Molte ricerche ha
pubblicate l'eminente studioso Angelo De Santis di Minturno, scomparso in
età quasi centenaria, sulle descrizioni della regione aurunco-ausone
stampate dai viaggiatori stranieri di passaggio su questo territorio. Per
quanto ne sappiamo nessun altro studioso si è occupato finora di simili
lavori certosini di ricerca negli archivi e sulla bibliografia straniera.
Riportiamo qui alcuni lavori dello stesso De Santis che riguardano in
particolare la città di Fondi.
Il seguente stralcio viene tratto da: ANGELO DE SANTIS, La Via Appia da
Portella al Garigliano nelle memorie dei viaggiatori stranieri, in: Atti del
2° Congresso Nazionale di Studi Romani, Roma, Cremonese, 1931, pp. 2-8. Il
testo è stato ristampato in anastatica in: A. De Santis, Saggi e ricerche di
storia patria della Campania e del Lazio Meridionale, vol. II, collana de
"Il Golfo", Minturno 1994, pp. 100-106.
Siamo sulla classica via di oraziana memoria. "Via Appia plana admodum et
recta. Fundos usque silice strata Romana olim industria, unde non immerito
cecinit poeta: Appia longarum teritur regina viarum" scrisse nella seconda
metà del sec. XVI il dotto umanista dei Paesi Bassi Arnold von Buchell
nell'Iter Italicum (1), e tutti i viaggiatori sono colpiti ora dalla novità
del paesaggio, dalla meraviglia dei " boschi " d'aranci e di limoni. Valga
per tutti il Goethe che attraversò la sorridente pianura di Fondi
nell'inverno del 1787: "Questo angolo di terra fertile e ben coltivato,
racchiuso da montagne non troppo aspre, non può non sorridere a chiunque lo
percorra. Le arance pendono tuttora dagli alberi [siamo ai 23 febbraio], la
messe già verdeggia e per tutti i campi si vede frumento e olivi, con la
cittadina nello sfondo" (2). E' il magnifico spettacolo della natura viva
che si presenta al pellegrino dopo la visione della natura morta. Per certo,
anche in questo contrasto tra la miseria delle paludi Pontine e la feracità
della Terra di Lavoro è da ricercarsi la ragione dell'entusiasmo che
manifestano i viaggiatori mettendo il piede sulla pianura Fondana.
Tocchiamo Fondi, lasciando sulla sinistra Monticelli che, con mutato nome, è
Monte San Biagio dal 1862.
Il poeta alemanno Giorgio Fabricio che transitò per Fondi verso la metà del
'500 la definisce
Urbe parva in plano, positu pulcherrima, campo,
Collibus hinc, atque inde lacu, simul aequore cincta,
Citria cui florent hortis, et littore myrti,
Hesperidum decus, et beneolentia culta Diones (3);
e i versi tornano nelle guide e negli itinerari stranieri, particolarmente
dei turisti suoi connazionali.
Visita alla dogana e, per chi voglia pernottare in questa stazione di posta,
non c'è che l' " albergo dei tre Re " o " albergo della Posta " o anche "
albergo Reale ", che è sempre tutt'uno.
A Fondi, come prima città del territorio napoletano, i viaggiatori sono
sottoposti .ad una visita molto rigorosa da parte degli impiegati della
dogana. " Essi hanno fatto la visita ai nostri oggetti con una insolenza
canzonatoria - scrive il Castellan, pittore e letterato francese della prima
metà dell'800, in una lettera da Fondi - hanno perfino costretto i
viaggiatori a sprofondarsi con loro in una specie di sotterraneo, la cui
scala strettissima era rischiarata appena dalla luce di una lampada, e col
pretesto di assicurarsi che non avessero dell'oro nascosto, li hanno
spogliati degli abiti ". Alla tenebrosa operazione il Castellan con i suoi
compagni di viaggio si sottrasse soltanto con una energica protesta
(4).
