"L'arte rivela ai cuori ciò che nessuna scienza può mai rivelare alle menti" - Virgilio

La Portella
Salotto Culturale Fondano

Home  Info

Under Construction

        Ristorante Riso Amaro

Giulia Gonzaga e Vittoria Colonna

Spiritualità e poesia di Giulia Gonzaga Colonna, contessa di Fondi, ed altezza d'ingegno e severità di costume di Vittoria Colonna

di Alfredo Saccoccio

Correva l'anno 1513, quando nasceva, a Gazzuolo, Giulia Gonzaga, figlia di Ludovico, della celebre casata, fra le più illustri d'Italia.
La madre era Francesca Fieschi, del ramo principale della famiglia feudale dei conti di Lavagna, assorbita nella vita comunale di Genova, dove esercitò un'influenza importante.
Tutti i crismi della nobiltà, perciò, ornavano la sua culla.
I Gonzaga avevano dato un santo, San Luigi, cardinali, letterati, uomini d'arme. Innanzi a Giulia Gonzaga si chinò l'arte del Tiziano.
A Giulia Gonzaga Colonna, contessa di Fondi,. è legato, soprattutto, il nome ed il ricordo di Ippolito de' Medici, cardinale e vicecancelliere della Chiesa, nipote del pontefice Clemente VII , al secolo Giulio de' Medici. La vedovanza, la nobiltà dei natali e la sua notevole bellezza ebbero potere e risalto in virtù di amica del porporato.
Molti non ricorderanno neppure più che ella andò sposa a Vespasiano Colonna, conte di Fondi e signore di Traetto, l'odierna Minturno, ricchissimo latifondista (terre in Campania e in Abruzzo), ma storpio, zoppo ed infermo. Le fastosissime nozze si celebrarono a Roma, nell'agosto 1526.
Morto il quarantaduenne marito, le furono amici ed ammiratori i più chiari ed illustri nomi del suo tempo, così dovizioso di ingegni: Bernardo Tasso, Vittoria Colonna, Gandolfo Porrino, Mauro D'Arcano, Claudio Tolomei, Francesco Maria Molza,
Marcantonio Flaminio, Francesco Berni, Pietro Paolo Vergerio, Pietro Carnesecchi, Juan de Valdés, Camillo Soranzo, Giovanni Morone, il cardinale Ercole Gonzaga, Sebastiano del Piombo, Tiziano Vecellio. Venne cantata dall' Ariosto ("Iulia Gonzaga, che dovunque il piede/volge, e dovunque i sereni occhi gira,/non pur ogn'altra di beltà le cede,/ma, come scesa dal ciel dea, l'ammira"), dal Tasso ("S'apron due chiare e lucide finestre/Sotto le nere sue tranquille ciglia,/Onde in questa prigion bassa e terrestre/Scorger si può di Dio la meraviglia./...A quella bocca che perle e rubini/Avanza di vaghezza e di colore...), dall'eretico Valdés, che si lagnava che Giulia non fosse "signora di tutto il mondo", e da tanti altri poeti del cenacolo fondano.
Giulia Gonzaga fu supremo conforto ad Ippolito de' Medici, di cui alleviò le ultime ore della vita, in quel Rinascimento corposo, sanguigno e corrottamente pagano. Ella ne raccolse l'estremo respiro, l'ultimo commiato. La nobildonna era accorsa ad Itri, uno dei suoi feudi, al suo capezzale, a rendergli "men dura la morte", come scrive Paolo Giovio. Era il lO agosto 1535. La sua morte, avvenuta per veleno secondo alcuni e per malaria secondo altri, venne pianta da tutti. Profondo e generale fu il cordoglio per quest'uomo che fu "la gemma più bella del mondo". Morto il marito, nel 1528, l'anima di Giulia si volge sempre più al mondo delle cose belle, al culto della poesia e della letteratura.
La Gonzaga morì a Napoli, il 19 aprile 1566, nel monastero di S. Francesco delle Monache, denominato ora della Rotonda, presso S. Chiara. Si spegneva uno dei più fulgidi ingegni femminili, che abbia dato non soltanto il Rinascimento, che ne fu rigoglioso (basta ricordare Gaspare Stampa, Tullia d'Aragona, Veronica Gambara, Vittoria Colonna), ma l'Italia nei suoi secoli di storia.
La sua fine era stata conforme, come asserì il suo segretario, Giambattista 'Perez, "alla sua santissima vita, stando sempre in cervello insino all'ultimo che l'usci` questa santa anima".
Quello di Giulia Gonzaga Colonna e di Vittoria Colonna era il tempo dei rimatori: nascevano sonetti e canzoni, ballate e stornelli, forme spigliate della poesia popolare. Era il petrarchismo trionfante ed anche le donne colte dell' epoca ne furono affascinate: trasferivano in rima gioia e dolori, ma non riuscivano a varcare il cerchio angusto del parentado e degli amici.
