Con
Giulia Gonzaga, contessa di Fondi, siamo nella prima metà del XVI secolo, un
secolo tutt'altro che pacifico, come testimonia la presa e il sacco di
Roma, del 1527, conquistata dai Lanzichenecchi al seguito del duca di
Borbone. Le vicende storiche della castellana di Fondi e di Ariadeno
Barbarossa, le cui galeotte turche tenevano in scacco le forze di tutta
la Cristianità, vengono delineate, in questo saggio, dallo scrivente, con
passione, dando un particolare risalto al mancato ratto della più bella
donna del Rinascimento italiano da parte dei sanguinari pirati, che predano
le coste ed attaccano i mercantili europei per far man bassa del carico e
per catturare schiavi, che avrebbero venduti su qualche mercato africano, e
schiave per l'harem di Solimano il Magnifico. La figura del comandante della
flotta ottomana, amico e consigliere del più famoso dei sultani turchi,
fondatore del regno di Algeri, è brevemente inquadrata. Per la concisione
dell'assunto, il condottiero e uomo di ventura, uno dei più grandi uomini
nella storia dell'Impero Turco, che non era un corsaro analfabeta, ma un
uomo di cultura che parlava almeno sei lingue, è stato trattato a volo
d'uccello. Questo eminente personaggio della corte di Solimano I sconvolse
l'equilibrio delle forze sul Mediterraneo, in modo tale da essere largamente
responsabile della massiccia espansione di quell'Impero durante il regno del
gran sultano. I cronisti dell'epoca, anche quelli della sua più grande
avversaria, la Spagna, erano quasi unanimi nell'accordargli rispetto e una
genuina ammirazione. Si è accennato, all'inizio, al mancato rapimento della
vedova di Vespasiano Colonna, che era l'argomento "à la page" di discussioni
accese nei salotti europei, che echeggiavano al di là del Mediterraneo.
Ariadeno progettava la conquista dell'immortale Giulia, discendente di una
delle maggiori famiglie italiane, una preda tutta speciale per Solimano,
qualcosa che avrebbe avuto il fulgore di una perla in mezzo alla banale
abbondanza degli altri prigionieri. La fama della bellezza di Giulia Gonzaga,
celebrata da poeti ed eternata da pittori, era giunta fino alla Sublime
Porta. Il Barbarossa, però, non dovette pensare solo a Giulia, ma
pensò anche alle ricchezze che doveva contenere il castello di uno dei suoi
rivali in battaglia, Colonna; un castello di cui si parlava molto e la cui
padrona, così apprezzata da tanti nobili italiani, doveva valere un bel
riscatto. Il premio che Ariadeno si riprometteva da un'impresa così
rischiosa non erano gli amplessi della Gonzaga, ma di arricchirsi col
bottino e di arricchire il gran serraglio di Solimano, con una nuova
favorita, tale da far impallidire perfino il fascino di Rosselana, la
splendida figlia di un diacono russo, catturata dai Tartari.
I saraceni,
guidati da rinnegati italiani, scivolarono silenziosamente attraverso
l'impenetrabile oscurità notturna dei boschi del Salto di Fondi, che
crescevano folti sul pendio montano dove s'annida il centro aurunco. I lupi
di mare percorsero, con incredibile velocità, ben dieci miglia, senza che
nessuno li vedesse o li sentisse, fino al momento in cui piombarono, come
voraci cavallette, sulla tranquilla cittadina. La truppa turchesca giunse
alle undici del 9 agosto 1534 e devastò i dintorni di Fondi. I sanguinari
predoni, seimila soldati e marinai, armati fino ai denti, presero facilmente
le indifese mura guastando le chiese di S. Francesco e di S. Rocco e la
cappella di San Giovanni Battista, extra moenia. Poi penetraroro
dalla porta verso Roma e da quella "de l'episcopo" ed assediarono il
castello, dove i cittadini di Fondi avevano trasportato ed affastellato
tutti i loro averi e tutti gli arredi ecclesiastici. Il Barbarossa e la sua
ciurma strinsero il loro cerchio intorno al maniero che racchiudeva la
preda. Il castello resistette poco e alle ore ventidue fu in mano agli
assedianti. La pugna, però, proseguì, perché circa ottanta persone, tra
uomini e donne, asserragliate nel maschio, continuarono a difendersi con il
getto dei vini, finché quindici di esse perirono, gettate da quella sommità
dai barbareschi, padroni della parte piu alta del torrione. Per poco la
divina Giulia non fu sorpresa nel suo letto. Ella non perse tempo a
vestirsi. Così com'era, in vesti da notte, fuggì affannosamente dalla sua
stanza balzando in sella ad un corsiero. Intanto i saraceni imperversavano
per il castello precludendo ogni via di scampo e catturando tutti coloro in
cui s'imbattevano. Ma Ariadeno non doveva aver la fortuna di cogliere per il
sultano il "Fior d'Amore", colei che aveva sul proprio stemma gentilizio la
pianta sempreviva dell'amaranto, fiore simbolico dell'amore. La contessa di
Fondi era riuscita a guadagnare in tempo la campagna. Era salva. Si era resa
irreperibile, presumibilmente fuggendo ad Itri, nella vetusta fortezza sulla
via Appia. Ariadeno, furioso di aver mancato la bella e ricca preda, la
perla inestimabile, sfogò la sua ira abbandonando la città alle sue truppe,
che la saccheggiarono dandola poi alle fiamme. Il massacro ai danni dei
fondani durò quattro ore, in un tourbillon di fiamme e di fumo.
