Miseria a Fondi nell'Ottocento
di Albino Cece
Non deve trarre in inganno la brutta impressione che ebbe
Hans Christian Andersen facendo una breve sosta a Fondi il 14 febbraio 1834
e di nuovo il 26 febbraio 1841 dove trovò una miseria diffusa e un largo
numero di mendicanti. Tale era, infatti, la condizione sociale che si viveva
nell'Italia dell'epoca dove più e dove meno.
I primi decenni dell'ottocento sono stati vissuti dall'Italia in una
condizione economica di forte arretratezza rispetto ai paesi dell'Europa
occidentale ed il nostro paese partecipava in misura limitata al movimento
mondiale delle merci e degli affari.
Nella Storia sociale e culturale d'Italia (Bramante Editrice) si afferma che
"Nel Regno delle Due Sicilie, dopo il 1815, venne innanzitutto ricostituito
il patrimonio fondiario ecclesiastico. La proprietà baronale e la proprietà
borghese furono giuridicamente equiparate e si arrivò a una sostanziale
omogeneità anche dal punto di vista dei metodi di conduzione. Il Regno non
conobbe in quel periodo alcuna trasformazione in senso capitalistico del
latifondo, o delle medie proprietà esistenti. Importante in linea di
principio fu la legge del 1806 sulla divisione e la quotizzazione dei
demani, che non ebbe però successo nel Regno, per quattro motivi
fondamentali: 1) la grande quantità di terra da ripartire; 2) il grande
numero degli aventi diritto; 3) l'incerta situazione giuridica di molti
demani; 4) gli abusi di nobili e borghesi. Nei comuni dove fu attuata,
avvenne poi che quote troppo piccole fossero assegnate ai contadini, per cui
gli assegnatari erano sempre costretti a fornire la loro forza-lavoro ai
proprietari, per poter sopravvivere. 1 contadini non riuscirono inoltre a
concimare ogni anno, per cui mentre i canoni d'affitto erano annuali, i
terreni dovevano riposare un anno ogni quattro. Per questo motivo molte
terre furono restituite ai Comuni, e da questi cedute ai medi e grandi
proprietari, che in molti casi ricoprivano anche cariche direttive nelle
amministrazioni comunali. La quotizzazione non poté in questi termini
migliorare la precaria condizione di vita dei contadini, che, mentre avevano
perso gli "usi civici", erano ora rovinati dall'aumento della popolazione e
dalla staticità economica. I "Monti frumentari", inoltre, che avrebbero
dovuto esercitare il credito agrario, erano invece quasi sempre controllati
dai proprietari più agiati e diventavano degli organismi attraverso i quali
esercitare l'usura. La situazione agricola, già grave nella parte
continentale del Regno, era drammatica in Sicilia dove il latifondo veniva
ancora chiamato feudo, i sistemi di conduzione erano ancora quelli
tradizionali e i contadini dovevano accettare contratti agrari
svantaggiosissimi mentre erano stati interamente privati degli usi
civici....
Se l'industria fu, in generale, nello Stato pontificio in decadenza su tutto
il territorio, nel Regno delle Due Sicilie si svilupparono industrie di
trattura e torcitura della seta e cotoniere, queste ultime con il contributo
di capitale svizzero (1812). Si diede, oltre a ciò, particolare impulso
all'industria estrattiva creando delle ferriere di proprietà dello Stato.
Nel settore meccanico, sorsero fabbriche d'armi e officine meccaniche
statali a Napoli e Torre Annunziata".
Lo sviluppo industriale e commerciale, quindi si svolgeva molto lontano da
Fondi e dalla regione aurunco-ausone.
Di tutte le città italiane, Napoli presenta i maggiori livelli di crescita
demografica in quanto, partito da 328.357 abitanti nel 1818 giunge a 409.658
unità nel 1854.
L'incremento demografico nei principali Stati della penisola italiana
avviene però in presenza di una mortalità ancora elevatissima che conosce le
sue punte estreme proprio all'indomani del Congresso di Vienna e
precisamente a partire del periodo 1815-1817, allorchè la carestia si
associa in Italia alla diffusione del tifo petecchiale, portato cioè
all'uomo dal pidocchio.
A Napoli moriva tra il 1801 ed il 1810, in due ospizi per esposti presi a
campione, l'84,5% dei neonati ricoverati; l'82,7% tra il 1811 e il 1820;
ancora il 57% fra il 1841 e il 1850. In altre zone d'Italia la statistica
non era migliore, per cui anche a Fondi la condizione era sicuramente
disastrosa.