Alla stessa dogana la signora Morgàn ha modo di osservare la popolazione
semi-selvaggia di quel borgo e vede più d'un volto truce, chiuso fino agli
occhi in un lungo mantello, far segni d'intelligenza alle guardie
napoletane, mentre le si fanno dappresso buon numero di mendicanti, notevoli
per l'estrema sporcizia e la molteplicità dei gesti (5). Vi è forse
dell'esagerazione nelle pagine di crudo realismo della Morgan; ma la sua
opera che ebbe larga diffusione contribuì efficacemente a illuminare
1"opinione pubblica in Inghilterra sulle .condizioni sociali dell'Italia
sotto il governo austriaco, e a suscitarvi antipatie.
Uno spettacolo desolante si para a Fondi agli occhi di Gian Giacomo Bouchard,
un parigino abate e dottore in utroque che fece il viaggio da Roma a Napoli
nel marzo del 1632, in compagnia di Domenico Campanella, nipote del grande
filosofo.
In paese non s'incontra quasi nessuno; di sei o settecento fuochi forse ne
restano due dozzine; più di mille bufale della principessa di Stigliano,
feudataria di Fondi, che sguazzano nei pantani d'intorno, hanno reso
inabitabile quel luogo per il fetore che emanano tanto che dei pochi
superstiti ne muoiono due o tre al giorno, gli altri sembrano larve o
scheletri, inebetiti, le donne pallide e col ventre gonfio. Il Bouchard va
al vescovado, lo trova aperto e disabitato; si spinge fino alla camera del
vescovo, e lo trova a suonare la spinetta in compagnia soltanto di due preti
(6).
Interessante per la storia del costume di Fondi è quanto si legge in un
libro di viaggio compiuto nel 1758 dal Grosley. Egli capitò a Fondi in un
giorno di fiera o di mercato. " La piazza era piena di uomini e donne che
compravano, vendevano, parlavano di affari, e tutti in abito delle
domeniche. Quello delle donne è lo stesso abito delle contadine del Bugey e
delle serve di Lione. Gli uomini sono vestiti di un giubetto e di un ampio
cappotto alla marinaia, gettato sulle spalle, una stoffa grossolana di color
di cappuccino. La calzatura è ancora quella dei tempi eroici: è il socco di
cui si ornano i nostri attori tragici. Ha per suola un semplice pezzo di
cuoio grezzo, col pelo di dentro e di fuori, secondo la stagione o il gusto
di chi lo porta. Questo pezzo di pelle è mantenuto da cordicelle attaccate
in sei punti e poi ripassate in diversi sensi intorno alla gamba, fin sopra
il polpaccio. D'inverno aggiungono una calza di lana a questa calzatura che
chiamano nel loro dialetto ciocia " (7).
Fondi ha provato la sorte della città di Troia; Giulia Gonzaga, vedova di
Vespasiano Colonna, è stata per essa un'altra Elena. Di lei cantò l'Ariosto
nell'Orlando (XLVI, 8):
Giulia Gonzaga, che dovunque il piede
volge e dovunque i sereni occhi gira,
non pur ogn'altra di beltà le cede,
ma, come scesa dal ciel dea, l'ammira.
Per la sua bellezza " divina ", della quale i poeti avevano sparso
larghissima fama in Italia, il pirata Ariadeno Barbarossa la notte del 6
agosto 1534 tentò rapirla per farne dono al Sultano. E' nota la drammatica
fuga di Giulia e la triste sorte di Fondi.
Hanno fretta i viaggiatori al loro passaggio per Fondi, perché non degnano
di uno sguardo la chiesa quattrocentesca di S. Maria, la quale sorge appunto
sull'Appia che attraversa il paese, né l'antica cattedrale di S. Pietro.
Qualcuno si limita a ricordare la sedia dell'antipapa Clemente VII che
ancora si conserva in S. Pietro, o a fare un semplice cenno del fastoso
castello; altri la camera in cui ha insegnato S. Tommaso d'Aquino tenuta in
grande venerazione dai Domenicani, i quali mostravano anche un vecchio
arancio che si diceva piantato dal santo dottore. " E' una cosa inaudita -
osserva il Misson - per quel che tutti mi assicurano qui, che alcuno di
questi alberi abbia mai raggiunto l'età di quattrocento anni "
(8).