Sono sopravvissute all'oblio Gaspara Stampa con il suo Canzoniere dedicato a Collatino di Collalto e, con più diritto, Vittoria Colonna, donna di profonda cultura, le cui Rime hanno una componente dominante: la memoria dello sposo scomparso e l'ansia religiosa. Due motivi che si sovrappongono con snellezza di forma e con spontaneità di sentimento, sul modello petrarchesco, come il Canzoniere della poetessa padovana. L'adesione piena della sposa di Ferdinando Francesco Avalos, marchese di Pescara, la sua accettazione integrale dei doveri di sposa evidentemente non erano state solo una ionazione di amore, ma aspirazione di un nobile cuore, che vuole penetrare nell'altro cuore per imprimervi i1 sigillo della propria supremazia spirituale, con tatto, con misura, con la modestia degli atti e delle parole, con esemplare, femminea deltcatezza: una missione educativa, se dovessimo esprimerci in termini moderni.
Le parole: "Venga a quietarsi meco", rivolte al marchese di Pescara vivo, esprimono con chiarezza questo desiderio di consigliare, di placare, di consolare.
La straordinaria, breve vita di S.Caterina da Siena, la miracolosa efficacia dei suoi interventi presso i potenti della terra, erano ben note. Quale modello più affascinante per Vittoria sposa, per Vittoria poetessa ascetica, in cerca di una compiutezza spirituale che placasse la sua inquietitudine, in un mondo sconvolto da crisi religiose?
E non è senza significato che Vittoria Colonna occupi nella storia della letteratura italtana il secondo posto dopo Caterina Benincasa.
Altra visuale, altra vocazione, altra passionalità, altro livello spirituale quello della monaca delle "Estasi" e delle "Lettere", ma una Vittoria laica e nobile, con l'esempio di una vita virtuosa, in tempi in cui la corruzione penetrava fin nei chiusi castelli o nei conventi e saliva nei fastosi palazzi, non è del tutto indegna dell'accostamento.
Le gentildonne dei castelli e le dame dei ricchi palazzi partecipavano al fervore letterario dell'epoca, esercitando sugli uomini una collaborazione indiretta, fatta di mecenatismo e di fascino personale, di grazia e di incoraggiamento. Ne erano ripagate con adulazioni galanti o con sincero, levoto omaggio.
Michelangelo, il grande fiorentino, l'iracondo ed irsuto maestro del pennello e dello scalpello, che placava le sue collere scrivendo versi, ammirò e venerò Vittoria Colonna, affascinato la questa donna, fedele alla Chiesa ed al suo sposo, meritevole del titolo di "Divina e prima delle rimatrici del suo secolo".
La Riforma Protestante e la Controriforma impegnavano menti e cuori ansiosi di rinnovamento e Vittoria Colonna non poteva essere indifferente al tormento delle coscienze, alla tragedia di popoli coinvolti nel drammatico fervore della ricerca di Dio, al di fuori della Chiesa Cattolica e dei suoi dogmi.
Vittoria Colonna credeva nella verità della Chiesa di Roma, ma la voleva purificata. Ella ebbe contatto con Giovanni Valdés, con Bernardino Ochino, con Giulia Gonzaga, con Renata di Francia e con tante anime oppresse dal dubbio. E sebbene in cuor suo ritenesse giustificati tanti aspri giudizi sul papato, fu ferma nella sua' fedeltà all'apostolato di Roma.
In Michelangelo, anima tormentata, in cerca di una Beatrice consolatrice e maestra, Vittoria scoprì (e lui in lei) l'anima gemella.
Il loro fu un sentimento alto e puro, una spontanea, reciproca adesione agli ideali dell' Arte e della Fede; un platonico amore, lontano da ogni equivoco, da ogni morbosità, da ogni ombra: un nodo d'anima.
Vittoria viveva in coerenza con la propria anima e scriveva in coerenza con la propria vita. Così la vide, così l'amò, la venerò il grande artista ed ella fu per lui la rivelazione, il porto sereno, l'ancoraggio sicuro.
Anche Vittoria desiderava ancorarsi nel porto sicuro. Tornò a Roma, nel 1544, e sostò nel convento delle Benedettine di Sant'Anna.
Quando la fine si annunciò per chiari segni, venne trasportata nel palazzo Cesarini. Vi morì il 25 febbraio
1547.
Ella rimane nella storia, protagonista di un' epoca. Fra le tante donne belle, intelligenti e colte del Rinascimento, Vittoria Colonna si impone per altezza d'ingegno, per severità di costume, per schiettezza e soavità di affetti, per fervore religioso.
E non è senza significato la coincidenza della sua morte con la discussione dei Padri Conciliari, convocati a Trento, per la tanto sospirata riforma.
Oggi, mentre si auspica la riunione delle Chiese separate, rendiamo omaggio alla sua memoria ricordando che sul letto di morte stringeva fra le braccia un Crocefisso unendo alle preghiere per la salvezza dell'anima sua quelle per la pace e la fratellanza dei credenti in Cristo.
Ci piace pensare che quel Crocefissc fosse quello stesso scolpito per lei da Michelangelo Buonarroti.

Da "Confronto" 31/10/2000

 

© 2002- 2011  LaPortella.Net