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Lo Scisma d'Occidente

Tratto dal libro "Lo Scisma d'Occidente
Il Conclave di Fondi" di Carlo Macaro

Morto Gregorio XI, la prima seduta per eleggere il nuovo pontefice si apre ufficialmente a Roma il 7 aprile 1378 ma subito affiorano i dissidi, le lacerazioni nel Sacro collegio che non riesce a trovare un accordo, sebbene l'elemento francese sia preponderante: dodici cardinali su sedici. I lavori procedono a rilento e il popolo ansioso aspettava sotto il palazzo apostolico l'annuncio dell' elezione di un papa italiano, se non proprio romano.
Aleggia un presentimento, anzi il timore che un neoeletto, di nazionalità non italiana, possa riportare ad Avignone la sede pontificia. La contesa, da ecclesiastica qual è, viene ad assumere un interessante aspetto politico-nazionale. A complicare ancor di più le cose contribuisce 1'atteggiamento della nobiltà capitolina: gli Orsini, i Colonna, i Caetani solevano con insistenza far sentire la loro ingerenza nella scelta. Si susseguono le "fumate nere", la gente trasteverina perde la pazienza, invade la sede del conclave e costringe i cardinali a fuggire. Alcuni si rifugiano nelle rispettive abitazioni altri in Castel Sant' Angelo.
La situazione assume addirittura dei risvolti tragicomici allorquando, nel tentativo di calmare la folla inferocita che grida sotto il palazzo apostolico, si ricorre all' espediente della falsa intronizzazione del vecchio e malato Tebaldeschi, uno dei porporati romani. La proposta fu avanzata da Roberto da Ginevra, il futuro antipapa.
Finalmente, il 9 aprile, i cardinali rientrano in Vaticano e viene annunciato il "Magnum Gaudium" dell' avvenuta elezione di Urbano VI il quale, lui per primo, non se la sarebbe mai aspettata.
Egli -ultimo caso nella Storia -fu eletto capo della cristianità pur non essendo un cardinale. Lo votarono molto con- vinti i cardinali limosini perché Bartolomeo Prignano "offriva maggiori garanzie rispetto ai colleghi membri del Collegio per la continuazione del corso ecclesiastico-politico del periodo avignonese". Almeno così credevano essi ma i fatti dimostreranno che si sbagliavano del tutto.
Una considerazione importante da fare: quella di Bartolomeo Prignano fu un' elezione di compromesso, deter- minata soprattutto dall'incapacità dei porporati d'oltralpe di trovare un accordo per votare uno di loro stessi. Significativo è anche il fatto che Roberto da Ginevra, il cardinale destinato a vestire i paramenti dell' antipapa a Fondi, si dichiarasse entusiasta quando fu eletto il Prignano, al punto che gli regalò un anello d'oro.
Ben presto, quegli stessi cardinali che all'unanimità avevano votato per Urbano VI, mutarono radicalmente atteggia- mento nei suoi confronti.
La nomina di Urbano VI -asserivano col senno di poi i porporati -era da considerarsi non valida in base ad una specifica clausola del diritto canonico, perché sarebbe avvenuta nella paura. Si comprende facilmente come questa giustificazione tardiva sia in realtà solamente un pretesto.
Ma chi era il neo-eletto pontefice e, soprattutto, perché si inimicò così ferocemente i cardinali al punto che qualcuno addirittura lo minacciò di morte?
Bartolomeo Prignano, di origine napoletana, arcivescovo di Bari, era stato eletto all'unanimità al soglio pontificio pur non facendo parte -come già si è detto -del Collegio cardinalizio. Era dunque un "homo novus" il quale, essendo al di fuori delle beghe tra porporati, si trovava nelle condizioni ideali per potere non solo riconoscere, ma anche correggere i mali che affliggevano la Chiesa.
Intraprese con zelo certamente eccessivo, se non proprio precipitoso, ma con piena consapevolezza e buona fede - come sta a dimostrare la sua condotta di vita molto austera - un' azione di riforma politico-morale del clero in genere, e dei cardinali in particolar modo.