Uscendo da Fondi, la città quadrata che ha tratti di mura poligonali, si
rinnova la magnifica vista del piano. Dominano gli aranci. " Gli alberi ne
sono stracarichi - dice il Goethe - quanto è possibile immaginare. In alto
il fogliame tenero è di color giallognolo, ma in basso e nel centro è del
verde più marcato. Mignon non aveva torto di sentire la nostalgia di questo
paese ". Si ritrova qui tutta la poesia della nostra terra, che il poeta
aveva cantata nella celebre romanza
Kennst du das Land, wo die Citronen bluhen?
Gli aranci fanno le spese particolarmente nelle descrizioni dello
Chateauvieux e del Fulchiron (9), e " il primo orto di aranci, di queste
belle piante così cariche di frutti maturi quanto lo potrebbero essere i più
fecondi pometi della Normandia " aveva salutato, lo Chateaubriand
allontanandosi da Fondi il capodanno del 1804 (10). -
Lasciata la cittadina, la via corre " attraverso paesaggi degni d'un
paradiso, in un altro giardino delle Esperidi ".
Ma ora cominciano le dolenti note: si lamenta l'incomodità della strada e
corrono i brividi per temute imboscate di banditi. " Uscendo da Fondi - dice
il Misson (p. 19) - abbiamo seguito il selciato antico per dieci miglia fino
a Mola. Si è quasi sempre tra i monti, e questa scabrosità di terreno
congiunta alla durezza e alla levigatezza delle pietre rende questa via
molto difficile. I cavalli vi camminano vacillando, come se fossero sul
ghiaccio, e bisogna riferrarli continuamente ".
Lo Swinburne, che fece il viaggio nell'Italia meridionale negli anni
1777-1780, conferma le cattive condizioni dell'Appia tra Fondi e Mola: " La
parte di questa via che passava nel regno di Napoli fu disselciata o
ricoperta di terra quando, prima del passaggio della regina ora regnante, fu
riparata la via che andava dalla frontiera alla capitale. (;osa tanto più
necessaria che non c'era strada peggiore al mondo e non si poteva
attraversarla senza ribaltare più di uria volta, perché le pietre della via.
Appia essendo state rimosse e sparse qua e là in un terreno profondo e
vischioso, si trovava un pantano ad ogni passo. Oggi non c'è capitale in
Europa a cui si arrivi con una via più bella di quella che conduce a Napoli
" (11). La regina era Maria Carolina d'Austria, figlia dell'imperatore
Francesco I, la quale, sposata per procura dal re Ferdinando a Vienna il 7
aprile 1768 e partita poco dopo per Napoli, giunse il 12 maggio a Portella
(12).
Il conte Michele Mniszechi, che aveva compiuto il viaggio da Roma a Napoli
dal 27 settembre all'8 ottobre 1767, aveva infatti trovato fin cinquecento
operai che lavoravano a riparare la via per l'arrivo della regina di Napoli,
lavoro che gli sembrò si facesse solidamente (13). Per questo, i due artisti
francesi Bergeret e Fragonard, quando percorsero l'Appia nell'aprile del
1774, trovarono ottime strade e i migliori cavalli e poste ben servite (14).
Ma nei primi anni dell'800, alcuni tratti dell'Appia erano così rovinati che
era più sicuro uscire di vettura per attraversarla che restarvi
(15). Il
poeta Esménard ne fece la tragica esperienza presso il fortino di s. Andrea,
fra Itri e Fondi, recandosi da Napoli a Roma nel novembre del 1811
(16).
La strada era paurosamente nota come covo di briganti. Il Tasso ci ha
lasciato in due lettere il ricordo del suo incontro coi banditi di Marco
Sciarra verso la fine d'aprile del 1592 (17); ma il trattamento cortese
dello Sciarra verso il poeta non è valso a disingannare qualche turista
amante di avventure a forti tinte (18).
