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Viaggiatori stranieri per Fondi
(di Albino Cece)

Molte ricerche ha pubblicate l'eminente studioso Angelo De Santis di Minturno, scomparso in età quasi centenaria, sulle descrizioni della regione aurunco-ausone stampate dai viaggiatori stranieri di passaggio su questo territorio. Per quanto ne sappiamo nessun altro studioso si è occupato finora di simili lavori certosini di ricerca negli archivi e sulla bibliografia straniera.
Riportiamo qui alcuni lavori dello stesso De Santis che riguardano in particolare la città di Fondi.
Il seguente stralcio viene tratto da: ANGELO DE SANTIS, La Via Appia da Portella al Garigliano nelle memorie dei viaggiatori stranieri, in: Atti del 2° Congresso Nazionale di Studi Romani, Roma, Cremonese, 1931, pp. 2-8. Il testo è stato ristampato in anastatica in: A. De Santis, Saggi e ricerche di storia patria della Campania e del Lazio Meridionale, vol. II, collana de "Il Golfo", Minturno 1994, pp. 100-106.

Siamo sulla classica via di oraziana memoria. "Via Appia plana admodum et recta. Fundos usque silice strata Romana olim industria, unde non immerito cecinit poeta: Appia longarum teritur regina viarum" scrisse nella seconda metà del sec. XVI il dotto umanista dei Paesi Bassi Arnold von Buchell nell'Iter Italicum
(1), e tutti i viaggiatori sono colpiti ora dalla novità del paesaggio, dalla meraviglia dei " boschi " d'aranci e di limoni. Valga per tutti il Goethe che attraversò la sorridente pianura di Fondi nell'inverno del 1787: "Questo angolo di terra fertile e ben coltivato, racchiuso da montagne non troppo aspre, non può non sorridere a chiunque lo percorra. Le arance pendono tuttora dagli alberi [siamo ai 23 febbraio], la messe già verdeggia e per tutti i campi si vede frumento e olivi, con la cittadina nello sfondo" (2). E' il magnifico spettacolo della natura viva che si presenta al pellegrino dopo la visione della natura morta. Per certo, anche in questo contrasto tra la miseria delle paludi Pontine e la feracità della Terra di Lavoro è da ricercarsi la ragione dell'entusiasmo che manifestano i viaggiatori mettendo il piede sulla pianura Fondana.
Tocchiamo Fondi, lasciando sulla sinistra Monticelli che, con mutato nome, è Monte San Biagio dal 1862.
Il poeta alemanno Giorgio Fabricio che transitò per Fondi verso la metà del '500 la definisce
Urbe parva in plano, positu pulcherrima, campo,
Collibus hinc, atque inde lacu, simul aequore cincta,
Citria cui florent hortis, et littore myrti,
Hesperidum decus, et beneolentia culta Diones
(3);
e i versi tornano nelle guide e negli itinerari stranieri, particolarmente dei turisti suoi connazionali.
Visita alla dogana e, per chi voglia pernottare in questa stazione di posta, non c'è che l' " albergo dei tre Re " o " albergo della Posta " o anche " albergo Reale ", che è sempre tutt'uno.
A Fondi, come prima città del territorio napoletano, i viaggiatori sono sottoposti .ad una visita molto rigorosa da parte degli impiegati della dogana. " Essi hanno fatto la visita ai nostri oggetti con una insolenza canzonatoria - scrive il Castellan, pittore e letterato francese della prima metà dell'800, in una lettera da Fondi - hanno perfino costretto i viaggiatori a sprofondarsi con loro in una specie di sotterraneo, la cui scala strettissima era rischiarata appena dalla luce di una lampada, e col pretesto di assicurarsi che non avessero dell'oro nascosto, li hanno spogliati degli abiti ". Alla tenebrosa operazione il Castellan con i suoi compagni di viaggio si sottrasse soltanto con una energica protesta
(4).
Alla stessa dogana la signora Morgàn ha modo di osservare la popolazione semi-selvaggia di quel borgo e vede più d'un volto truce, chiuso fino agli occhi in un lungo mantello, far segni d'intelligenza alle guardie napoletane, mentre le si fanno dappresso buon numero di mendicanti, notevoli per l'estrema sporcizia e la molteplicità dei gesti