Molti di questi, ad Avignone si erano dati apertamente a odiose e comunque non edificanti pratiche economiche e finanziarie. Alcuni usufruivano di decime, altri addirittura di centinaia di benefici di ogni sorta: maggiori, minori, vacanti e si guardavano bene dal rispettare l'obbligo di residenza. La città sul Rodano pullulava di una trentina di sontuose, splendide residenze che i cardinali ritornati a Roma loro malgrado evidentemente rimpiangevano.
Il pontefice cominciò a rimproverarli anche pubblicamente fin dal 1378, accusandoli di distruggere la Chiesa. All'alto clero era indirizzata l'accusa più grave: quella di praticare la simonia, grazie alla quale cardinali e prelati rivaleggiavano in ricchezza con i signori laici, acquistando nuove terre e cedendo per denaro cariche e privilegi.
In opposizione netta al sistema di vita che spesso aveva contraddistinto il Papato avignonese, Bartolomeo Prignano esigeva che si tornasse alla semplicità apostolica. I porporati - in poche parole -dovevano rinunciare ai comportamenti principeschi cui si erano abituati nel corso del XIV secolo.
Per essi scattava l'obbligo di risiedere a Roma; dovevano mostrarsi capaci di giudicare i potenti; niente lusso, niente sprechi; limiti ai loro redditi, mensa modesta e frugale. Il papa mancó molto probabilmente di diplomazia; e finí con l'inimicarsi i cardinali, alcuni dei quali si sentirono offesi sul piano personale e giurarono di fargliela pagare a caro prezzo.Un'altro punto, forse il piú rilevante, sul quale il papa non sarebbe mai sceso a compromesso con i cardinali, era la loro ostinata e mai abbandonata pretesa di ritornare a risiedere in Avignone.
La rottura prese sempre piú consistenza col passare dei giorni e Urbano VI ebbe il torto di sottovalutare le minacce dei porporati, convinto com' era che queste non sarebbero approdate a nulla.
"Voi sminuite la nostra dignità, anche i cardinali cercheranno di diminuire la vostra". Così lo minacciò un giorno Roberto da Ginevra, ma il papa non se ne preoccupò più di tanto.
Il primo dei nemici del Prignano a prendere ufficialmente posizione fu Jean De La Grange il quale non aveva potuto partecipare al conclave perché era impegnato nelle trattative di pace con Firenze. Egli sarebbe stato accusato di aver "stornato" una ragguardevole somma di denaro destinata alle trattative di pace tra la Francia e l'Inghilterra.
Poco dopo il suo arrivo in Italia, De La Grange fu aspramente rimproverato in pubblico da Urbano VI come uno che avesse commesso" tutti i mali del mondo".
Fu proprio Jean De La Grange la mente della congiura contro il pontefice: le prime riunioni dei cardinali ribelli ma
non ancora ufficialmente tali, si svolsero nella sua abitazione romana in Trastevere e -per prima cosa -assicurava ad essi l'appoggio anche finanziario del re di Francia, Carlo V.
Non meno rilevante fu il ruolo del camerario, Pierre De Cros, arcivescovo di Arles. Quella del tesoriere, in quanto ministro delle finanze, era una carica istituzionale della Chiesa creata intorno alla metà del Trecento. Egli aveva poteri amplissimi, e con la sua esosa politica fiscale garantiva al papa l'esercizio del potere.
È Pierre De Cros che in data 8 maggio 1378 fa sapere al re di Francia le condizioni dell' avvenuta nomina di Urbano VI, così come è ancora lui che decide di spedire ad Avignone il tesoro affidato alla sua custodia. Di conseguenza, il papa lo depose e lo fece arrestare.
Il suo ostinato disegno di liberare la Chiesa da un pontefice che, a suo modo di vedere, non era stato eletto canonicamente, avrebbe indotto precedentemente il camerario al tentativo di imprigionare Urbano VI. Si erano addirittura sparse in Roma delle voci secondo le quali egli avrebbe cercato di avvelenare il papa.
Ambiguo e contraddittorio fu spesso l'atteggiamento del cardinale Orsini: sarà lui a convincere la regina Giovanna I della illegittimità dell' elezione di Bartolomeo Prignano.