Destò molto clamore l'aggressione patita nel primo trentennio del '700 da un
veneziano per opera di alcuni giovinastri dai 18 ai 20 anni, uno dei quali,
certo Francesco Cerasola, apparteneva ad una delle migliori famiglie di
Gaeta e per spirito di libertinaggio si era dato a ogni sorta di delitti. Se
dobbiamo credere al macabro racconto, il giovane fu catturato e punito
esemplarmente: dové trangugiare dell'argento fuso e bollente; poi,
squartato, fu strascinato per tutta la città (19).
Un viaggiatore francese, il cui nome si nasconde sotto alcune sigle, autore
di un Abrégé de voyage, manoscritto (n. 1127) che fa parte della ricca
collezione di libri di viaggio acquistata recentemente dall'Istituto di
archeologia e storia dell'arte di Roma, racconta che il cardinale Innico
Caracciolo, arcivescovo di Napoli, andando a Roma per il conclave nella
seconda metà del sec. XVII era stato derubato da sette banditi i quali
sapevano così male il loro mestiere ch'egli fu costretto, vedendoli
interdetti, a dir loro: - Siete ladri forse? - Al che essi risposero: -
Eminentissimo, sì. - Dopo ciò il prelato diede loro duecento pistole di cui
si contentarono molto cortesemente, ma poi furono impiccati quasi tutti.
Eppure, contro questo abusato luogo comune si leva la voce di un francese,
il Veuillot, il quale scrive da Mola di Gaeta
Cosa ben strana, non siamo stati né uccisi, né derubati, né fermati; nemmen
l'ombra di una carabina... Fa dunque d'uopo credere che non vi siano
malandrini sulla strada di Terracina? No; ma bisogna credere che ve ne siano
ben più pochi di quello che se ne dice, e che la polizia è meglio esercitata
in queste terre deserte di quello che generalmente si pensi. I viaggiatoci
spargono molte favole: è prudente cosa il diffidarne... "
(20).
Note
(La numerazione delle note originali è stata adattata al testo trascritto)
(1) A. von BUCHELL, Iter Italicum, in "Arch. della R. Soc. Rom. di storia
patria", XXIII (1900), p. 114.
(2) GOETHE, Viaggio in Italia, trad. e ill. da E. Zaniboni, Firenze, Sansoni,
t. II, pp. 5-6.
(3) GEORGII FABRICII, Itinerum liber unus, Iter Neapolitanum, Basileae, per
Io. Oporinum, s. a. (forse 1547), p. 18.
(4) Lettres sur l'Italie par A. L. CASTELLAN, Paris, 1819, t. II, pp. 8-9.
(5) L'Italie par LADY MORGAN. Traduit de l'Anglais. Paris, 1821, t. IV. p.
115.
(6) LUCIEN MARCHEIX, Un parisien à Rome et à Naples en 1632, d'après un
manuscrit inédit de J. J. Bouchard, Paris, Leroux, a. a., pp. 14-5i. Il
racconto del Rouchard conferma appieno lo stato miserrimo della popolazione
Fondana qual'è descritto in una relazione anonima contemporanea, che porta
la data del 15 luglio 1631, pubblicata nella Storia di Fondi dell'Amante,
pp. 175-81.
(7) Nouveaux mémoires ou observations sur l'Italia et sur les Italiens par
M. G. [PIERRE JEAN GROSLEY], Londres, Nourse, et Naples, Gravier, 1765, t.
III, pp. 129-30.
(8) M. MISSON, Nouveaux voyage d'Italie, IV éd., à la Haye, 1717, t . II,
pp. 17-8.
(9) Lettres sur l'Italie par FRÉDÉRIC LULLIN DE CHATEAUVIEUX.n, II éd.,
ParisGenève, 1834, p. 252; Voyage dans l'Italie méridionale par J. C.
FULCHIRON, II éd., Paris, 1843, t. II, p. 35.