(5). Vi è forse dell'esagerazione nelle pagine di crudo realismo della Morgan; ma la sua opera che ebbe larga diffusione contribuì efficacemente a illuminare 1"opinione pubblica in Inghilterra sulle .condizioni sociali dell'Italia sotto il governo austriaco, e a suscitarvi antipatie.
Uno spettacolo desolante si para a Fondi agli occhi di Gian Giacomo Bouchard, un parigino abate e dottore in utroque che fece il viaggio da Roma a Napoli nel marzo del 1632, in compagnia di Domenico Campanella, nipote del grande filosofo.
In paese non s'incontra quasi nessuno; di sei o settecento fuochi forse ne restano due dozzine; più di mille bufale della principessa di Stigliano, feudataria di Fondi, che sguazzano nei pantani d'intorno, hanno reso inabitabile quel luogo per il fetore che emanano tanto che dei pochi superstiti ne muoiono due o tre al giorno, gli altri sembrano larve o scheletri, inebetiti, le donne pallide e col ventre gonfio. Il Bouchard va al vescovado, lo trova aperto e disabitato; si spinge fino alla camera del vescovo, e lo trova a suonare la spinetta in compagnia soltanto di due preti
(6).
Interessante per la storia del costume di Fondi è quanto si legge in un libro di viaggio compiuto nel 1758 dal Grosley. Egli capitò a Fondi in un giorno di fiera o di mercato. " La piazza era piena di uomini e donne che compravano, vendevano, parlavano di affari, e tutti in abito delle domeniche. Quello delle donne è lo stesso abito delle contadine del Bugey e delle serve di Lione. Gli uomini sono vestiti di un giubetto e di un ampio cappotto alla marinaia, gettato sulle spalle, una stoffa grossolana di color di cappuccino. La calzatura è ancora quella dei tempi eroici: è il socco di cui si ornano i nostri attori tragici. Ha per suola un semplice pezzo di cuoio grezzo, col pelo di dentro e di fuori, secondo la stagione o il gusto di chi lo porta. Questo pezzo di pelle è mantenuto da cordicelle attaccate in sei punti e poi ripassate in diversi sensi intorno alla gamba, fin sopra il polpaccio. D'inverno aggiungono una calza di lana a questa calzatura che chiamano nel loro dialetto ciocia "
(7).
Fondi ha provato la sorte della città di Troia; Giulia Gonzaga, vedova di Vespasiano Colonna, è stata per essa un'altra Elena. Di lei cantò l'Ariosto nell'Orlando (XLVI, 8):

Giulia Gonzaga, che dovunque il piede
volge e dovunque i sereni occhi gira,
non pur ogn'altra di beltà le cede,
ma, come scesa dal ciel dea, l'ammira.

Per la sua bellezza " divina ", della quale i poeti avevano sparso larghissima fama in Italia, il pirata Ariadeno Barbarossa la notte del 6 agosto 1534 tentò rapirla per farne dono al Sultano. E' nota la drammatica fuga di Giulia e la triste sorte di Fondi.
Hanno fretta i viaggiatori al loro passaggio per Fondi, perché non degnano di uno sguardo la chiesa quattrocentesca di S. Maria, la quale sorge appunto sull'Appia che attraversa il paese, né l'antica cattedrale di S. Pietro. Qualcuno si limita a ricordare la sedia dell'antipapa Clemente VII che ancora si conserva in S. Pietro, o a fare un semplice cenno del fastoso castello; altri la camera in cui ha insegnato S. Tommaso d'Aquino tenuta in grande venerazione dai Domenicani, i quali mostravano anche un vecchio arancio che si diceva piantato dal santo dottore. " E' una cosa inaudita - osserva il Misson - per quel che tutti mi assicurano qui, che alcuno di questi alberi abbia mai raggiunto l'età di quattrocento anni "
(8).
Uscendo da Fondi, la città quadrata che ha tratti di mura poligonali, si rinnova la magnifica vista del piano. Dominano gli aranci. " Gli alberi ne sono stracarichi - dice il Goethe - quanto è possibile immaginare. In alto il fogliame tenero è di color giallognolo, ma in basso e nel centro è del verde più marcato. Mignon non aveva torto di sentire la nostalgia di questo paese ". Si ritrova qui tutta la poesia della nostra terra, che il poeta aveva cantata nella celebre romanza