Nell' ambito dei reciproci rapporti tra quasi tutti i cardinali e il pontefice Urbano VI ricorre e si ripete un fattore comune: dalle iniziali posizioni di riconoscimento talvolta addirittura entusiastico della sua elezione, si passa alla ribellione e al ripudio. Così è per il Flandrin, colui che riuscirà a cooptare nel partito scisma tic o i tre cardinali italiani: costoro si recheranno a Fondi allettati dalla fata morgana di essere, ciascuno in cuor suo, eletto al soglio pontificio.
Alla luce di quanto abbiamo esposto, si può senz' altro affermare che furono interessi nazionalistici, non solo, ma
anche motivazioni personalistiche, la base su cui poggiò la crescente avversione dei cardinali francesi nei confronti di papa Urbano VI.
Dei cardinali italiani, il solo a restare fedele a Bartolomeo Prignano, mai staccandosi da lui, fu il romano Tebaldeschi il quale però morì poco tempo dopo l'elezione di questo papa.
Il tentativo di riforma -questo è certo -fu attuato e imposto con eccessiva impulsività, perciò fallì e Urbano VI fu abbandonato da tutti.
Terminato il tempo delle riunioni clandestine in funzione antipontificia, col pretesto del caldo irrespirabile di Roma i cardinali credono di giustificare il loro trasferimento ad Anagni, uno dei poli della vasta contea di Onorato I Caetani. Qui, il 9 agosto 1378, dichiarano ufficialmente nulla 17 elezione di Urbano VI.
Sembra sia stato personalmente il conte di Fondi ad assumere 1'iniziativa di invitare i cardinali scismatici -per motivi di sicurezza -nei propri domini, ad Anagni prima; a Fondi successivamente. Il tutto, per dar loro la possibilità di attuare al meglio la ormai decisa congiura.
A nulla valse 1'elezione da parte di Urbano VI di altri ventinove cardinali, di cui ben venti italiani, in data 18 settembre 1378, quale tentativo evidente di dare una diversa struttura al Sacro collegio. Ci avrebbe dovuto pensare prima se voleva ottenere qualche risultato.
Lo scisma, al quale al momento manca solamente l'atto formale, trova nel Caetani il braccio così come il cardinale Jean De La Grange ne era da tempo la mente.
A Fondi, il 20 settembre 1378, i porporati finalmente gettano la maschera": riunitisi in conclave, eleggono all'unanimità un nuovo papa, Roberto da Ginevra, che assume il nome di Clemente VII. La seduta durò poco, anzi il conclave fu un semplice atto formale in quanto la decisione di nominare quale antipapa Roberto da Ginevra era stata concordata precedentemente.
A Fondi erano anche giunti -cinque giorni prima -i cardinali italiani Da Brossano, Corsini, Orsini; il Tebaldeschi era deceduto nel frattempo.
Abbiamo già avuto modo di dire che ciascuno di essi si recò a Fondi nella speranza di essere eletto al soglio pontifi- cio, ma è opportuno aggiungere che tra gli studiosi c'è chi ritiene che la loro venuta nel capoluogo dei domini di Onorato I Caetani sia dovuta alla volontà di favorire comunque la scelta di un italiano.
Il giorno immediatamente dopo la nomina di Clemente VII, alla quale non contribuirono perché si astennero, tutti e tre i porporati italiani abbandonarono Fondi.
L'incoronazione dell'antipapa avvenne il 31 ottobre 1378 nella Cattedrale di San Pietro apostolo, alla presenza di molti potentati, tra cui Ottone di Brunswich, il marito di Giovanna l, la regina di Napoli.
Durante la solenne cerimonia Onorato I, con un atto particolarmente significativo, simbolico, pose con le sue mani di principe laico la tiara sulla testa del neo-eletto pontefice Clemente VII, quasi a dimostrare a chi ancora non lo avesse capito, che l'artefice primo della situazione non era altri che lui.
Prima di essere eletto papa a Fondi, Roberto da Ginevra era stato vescovo di Thérouanne, arcivescovo di Cambrai (1368), e come legato pontificio si era procurata una brutta fama in occasione delle insurrezioni di Romagna: il famigerato "eccidio di Cesena" in cui il futuro antipapa mostrò tutta la sua tempra di guerriero, coprendo anche le responsabilità delle truppe bretoni e dei loro comandanti che si erano resi colpevoli di inauditi delitti. Ci furono migliaia di morti e non furono risparmiati neppure donne e bambini.