In un
prezioso manoscritto, conservato nell'Archivio di Stato di Napoli (Partium
della Sommaria), si riscontrano i danni sofferti dal palazzo comitale,
in cui vennero distrutti parecchi, magnifici quadri, e dalle chiese fondane,
devastate, in cui furono vilipese e distrutte sprezzantemente tutte le
immagini della Vergine esistenti in esse. Nella cattedrale di S. Pietro
Apostolo i sepolcri dei Caetani e dei Colonna furono scoperchiati e
spogliati delle gioie e delle armi che racchiudevano. I resti mortali di
Prospero, Marcantonio e Vespasiano Colonna, illustri capitani, furono
calpestati e dispersi al vento, come quelli di Luigi Gonzaga, detto
Rodomonte, ricordato da Ludovico Ariosto nell' Orlando Furioso.
Con questo atto oltraggioso, si era profanata la famiglia, la religione, la
morte: i primi due erano crimini quasi ordinari, mentre il terzo era un
attentato mostruoso, che violava la maestà comitale con tutta la sua storia
e tutto il suo passato. Per rintracciare Giulia Gonzaga, i corsari di
Ariadeno si spinsero sino al convento delle Benedettine, posto sulla
collina di Montevago, circa due chilometri fuori dal paese. Il sacro
luogo fu dato alle fiamme, dopo che le venti monache, quasi tutte
giovanissime, furono violate e trucidate. Nella lunga relazione conservata
all'Archivio di Stato di Napoli, del 18 dicembre 1534, scritta quasi a caldo
(solo quattro mesi dopo i fatti), si chiedeva al viceré di Napoli
l'esenzione dai pagamenti fiscali, in conseguenza delle orribili perdite
subite ad opera delle orde di Ariadeno, valutate intorno ai trentaseimila
ducati, oltre al tesoro comitale e agli ornamenti preziosi del palazzo
Caetani e delle chiese spariti.
Si è voluto
ricordare una pagina tragica, che provocò eccidi spietati, devastazioni,
ruberie e sequestri di giovani vite, trascinate per sempre all'inferno della
schiavitù.
Alfredo Saccoccio
Ai piedi dei
monti Aurunci, in una vasta e fertile pianura, circondata da una corona di
brulle e rocciose montagne, che, a semicerchio, racchiudono il territorio
comunale, è posta Fondi. L'importante e laborioso centro agricolo e
commerciale del Basso Lazio, che si estende sulla via Appia, longarum
regina viarum, a metà strada tra Roma e Napoli, quindi in una posizione
favorevole rispetto alle grandi correnti di traffico nazionale, ha
un'origine molto antica, più antica della stessa Roma: i Fondani, con una
punta di campanilismo, sostengono che "Roma vagiva ancora nelle fasce
quando Fondi aveva il suo Senato" (nelle epigrafi si presenta spesso la
formula di S.C.F., cioè consultato il Senato fondano).
Una leggenda
costante ne attribuisce la fondazione al mitico Ercole, a memoria perenne
del luogo dove avvenne una lotta tremenda tra il gigante Caco ed il semidio
greco, derubato di 4 tori e di 4 vacche, di sceltissima razza. L'episodio,
descritto da Virgilio (che pone, però, il fatto sul colle Aventino) nel
libro VIII dell'Eneide, da Properzio, da Livio, da Ovidio, oltre che da
Dante, si conclude con l'uccisione dell' abigeo, terrore dei pastori, per
mano del figlio di Giove, che lo affrontò e lo uccise con la sua clava.
Un'arcaica statua marmorea, denominata Ercole Fondano, conservata nel
museo di Vienna, raffigurante un giovanetto imberbe, che, nella sinistra,
brandisce una clava, richiama alla mente questa impresa, che va sotto il
nome di decima fatica.
Al di là di
quest'epoca favolosa, risalente a circa mezzo secolo prima della guerra di
Troia, dobbiamo dire che l'etimo di Fondi è di chiara impronta latina,
dovuto presumibilmente alla centuratio dei poderi in età romana. La
prima notizia, di storica certezza, proviene da Tito Livio, il quale
asserisce che, nel 338 a.C., soltanto Formia e Fondi, in premio di aver
sempre concesso, attraverso il loro territorio, il passaggio sicuro agli
eserciti romani, ottenevano la cittadinanza senza suffragio. Tutti gli
studiosi, però, sono concordi nel ritenere che Fondi fu
grande e popolosa già in epoca preromana, sotto gli Aurunci.