(10) CHATEAUBRIAND, Vpyage en Italie, in " Oeuvres oomplètes", Paris, 1836,
t. XIII, p. 48.
(11) SWINBURNE, Voyage dans les Deux Siciles en 1777, 1778, 1779 et 1780
traduit de l'Anglois, Paris, 1786, t. IV, p. 109.
(12) P. COLLETTA, Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825, lib. II, par.
X.
(13) Journeaux de voyage par M. le comte MICHEL MNISZECHI. Manoscritto n.
633 presso il R. Istituto di archeologia e storia dell'arte in Roma.
(14) BERGERET et FRAGONARD, Journal inédit d'un voyage en Italie, 1773-1774,
precedé d'une étude par M. A. Tornéy, Paris, 1895, p. 291.
(15) PETIT-RADEL, Voyage historique, chorographique et philosophique dans
les principales villes de l'Italie en 1811 et 1812, Paris, 1815, t. II, p.
564.
(16) B. AMANTE e R. BIANCHI, Storia di Fondi, p. 218 e sgg
(17) Le lettere di TORQUATO TASSO disposte per ordine di tempo ed ordinate
da Cesare Guasti, Firenze, Le Monnier, 1855, vol. V, pp. 99-100; cf. A.
SOLERTI, Vita di Torquato Tasso, Torino, Loescher, 1895, t. I, pp. 726-8.
(18) GROSLEY, Op. cit., p. 125.
(19) Voyage historique d'Italie, la Haye, chez M. G. De Merville, 1729, t.
II, pp. 171-4.
(20) L. VEUILLOT, Roma e Loreto, versione di L. Aureggio, Milano, 1842, p.
182.
Dallo stesso volume che riporta la ristampa in anastatica di alcune ricerche
pubblicate dal A. De Santis, Saggi e ricerche di storia patria della
Campania e del Lazio Meridionale, vol. II, collana de "Il Golfo", Minturno
1994, troviamo e stralciamo dal saggio "Il "Latium Novum" nelle impressioni
e nei ricordi di viaggiatori stranieri, pp. 135-137 le seguenti osservazioni
riguardanti la città di Fondi.
Il Latium Novum, cioè quella parte del Lazio che è compresa tra le Paludi
Pontine e il Massico e che racchiude nel suo territorio diverse città
interessanti per la loro storia e per la loro bellezza, è una di quelle
contrade che, favorite singolarmente dalla natura, hanno subito una
straordinaria varietà di vicende storiche. Nell'antichità esso fu celebrato,
per la bontà dei suoi vini e perle sue bellezze naturali, da poeti come
Orazio, Marziale, Silio Italico; molti ricchi romani (tra cui Cicerone) vi
ebbero la loro villa. Nel medioevo e nell'età moderna, a causa soprattutto
della forza decentratrice del feudalesmo e dello sfruttamento delle signorie
straniere, il Latium Novum, appartenente al Reame di Napoli, al confine con
lo Stato Pontificio, rimase isolato e abbandonato, in preda alla più grande
miseria, che vi favorì in modo speciale il brigantaggio, diffuso ancora nel
secolo scorso. Oggi questa bella parte del Lazio ritorna allo splendore
dell'età classica in una fervida attività di valorizzazione agricola e
turistica.
I viaggiatori che hanno percorso la zona in ogni epoca sono innumerevoli, e
a voler descrivere il viaggio di ciascuno non basterebbe un volume: perciò
ci limitiamo a riferire le impressioni di alcuni di essi, stranieri e tra i
più noti.
La porta d'ingresso del Regno di Napoli era nei tempi passati una località
denominata "Portella", in cui risiedevano i doganieri napoletani. Questi
doganieri facevano a gara, aiutati egregiamente dagli ordinamenti del tempo,
a trovare difficoltà che ritardassero il passaggio dei viaggiatori, e ad
esercitare su essi ogni sorta d'angherie. Avevano aspetto più di briganti
che di pubblici ufficiali, ed erano estremamente corruttibili, come ci fa
sapere Gian Giacomo Bouchard. Era questi un parigino, dottore "in utroque"
ed autore di opere di carattere autobiografico, che rivelano un temperamento
artistico notevolissimo: queste opere sono state scoperte in epoca
relativamente recente ed hanno rimesso in onore la figura del loro autore,
che era conosciuta soltanto attraverso le malignità di alcuni suoi amici.
