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Cenni sulla famiglia Caetani (2)

In data 11 ottobre 1369 il conte di Fondi acquistò il castello di Sonnino, allora bene privato, che così entrò a far parte della sua contea. Vi mandò a governare un vicario raccomandandogli di rispettare pienamente le consuetudini del “castrum”.

In virtù dei territori a lui soggetti e della loro posizione geografica, il conte di Fondi controllave le principali strade: l’Appia e la via Latina soprattutto. Quest’ultima, partendo da Roma dalla porta omonima, raggiungeva Casilino, l’odierna Capua.

A parte la potenza tipica, tradizionale della sua famiglia, il Caetani poggiava la propria grandezza sulla disponibilità di denaro, sulla posizione strategica dei suoi territori -come spesso si è ricordato-,  sui buoni rapporti col Regno di Napoli e con i pontefici che precedettero Urbano VI.

In un documento che porta la data del 1368, il papa Urbano V invita il conte di Fondi a prestare la propria opera per reprimere la ribellione delle città di Campagna e Marittima. Dallo stesso pontefice, Onorato I ottenne la facoltà di far celebrare messa e divini uffici anche in località sottoposte a interdetto, su richiesta propria o della consorte, Caterina del Balzo. Il prestigio del conte crebbe ancora di più dopo il ritorno di Gregorio XI a Roma, nell’inverno del 1377. E` noto che egli prese parte al corteo delle personalità e dei baroni che accompagnavano il papa al momento del rientro da Avignone. Gregorio XI nominò il conte di Fondi governatore, in nome della Chiesa, della Campagna e Marittima, una zona che oggi è identificabile rispettivamente  con il frusinate e l’Agro Pontino, i cui confini a nord toccavano i Castelli Romani. Questo gli consentiva di essere riconosciuto come la massima autorità e di potere meglio lottare contro i suoi avversari. Erano così floride le sue risorse economiche che si poteva permettere di essere creditore nei confronti della Chiesa: aveva infatti prestato a Gregorio XI la somma di 12.000 o secondo alcuni di 20.000 fiorini d’oro, al momento del ritorno del pontefice a Roma.

Il papa, come del resto altri suoi predecessori, si trovava spesso nella necessità di ricorrere a prestiti, tanto è vero che, nel giro di quattro anni: dal 1372 al 1376, gli Alberti gli avevano concesso un mutuo di ben 40.000 fiorini. Può dare un’idea del valore di tale cifra a quel tempo, la constatazione che il pontefice Clemente VI aveva acquistato da Giovanna I D’Angiò la città di Avignone per 80.000 fiorini.

Dopo la morte di Gregorio XI, al conte di Fondi che domandava la restituzione dei soldi, Urbano VI rispose con disprezzo che il debito non era stato contratto a vantaggio della Chiesa e si rifiutò di saldarlo.

Emerge quindi un’altro aspetto dello scisma: quello economico. Il papa Gregorio XI ritorna a Roma dopo il lungo periodo avignonese ed essendo vuote le casse dell’erario vaticano, è costretto a ricorrere ai prestiti presso potentati locali o la ricca nobiltà latifondista.

Occorre spiegarsi perchè si sia arrivati a tanto, e quali siano i motivi che portarono al dissesto finanziario dello Stato pontificio. Un capitolo in “rosso” nell’esercizio finanziario dell’amministrazione della Chiesa è quello relativo alle grandi spese necessarie per assoldare e mantenere le Compagnie di Ventura.

Nel corso del Trecento lo Stato pontificio utilizzò la maggior parte delle entrate per pagare le truppe mercenarie e i grandi capitani di ventura come Alberto da Barbiano e Giovanni Acuto (solo per fare qualche nome tra i più celebri). Si rese quindi sempre più indispensabile gravare di esose tasse la gente comune. 

C. Macaro

 

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