Questa
asserzione, pur non documentata da attendibili fonti storiche, trova valido
conforto in alcuni significativi reperti archeologici, che ci permettono di
attribuire la costruzione della prima cerchia cittadina all' VIII secolo a.C.,
come ci attestano le imponenti mura poligonie, che costituiscono una salda
opera avanzata di sbarramento ad ogni eventuale incursione contro il nucleo
centrale della polis. L'importanza strategica e militare del
territorio fondano fu capita pienamente dai Romani, in quanto il suo
possesso avrebbe creato un baluardo contro le irrequiete popolazioni
limitrofe permettendo all'Urbe di dormire sonni tranquilli. Perciò, nel 312
a. C., fu costruita, per volere del fiero console Appio Claudio il Cieco, la
magnifica via Appia, lastricata di grosse pietre basaltiche, di varia
misura, lavorate a scalpello. Nel 188 a.C. Fondi ricevette, per la sua
perenne fedeltà ai Romani, la piena cittadinanza e venne ascritta alla tribù
Emilia. Lo attestano Livio (XXX VIII, 36) e Velleio Patercolo (I, 14).
Altro ricordo
di Roma è suggerito dal famoso Cecubo, il tanto decantato vino prodotto sul
territorio fondano; un vino che Plinio (Nat. Hist., lib. 14,c. 14)
considerava il migliore fra tutti quelli del suo tempo, per la sua
generositas. Un vinum praestantissimum, spremuto direttamente dai
grappoli, di cui erano ricchi i vigneti delle colline fondane. Il Cecubo era
una bevanda profumata, dal colore ambrato, cantato da Columella, Discoride,
Vitruvio, Cicerone, Strabone, Marziale. Orazio, diretto a Brindisi insieme
con Mecenate e Cocceio, missi magnis de rebus, e col raffinatissimo
Fonteio Capitone, amico intimo di Antonio, nel 38 a.C. attraversava Fondi,
divertendosi alle spalle del pretore locale Aufidio Lusco, un vanitoso che
amava pavoneggiarsi delle insegne riservate al pretore di Roma, la pretesta
e il laticlavio, accompagnato da uno scriba che agitava un fumante
turibolo; il che suscitò il riso del grande Venosino, che, nella V sàtira,
canzona il magistrato. È una ridicola descrizione del sussiego e dell'aria
d'importanza che si dà Aufidio Lusco. Il viaggio di quei personaggi avrebbe
dovuto portare ad una riconciliazione tra Ottaviano ed Antonio; ma la
distensione tra i due non era stata di lunga durata e, pochi anni dopo,
Orazio, proprio col Cecubo, servatum centum clavibus (tanto era
prezioso), aveva brindato alla vittoria di Ottaviano su Antonio e
ringraziato gli dei per il trionfo dello stesso.
Resti di
sontuose ville in opus reticulatum e in incertum (dimore di
ricchi patrizi), di magnifici templi, di sepolcri, di mausolei, di cippi
funerari, di qualche edificio termale, testimonianti il passaggio della
dominazione e della civiltà romana, hanno impresso la loro orma e lasciato
le loro tracce su questo centro. Nel chiostro dell'exconvento di S.
Francesco, adibito a Museo Civico, sono raccolti: epigrafi funerarie,
terrecotte votive, sculture marmoree, statue, bassorilievi, piedistalli,
capitelli, cornicioni, lapidi, mosaici, dolii, anfore, vasi lacrimatorî,
frammenti di architravi, stemmi, fregi, fistole di piombo.
Le
caratteristiche attuali sono, comunque, spiccatamente medioevali, a
cominciare dall'interessante castello medioevale, simbolo della città,
intorno al quale ruotano tutte le vicende più notevoli della vita fondana,
quasi un filo connettivo di tutta la zona antica. L'insigne monumento, posto
proprio nel cuore del nucleo medioevale, forse poggiante sulla cerchia di
mura di epoca sillana, fu teatro di grandi azioni. La cinta muraria ne
attesta la passata potenza. La poderosa costruzione, dalla tecnica
architettonica perfetta, "sembra che ancor mediti severa" sul suo glorioso e
travagliato passato.
L'edificio
militare è legato alla famiglia Caetani, che lo fece erigere nel XIV secolo,
munendolo di numerose fortificazioni. I suoi proprietari dovettero
sostenere, nel corso dei secoli, continue lotte per mantenerne il possesso,
dato che il fortilizio era importante punto strategico, posto com'è a
cavaliere tra lo Stato Pontificio ed il Regno di Napoli.
Attualmente
il castello, che si presenta come sentinella di una grandezza decaduta,
nonostante i restauri eseguiti, si compone della rocca e del mastio: la
prima muratura, lunga 39 metri, di forma rettangolare, è unita agli angoli
da tre merlate torri cilindriche, costruite con pietrame irregolare; la
seconda fabbrica, il maschio, alto m. 31,64, è un possente torrione,
completamente isolato, anch'esso cilindrico, su massiccia base quadrata,
eretto in pietrame da taglio, con merlatura sostenuta da mensole aggettanti,
di forma ghibellina, tratto caratteristico delle fortezze dei Caetani. Il
mastio è costituito da 4 piani, la cui parte superiore fu adibita, da
Onorato II Gaetani d'Aragona, alla salvaguardia dei suoi gioielli, degli
oggetti d'arte, dei quadri, delle armature, delle armi rare, degli abiti.
La rocca ed il maschio furono innalzati tra il 1319 ed il 1329, per
volontà di Roffredo III Caetani, e ristrutturati, nel 1504, da Prospero
Colonna, che ne rafforzò le strutture difensive. Il castello ha delle
analogie con quelli di Gaeta, di Bracciano, di Tivoli, di Santa Severa, per
l'alto mastio, per la forma semicircolare dei bastioni, per il coronamento a
beccatelli con merlature e piombatoi, da cui i difensori gettavano contro
gli assalitori ogni sorta di oggetti, dalle frecce ai sassi, dalle caldaie
di olio bollente alle masse di pece imbrattanti.