Bouchard se ne partì un bel giorno del 1630 dalla sua terra di Francia con
molto denaro: 106 pistole, di cui una dozzina rubate a una sua domestica "d'abord
pour lui faire du mal à elle, et ensuite pour son propre bien à lui"; e
venne a Roma dove sperava di ottenere un qualche vescovato, anche piccolo.
Naufragati miserevolmente i suoi progetti, pensò di andare a Napoli per
distrarsi e travestitosi da gentiluomo romano, poiché minacciava allora una
guerra tra Francia e Spagna, avendo per compagno Domenico Campanella, nipote
del grande filosofo, partì da Roma il 13 marzo 1632 per passare a Napoli la
Pasqua. Le sue impressioni di viaggio sono scarse di ricordi classici quanto
ricche di interessanti osservazioni e di gustose descrizioni. Attraversando
Fondi, Bouchard rimane meravigliato che una città così grande e spaziosa
sembri disabitata. Ne sono la causa, gli viene detto, i bufali della
feudataria principessa di Stigliano che, sguazzando in più di mille nelle
paludi, hanno talmente impestato l'aria del loro cattivo odore da far morire
due o tre persone al giorno, e da rendere quelli che non sono ancora
fuggiti, simili a larve o a scheletri. Egli cerca di avvicinar qualcuno di
quei disgraziati, ma nessuno di essi si lascia accostare. Gli viene detto
inoltre che in nessun altro luogo del Regno si trovano ladri o briganti tali
da poter sostenere il confronto con quelli di Fondi
(1).
Questo quadro desolante delle condizioni di Fondi è confermato dalla
testimonianza di altri viaggiatori; tra essi la famosa Lady Morgan, i cui
giudizi suscitarono tanto scalpore in Italia nella prima metà del secolo
scorso. Altri viaggiatori, al contrario, rimangono colpiti soprattutto dalla
bellezza della posizione, o dagli episodi più singolari della storia di
questa cittadina. Così il Lalande, celebre astronomo francese che percorse
l'Italia negli anni 1765-66, ama ricordare la bontà del suo vino,
celebratissimo dagli antichi scrittori, e narra la terribile avventura corsa
da Giulia Gonzaga, contessa di Fondi, famosa ai suoi tempi in tutto il mondo
per la sua bellezza, della quale l'Ariosto disse nel canto 46 del l'Orlando
furioso che la gente ... come scesa dal ciel Dea l'ammira.
Appunto a questa bellezza ella dovette il pericolo che corse la notte del 6
agosto 1534, poiché il corsaro Ariadeno Barbarossa, a capo di una banda di
suoi, tentò di rapirla per fame un dono al Sultano. L'impresa fallì, perché
la bella Giulia fece in tempo a fuggire; ma molti dei disgraziati abitanti
di Fondi dovettero subire l'ira vendicativa del feroce pirata saraceno.
Unico testimone di questa paurosa vicenda è rimasto il castello, che domina
coll'imponenza della sua mole.
Per la contessa nutrì uno sfortunato amore il giovanissimo cardinale
Ippolito de' Medici il quale, prima di partire per la impresa di Tunisi
contro i corsari, volle rivederla ancora una volta; ma, assaporata quella
gioia, fu colpito da violenta malattia e morì in Itri, altro feudo di Giulia
(10 agosto 1535). Il cardinale aveva mandato a Fondi Sebastiano del Piombo a
fare il ritratto di lei: "ed egli ci racconta il Vasari in termine di un
mese fece quel ritratto, il quale venendo dalle celesti bellezze di quella
signora e da così dotta mano, riuscì una pittura divina" (si era nel giugno
del 1532). Appunto fondandosi su questa testimonianza del Vasari, alcuni
critici ravvisano la fedelissima vedova di Vespasiano Colonna in un ritratto
di Sebastiano, esistente nella Galleria Nazionale di Londra.