Kennst du das Land, wo die Citronen bluhen?

Gli aranci fanno le spese particolarmente nelle descrizioni dello Chateauvieux e del Fulchiron
(9), e " il primo orto di aranci, di queste belle piante così cariche di frutti maturi quanto lo potrebbero essere i più fecondi pometi della Normandia " aveva salutato, lo Chateaubriand allontanandosi da Fondi il capodanno del 1804 (10). -
Lasciata la cittadina, la via corre " attraverso paesaggi degni d'un paradiso, in un altro giardino delle Esperidi ".
Ma ora cominciano le dolenti note: si lamenta l'incomodità della strada e corrono i brividi per temute imboscate di banditi. " Uscendo da Fondi - dice il Misson (p. 19) - abbiamo seguito il selciato antico per dieci miglia fino a Mola. Si è quasi sempre tra i monti, e questa scabrosità di terreno congiunta alla durezza e alla levigatezza delle pietre rende questa via molto difficile. I cavalli vi camminano vacillando, come se fossero sul ghiaccio, e bisogna riferrarli continuamente ".
Lo Swinburne, che fece il viaggio nell'Italia meridionale negli anni 1777-1780, conferma le cattive condizioni dell'Appia tra Fondi e Mola: " La parte di questa via che passava nel regno di Napoli fu disselciata o ricoperta di terra quando, prima del passaggio della regina ora regnante, fu riparata la via che andava dalla frontiera alla capitale. (;osa tanto più necessaria che non c'era strada peggiore al mondo e non si poteva attraversarla senza ribaltare più di uria volta, perché le pietre della via. Appia essendo state rimosse e sparse qua e là in un terreno profondo e vischioso, si trovava un pantano ad ogni passo. Oggi non c'è capitale in Europa a cui si arrivi con una via più bella di quella che conduce a Napoli "
(11). La regina era Maria Carolina d'Austria, figlia dell'imperatore Francesco I, la quale, sposata per procura dal re Ferdinando a Vienna il 7 aprile 1768 e partita poco dopo per Napoli, giunse il 12 maggio a Portella (12).
Il conte Michele Mniszechi, che aveva compiuto il viaggio da Roma a Napoli dal 27 settembre all'8 ottobre 1767, aveva infatti trovato fin cinquecento operai che lavoravano a riparare la via per l'arrivo della regina di Napoli, lavoro che gli sembrò si facesse solidamente