Adiacente
alla fortezza ed addossato alla chiesa matrice di Fondi, quella di S. Pietro
Apostolo, si trova lo splendido Palazzo del Principe o Palazzo
Baronale (vi si tenne il conclave dello scisma d'Occidente, in cui i
cardinali ultramontani, sotto la spinta di Onorato I Caetani, elessero, il
20 settembre 1378, un nuovo papa, Roberto di Ginevra, che prese il nome di
Clemente VII, in opposizione al legittimo pontefice, l'itrano Urbano VI),
ampliato dal capmestre maiorchino, Matteo Forcimanya, nel 1470
circa, a cura di Onorato II Gaetani d'Aragona, logoteta e protonotario del
regno di Sicilia, che fu un personaggio di spicco nella storia
politico-economica del reame, oltre che mecenate e munifico signore.
Il composito
ma non molto vasto edificio, presso cui dimorava abitualmente il feudatario,
una volta comunicante con la sala inferiore del mastio tramite un piccolo
ponte levatoio ricavato su Porta Napoli, presenta elementi architettonici
distinti: angioino-durazzeschi e gotico-catalani. Il primo stile è
rappresentato dall'ampio, arioso, severo portale d'ingresso, affine ad
alcuni esemplari gaetani,e da un loggiato coperto, ogivale, di eleganti
linee, a cui si sale, tramite una larga scalea esterna, dal cortile. Ma la
parte più peculiare del palazzo baronale risiede nelle finissime e
fantasiose decorazioni alle finestre, monofore e bifore, due interne al
cortile e due esterne, ' di influenza catalana, costituite, come scrive
Angelo De Santis: "nella parte superiore da una lastra di pietra tenera,
lavorata a traforo così da sembrare un ricchissimo ricamo, un pannello
intagliato", opera del già citato architetto e scultore spagnolo, Matteo
Forcimanya.
Le armoniche
finestre, come sostiene Sandra Vasco Rocca, sono ricollegabili al rosone
della cappella palatina di Castelnuovo in Napoli e ad alcuni edifici di
Carinola, sia nelle strutture che nel repertorio decorativo. Originali e di
gran pregio sono anche i mostriciattoli scolpiti sulle mensole in noce,
aventi funzioni di sostegno del soffitto, di gusto esoticheggiante, e i
grotteschi putti suonatori. Trattando delle finestre catalano-aragonesi, il
fondano Bruto Amante e l'itrano Romolo Bianchi nel 1903 scrivevano:
"Bellissime sono le finestre del 400 a ricchi trafori che rimangono su' due
lati delle mura di perimetro. Il signor Frothingham dell' Università di
Cambridge offrì lire 4000 per le sole finestre, indicandole superiori a
quelle di Corneto e di Sulmona. Furono fatte riparare alcune dal Governo nel
1896 con una somma di lire 296".
Di grazia
singolare è pure la finestra ad arco tondo, su piazza Unità d'Italia. In
un'interessante descrizione fatta da Gaetano Andrisani si dice: "le luci a
chiusura squadrata della facciata o della scala, mirabili per i disegni dei
tracciati delle profilature di pietra, intrecciantisi in ricami di ritmi
artistici irripetibili, di musicale armonia; le sculture dei peducci e
delle mensole, una diversa dall'altra, e tutte intense, dall'angioletto con
la viola alle corone di fiori; i capitelli con l'indeterminatezza lirica dei
fogliami rigonfi o dei voli di uccelli, ciascuno a sé stante con un
messaggio d' arte particolare da trasmettere, sono documenti straordinari
della civiltà del policentrismo rinascimentale meridionale".
Per quanto
concerne la prima finestra sul muro che costeggia lo scalone, secondo la
Vasco Rocca, degna di attenzione è la "bifora con colonna a capitello
corinzio assai stilizzato, fiancheggiata da due semicolonne entro la gola
degli stipiti sormontate da un frastagliato viluppo fogliaceo. Intorno
all'arco, una seconda cornice poggia su peducci scolpiti con motivi vegetali
disposti a ventaglio; la centina traforata mostra, oltre al consueto fiore a
quadrilobi, un complesso gioco di semicerchi - in corrispondenza al duplice
vano della finestra - ovali, losanghe ed ellissi intersecantisi e confluenti
in smerlature ed archetti inflessi. Strette affinità stilistiche si possono
cogliere con il portale ed il finestrone nella loggia del Mercanti di Palma
(1430 ca.) e con i capitelli pensili nel vestibolo di Castelnuovo, simili
anche nella mensoletta poligonale d'appoggio e nella corolla conclusiva".
Per Sandra Vasco Rocca, anche la seconda finestra, quella rettangolare, è di
rilievo: nella parte destra presenta "un'aquila ed un suonatore di mandola -
figura evocativa di un lontano mondo arabico - come pendant, un drago ed un
saraceno in atto di brandire la scimitarra, immagine che può forse avere il
suo fondamento storico nelle incursioni piratesche, frequentissime sulle
coste tirreniche durante la seconda metà del Quattrocento e che si avvicina
ad una figura accosciata scolpita in uno dei capitelli della cappella
Caetani di Sonnino".