Agli occhi di Federico Giovanni Lorenzo Meyer, uno scrittore tedesco
contemporaneo del Lalande, tutte le miserie della piccola città scompaiono
per far posto al quadro splendido della natura circostante. "La Campania
(scrive nelle Rappresentazioni dell'Italia), è la più bella contrada, non
solamente dell'Italia, ma del mondo intero... Contemplando la deliziosa
valle di Fondi, che è situata all'estrema frontiera della Campania, questo
magico quadro è giustificato. Circondata da una catena di colline coronate
di vigne e di oliveti, essa si presenta come un vasto anfiteatro. La strada
corre attraverso boschi di olivi e di fichi, o campi di alberi preziosi,
quali l'arancio, il mandorlo, il cedro, il melograno...". Gli odorosi
aranceti di Fondi sono ricordati con parole piene d'entusiasmo anche da
Wolfango Goethe, che nel 1789 percorse l'Appia per recarsi a Napoli,
deliziandosi agli spettacoli che la natura prodigava lungo il cammino.
A Fondi Goethe fu ospite del "L'albergo" il 23 febbraio 1787.
"Riteniamo che De Santis sia incorso in un
errore citando un passaggio del Goethe per Fondi nel 1789. L'anno esatto è
il 1787. A Fondi, il 23 febbraio 1787, il Goethe fu ospite della stazione
di posta e locanda denominata "L'albergo" che era ubicato all'attuale
indirizzo di
Corso Appio Claudio no. 44
(da: "Retrospettiva Fondana" di Giuliano Carnevale e Geremia Iudicone)"
Dopo Fondi, la prima cittadina d'una qualche importanza che s'incontrava, è
Itri. Essa è ricordata da molti viaggiatori. Il Fulchiron (1774-1859) crede
che la sua popolazione discenda da qualche colonia normanna, perché tutti
gli abitanti hanno i capelli biondi e gli occhi azzurri. Alessandro Dumas
padre si sofferma a lungo a ricordare la storia di fra Diavolo, il famoso
generale di quel terribile scorcio del secolo XVIII, che nacque in Itri dove
per molti anni condusse una vita assai oscura. Il viaggiatore inglese
Swinburne, che fece un viaggio nelle Due Sicilie nella seconda metà del
`700, ricorda invece Itri per una ragione molto differente da quella dei
suoi colleghi, cioè a causa della sete che vi sofferse avendo i calori
estivi prosciugato pozzi e fontane.
Il tratto della via Appia che corre tra Itri e Formia offre bellezze
panoramiche incantevoli: il lunato golfo di Caeta, il Vesuvio, le isole
Partenopee. Già la splendida posizione di Formia era stata decantata dai
poeti classici. Marziale aveva esclamato:
o temperatae dulce Formiae litus...
e Simmaco aveva detto
Principium voluptatum de Formia sinu nascitur...
(1) L. Marcheix: Un parisien à Rome et à Naples en 1632. D'après un
manuscrit inédit de J. J. Bouchard, Paris, Leroux, s. a., p. 14.
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Sull'argomento dei viaggiatori stranieri per la città di Fondi nel IV volume
di ANGELO DE SANTIS, Saggi e ricerche di storia patria della Campania e del
Lazio Meridionale, collana con il patrocinio de "Il Golfo", Minturno
1999-2001, troviamo ancora le seguenti ricerche:
* Fondi e il suo territorio, p. 27-40, pubblicato sulla rivista del T.C.I.,
Le vie d'Italia, a. XL, n. 9, settembre 1934.
* Gli aranceti di Fondi e Monte San Biagio, p. 45-49, già pubblicati su
altre riviste.
* Ancora di Fondi nelle memorie dei viaggiatori stranieri, pp. 51-57, già
pubblicato in Latina gens , n. 8 agosto 1935, pp. 209-217.