(13). Per questo, i due artisti francesi Bergeret e Fragonard, quando percorsero l'Appia nell'aprile del 1774, trovarono ottime strade e i migliori cavalli e poste ben servite (14). Ma nei primi anni dell'800, alcuni tratti dell'Appia erano così rovinati che era più sicuro uscire di vettura per attraversarla che restarvi (15). Il poeta Esménard ne fece la tragica esperienza presso il fortino di s. Andrea, fra Itri e Fondi, recandosi da Napoli a Roma nel novembre del 1811 (16).
La strada era paurosamente nota come covo di briganti. Il Tasso ci ha lasciato in due lettere il ricordo del suo incontro coi banditi di Marco Sciarra verso la fine d'aprile del 1592 (17); ma il trattamento cortese dello Sciarra verso il poeta non è valso a disingannare qualche turista amante di avventure a forti tinte
(18).
Destò molto clamore l'aggressione patita nel primo trentennio del '700 da un veneziano per opera di alcuni giovinastri dai 18 ai 20 anni, uno dei quali, certo Francesco Cerasola, apparteneva ad una delle migliori famiglie di Gaeta e per spirito di libertinaggio si era dato a ogni sorta di delitti. Se dobbiamo credere al macabro racconto, il giovane fu catturato e punito esemplarmente: dové trangugiare dell'argento fuso e bollente; poi, squartato, fu strascinato per tutta la città
(19).
Un viaggiatore francese, il cui nome si nasconde sotto alcune sigle, autore di un Abrégé de voyage, manoscritto (n. 1127) che fa parte della ricca collezione di libri di viaggio acquistata recentemente dall'Istituto di archeologia e storia dell'arte di Roma, racconta che il cardinale Innico Caracciolo, arcivescovo di Napoli, andando a Roma per il conclave nella seconda metà del sec. XVII era stato derubato da sette banditi i quali sapevano così male il loro mestiere ch'egli fu costretto, vedendoli interdetti, a dir loro: - Siete ladri forse? - Al che essi risposero: - Eminentissimo, sì. - Dopo ciò il prelato diede loro duecento pistole di cui si contentarono molto cortesemente, ma poi furono impiccati quasi tutti.
Eppure, contro questo abusato luogo comune si leva la voce di un francese, il Veuillot, il quale scrive da Mola di Gaeta
Cosa ben strana, non siamo stati né uccisi, né derubati, né fermati; nemmen l'ombra di una carabina... Fa dunque d'uopo credere che non vi siano malandrini sulla strada di Terracina? No; ma bisogna credere che ve ne siano ben più pochi di quello che se ne dice, e che la polizia è meglio esercitata in queste terre deserte di quello che generalmente si pensi. I viaggiatoci spargono molte favole: è prudente cosa il diffidarne... "
(20).