Non crediamo
che si possa guardare con indifferenza il mirabile movimento di masse e di
volumi, di sporgenze e di rientranze, che costituiscono il palazzo baronale,
innestato a strutture urbanistiche d'età romana, secondo lo schema classico
del "castrum", impostato sull'incrocio di assi centrali.
Il palazzo
baronale, pregno di reminiscenze medioevali, visse il suo più luminoso
momento storico quando divenne la residenza della corte della bellissima e
coltissima Giulia Gonzaga, una delle più celebrate donne del Rinascimento,
che attirò a Fondi, dal 1529 al 1534, una lunga schiera di artisti,
letterati, dove, verosimilmente, si tenevano dispute letterarie, talmente
che qualche scrittore denominò la città aurunca Piccola Atene e il
Porrino affermò che quella fu la vera età dell'oro. Di questo
cenacolo fecero parte: Ippolito de' Medici, Bernardo Tasso, Vittoria
Colonna, cugina di Giulia Gonzaga, Gandolfo Porrino, Francesco Maria Molza,
Claudio Tolomei, Mauro D'Arcano, Marcantonio Flaminio, Pietro Carnesecchi,
Juan de Valdés, Camillo Soranzo, Francesco Berni, Pietro Paolo Vergerio, il
cardinale Ercole Gonzaga, Giovanni Morone. Alcuni di essi, attratti quasi da
un fluido magnetico, fecero a gara per conquistare l'amore di Giulia.
La "divina"
nobildonna, della celebre casata mantovana, fra le più illustri d'Italia,
figlia, per parte di madre, di una Este, partecipava al fervore letterario
dell'epoca esercitando sugli uomini una collaborazione indiretta, fatta di
mecenatismo e di fascino personale, di grazia e di incoraggiamento. La
contessa ne era ripagata con adulazioni galanti o con sincero, devoto
omaggio, se non con venerazione. Morto, dopo due anni di matrimonio, suo
marito, Vespasiano I Colonna, nobile guerriero, ma zoppo e malaticcio, la
sua anima si volse sempre più al mondo delle cose belle, al culto della
letteratura. Era il tempo dei rimatori: nascevano sonetti e canzoni, ballate
e stornelli, forme spigliate della poesia popolare, in cui venivano
trasferiti in rima gioia e dolori. Era il petrarchismo trionfante ed anche
le donne colte ne furono abbagliate.
L'affascinante ed intelligente dama fu celebrata in versi da Ludovico
Ariosto e .da Bernardo Tasso. Il primo disse, nel canto XLVI
dell'Orlando Furioso, che la sua
venustà non temeva confronti. Ne riportiamo una quartina: "Iulia Gonzaga,
che dovunque il piede/volge, e dovunque i sereni occhi gira,/non pur ogn'
altra di beltà le cede, ma come scesa dal ciel dea, l'ammira". Il secondo
così la cantò:
Chi
contempla la fronte alta e serena
Di dui le Grazie fan dolce governo,
Onde l 'aere turbato si serena
E fugge il freddo e nubiloso vento,
Si sente porre al collo una catena,
Che non si scioglierà forse in eterno,
Ove di man d'Amor scritto si mira
"Felice chi per me piange e sospira ".
S'apron due chiare e lucide finestre
Sotto le nere sue tranquille ciglia,
Onde in questa prigion bassa e terrestre
Scorger si può di Dio la meraviglia.
A quella bocca che perle e rubini
Avanza di vaghezza e di colore...
A lei lo
stesso poeta bergamasco garantì l'immortalità: "Viva di Iulia il
glorioso nome/Mentre spiegherà il Sol l'aurate chiome". Benedetto Varchi la
definì "immortal dea, spregiar tutte le cose umane avvezza". Luigi Gonzaga
soleva chiamare Giulia "bianco e immacolato giglio". Il vescovo Paolo
Giovio, nel suo Dialogo delle donne illustri, scrisse: "Che fiore di
giovinezza, che armonia di figura, che candore del viso e della fronte, che
venustà di tutta la persona, che vivezza, facilità e semplicità di parola!
Diana non è più agile di lei, né Venere più formosa e dolce".
La vedova di
Vespasiano I Colonna fu, nel pieno fulgore della sua bellezza, anche
immortalata, per incarico del vice-cancelliere della Chiesa, Ippolito de'
Medici, dai sublimi pennelli di Tiziano Vecellio e di
Sebastiano Luciani, meglio conosciuto come "fra' Sebastiano del Piombo", che
l'hanno raffigurata con un piccolo naso schiacciato e rotondo, con una
incantevole boccuccia ed una fronte superba. Il Vasari sostiene che il
pittore veneziano eseguì in un mese il ritratto di Giulia Gonzaga, "il quale
venendo dalle celesti bellezze di quella signora e da così dotta mano,
riesci una pittura divina", anche se il Molza osservava che certe doti
morali erano sfuggite al pennello di Sebastiano del Piombo, nonostante
questi fosse un valente artista.