Fu eletto cardinale nel 1371 da papa Gregorio XI; aveva appena 36 anni quando fu incoronato a Fondi.
Alcuni studiosi sono concordi nel sottolineare che" per le sue maniere e le sue inclinazioni naturali somigliasse più ad un gran principe che al successore di Pietro" . Questi dal canto suo, pienamente convinto della legittimità della propria elezione, non pensava che a difendere le prerogative e gli interessi del Papato.
Clemente VII era comunque un uomo di grande cultura: si sapeva esprimere agevolmente in francese, italiano, tedesco e latino.
"Rappresentava, prima di tutto per le sue alleanze familiari, una straordinaria forza politica". Figlio di Amedeo III, proveniva da una famiglia che aveva ricevuto una serie di eccezionali privilegi dall'imperatore Carlo IV .
Era strettamente imparentato anche con il conte di Savoia, oltreché col re di Francia ed altri regnanti, per cui fu per lui gioco facile attrarli nella sua orbita. Questi rapporti, all'indomani dell' elezione di Fondi, condizionarono e determinarono il "gioco di scacchi" di natura politica al quale diedero vita le potenze europee.
I primi ad abbracciare la causa dello scisma furono Luigi D'Angiò, fratello del re di Francia, Carlo v, e Amedeo VI di Savoia. Luigi D'Angiò inviò una calorosa lettera di ringraziamento al conte di Fondi, definendolo "l'ancora di cui Cristo ha munito la navicella di Pietro".
Obbediscono a Clemente VII il Regno di Francia, Ginevra, la Savoia, il Lussemburgo, l'Ungheria, la Castiglia, la Navarra, l' Aragona.
Se l'Inghilterra, tradizionale nemica della Francia, è per Urbano VI fin dall'inizio, la Scozia si dichiara in favore di Clemente VII, così come parte dell'Irlanda, almeno quella non soggetta alle direttive inglesi.
L'Italia quasi tutta riconosce la validità dell'elezione del Prignano, ad eccezione del Regno di Napoli. Il Portogallo e l'Impero germanico inizialmente erano favorevoli al papa di Roma, ma poi passarono al partito degli avignonesi.
Le obbedienze, eccetto alcuni motivi di coscienza, si formarono in funzione delle parentele e dei rapporti familiari, nonché delle opposizioni o alleanze politiche.
L'Europa si spacca in due come una mela, la cristianità è frastornata, tanto più che perfino i santi si schierano su opposte sponde. Se Caterina da Siena dedicò tutte le sue energie alla causa del ritorno del Papato nella sede naturale di Roma e vedeva in Clemente VII l'incarnazione dell'anticristo, Vincenzo Ferreri inizialmente si schierò dalla parte dell' antipapa.
Secondo la Santa senese, ci sono prove che dimostrano la legittimità della scelta di Bartolomeo Prignano. I cardinali sono invece giudicati persone non degne di fiducia e sono considerati dei mentitori quando affermano che l'elezione d Urbano VI sia avvenuta nella paura. Questa atmosfera ci fu ma al momento della falsa intronizzazione di Francesci Tebaldeschi, non certamente quando fu eletto il Prignano.
Il motivo reale che ha indotto i porporati a tradire UrbanI VI, secondo Caterina da Siena, va ricercato nella sua volontà, di riforma che doveva partire dall' alto, proprio dal Sacro col legio.
I Francescani di Fondi che dipendevano dalla provincia dei Minori di Napoli la cui regina, Giovanna I, finì con l'aderire allo scisma, suonarono le campane a distesa in segno di giubilo. I Domenicani invece, non solo non vollero riconoscere Clemente VII, ma in segno di lutto si rinchiusero nel loro convento.
Il vescovo di Fondi, fra Raimondo dei Minori francescani, essendo convinto della legittimità dell'elezione di Bartolomeo Prignano, per non ossequiare 1'antipapa si allontanò dalla cittadina. Il clero, suo malgrado, fu costretto a presenziare alla cerimonia dell'incoronazione di Clemente VII.