Note
(La numerazione delle note originali è stata adattata al testo trascritto)
(1) A. von BUCHELL, Iter Italicum, in "Arch. della R. Soc. Rom. di storia patria", XXIII (1900), p. 114.
(2) GOETHE, Viaggio in Italia, trad. e ill. da E. Zaniboni, Firenze, Sansoni, t. II, pp. 5-6.
(3) GEORGII FABRICII, Itinerum liber unus, Iter Neapolitanum, Basileae, per Io. Oporinum, s. a. (forse 1547), p. 18.
(4) Lettres sur l'Italie par A. L. CASTELLAN, Paris, 1819, t. II, pp. 8-9.
(5) L'Italie par LADY MORGAN. Traduit de l'Anglais. Paris, 1821, t. IV. p. 115.
(6) LUCIEN MARCHEIX, Un parisien à Rome et à Naples en 1632, d'après un manuscrit inédit de J. J. Bouchard, Paris, Leroux, a. a., pp. 14-5i. Il racconto del Rouchard conferma appieno lo stato miserrimo della popolazione Fondana qual'è descritto in una relazione anonima contemporanea, che porta la data del 15 luglio 1631, pubblicata nella Storia di Fondi dell'Amante, pp. 175-81.
(7) Nouveaux mémoires ou observations sur l'Italia et sur les Italiens par M. G. [PIERRE JEAN GROSLEY], Londres, Nourse, et Naples, Gravier, 1765, t. III, pp. 129-30.
(8) M. MISSON, Nouveaux voyage d'Italie, IV éd., à la Haye, 1717, t . II, pp. 17-8.
(9) Lettres sur l'Italie par FRÉDÉRIC LULLIN DE CHATEAUVIEUX.n, II éd., ParisGenève, 1834, p. 252; Voyage dans l'Italie méridionale par J. C. FULCHIRON, II éd., Paris, 1843, t. II, p. 35.
(10) CHATEAUBRIAND, Vpyage en Italie, in " Oeuvres oomplètes", Paris, 1836, t. XIII, p. 48.
(11) SWINBURNE, Voyage dans les Deux Siciles en 1777, 1778, 1779 et 1780 traduit de l'Anglois, Paris, 1786, t. IV, p. 109.
(12) P. COLLETTA, Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825, lib. II, par. X.
(13) Journeaux de voyage par M. le comte MICHEL MNISZECHI. Manoscritto n. 633 presso il R. Istituto di archeologia e storia dell'arte in Roma.
(14) BERGERET et FRAGONARD, Journal inédit d'un voyage en Italie, 1773-1774, precedé d'une étude par M. A. Tornéy, Paris, 1895, p. 291.
(15) PETIT-RADEL, Voyage historique, chorographique et philosophique dans les principales villes de l'Italie en 1811 et 1812, Paris, 1815, t. II, p. 564.
(16) B. AMANTE e R. BIANCHI, Storia di Fondi, p. 218 e sgg
(17) Le lettere di TORQUATO TASSO disposte per ordine di tempo ed ordinate da Cesare Guasti, Firenze, Le Monnier, 1855, vol. V, pp. 99-100; cf. A. SOLERTI, Vita di Torquato Tasso, Torino, Loescher, 1895, t. I, pp. 726-8.
(18) GROSLEY, Op. cit., p. 125.
(19) Voyage historique d'Italie, la Haye, chez M. G. De Merville, 1729, t. II, pp. 171-4.
(20) L. VEUILLOT, Roma e Loreto, versione di L. Aureggio, Milano, 1842, p. 182.