Giulia
Gonzaga è una figura potente, non del tutto "positiva", che soffoca
sentimenti e slanci per realizzare la sua ambizione; "una creatura che non
concede nulla ad una concezione romantica della vita, giustificando le sue
scelte con motivi vagamente religiosi". A parere di Mario Oliva, che ha
scritto un'accurata biografia sull'avvenente contessa di Fondi, nella quale
si ripercorrono le tappe più tipiche della sua movimentata esistenza, di
cui si narrano le straordinarie avventure e le molteplici peripezie, il
rigido atteggiamento di Giúlia Gonzaga si spiega con la sua indipendenza di
vita. "Aveva scoperto in sè la capacità di creare un mondo raffinato, di cui
era incontrastata regina, che le dava un prestigio ed una fama
ineguagliabili. Poteva rimanere su tale piedistallo soltanto se rifiutava
qualsiasi avventura amorosa che l'avrebbe sottomessa ad un uomo,
ridimensionando la sua personalità".
Una sorta di
femminista "ante litteram", di "primadonna", spesso mitizzata, a volte
malintesa. Questa ritrosia di Giulia Gonzaga per l'amore, questa enigmatica
riservatezza, questo austero comportamento in un'epoca proclive al
materialismo senza ritegno e alla vita licenziosa (la corruzione penetrava
finanche nei conventi e saliva nei chiusi castelli e nei fastosi palazzi),
questo sacrificio della propria fenuninilità (mai un momento di dolce
languore) destarono meraviglia, cosicché la dama non fu molto apprezzata
dal suo seguito, che, pur riconoscendone la supremazia spirituale, avrebbe
preferito rinunciasse alla scura gramaglia e al velo nero seguendo un modo
di vita più naturale.
Lo stesso
amore di Ippolito de' Medici, l'esuberante e seducente nipote del pontefice
Clemente VII, per la Gonzaga non venne per niente incoraggiato. La
castellana di Fondi non alimentò mai le speranze del giovane prelato, verso
cui non nutrì amore, ma solo un' amicizia piena di premure, come dimostrò
alla morte del porporato, avvenuta ad Itri, nel convento di S. Francesco, il
10 agosto 1535, avvelenato dal siniscalco Giovanni Andrea da Borgo San
Sepolcro, su ordine del dispotico e dissoluto duca di Firenze, Alessandro
de' Medici, suo cugino. Giulia Gonzaga, accorsa da Fondi al capezzale del
cardinale, assistette il malato nelle ore estreme e - come scrisse il Giovio
- "gli fece men dura la morte e gli usò assai virtuose cortesie", dicendogli
parole di conforto, nei momenti in cui il principe della Chiesa riacquistava
la conoscenza e la piena lucidità mentale. Fu una morte inopinata e precoce
(Ippolito aveva solo 24 anni), che suscitò il dolore e il compianto
generali, non priva di alone romantico.
Era morto
l'uomo che "per i contemporanei era stata la gemma più bella del mondo",
come scrisse, nel 1922, Isolde Kurz in Nachte von Fondi. L'uomo che
in un sonetto aveva magnificata Giulia Gonzaga con questi versi: "Se `1
dolce folgorar de' bei crin d'oro,/e `1 fiammeggiar de' begli occhi
lucenti,/e `far dolce acquietar per l'aria i venti/col riso, ond'io mi
incendio, e mi scoloro,/son le cagion, che per voi vivo, e moro,/piango, e
m'adiro, e fo restar contenti/gli spini afflitti in mezzo i miei lamenti,/e
mi par dolce il grave aspro martoro".
La contessa
di Fondi fu una creatura adorabile, ma nel contempo "odiosa", per la
sconcertante padronanza dei suoi sentimenti e dei suoi impulsi; donna
angelica che illuminò il Cinquecento, ma nello stesso tempo tenebrosa,
ammantata di mistero, che fu un argomento molto in voga nei salotti europei,
da cui la sua figura non uscì minimamente scalfita da insinuazioni e da
maldicenze. L'unica voce malevola venne dal libellista Filocolo Alicarnasseo,
legato ai Controriformisti, che cercò di insozzare la figura di Giulia
attribuendole molti amanti segreti. Le affermazioni calunniose dello
scrittore scandalistico non furono prese in alcuna considerazione
dall'opinione pubblica del tempo.
La fama di
così grande virtù e di così sfolgorante bellezza volò lontano, al di là del
Mediterraneo, fino ai lidi africani, in partibus infidelium, e fu
causa di un tragico evento per il contado di Fondi: il più celebre ed audace
predatore di quell'epoca, un vero flagello di Dio, il turco Kheyr-ed-din,
detto dai cristiani il Barbarossa, incantato della prodigiosa beltà
di Giulia Gonzaga, volendo rapirla per farne gradito dono al suo sultano,
Solimano II il Magnifico, fece una fulminea incursione sul Tirreno. Il
signore di Algeri, ammiraglio della Sublime Porta, con una flotta di 80
galee, leggere e rapide, dotate di potenti artiglierie, sbarcò a Sperlonga
e, nottetempo, marciò su Fondi attraversando con i suoi giannizzeri la
boscaglia del Salto, guidato da un uomo del posto. Il 9 agosto del
1534, allo spuntare del giorno, le truppe ottomane, armate di archibugi, di
scimitarre e di archi e frecce, come cavallette voraci piombarono sulla
città, dalla porta orientale.