Il vescovo di Gaeta invece avrebbe riconosciuto come papa legittimo Roberto da Ginevra.
Tra i paesi limitrofi, aderirono allo scisma Itri e Terracina. Contro quest'ultima -così come avvenne per la stessa Gaeta - aveva invano combattuto il padre di Onorato I Caetani, Nicolò, nel tentativo di aggregare l'una e l'altra alla vasta contea per estenderla fino al mare. Ora la cittadina tirrenica abbraccia la causa scismatica ricevendo in cambio la riconcessione della dogana del sale.
Si legano spontaneamente ai destini dell' antipapa i cittadini di Anagni, per tradizione fedeli alla famiglia Caetani.
Dei paesi lepini, Sezze intorno al 1360 aveva dovuto abbassare la testa davanti al conte di Fondi, Onorato I Caetani, il quale ne cancellò ogni traccia di vita autonoma affidando la gestione del potere a funzionari di sua fiducia. Nel 1367 però i setini si ribellarono, cacciarono via il conte e i suoi ufficiali restaurando gli ordinamenti popolari, contestualmente giurando fedeltà alla Chiesa.
Successivamente la situazione mutò ancora e si registrò un netto miglioramento dei reciproci rapporti tra il paese lepino e il Caetani. Chi resistette più a lungo fu Piperno -per tradizione legata alla Chiesa -almeno fino al 1381, data in cui risulta quale partigiana del conte di Fondi.
Di particolare interesse è la vicenda dei rapporti del conte di Fondi con i comuni di Cori e Velletri. Già la consorte,
Caterina Del Balzo, al momento del viaggio di lui in Avignone, aveva stretto con questi ultimi dei vincoli di amicizia ribaditi da un nuovo trattato di pace voluto da Onorato I Caetani nell' autunno del 1380.
In virtù dell' accordo il conte di Fondi tendeva a trovare un appoggio in funzione antipontificia, cooptando alla sua causa Velletri, un centro così vicino a Roma, per il quale il timore delle milizie brettoni ebbe più efficacia delle minacce di Roma e della Chiesa che, naturalmente, non vedevano di buon occhio il nuovo " status" delle relazioni tra il Caetani e Velletri.
La stessa città di Roma, rendendosi conto dei danni - anche e soprattutto economici -dovuti alle incursioni conti- nue delle truppe mercenarie, stipulò una pace col conte di Fondi (dicembre 1380).
Questi fatti dimostrano che Onorato I Caetani non era certamente uno sprovveduto nemmeno quanto a qualità strettamente politiche, degno rampollo di una famiglia che fin dal secolo XI si era imposta all' attenzione di tutti
Con la morte dei protagonisti maggiori si sarebbe pensato che i sentimenti scismatici avrebbero dato luogo ad un clima piú riconciliatorio; ma non fu cosi`. L'antagonismo continuó con i successori, fino a che, alcuni cardinali di ambe le parti convocarono il Concilio di Pisa ed elessero un nuovo papa che prese il nome di Alessandro V con la speranza che sarebbe stato riconosciuto da tutte e due le fazioni belligeranti. Ma non si arrivó ad un consenso per cui per alcuni anni si ebbero addirittura tre papi.
Ad AlessandroV succedette il cardinale Baldassarre Costa che prese il nome di Giovanni XXIII.
Questo papa sotto pressione sia della base cristiana che dell'imperatore Sigismondo, convoco` il Concilio di Costanza (1414-1418).
Giovanni XXIII e Gregorio XIII furono persuasi a dimettersi. Benedetto XIII ostinatamente si rifiutó fu allora deposto e scomunicato. Create cosí le premesse necessarie, si giunse finalmente all'elezione di Oddone Colonna (1417) il quale assunse il nome di Martino V cosí ponendo fine allo Scisma .

Conclusioni

Oggi ad oltre sei secoli di distanza, supportati da un maggior numero di documenti e da un sereno, oggettivo approccio al problema, si puó affermare che l'elezione di Bartolomeo Prignano era valida. Questa e` la posizione della maggior parte degli studiosi tra cui Salambier e Guillemain , entrambi francesi.

Carlo Macaro

 
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