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Il lavoro femminile

Il lavoro femminile si svolgeva tanto nei campi o sull’aia, quanto in casa. Quelli agricoli, consistevano, in special modo, nella piantagione e cura del granturco; nella semina, tanto quella “alla volata” (non del grano, riservata all’uomo) quanto quella a “buchette” per patate, fagioli, fave, cocomeri ecc.(in quest’ultimo tipo di semina usavano, e usano ancora il “pezzuch”; nel “sulia`” pomodori e viti, cioè nel fissarne le piantine già abbastanza cresciute  alle canne; nel curare e cogliere legumi, che poi procedevano a battere, spogliare, essiccare; nel trasporto ed essiccazione del foraggio.
Coglievano, quando la sua cultura era praticata a Fondi, il lino, che poi maceravano e gramolavano: alla bisogna si servivano di un altro caratteristico attrezzo della più antica economia locale, che non possiamo quì non ricordare, chiamato “macena” (a Lenola “macenula”), cioè la caratteristica gramola di legno per la separazione nel lino delle fibre tessili dalle legnose.
Tra la fine dell’estate e l’autunno poi le donne erano specialmente le protagoniste della raccolta e del trasporto del granturco, che poi provvedevano a “stutara`” togliendo i cartocci (spojj) dalle pannocchie, a sgranarlo e essiccarlo; della raccolta delle patate; della ripulitura dei campi dalle gramigne; infine della vendemmia.
In ogni stagione poi coadiuvavano l’uomo alla semina, cura e mietitura del grano, al suo trasporto, pulitura e sgranatura; inoltre alla raccolta dei pomodori, degli agrumi e della frutta, delle ulive; infine al governo degli animali.
Una parola in più va spesa per la pulitura e sgranatura del grano: questi erano caratteristici lavori dell’aia’ e venivano nella zona compiuti da uomini e donne secondo una divisione del lavoro abbastanza rigida. E' da ricordare che tanto il procedimento lavorativo, quanto le tecniche e gli strumenti erano fra i più antichi ancora in auge. Gli uomini solo, a Fondi, battevano i mucchi di grano con i “vijj”, correggiato il cui uso è attestato ampiamente nell’iconografia medievale, mentre pare che nei secoli precedenti l’incombenza fosse assicurata tramite calpestio da parte di buoi e cavalli.
L’attrezzo era formato con due bastoni di lunghezza disuguale collegati da striscia di cuoio o pelle di bufalo. Ci voleva una particolare abilità a manovrarli opportunamente per farne abbattere la parte più corta, come frusta, sul grano. Subito si procedeva con forconi di legna, magari dopo una passata di rastrello; con questi si innalzavano e lanciavano al vento i vari mucchietti, in modo che le pule si separassero dai chicchi. Talvolta veniva a ciò usata la “pal d’tacc” pala quadrangolare di legno a manico lungo; questa veniva usata invece dei forconi quando la pulitura avveniva in logge o altri luoghi chiusi.
Il resto lo facevano le donne, usando da par loro una specie di setaccio a maglie di ferro più larghe che nel normale setaccio, chiamato “ju cunciatur”. Dopo tale trattamento finalmente il grano era era pronto per essere avviato alle case o al “mulenar” per la molitura.
Per tutta questa somma di lavori, si può ad occhio calcolare (ma le verifiche vanno ripetute) che nell’arco dell’anno a fronte delle non meno di duecentocinquanta giornate degli uomini, le donne stavano sui campi da un minimo di cento ad un massimo di centocinquanta giornate.
Inoltre , come si può capire, la loro attività agricola non consisteva che raramente in mansioni precise e specifiche, Contrariamente all’uomo, il loro  lavoro non era mai specializzato: quindi le lavoratrici erano considerate anche nei contratti poco più che coadiuvanti. Ne conseguiva intanto che la paga, nel caso di lavoro dipendente (a jurnat) era inferiore a quella dei maschi, risultando spesso la metà; oltre che la scarsa considerazione e la scarsa gratificazione, a livello psicologico, umano e sociale.
Per questo, ad esempio, esse non avevano mai potere decisionale, e gli ordini, piovevano loro addosso. Esse dovevano ubbidire ...e lavorare.

 

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