michele Ghislieri, una volta rinvenuto il carteggio, ebbe a dire che, se fosse stata ancora al mondo, l' havrebbe abrusciata viva! come riferisce un diplomatico vaticano, il Rabbi. Il frate, che aveva dispie­gato uno zelo straordinario come Commissario generale del Sant'Uffizio, propugnator catholicae fidei, suscitò il terrore fra gli eretici e i riformatori.

Dal dossier sequestrato, risultò che Giulia Gonzaga voleva far pubblicare clandestinamente le opere dell'eretico Reginald Pole; che aveva sovvenzionato non pochi fuorusciti, tra i quali lo Spadafora, già nelle mani dell'Inquisizione; che conosceva Calvino e Lutero; che non aveva una grande opinione del confessionale, non essendo sicura che Dio ha perdonato i nostri peccati. La contessa, venuta in sospetto all'Inquisizione, era stata schedata sin dal 1533, ma, "pur sapendo di essere in mal predicamento presso sua santità", come dirà, al processo del 1566, il Carnesecchi, la nobildonna, consigliata a fuggire, non volle lasciare l'Italia, come avevano fatto il marchese Galeazzo Caracciolo, nipote del terribile Paolo IV, e Isabella Brisagna, divenuta calvinista, rifugiatasi in Svizzera, sovvenzionata da Giulia con cento scudi l'anno.

 

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