Dallo stesso volume che riporta la ristampa in anastatica di alcune ricerche pubblicate dal A. De Santis, Saggi e ricerche di storia patria della Campania e del Lazio Meridionale, vol. II, collana de "Il Golfo", Minturno 1994, troviamo e stralciamo dal saggio "Il "Latium Novum" nelle impressioni e nei ricordi di viaggiatori stranieri, pp. 135-137 le seguenti osservazioni riguardanti la città di Fondi.

Il Latium Novum, cioè quella parte del Lazio che è compresa tra le Paludi Pontine e il Massico e che racchiude nel suo territorio diverse città interessanti per la loro storia e per la loro bellezza, è una di quelle contrade che, favorite singolarmente dalla natura, hanno subito una straordinaria varietà di vicende storiche. Nell'antichità esso fu celebrato, per la bontà dei suoi vini e perle sue bellezze naturali, da poeti come Orazio, Marziale, Silio Italico; molti ricchi romani (tra cui Cicerone) vi ebbero la loro villa. Nel medioevo e nell'età moderna, a causa soprattutto della forza decentratrice del feudalesmo e dello sfruttamento delle signorie straniere, il Latium Novum, appartenente al Reame di Napoli, al confine con lo Stato Pontificio, rimase isolato e abbandonato, in preda alla più grande miseria, che vi favorì in modo speciale il brigantaggio, diffuso ancora nel secolo scorso. Oggi questa bella parte del Lazio ritorna allo splendore dell'età classica in una fervida attività di valorizzazione agricola e turistica.
I viaggiatori che hanno percorso la zona in ogni epoca sono innumerevoli, e a voler descrivere il viaggio di ciascuno non basterebbe un volume: perciò ci limitiamo a riferire le impressioni di alcuni di essi, stranieri e tra i più noti.
La porta d'ingresso del Regno di Napoli era nei tempi passati una località denominata "Portella", in cui risiedevano i doganieri napoletani. Questi doganieri facevano a gara, aiutati egregiamente dagli ordinamenti del tempo, a trovare difficoltà che ritardassero il passaggio dei viaggiatori, e ad esercitare su essi ogni sorta d'angherie. Avevano aspetto più di briganti che di pubblici ufficiali, ed erano estremamente corruttibili, come ci fa sapere Gian Giacomo Bouchard. Era questi un parigino, dottore "in utroque" ed autore di opere di carattere autobiografico, che rivelano un temperamento artistico notevolissimo: queste opere sono state scoperte in epoca relativamente recente ed hanno rimesso in onore la figura del loro autore, che era conosciuta soltanto attraverso le malignità di alcuni suoi amici. Bouchard se ne partì un bel giorno del 1630 dalla sua terra di Francia con molto denaro: 106 pistole, di cui una dozzina rubate a una sua domestica "d'abord pour lui faire du mal à elle, et ensuite pour son propre bien à lui"; e venne a Roma dove sperava di ottenere un qualche vescovato, anche piccolo. Naufragati miserevolmente i suoi progetti, pensò di andare a Napoli per distrarsi e travestitosi da gentiluomo romano, poiché minacciava allora una guerra tra Francia e Spagna, avendo per compagno Domenico Campanella, nipote del grande filosofo, partì da Roma il 13 marzo 1632 per passare a Napoli la Pasqua. Le sue impressioni di viaggio sono scarse di ricordi classici quanto ricche di interessanti osservazioni e di gustose descrizioni. Attraversando Fondi, Bouchard rimane meravigliato che una città così grande e spaziosa sembri disabitata. Ne sono la causa, gli viene detto, i bufali della feudataria principessa di Stigliano che, sguazzando in più di mille nelle paludi, hanno talmente impestato l'aria del loro cattivo odore da far morire due o tre persone al giorno, e da rendere quelli che non sono ancora fuggiti, simili a larve o a scheletri. Egli cerca di avvicinar qualcuno di quei disgraziati, ma nessuno di essi si lascia accostare. Gli viene detto inoltre che in nessun altro luogo del Regno si trovano ladri o briganti tali da poter sostenere il confronto con quelli di Fondi
(1).
Questo quadro desolante delle condizioni di Fondi è confermato dalla testimonianza di altri viaggiatori; tra essi la famosa Lady Morgan, i cui giudizi suscitarono tanto scalpore in Italia nella prima metà del secolo scorso. Altri viaggiatori, al contrario, rimangono colpiti soprattutto dalla bellezza della posizione, o dagli episodi più singolari della storia di questa cittadina. Così il Lalande, celebre astronomo francese che percorse l'Italia negli anni 1765-66, ama ricordare la bontà del suo vino, celebratissimo dagli antichi scrittori, e narra la terribile avventura corsa da Giulia Gonzaga, contessa di Fondi, famosa ai suoi tempi in tutto il mondo per la sua bellezza, della quale l'Ariosto disse nel canto 46 del l'Orlando furioso che la gente ... come scesa dal ciel Dea l'ammira.