Giulia
Gonzaga, avvertita tempestivamente da un fido servo, seminuda (aveva addosso
solo una leggera camicia di crespo), riuscì a fuggire, secondo la tradizione
popolare locale, calandosi da una finestra del palazzo baronale sul ponte
levatoio del castello e di lì, valendosi di un'uscita segreta, si dette
alla campagna. Il deluso corsaro, furibondo per aver mancato la bella e
ricca preda, con la quale si sarebbe ancor più ingraziato Solimano II, sfogò
la sua rabbia su Fondi facendola mettere a ferro e a fuoco e facendo
trucidare tutti quelli che incontrava sul suo cammino. Fu un massacro che
durò 4 ore: il sangue grondò. Solo pochi scamparono alla morte o alla
deportazione fuggendo sui monti circostanti. Nella cattedrale di S. Pietro
Apostolo il Pascià di Khapudan fece saccheggiare l'altare maggiore e la
sagrestia; poi, sprezzante verso le sepolture cristiane, fece scoperchiare
dalle sue orde le tombe e spargere al vento le ceneri di Prospero e
Marcantonio Colonna. Indi il pirata magrebino lasciò in balìa dei suoi
uomini il monastero delle Benedettine, sito sulla collina di Montevago,
fuori dell'abitato di Fondi, che ospitava 20 giovani monache, che furono
violate ed uccise.
Non contento
delle distruzioni arrecate e delle spoliazioni, il terribile capo barbaresco
condusse scorrerie nei paesi vicini seminando la rovina e la morte. Allora
apparve, alla testa di 6.000 armigeri, il bel cardinale Ippolito de' Medici
(di lui Tiziano ha lasciato a Firenze, alla Galleria Pitti, un
indimenticabile ritratto), radioso come Febo, prode come Ercole, tenero come
Eros. Al suo apparire, il famigerato beyler-bey di Solimano II e i
suoi masnadieri scapparono e si reimbarcarono per l'Africa deportando
numerose persone tra uomini forti e giovani belle. Queste ultime sarebbero
andate ad arricchire gli harem dei Visir ed i mercati levantini. Ippolito
de' Medici, respinto l'oltraggio turcomanno, genuflesso, offrì all'amata
Giulia Gonzaga, a cui, da poco, aveva dedicato una sua traduzione, in versi
sciolti, del II libro dell' Eneide, che descrive l'incendio e la
caduta di Troia, la chiave del suo castello.
Una serie di
sciagure poi si abbatté sulla contessa, cosicché Giulia, disperata, lasciò
il guscio dorato di Fondi ritirandosi a Napoli, nel convento di S. Francesco
delle Monache, dell'ordine di S. Chiara, dove passò gli ultimi anni della
sua vita ricevendo letterati, quali Annibal Caro, Luigi Tansillo e Camillo
Capilupi, che le dedicarono alcuni sonetti. Ricordiamo che Vespasiano I
Colonna aveva lasciato Giulia padrona della contea di Fondi e del ducato di
Traetto, finché vivesse, serbando l'abito vedovile. Isabella Colonna, sposa
di.. Luigi Gonzaga, detto il Rodomonte, fratello della stessa Giulia,
rimase sotto la tutela
della matrigna. Alla morte del marito, Isabella, madre del piccolo
Vespasiano, rivendicò l'eredità. Il litigio tra Giulia e la figliastra e
cognata Isabella, che aveva impugnato il testamento paterno, degenerò e fu
portato davanti all'imperatore, Carlo V, che diede ragione alla vedova più
corteggiata e desiderata d'Italia. In questa circostanza, Giulia,
"considerata una donna di delicati sentimenti, superiore alle miserie del
mondo e conforme agli ideali di vita cristiana", scende dal suo piedistallo
comportandosi con scarsa pietà ed agendo con intransigenza ed egocentrismo.
La contessa finisce coll'anteporre l'ambizione alle questioni spirituali.
Qualche
scrittore, non troppo tenero con questo fiore di bellezza, ha parlato di
intrighi che Giulia, dal fondo del suo convento, condusse per ottenere il
riconoscimento dei suoi diritti. "Discreta quanto abile - scrive André
Maurel in "Paysages d'Italie"- ella recitò superiormente il suo ruolo; e se
si pensa che il grande arbitro, designato da Carlo V, era Pietro di Toledo,
viceré di Napoli, ci si immagina facilmente a cosa si riconduceva la vita
conventuale di Giulia. Quattro anni di tranquillità passarono, continuando
la vedova di Vespasiano I Colonna a presiedere alle sorti del suo contado,
quando il marchese Gonzaga, suo padre, morì. E, con il suo testamento, egli
designava, come tutrice del piccolo Vespasiano, la zia di questi: sua figlia
Giulia. Isabella, la madre, era ancora una volta spogliata dei suoi
diritti". Il dissidio tra Giulia Gonzaga ed Isabella Colonna continuò anche
dopo che quest'ultima si unì in matrimonio con Filippo di Lannoy, principe
di Sulmona, per non affidare il figlioletto al suocero, come Luigi Gonzaga
aveva disposto per testamento, se Isabella si fosse rimaritata. Invano.
Giulia Gonzaga ottenne la tutela del nipote consacrandogli tutte le sue cure
ed avviandolo poi alla carriera militare presso la corte madrilena, al
servizio di Filippo II, il Tiberio della Spagna.