Tra il 1816 ed il 1855, l'Italia attraversa un periodo nero di epidemie che
lasciano stabilmente un diffuso e pernicioso livello di morbilità minore, ma
non per questo meno grave.
Tra il 1816 e il 1918 si verifica inoltre una grave carestia in Europa e in
tutta Italia.
Nel 1828-29 il vaiolo circolò in tutta Italia.
L'arrivo del morbo colerico, partito dall'Asia, raggiunge l'Italia e tra il
1836-37 fa quasi 160.000 mila vittime nel Regno delle Due Sicilie, circa il
2% della popolazione. Si ebbe una sua recrudescenza fra il 1849 ed il 1855
ed una terza diffusione del morbo che provocò numerose vittime si ebbe tra
il 1854 e il 1855.
I viaggiatori stranieri dell'ottocento rilevarono questa triste condizione
sociale in tutta Italia. Così Lady Morgan, nei suoi libri di viaggio
sull'Italia (1820-1821), trovava mendicanti nelle pianure del Bolognese e,
varcato il confine pontificio, sulla strada che da Firenze conduceva a Roma,
Lady Morgan osservava: "La polizia e l'uniforme della Santa Sede, schiere di
monaci e di mendicanti annunziavano l'entrata in questo Stato..."
Ancora nel 1846, lo scrittore E. Briffault scriveva pagine sulla mendicità
di Roma, che tradivano la forte impressione causata dall'impatto con un
fenomeno così radicato e generalizzato: "La mendicité et la gueserie
fleurissent à Rome et dans toute 1'étendue des Etats romains [...]. Les
plaies et les souffrances feintes, les infirmités supposées, 1'affreux
étalage de cette hideuse imposture, les artifices abominables et les ruses
si multipliées et si tristement ingénieuses par lesquels ces étres
miserables cherchent à exciter le dégoút et la pitié, sont une des plus
repaussantes misères de Rome. [...] Cette lèpre des rues se rencontre à
chaque pas, comme un fumier humain... ".
Una simile "corte dei miracoli" era numerosissima anche nel Regno delle Due
Sicilie. Nel suo Saggio sulla popolazione del regno di Puglia del 1835, L.
De Samuele Cagnazzi osservava che a Napoli, i mendicanti "sono [...]
sommamente molesti in tutte le ore [...] ed in tutti i luoghi [...] sono
dessi per la maggior parte validi mendicanti, che con arte sanno fingersi
storpi, ed infermi. La maggior parte di essi mendici non hanno tetto, e
pernottano nell'està all'aria aperta, e nell'inverno in alcune caverne,
tagliate nel tufo vulcanico, ed in altri infelici luoghi, ove regna tra loro
nella scurità della notte, un abominevole libertinaggio più che brutale..."
In Sicilia, secondo uno studio del Rizzari (1848), una folta "classe
miserabile" riempiva le pubbliche vie importunando i passanti e assediava le
case dei cittadini accattando. Secondo alcune stime riportate dal Grendi, la
città di Genova censì, nel 1835, 2.798 mendicanti e vagabondi. Secondo il
Calindri, autore nel 1829 di un Saggio statistico-storico del Pontificio
Stato, gli "Accattoni, Ciarlatani, Inabili, Oziosi, Vagabondi, Zingari ed
altra gente compresa in questo genere sì pernicioso ,alla società" erano, in
tutto lo Stato, 406.812 su 2.592.329 individui censiti in base
all'occupazione. Secondo uno studio del Corridore del 1906, che riporta le
cifre del censimento del 1853, i poveri censiti nello Stato romano erano
37.015; fra le due cifre non vi è tuttavia alcuna proporzione e il secondo
dato sembra essere eccessivamente contenuto. Questa impressione esce
rafforzata dalla lettura delle cifre relative al Regno delle Due Sicilie,
dove i mendicanti tra il 1824 ed il 1832, passarono da 160.041 (1824) a
221.576 (1828), fino a diventare 237.825 nel 1832. In Terra d'Otranto vi
era, nel 1835, 1 mendicante per ogni 13 abitanti, in Calabria Ulteriore 1
ogni 19, in Basilicata 1 ogni 29, in Abruzzo Ulteriore Primo 1 ogni 55, in
provincia di Napoli, compresa la capitale, 1 ogni 62. In Napoli i mendichi
erano più di 7.000 e, secondo stime di Demarco, stavano nel rapporto da 1 a
50 o 60 della popolazione.
Nell'Ottocento la città di Fondi, in mancanza di dati statistici specifici,
non faceva eccezione alla regola della mendicità diffusa in tutta Italia. |
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