Appunto a questa bellezza ella dovette il pericolo che corse la notte del 6 agosto 1534, poiché il corsaro Ariadeno Barbarossa, a capo di una banda di suoi, tentò di rapirla per fame un dono al Sultano. L'impresa fallì, perché la bella Giulia fece in tempo a fuggire; ma molti dei disgraziati abitanti di Fondi dovettero subire l'ira vendicativa del feroce pirata saraceno. Unico testimone di questa paurosa vicenda è rimasto il castello, che domina coll'imponenza della sua mole.
Per la contessa nutrì uno sfortunato amore il giovanissimo cardinale Ippolito de' Medici il quale, prima di partire per la impresa di Tunisi contro i corsari, volle rivederla ancora una volta; ma, assaporata quella gioia, fu colpito da violenta malattia e morì in Itri, altro feudo di Giulia (10 agosto 1535). Il cardinale aveva mandato a Fondi Sebastiano del Piombo a fare il ritratto di lei: "ed egli ci racconta il Vasari in termine di un mese fece quel ritratto, il quale venendo dalle celesti bellezze di quella signora e da così dotta mano, riuscì una pittura divina" (si era nel giugno del 1532). Appunto fondandosi su questa testimonianza del Vasari, alcuni critici ravvisano la fedelissima vedova di Vespasiano Colonna in un ritratto di Sebastiano, esistente nella Galleria Nazionale di Londra.
Agli occhi di Federico Giovanni Lorenzo Meyer, uno scrittore tedesco contemporaneo del Lalande, tutte le miserie della piccola città scompaiono per far posto al quadro splendido della natura circostante. "La Campania (scrive nelle Rappresentazioni dell'Italia), è la più bella contrada, non solamente dell'Italia, ma del mondo intero... Contemplando la deliziosa valle di Fondi, che è situata all'estrema frontiera della Campania, questo magico quadro è giustificato. Circondata da una catena di colline coronate di vigne e di oliveti, essa si presenta come un vasto anfiteatro. La strada corre attraverso boschi di olivi e di fichi, o campi di alberi preziosi, quali l'arancio, il mandorlo, il cedro, il melograno...". Gli odorosi aranceti di Fondi sono ricordati con parole piene d'entusiasmo anche da Wolfango Goethe, che nel 1789 percorse l'Appia per recarsi a Napoli, deliziandosi agli spettacoli che la natura prodigava lungo il cammino.
A Fondi Goethe fu ospite del "L'albergo" il 23 febbraio 1787.

"Riteniamo che De Santis sia incorso in un errore citando un passaggio del Goethe per Fondi nel 1789. L'anno esatto è il 1787. A Fondi, il 23 febbraio 1787,  il Goethe fu ospite della stazione di posta e locanda denominata "L'albergo" che era ubicato all'attuale indirizzo di Corso Appio Claudio no. 44  (da: "Retrospettiva Fondana" di Giuliano Carnevale e Geremia Iudicone)"

Dopo Fondi, la prima cittadina d'una qualche importanza che s'incontrava, è Itri. Essa è ricordata da molti viaggiatori. Il Fulchiron (1774-1859) crede che la sua popolazione discenda da qualche colonia normanna, perché tutti gli abitanti hanno i capelli biondi e gli occhi azzurri. Alessandro Dumas padre si sofferma a lungo a ricordare la storia di fra Diavolo, il famoso generale di quel terribile scorcio del secolo XVIII, che nacque in Itri dove per molti anni condusse una vita assai oscura. Il viaggiatore inglese Swinburne, che fece un viaggio nelle Due Sicilie nella seconda metà del `700, ricorda invece Itri per una ragione molto differente da quella dei suoi colleghi, cioè a causa della sete che vi sofferse avendo i calori estivi prosciugato pozzi e fontane.
Il tratto della via Appia che corre tra Itri e Formia offre bellezze panoramiche incantevoli: il lunato golfo di Caeta, il Vesuvio, le isole Partenopee. Già la splendida posizione di Formia era stata decantata dai poeti classici. Marziale aveva esclamato:
o temperatae dulce Formiae litus...
e Simmaco aveva detto
Principium voluptatum de Formia sinu nascitur...

(1) L. Marcheix: Un parisien à Rome et à Naples en 1632. D'après un manuscrit inédit de J. J. Bouchard, Paris, Leroux, s. a., p. 14.
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Sull'argomento dei viaggiatori stranieri per la città di Fondi nel IV volume di ANGELO DE SANTIS, Saggi e ricerche di storia patria della Campania e del Lazio Meridionale, collana con il patrocinio de "Il Golfo", Minturno 1999-2001, troviamo ancora le seguenti ricerche:
* Fondi e il suo territorio, p. 27-40, pubblicato sulla rivista del T.C.I., Le vie d'Italia, a. XL, n. 9, settembre 1934.
* Gli aranceti di Fondi e Monte San Biagio, p. 45-49, già pubblicati su altre riviste.
* Ancora di Fondi nelle memorie dei viaggiatori stranieri, pp. 51-57, già pubblicato in Latina gens , n. 8 agosto 1935, pp. 209-217.

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