La contessa,
che negli ultimi anni fu molto cagionevole di salute, morì il 19 aprile
1566, nel monastero di S. Francesco delle Monache di
Napoli, dove dimorava da oltre trent'anni conducendo vita ritirata. Sertorio
Pepe, in occasione del funesto avvenimento, scrisse un sonetto. Ne
riportiamo alcuni versi: "Quella che pari al mondo unqua non ebbe/Umana
gloria e fu qualch' angel forse,/De la cui gran bellezza il grido
corse/Tanto a le strane nazioni, e crebbe; ...Invide parche che troncaste il
filo,/Di cui più bel non vide occhio mortale,/Voi togliete a Natura ogni sua
pompa!".
Con Giulia
Gonzaga era scomparsa una munifica protettrice delle italiche arti; con lei,
creatura che irradiò come una stella sul truce sfondo del suo tempo, erano
morte delle splendide stagioni culturali.
In ultima
analisi, possiamo dire che quella di Giulia Gonzaga è una figura a tutto
tondo, che, pur ammantata di leggenda e di mistero, appartiene alla storia,
protagonista di un'epoca, avendo lasciato un'impronta indelebile negli
avvenimenti politico-religiosi. Fra tante donne belle, intelligenti e colte
del Rinascimento, Giulia si impone per altezza d' ingegno e per severità di
costume, se non per zelo religioso. A tal proposito, dobbiamo far notare
che la Gonzaga non era indifferente al tormento delle coscienze, alla
tragedia di popoli coinvolti nel drammatico fervore della ricerca di Dio,
al di fuori della Chiesa Cattolica e dei suoi dogmi. La dama fondana credeva
nella verità della Chiesa di Roma, sebbene, in cuor suo, ritenesse
giustificati tanti aspri giudizi sul Papato e sulla Curia romana, che
avevano provocato con la loro doppiezza tanti disastri. Giulia Gonzaga
voleva che l'amministrazione romana, che lucrava col nepotismo e con il
commercio delle indulgenze, fosse emendata dal lusso e dalla corruzione,
per cui ebbe contatti, oltre che con eminenti figure della Riforma
cattolica, come Girolamo Seripando, generale dell'ordine degli Agostiniani,
con esponenti della Riforma protestante, quali il teologo spagnolo Juan de
Valdés, amico di Erasmo da Rotterdam, che le dedicò l' Alfabeto Cristiano;
Bernardino Ochino, cappuccino; Pietro Martire Vermigli; il cardinale
Reginald Pole, uno dei presidenti del Concilio di Trento; l'umanista Pietro
Carnesecchi, amico di Clemente VII, che lo elesse Protonotario apostolico e
suo segretario. Anime afferrate dall'ondata mistica, il cui modo di vita era
conforme allo spirito evangelico e al cristianesimo delle origini, con il
figlio di Dio tutto amore e carità. Tra tutti, chi per la Gonzaga ebbe più
affetto e più stima fu il Valdés, che, nel 1535, scrisse di lei al cardinale
Ercole Gonzaga in questi termini: "In Fondi mi stetti un dì con quella
Signora, che è grandissimo peccato non sia Signora di tutto il mondo, ma
credo che Dio abbia provveduto così perché noi poveretti possiamo godere
della sua divina conversazione e della gentilezza, che non è per niente
inferiore alla bellezza".
Solo alla
morte di Giulia Gonzaga, furono scoperte le sue relazioni epistolari col Carnesecchi e con molti altri, che, imbevuti di idee riformistiche, furono
giustiziati o interdetti. Se ciò fosse stato scoperto prima dal Sant'Uffizio,
le sarebbe toccato il rogo come eretica, una ben triste fine. La morte
pietosa e tempestiva ve la sottrasse appena in tempo. Era l'epoca
dell'Inquisi-zione, con le sue orrende stragi, le sue torture ed il rogo
contro i fautori del Rinnovamento. Pio V, il domenicano Michele Ghislieri,
una volta rinvenuto il carteggio, ebbe a dire che, se fosse stata ancora al
mondo, l' havrebbe abrusciata viva! come riferisce un diplomatico
vaticano, il Rabbi. Il frate, che aveva dispiegato uno zelo straordinario
come Commissario generale del Sant'Uffizio, propugnator catholicae fidei,
suscitò il terrore fra gli eretici e i riformatori.
Dal dossier
sequestrato, risultò che Giulia Gonzaga voleva far pubblicare
clandestinamente le opere dell'eretico Reginald Pole; che aveva
sovvenzionato non pochi fuorusciti, tra i quali lo Spadafora, già nelle mani
dell'Inquisizione; che conosceva Calvino e Lutero; che non aveva una grande
opinione del confessionale, non essendo sicura che Dio ha perdonato i nostri
peccati. La contessa, venuta in sospetto
all'Inquisizione, era stata schedata sin dal 1533, ma, "pur sapendo di
essere in mal predicamento presso sua santità", come dirà, al processo del
1566, il Carnesecchi, la nobildonna, consigliata a fuggire, non volle
lasciare l'Italia, come avevano fatto il marchese Galeazzo Caracciolo,
nipote del terribile Paolo IV, e Isabella Brisagna, divenuta calvinista,
rifugiatasi in Svizzera, sovvenzionata da Giulia con cento scudi l'anno.